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Il bisogno, il desiderio, la paura di diventare grandi

di Annalisa Grimoldi e Rossella Fattore, educatrici del Centro Socio Educativo di Samarate (Varese) 

Con il convegno “Diversabilità e diritto alla vita adulta” di Samarate (VA) del 4/12/04, volevamo raggiungere obiettivi molto semplici: mettere a confronto e incrociare due temi: “diversabilità” e “adultità”, temi estremamente attuali per chi si occupa, a titolo diverso, di handicap. Volevamo riflettere insieme su quali opportunità nuove si potessero aprire all’interno dei servizi per la disabilità, oltre a immaginare un modo per guardare al tema della disabilità nella nostra comunità territoriale. Per noi educatori il termine diversabilità non solo è diventato sinonimo di “possibilità di un fare diverso”, ma ha creato l’occasione di integrazione con le altre agenzie educative, per esempio le scuole, per modificare profondamente la percezione collettiva dell’handicap. Fare i conti con la diversabilità o, più concretamente, rapportarsi con una persona oggi definita “diversamente abile”, è diventato per noi una sorta di punto di partenza per costruire percorsi/progetti di valorizzazione. Questo è lo sfondo culturale e concettuale delle nostre considerazioni sul tema dell’adultità.
Noi siamo educatori che operano all’interno di un centro socio-educativo con una storia più che ventennale, così come la maggior parte dei C.S.E. (Centri Socio Educativi) lombardi.
Vi sono pertanto degli utenti che sono entrati in questo servizio negli anni ’80 e che noi educatori, addetti ai lavori, ma anche i cittadini e i familiari, chiamavamo “ragazzi” e tali erano infatti. Oggi li chiamiamo ancora “ragazzi”, ma sentiamo che questo termine non è più adeguato. Abbiamo a che fare con adulti, uomini e donne, con bisogni e interessi diversi da quelli di 20 anni fa. La loro adultità cronologica individuale è parallela a una “adultità” (invecchiamento!) del servizio. Accanto a loro, una generazione nuova di utenti per i quali si prospettano anni di sviluppo verso una vita adulta. Cosa implica allora il termine “adultità”?

Valori positivi: l’indipendenza in senso lato, vale a dire libertà di scelta, libertà di espressione, libertà economica e di pensiero. Questi, che sono anche diritti, comportano un carico di responsabilità e di doveri: il rispetto dell’altro e dell’ambiente, attraverso norme sociali e di comportamento, la salvaguardia della propria e altrui sicurezza, della salute, il fatto di assicurarsi un tetto e il proprio sostentamento. Raggiungere l’autonomia comporta però anche rischi e preoccupazioni: non sempre è facile conquistare e saper gestire tutti i fattori che concorrono a una vita autonoma. L’adultità così intesa è un modello che oggi è entrato in crisi, anche a prescindere dallo specifico della crescita delle persone diversabili: si affermano sempre più fenomeni sociali di ricorsa al giovanilismo da parte di persone adulte, di adolescenza prolungata che solleva i giovani da molte responsabilità, di scomparsa di riti che sanciscono le tappe di crescita.
Quali declinazioni specifiche della questione riguardano la vita degli operatori e delle persone diversabili, nella loro appartenenza ai servizi educativi? In che modo la permanenza in un servizio può essere significativa nel segnare il passo alla crescita e al diventare adulti?
Nel nostro servizio guardare all’adultità come diritto alla vita autonoma ha significato, in primo luogo, garantire, mantenere e sviluppare il diritto a esprimersi che è il primo passo indispensabile per affermare se stessi; questo soprattutto grazie alla “metolodogia della globalità dei linguaggi” di Stefania Guerra Lisi che tende allo sviluppo, e al risveglio, dei potenziali di ciascun uomo in qualsiasi età della vita, per dare un significato più profondo alla nostra esistenza.
Il diritto alla vita adulta della persona disabile diventa poi pratica educativa solo se non prescinde da un lavoro con le famiglie degli utenti che frequentano i C.S.E. Non è sempre semplice e scontato per qualunque genitore guardare con serenità ai passaggi di crescita dei propri figli. A maggior ragione può risultare più difficile governare i processi di separazione per chi ha un figlio disabile. Come operatori abbiamo provato e continuiamo a restituire alle famiglie dei nostri utenti la possibilità di guardare ai lori figli non come eterni bambini, ma come adolescenti inquieti o giovani adulti che portano il bisogno, la paura e il desiderio di diventare “grandi”. Oggi continuiamo a voler condividere con le famiglie l’obiettivo di riconoscere agli uomini e alle donne che frequentano il centro la possibilità di sentirsi parte del mondo, con la competenza di fare delle scelte, di avere interessi nuovi, di instaurare nuove relazioni, di vivere la propria adultità anche al di fuori dall’ambito famigliare e di quello dei professionisti dell’educazione.
Una lettura più attenta dei bisogni e dei desideri delle persone diversamente abili, al di fuori del tempo-spazio del servizio, ha favorito la nascita di un’associazione di volontari (nel marzo 2004) per la gestione del tempo libero delle persone disabili (“Le gocce”), che individua nel C.S.E. il luogo di partenza per la definizione di percorsi di vita specifici per il diritto alla vita adulta e uno spazio di riflessione e di formazione sulla diversabilità.
Alcune stimolanti riflessioni vengono dall’intervento “Autonomia, autosufficienza, adultità e diversabilità. La cultura come risignificazione del linguaggio e rinominazione dell’esperienza” che Renato Pacchioni, operatore sociale Anffas-Milano e formatore, ha proposto durante il convegno. Per definire l’adultità, dice, è necessario chiarire il significato di altri concetti a essa correlati, quali l’indipendenza, l’autosufficienza, l’autonomia, mettendoli in rapporto fra loro, intrecciandoli. È possibile definire il diritto alla vita adulta solo se lo si considera innanzitutto come un diritto, e quindi un concetto che non si rintraccia sul piano della naturalità (i diritti oggi considerati più ovvi in altri contesti storico-culturali non sono considerati tali), ma sul piano delle conquiste della collettività, che li sancisce. Per una persona disabile è più difficile affermare i propri diritti, soprattutto il diritto alla vita adulta che può realizzarsi solo in quanto “vita adulta autonoma dalla famiglia”.
Prima possibile definizione: l’adulto è un individuo che si regola da sé rispetto alle dipendenze, sceglie le proprie dipendenze e le gestisce senza esaurirsi nella trama delle dipendenze che ha scelto. Tutto ciò vale per tutti, ma moltiplicare e scegliere le proprie dipendenze per una persona disabile è un processo possibile solo se altre persone supportano la sua possibilità di fare delle scelte; scelte che non possono essere sostenute e sollecitate all’interno della famiglia che, per sua natura, tende a rinforzare la dipendenza. Se si approfondiscono questi temi, ci si accorge che l’adultità del disabile non è un tema che lo riguardi esclusivamente o che riguarda solo la sua famiglia. Il diritto alla vita adulta autonoma del disabile è una questione che può, e deve, essere letta su un piano sociale e che ancora richiede risposte provenienti da un contesto ampio, non solo familiare, non solo di servizio. Si torna ancora sul piano della socialità e della collettività, produttrice di cultura non omologata.
Pur riconoscendo l’importanza culturale dell’introduzione del temine “diversabilità”, Pacchioni afferma di preferire l’espressione “portatore di handicap”, perché in tal modo il disabile è considerato “colui che porta a me l’handicap” e quindi mi conduce ad avere a che fare con l’handicap. “Avere a che fare con l’handicap è faticoso, bisogna pensare, fermarsi, riflettere: in tal modo si recupera il valore della fatica, se cerco di evitare la fatica non imparo”, continua Pacchioni.
La sua conclusione è pregnante e suggestiva: non chiude il cerchio delle riflessioni e apre a nuove domande sul senso del nostro agire educativo, per ripensare la disabilità non come problema del singolo, della sua famiglia o del centro socio-educativo, ma come questione sociale, pertanto di tutti.



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