Come Adamo presto al mattino,/che cammina uscito dalla capanna di fronde rinfrancato/dal sonno,/ guardami mentre passo, odi la mia voce, avvicinami,/toccami, accosta la palma della tua mano al mio corpo/mentre passo,/non avere paura del mio corpo. 

(Walt Whitman, Foglie d’erba)

Sono ormai passati tre anni da quando ci siamo posti la domanda che ha scatenato questo percorso: qual è la percezione che hanno del proprio corpo le persone con disabilità del nostro gruppo di lavoro? Una domanda semplice, quasi banale all’apparenza. In realtà, una domanda che va a toccare molte delle corde che costruiscono l’identità.
L’idea era quella di lavorare sulla percezione del proprio corpo, ascoltare le persone con disabilità, capire cosa pensavano e come vedevano loro stesse il proprio aspetto, la propria figura. Un momento fondamentale per capire come proseguire il lavoro, per accorgersi degli ampi margini che c’erano tra percezione, spesso fomentata dall’esterno, e reale conoscenza.
Un dato di fatto è che tutti noi modifichiamo il rapporto con noi stessi da come veniamo guardati: tutte le persone che conosciamo, che incontriamo sono come degli specchi, e ciò che vediamo riflesso negli occhi degli altri influenza l’immagine che costruiamo di noi stessi. Tutto questo risulta ancora più accentuato per le persone con disabilità. La conseguenza è che si trovano spesso un’immagine di se stessi falsata, costruita dagli altri, perdendo così ogni consapevolezza sulla realtà.
Uno dei trait d’union che collegano questi tre anni di percorso è proprio il tentativo di raccontare il nostro corpo dal nostro punto di vista, cercando di non farci influenzare (anche se non sempre è possibile) da quell’immagine che viene solitamente costruita più su giudizi altrui (famigliari, amici, colleghi) che su una reale conoscenza delle proprie caratteristiche fisiche.
L’obiettivo del laboratorio si incentra proprio su questo, su una reale conoscenza del proprio corpo, su di una maggiore consapevolezza della propria identità.
Così siamo partiti con delle attività molto semplici, come la descrizione individuale del proprio corpo osservandosi allo specchio, il raccontare cosa pensano e cosa dicono gli altri del proprio corpo, in maniera scritta e orale. Successivamente abbiamo sperimentato momenti pratici, chiedendo ai partecipanti dei movimenti, dei piccoli esercizi fisici, chiedendo loro l’esposizione di quei movimenti fatti o solo tentati, con l’obiettivo di aiutare i partecipanti a essere obiettivi sulla valutazione di se stessi. Tutto questo con una presa di coscienza delle proprie qualità facendosi magari aiutare dagli altri componenti del gruppo, con un riconoscimento delle proprie qualità e una acquisizione di consapevolezza del proprio corpo.
Con questi giochi pratici è emerso un altro tema importante, sviluppato poi negli anni successivi: è emerso come le persone con disabilità siano a conoscenza del proprio deficit, che è la loro immagine più manifesta, di come conoscano le proprie difficoltà evidenziate dalla diagnosi, ma difficilmente riescano a individuare le proprie potenzialità e abilità.
A nostro favore ha giocato sicuramente il contesto nella quale lavoriamo. Il Gruppo Calamaio ormai da trent’anni lavora su temi come la relazione, la conoscenza di sé e dell’altro, la consapevolezza. Il nostro obiettivo è quello di favorire sempre più una cultura dell’inclusione. Anche quando è scomoda e quando mette in crisi.
Abbiamo deciso di inserire le schede tecniche di alcune attività, all’interno di tre percorsi di dieci incontri ciascuno, quelle che reputavamo più significative.
Dai commenti dei partecipanti è possibile iniziare a verificare quale era la percezione del proprio corpo all’inizio del percorso e successivamente di come questa percezione si sia evoluta nel tempo. Le loro parole condivise sono state il metro che ci hanno permesso di regolare il percorso e le attività, parole in alcuni casi molto intime e delicate, che a volte ci hanno costretto a tirare il freno e altre volte ci hanno permesso di forzare la mano. Per questo abbiamo selezionato alcuni commenti (confrontandoci con loro su quello che doveva rimanere nella “nostra stanza” e quello che poteva uscire), perché per capire questo percorso è indispensabile leggere le parole di chi lo ha vissuto in prima persona.

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