4. Sport: il dibattito fatica a decollare
- Autore: Andrea Pancaldi
- Anno e numero: 1987/4
di Andrea Pancaldi
Handicap e sport; un binomio sempre più alla ribalta. La FISHa (Fed. Italiana Sport Handicappati) è stata recentemente riconosciuta dal CONI e ha dato vita ad una elegante rivista redatta in italiano ed inglese. Contemporaneamente è nata in Lombardia un’altra rivista “Handicap e sport” promossa da varienti (Coni, Regione, FISHa).
Un po’ dovunque spuntano corsi di formazione e aggiornamento per operatori sportivi e medico-riabilitativi, si moltiplicano le società sportive del settore, la stampa tratta con più frequenza di campionati e gare varie. Anche i recenti mondiali di atletica a Roma hanno dato spazio, anche televisivo, agli handicappati.
Il mondo medico-riabilitativo, dopo che ormai da molti anni si parla di ippoterapia, ha dedicato un convegno alle “Terapie fuori dai box” (Rivista “Saggi” 1/86) per verificare quanto e se attività come il nuoto, lo sci, l’equitazione, hanno aspetti anche terapeutici. Le figure professionali in questo settore si muovono dai vecchi confini per ridisegnare e conquistare competenze, ambiti di intervento, finanziamenti pubblici e privati; vedi ad esempio i 500 milioni recentemente elargiti da un Istituto di credito per l’apertura di centri di sport-terapia.
Le cose si muovono anche a livello locale: l’Assessorato allo sport del Comune ha attivato una sorta di mini consulta sul tema in questione; la Regione, tramite la legge 30, prevede finanziamenti anche per la pratica sportiva nell’handicap, venendo così a chiudere in parte un “buco” createsi con la soppressione della legge 48 che aveva finanziato gli interventi in questo settore. In questo universo dove agonismo, terapia, attività ludiche, motorie, ricreative, si mescolano e incrociano ripetutamente, vengono spese tante energie organizzative e promozionali, ma il “dibattito” stenta, a nostro avviso, a procedere, e spesso e volentieri inciampa in luoghi comuni che si sperava fossero superati. Proviamo a vedere quelli che sono gli aspetti positivi, ma anche le contraddizioni di questa tematica “emergente”. “Agonismo no grazie. L’attività sportiva è soprattutto terapia” (Rivista Anffas famiglie 29/87); così si esprime una fetta . dei mondo delle associazioni. “… il bambino spastico ha diritto, se ne ha voglia e ne è capace, di andare a cavallo e noi dobbiamo aiutarlo a farlo, così dobbiamo aiutarlo ad andare in bicicletta o a nuotare.
Ma anche se ammettiamo che nell’equitazione ci sia qualcosa di utile ai fini della correzione di un segno patologico, facciamo di tutto perché il bambino spastico – vada a cavallo – e non – faccia della rieducazione equestre -” (Prof. S. Boccardi, Atti Convegno “Terapie fuori dai box”). E il mondo prettamente sportivo? Sfogliando il giornale della FISHa sembra proprio che l’aspetto agonistico sia quello di maggior interesse; classifiche e risultati si susseguono inframezzati ad interviste.
E i diretti interessati cosa ne pensano? Qualcuno scrive “anche a me piace fare goal” per sottolineare il piacere e l’emozione di una partita in cui agonismo e divertimento si mescolano, altri invece sostengono che “… nel momento in cui le persone handicappate si mettono insieme a fare sport, e magari ne inventano uno tutto per loro esibendosi addirittura anche in pubblico, allora l’attività sportiva da positiva diventa negativa perché emargina e discrimina, perché provoca pietismo e quindi pregiudizio” (“HandiCape sport” di G. Marcuccio in “Cultura nuova dell’handicap” n. 2/87) e quindi, prosegue Marcuccio, “è meglio lasciare agli esperti il compito di indicare quali attività sportive meglio si addicano a questo o a quel tipo di handicap”.
Per quanto riguarda la realtà locale abbiamo già avuto modo di esprimere il nostro parere su alcuni aspetti nel n. 2/87 della rivista. Vorremmo tuttavia sottolineare ancora una certa mancanza di collegamento tra gli apparati istituzionali in questo settore
Le esperienze precedenti, lo abbiamo già ricordato, si sono svolte nell’ambitodella “vecchia” legge 48 che coinvolgeva le varie strutture dei Servizi Sociali (Assessorati comunali e regionali, Commissioni di Quartiere), ora la questione è invece in mano alle strutture sportive (come sopra), ma ad un passaggio di competenze amministrative e legislative, non ha tatto seguito un passaggio di “esperienze”. Il salto dal settore servizi sociali a quello sportivo è giustissimo che avvenga, ma è altrettanto vero che i passaggi hanno bisogno di opportuni tempi e modi. Non accadendo questo si perdono preziose opportunità di collaborazione tra strutture operanti in ambiti diversi, si perdono in parte le esperienze già fatte, e soprattutto si corre il rischio di sposare tesi acriticamente senza valutare che è proprio dall’intrecciarsi e dal lasciarsi dei vari aspetti della tematica handicap e sport (agonismo, terapia, divertimento, psicomotricità, ecc.) che possono nascere opportunità piacevoli ed utili per tutti.
Una risposta in termini di controllo?
Come si può constatare un panorama variegato di posizioni e strategie di intervento, contraddistinto spesso da una certa rigidità, o tutto sport o tuttoterapia, e talvolta da una progettazione che pare basata più sulla necessità di trovare spazi nelle realtà locali che sui contenuti dei progetti. Accade così che una determinata attività sia impostata in una Regione unicamente a carattere riabilitativo, e in un altra Regione, magari 10 chilometri più in là, la stessa attività sia unicamente concepita in termini ricreativi, sempre in funzione degli spazi che la legislazione regionale offre. La tematica sport ha indubbiamente una enorme forza intrinseca, capace com’è di sanare o fare finta di sanare, la grande contraddizione di un corpo handicappato oggetto di interventi ma da sempre squalificato e rifiutato su un piano emotivo ed estetico. Sport come evidenza del “fisico”, come realizzazione di prestazioni, come impossibilità di negare un corpo diverso, come stima per un corpo diverso.
Pensare e vivere lo sport ha quindi un significato molto importante per un cambiamento culturale, ma a nostro avviso sorgono contemporaneamente alcuni interrogativi, forse inevitabili. Lo sport è vissuto per un rispetto e stima del corpo handicappato o in alcuni casi è l’ennesimo tentativo di “normalizzare” un corpo diverso? La constatazione di prestazioni “normali” (correre, fare goal, ecc.) non serve ad esorcizzare le ataviche paure che il diverso scatena? E lo sport viene pensato per la gioia, per il divertimento, per l’autopercepirsi che contiene in sé, o in parte è una risposta in termini di “controllo” che gli apparati della società danno alla fascia dell’handicap adulto (altra tematica emergente) non potendo applicare a questa gli stessi schemi e metodi dell’apparato medico-riabilitativo da sempre rigidamente fermo alla fascia 0-14 anni, ovvero a quella fascia di età in cui i risultati riabilitativi ottenuti possono avere un significativo consenso sociale.
naviga:
Ricerca libera
Argomenti
Associazione “Centro Documentazione Handicap” – Cooperativa “Accaparlante” – via Pirandello 24, 40127 Bologna. Tel: 051-641.50.05 Cell: 349-248.10.02

