12. La bulimia del tempo
di Cesare Padovani, sociologo, esperto in teorie della comunicazione
Dall’invenzione dell’alfabeto e quindi della scrittura, alla stampa e infine ai mezzi di comunicazione di massa. Le rivoluzioni della comunicazione si susseguono a intervalli sempre più rapidi e sempre più rapidi sono gli adattamenti richiesti al nostro modo di interagire con l’esterno, di comprendere, dialogare. E spesso questi cambiamenti si rivelano destrutturanti, ambigui, rischiosi.
Scopro subito le carte: se si adotta la dicotomia proposta da Umberto eco in Apocalittici e integrati, mi dichiaro fin dall’inizio dalla parte dei “catastrofici”, tra coloro che non hanno assolutamente fiducia nel progresso della comunicazione umana offerto dalla più recenti corsie preferenziali. Comunicazione è cosa ben diversa da trasmissione di informazioni. Ed è appunto su questa base che mi percepisco un irriducibile pessimista nei confronti del trionfalismo tecnologico che avanza. Eppure amo molto McLuhan: di lui so abbastanza, con lui ho condiviso parecchie ricerche e da lui sono partito per importanti analisi, senza trovarmi però d’accordo sul suo futuro “villaggio globale”, su quel mondo nuovo dove la comunicazione umana si ingigantirebbe fino a diventare universale, grazie a quelle sofisticate tecnologie che riducono a zero sia spazio che tempo.
La telematica non va certo d’accordo con la comunicazione umana, sicch‚ i figli di Internet, nipoti dell’era telematica, saranno più che mai soli e, quel che è peggio, più che mai autistici.
Chi si schiera cos apertamente contro le risorse del “dire senza confini”, come sto facendo io, è dichiarato nostalgico o fuori tempo o pascoliano impenitente, oppure è dichiarato bugiardo perché‚ è colto in flagrante contraddizione, dal momento che dice peste e corna sulla telematica e, come sto facendo anch’io, usa magari il fax o Internet per inviare al giornale questa diffida.
Se la contraddizione esiste, ciò non nega un fatto, sopra tutti gli altri: comunque siano utilizzati gli strumenti preceduti dal prefisso “tele” questi recenti modelli di comunicazione in tempo reale separano irrimediabilmente il corpo biologico da quella sfera che già in Platone era avvertita come “psyche” e con cui si intendeva l’anima.
Con approssimazioni ad uso puramente orientativo, i pericoli della separazione tra l’organismo biologico produttore o ricevitore di messaggi e le potenzialità del messaggio stesso hanno scandito tre tappe fondamentali nella cultura occidentale.
La prima rappresentata dall’impiego della scrittura alfabetica, che ha “scorporato” dal corpo vivente le facoltà della memoria. Socrate, nel Fedro (274: b6) di Platone, mette in guardia chi delega ogni pensiero a segni conservati su un foglio vergato, al di fuori di noi, senza la nostra “anima dialogante”.
Eppure, nonostante la traumatica astrazione dell’alfabeto fonetico rispetto alla parola, qui il corpo e la mente e il senso del tempo si possono dire ancora presenti.
La seconda tappa è senz’altro rappresentata dall’invenzione della stampa, a metà circa del XV secolo, allorquando sopra una pagina si combinano all’infinito poco più di una ventina di lettere perfettamente identiche a se stesse per raccontare le varietà dell’intero universo. D’ora in poi si perdono anche i pochi sussulti delle emozioni chirografiche: l’occhio acquista velocità su righe allineate sempre in forma uguale anche se cambiano i messaggi, la voce tace, e la comunicazione diventa silenziosa. Pur tuttavia la pagina stampata riesce ancora, seppur nel soliloquio, a farsi toccare, ad essere esplorata, addirittura condivisa, e a dare spazio a tempi di meditazione.
La terza tappa però, che è fortemente contrassegnata dall’epoca della “videosfera”, nella sua onnipresenza fagocitante non dà spazio a nessun tempo, perch‚ entrambi (spazio e tempo) si azzerano nell’istante stesso in cui l’occhio e il polpastrello di un solo dito annullano le distanze, svuotano le topografie, concretizzano le virtualità e soprattutto annientano i processi percettivi, imponendo così nuovi modelli di pensiero.
È appunto questa la dimensione, attesa come un’epifania, in cui i corpi con tutta la loro vitalità rimangono al di qua dei riceventi e al di là delle fonti emittenti, separandosi comunque da quel messaggio già confezionato che transita in un tempo, senza possibilità di modificazioni, d’interruzioni, di ripensamenti e senza nemmeno quel filo tangibile che lo trattiene “caldo” e “in formazione” tra le mani degli interlocutori.
La telematica, camuffata da comunicazione per non perdere la dignità dell’umano dichiara di voler essere interattiva: dimostra che nel dialogo a distanza può sopravvivere la modifica del messaggio, la “botta-e-risposta”, e così via. Ma proprio nel dimostrare questa sua efficacia (magari con un uso migliore del tempo, senza sprechi, senza punti morti), la telematica tradisce la sua efficienza, appunto quella sua connaturata preoccupazione di raggiungere un obiettivo visibile, riconosciuto, “scopico” insomma, tale da coincidere con il progresso.
Su quest’onda euforica anche il linguaggio cambia dimora: termini quali “contempo”, “frattempo”, “in tempo” dominano i nuovi scenari dell’effetto, per essere assunti come termini della teologia del nuovo potere, basato sulla rapidità.
Io posso, anche senza investire il corpo, posso subito, e soltanto con un dito. Nel medesimo istante riesco, con distacco, ad intercettare più cose, più forme, più notizie, più concetti e riesco ad assumerli simultaneamente in un’unica rappresentazione sinottica: “bulimia del tempo”, è stata definita questa ingordigia in un convegno internazionale di filosofi tenutosi pochi giorni fa a Venezia.
Ma è proprio questa “simultaneità bulimica del tempo”, che si converte nella sua controfigura nell'”anoressia del riflettere”, una sorta di raccolta indifferenziata di informazioni che assecondano le progressive discrepanze tra un sé‚ biologico e un sé‚ carico di emozioni, tra un sé‚ trasformante e il manufatto del pensiero, dove le essenze vengono confuse con gli accumuli, le conoscenze con le concentrazioni.
Ecco allora un nuovo mercato che nasce, un nuovo spettro aggirarsi: come passare il tempo, come perdere tempo.

