1. Il differente che vive
- Autore: Cesare Padovani
- Anno e numero: 1987/4
di Cesare Padovani
Vorrei cominciare così: “Datemi una bella maestra d’appoggio e vi solleverò il mondo…” Sarebbe ora di usare un po’ di ironia.
Nel parlare dell’handicap provo lo stesso fastidio, in termini capovolti, che ha la bella donna che vuole essere valorizzata per la sua intelligenza. Nel mio caso il desiderio è di essere valorizzato quale uomo. In fondo tutta la mia vita è stata una lotta nella difesa della mia dignità di uomo.
Ha ragione Pasolini quando nel ’53 mi scriveva:
“Bada che la tua posizione è pericolosissima non c’è niente di peggio di divenire subito della “mercé”. Se tu dipingi e scrivi poesie sul serio, per una ragione profonda e non solo per consolarti delle tue disavventure fisiche (o magari come dicono per ragioni terapeutiche), sii geloso di quello che fai, abbine uno assoluto pudore…”
Preferisco pertanto parlare della cultura della differenza. Definisco, per comodità linguistica, Handicappato la persona bisognosa di assistenza, che ha una struttura passiva del corpo e dell’esistenza, essere che va aiutato a sopravvivere.
Sopravvivendo a tutti costi, gli viene a mancare ogni possibilità di identità: non riesce nemmeno a iniziare il processo, appunto perché vive questa visione del mondo totalmente assistenziale e di dipendenza. Spesso gli altri, e propriole persone più vicine, contribuiscono a relegarlo nel suo ruolo di dipendenza: proprio perché in tal modo utilizzano il suo bisogno per valorizzare la loro capacità ad essere utili, e anche perché, generalmente, qualora l’handicappato esca dalla propria dipendenza e dal proprio ruolo, nonostante l’handicap, viene a sovvertire gli schemi esistenziali degli altri. Le tensioni corporee e demozionali della persona così relegata al proprio ruolo, sono costantemente rivolte ad ogni aspetto di identificazione (sociale, sessuale, comportamentale). Così che coprendo e uccidendo tutte le possibilità della propria diversità espressiva, rimane in continua attesa. A prescindere dal tipo di minorazione, il discorso vale anche per qualsiasi persona che non abbia raggiunto o che non sia dentro al processo per raggiungere una autonomia tale da garantire le proprie possibilità di comunicazione. In questa dimensione esistenziale, l’handicappato (come il non dotato che non vive l’armonia delle proprie caratteristiche) non ha una sessualità completa né una affettività rassicurante e questo quando:
a) la sua corporeità non è mai totalmente presente nel rapporto con sé e con gli altri.
b) Manca, in ciò, disponibilità di attesa in quanto gli manca l’abitudine alla tranquillità dei tempi di opportunità.
c) La sua economia affettiva rispecchia la sua economia corporea nel rapporto con lo spazio esterno: la sua psiche si struttura così sulle organizzazioni di uno spazio corporeo non organizzato. Questa è la storia della negazione della identità.
Definisco invece differente la persona, con handicap o no, che valorizza le proprie potenzialità nonostante le sue difficoltà, attuando veramente il processo di identità, in quanto ha coscientemente presente le proprie capacità espressive. Non sopravvive, ma vive e si scontra continuamente con le cecità della norma: vive o soccombe ma comunque è persona viva.
In questo senso il differente si contrappone a tutti gli handicappati, siano essi normodotati oppure no. Schematicamente, entrambi, l’handicappato che sopravvive e il differente che vive, hanno due storie culturali alle spalle: il primo quella dei grandi compromessi e sottomissioni mentre il secondo ha quella delle grandi scelte.
Il sopravivente, rassegnato, che non accetta le proprie diversità, dipendente, e con visione assistenziale dell’esistenza affonda l’antefatto della propria storia culturale nella figura dell’Edipo: non a caso il nostro secolo l’ha reso emblematico. Egli, come tutti i suoi discendenti handicappati, non ha mai accettato la propria diversità, si è accecato per sopravvivere, per non vedere e per non vedersi, ha rifiutato sia la Rupe Tarpea sia la lotta col proprio contesto sociale. Ha aperto così il grande ciclo dei venti: dai melodrammi alla cultura crepuscolare (Pascoli compreso) a tutte le macchine assistenziali, non ultima delle quali è senz’altro l’U.S.L.
L’altra faccia, quella della difesa della differenza, accettata per la quale si lotta garantendo la conquista dell’identità, ha costruito il proprio retroterra culturale sullo scontro: ne è emblema la Rupe Tarpea e la visione tragica dell’esistenza. Figure come Medea, Giovanna D’Arco e Pasolini, ne rappresentanola continuità. In queste figure, di diversi, non esiste l’ombra del compromesso entrano tutte nella densità esistenziale del vivere la propria vita.
Se ha ancora un senso parlare di “speranza”, questa vale per quelle persone la cui diversità è sommersa e per cui il processo di riconosciment odella propria identità è ancora lontano, ma possibile.
La cultura della differenza
Ma che cosa si è fatto per queste persone?
Nell’ultimo trentennio, la cultura della differenza ha mutato più volte la sua visione.
Negli anni sessanta, l’handicappato era considerato “migliore degli altri”, era addirittura esaltato (ricordo la pubblicità “Progresso”: loro sono migliori di noi). Gli anni settanta hanno segnato l’epoca dell’uguaglianza e dei diritti; in questo clima egalitario respiriamo ancora la tendenza, come se i problemi esistenziali, l’affetto, la comunicazione, la sessualità, il senso della vita fossero risolvibili con il diritto, la legge e il dibattito. Solo recentemente sta affiorando un senso nuovo di questa tendenza anche se non è ancora diventata cultura: è quello per cui l’attenzione e il problema non riguardano questa o quella persona, l’handicappato o il non handicappato, ma riguardano il rapporto tra persone diverse, comunque differenti tra loro con differenze evidenti e scoperte e condifferenze nascoste o non emerse. Questo senso più nuovo e più autentico offre una visione nuova dei rapporti interpersonali, offre un maggior distacco dalle situazioni, e volendo raggiunge l’ironia. L’interesse culturale a queste problematiche mi è servito a non viverlo solo in quanto calato dentro, ma ad analizzarlo come problematica che riguarda anche altri, e perciò con maggior serenità, talvolta con ironia. A volte forse si parla troppo di questi problemi, quasi ci fosse il bisogno di esorcizzarli.
Infatti parlare di queste comunicazioni profonde, come la sessualità, è come voler puntare gli occhi su una stella rara si rischia di non vederla o di perderla. Meglio esplorare l’universo attorno, la fetta di cielo che comprende quel clima di comunicazione, per gustarne la bellezza. Ma per questo occorre quella rara capacità di entrare nell’autenticità dell’altra persona.
Così, avvicinandosi e scoprendo le diversità degli altri, si impara a conoscere e a gustare la ricchezza delle proprie diversità riscoperte.
L’abitudine alla cultura dell’handicap è oggi un contributo all’allargamento dell’orizzonte della sensibilità umana sulle differenze.
Questo anche in prospettiva di tutto ciò che la vita può riservare ad ognuno di noi: chiunque può da un momento all’altro ritrovarsi handicappato fisico o psichico.
Il gioco delle differenze, dei moti imprevedibili, delle metafore che sono proprie della poesia verrebbero a perdere il loro valore qualora mancasse una disponibilità anche culturale al gusto della ricerca delle varianti espressive. Accettando il dramma della diversità si accetta anche la poesia della vita.
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