L’esperienza di Claudio Imprudente

Credo di avere un buon rapporto con il mio corpo perché sento che sono il padrone del mio corpo, e non viceversa. Ovviamente, non è così scontato perché dietro c’è un discorso di accettazione della mia disabilità. Non è un percorso semplice, non è che una mattina mi sono svegliato e ho detto “Che bello avere un corpo disabile”, ma è un cammino lungo e ancora oggi non è finito. Poi presume la fiducia che ho ricevuto lungo la mia esistenza. La mia identità è un risultato di come gli altri mi vedono, certamente vedono un corpo imperfetto, ma vanno oltre all’imperfezione. Quindi questo andare oltre all’imperfezione mi ha fatto accettare il mio corpo. L’identità è un’alchimia di contesti che sono riusciti ad andare oltre al concetto di imperfezione. In fondo, quest’ultima esiste, è la perfezione che non esiste.
Il discorso dei limiti è molto affascinante perché tutti abbiamo dei limiti fisici e psicologici. Del resto c’è un solo uomo al mondo che corre in meno di dieci secondi i cento metri, quindi, tutti gli altri rispetto a lui sono limitati. Dico un esempio a caso, ma poi a me piace questa immagine: la nostra pelle è un limite del nostro corpo. Quando diamo una carezza c’è l’incontro tra il mio limite e quello dell’altro. La carezza provoca un piacere perché sono i due limiti che si toccano.
La disabilità è un limite più visibile, ma il concetto è sempre quello.

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