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autore: Autore: Cesare Padovani

Sospettosi, naturalmente riciclati

di Cesare Padovani 

Per meglio comprendere i problemi dell’emarginazione diventa sempre più indispensabile guardarci attorno con occhio critico per individuare alcune linee di tendenza della nostra “cultura sociale media”.
Linee che possono guidarci ad analizzare meglio (con meno passionalità e più ragione) fenomeni di intolleranza, assai diversi da quelli di razzismo, da quelli di aggressività contagiosa, di violenza, di guerra… Questo per ventagli di cause altrettanto differenti, anche se incrociate e spesso confuse, che possono trarre origine da fattori assai sotterranei: ora da fallimenti della pratica politica, ora da “furti” predeterminati di ideali, ora da accelerazione dei tempi di consumo di qualsiasi messaggio con la conseguente perdita del gusto dei dialoghi; ora infine da quel confondere benessere con spreco, qualità della vita con montagne di rifiuti, identificazione indotta dall’attuale viva e vigorosa cultura dei consumi.

Scart
Simbolicamente (ma non solo) persino una certa tendenza artistica, quella degli anni venti ancor prima di Andi Wahrol, ha mostrato quante cose possono essere fatte con i rifiuti e con gli scarti della società del benessere: dai collages alle bidon-villes, dai parchi Robinson alla pop art, all’arte funk, alla trash (arte povera e arte del rifiuto, dello scarto)… Questa controcultura del recupero quindi sta in posizione provocatoria o ironica – ma non più di tanto – nei confronti di una crescente (anarchia?) società dei consumi, con risultati però sconcertanti: quelli di provocare alla fine ben poco, anzi a volte di diventare spettacolo essa stessa e pertanto ulteriore motivo di consumo. Ed ecco il crescente! paradosso: anche la denuncia estetica (e culturale) al consumismo più bieco rischia di essere assorbita nel vortice di un consumismo ad alto livello.
Noi, allora, che desideriamo andare oltre le scene di questi spettacoli, che viviamo la cultura come processo di modificazione dei nostri comportamenti, non come puro esercizio intellettuale, ma come presa di coscienza dei fenomeni, noi potremmo prender atto di queste differenze: da una parte un “progresso” che produce montagne di rifiuti e milioni di emarginati, e dall’altra una qualità della vita che non considera “negativo” il non efficiente. Ed ancora: da una parte un “riciclaggio” di prodotti e di persone considerati scarti di un benessere, e dall’altra una pratica più intelligente e più umana (e certo più economica) di integrazione secondo cui persona, prodotto o messaggio, emergono nella loro autenticità per essere ascoltati, impiegati, assaporati per quel che sono, fino in fondo e senza sospetti.

Sospetti
Dal giorno in cui è scoppiato il caso Gladio ho ritagliato, con cura scrupolosa da più di un quotidiano, frammenti di testi, titoli, dichiarazioni di personaggi politici noti e meno noti, e persino aforismi da pagine sportive, in cui poter ravvisare apertamente il sospetto. Ognuno di noi, almeno una volta (dico una) nella vita, ha guardato sotto il proprio letto prima di andarsene a dormire. Il sospetto in effetti si riduce a questa irresistibile tentazione di “guardar sotto”, appunto quel sub-spicio che ti fa scoperchiare pentole, ti fa tirar via coperte, tetti, sigilli, segreti, matrioske, tovaglie, e ti fa sfogliare carte, per rassicurarti che quel che sospettavi era appunto vero.
Non occorre scomodare la psicopatologia, e neppure la sociopsicologia, per affermare che la cultura del sospetto si sviluppa e si dilata in periodi della storia in cui l’intrigo, il sotterfugio, la tensione fa sì che, anche facendo un concorso per sottousciere alle Poste o camminando in pieno centro storico, induce a guardarti “di traverso”, invita a guardarsi alle spalle come nei racconti di Lovecraftdove i mostri stanno sempre lì agli angoli delle strade. E’ patrimonio significativo di questo passato decennio, infatti, la tesi ripescata da Umberto Eco sulle dietrologie, tesi su “che cosa sta dietro a cosa”, con i suoi due stessi romanzi a giro di posta (prima Il nome della Rosa poi Il pendolo di Focault); sullo sfondo, tutte quelle particolari specie di gialli televisivi (dallo spot alla telenovela) che sembrano fatti apporta per introdurci sospettosamente alle vicende ben più drammatiche della vita italiana: mafia, camorra, rapimenti, corruzioni, P2, Gladio, appalti, sequestri, stragi e concorsi pubblici. Con due effetti concomitanti, però, e assai contradditori tra di loro: l’uno che fa vivere i drammi reali e gli scandali politici come puntate di racconti televisivi prolungatisi spettacolarmente oltre lo schermo di ventun pollici, per cui lì per lì ci si scandalizza di fronte ad un Andreotti ma tutto sommato si aspetta il giorno dopo per sapere il seguito della storia; e l’altro (contraddizione forse compensatrice!) che fa vivere in ansia continua il nostro quotidiano, con quel perfido ronzio del non mi fido nelle orecchie per cui se tua moglie si allunga verso di te anche per darti un bacio, subito ti scosti, la sogguardi e provi un brivido: “Eh no, cara mia, tu mi nascondi qualcosa!”.

Beatiful
Cosicché le lettere di Moro, che chissà che cosa dicono, che cosa potrebbero rivelare, che sono state trovate ma subito sequestrate e poi fotocopiate e poi spedite, e poi l’inchiesta, la Commissione che dovrà verificare i contenuti ma che non potrà subito rivelare; e allora si dovrà far luce su chi le ha messe lì e su chi le ha sottratte… queste lettere appunto ripropongono gli identici meccanismi del racconto di Edgar Allan Poe, La lettera rubata, trasmesso qualche settimana fa su Rete 4, dove la Regina affida ad un messo una lettera segreta (forse d’un amante?) all’insaputa del Re, e questa lettera viene più volte “rubata”, ora dal Ministro ora dal poliziotto Doupin, ora arriva tra le mani dello stesso Re; ogni volta chi la possiede riacquista potere, e per quel giorno – tra mille sospetti – quel detentore si trova nell’occhio del ciclone. Poi c’è stato Gladio, con alti e bassi senza tregua, con sospetti anche nei confronti di chi sospetta, di chi tuona che “occorre far luce”; e da un giorno all’altro si è comprato il giornale per vedere se il grande padre, Francesco Cossiga, abbia finalmente diseredato (o la tira ancora per le lunghe) quel figlio scapestrato, il giudice Casson, che non mollava l’osso del sospetto e non chiedeva perdono… tale e quale il rapporto padre/figlio nella telenovela Sentieri.
E Beautiful? Beautiful praticamente rappresenta un po’ tutto e un po’ tutti, è quello che i linguisti definiscono un “metaracconto”; qui ci trovi tutte quelle varietà di piagnucolamenti, di oh di meraviglia, di chi l’avrebbe mai detto!, o i c’era da aspettarsela… che si è soliti dire di fronte a “quattromila miliardi di deficit”, di fronte a “447 uomini d’onore assolti”, oppure alla catastrofe compiuta dall’aereo militare a Casalecchio di Reno.

Bush e Saddam come a Dallas
Invece il rapporto sadomasochista tra Bush e Saddam, ovviamente coi rispettivi sospetti, con le occhiate di traverso, ripropongono, con il ritardo di un paio d’anni, l’interminabile Dallas con un Jr nella parte di Bush, incazzato duro perché Saddam, nella parte del rivale in affari Jeff, dopo un tiramolla a puntate con colpi di scena facilmente prevedibili, ha liberato d’un botto un sacco di ostaggi ed era lì lì per venire a patti. Non sarà mai, questa non dovevi farmela, tu agli occhi del mondo devi essere carogna fino in fondo: ebbene, “la liberazione (in massa, n.d.r.) degli ostaggi rende più liberi gli USA di attaccare (finalmente, n.d.r.) guerra all’Iraq”, dichiara il 9 dicembre il Presidente americano, perché è giusto così e basta. E difatti…

Io lo so, ma non lo posso dimostrare 
In casi del genere, sospetti o no, si tira diritto verso il proprio tornaconto senza neanche voltarsi, anzi il sospetto diventa una scusa: tu puoi dire quel che vuoi, a me non interessa che tu sia più in basso di me, tanto sei tu che mi sporchi l’acqua, e poi di te non mi fido. In casi più “familiari”, di politica interna, invece, il Sospetto funziona come la catena di Sant’Antonio: qualcosa sta sempre sotto a qualche altra cosa fino a provocare una lunga catena di sospetti, come un gioco di società; ed è appunto come tale che lo si vive. Il gioco del sospetto è una specie di paranoia ludica dove l’interlocutore scopre sempre il velo di cipolla sotto quello che tu hai tolto: eh sì, caro mio, dietro Gladio c’è la Destra, e dietro c’è la P2, ma dietro c’è la Mafia, e più sotto ancora quelli che hanno fatto fuori Moro, magari Andreotti, ma dietro Andreotti chissà chi manovra… E via via di supposizione in supposizione senza mai pigliare per il collo il responsabile; poi un bel giorno la fortuna vuole che finalmente, finalmente, anche l’umile cittadino senza “e” maiuscola, un telefruitore qualsiasi, abbia la soddisfazione di sapere il contenuto di quella lettera segretissima, e scopre che il messaggio press’a poco dice le stesse cose che stavan scritte nella lettera rubata alla Regina nel racconto di Poe: “Un dessein si funeste, S’il n’est digne d’Atrée est digne de Thyeste”. (Un piano così funesto, se non è degno d’Atreo è ben degno di Tieste). All’indomani dell’uscita del Pendolo, Umberto Eco, in una intervista su “l’Espresso”, differenziava appunto questo tipo paranoico del Sospetto, per cui tutto sta sotto a tutto, da quello “più sano”, quello del fiuto dell’intellettuale: quel fiuto se vuoi impotente ma che sa senza avere le prove in mano (perché se le avesse certo non sarebbe da quella parte, e se per caso lo fosse, verrebbe in qualche modo fatto tacere). Su questo tema ancora Eco riempe la pagina culturale de “la Repubblica” di sabato 8 dicembre in un’intervista, Caccia al cammello, dove spazia dalla prima Opera aperta fino al suo ultimo recente testo su I limiti dell’interpretazione, lavoro per lo più centrato sui complicati meccanismi con cui dietro ad un messaggio si cerca sempre qualcos’altro, sicché alla fine non poteva non rievocare l’intuito profetico di Pier Paolo Pasolini. Io so che… io lo so… io lo so… io lo so ma non lo posso dimostrare. Lo so perché sono un intellettuale che vede ciò che gli succede intorno.
Diventa, questa sconcertante affermazione, una prova tremenda di impotenza sociale da parte di tutti coloro che, esclusi o emarginati o socialmente deboli, rivendicano un diritto o entrano in un conflitto oppure tentano autonomamente di far valere un loro punto di vista. Anche in un banale incidente stradale dove uno ti viene addosso perché non rispetta lo stop, parti senz’altro dalla parte del torto de non scatti fuori dalla vettura, col petto gonfio, afferri per la giacca il tuo investitore e gli urli: primati spacco il muso e poi chiamo la polizia. Perché, se non ce la fai a far così, se non ce la fai culturalmente oltre che fisicamente, avrai sempre torto… perché è meglio che tu stia a casa invece di andare in giro, perché quelli come te devono essere badati, e perché tutto sommato è colpa tua, sta zitto, hai torto e prova a dimostrare il contrario…

12. La bulimia del tempo

di Cesare Padovani,  sociologo, esperto in teorie della comunicazione

Dall’invenzione dell’alfabeto e quindi della scrittura, alla stampa e infine ai mezzi di comunicazione di massa. Le rivoluzioni della comunicazione si susseguono a intervalli sempre più rapidi e sempre più rapidi sono gli adattamenti richiesti al nostro modo di interagire con l’esterno, di comprendere, dialogare. E spesso questi cambiamenti si rivelano destrutturanti, ambigui, rischiosi.
Scopro subito le carte: se si adotta la dicotomia proposta da Umberto eco in Apocalittici e integrati, mi dichiaro fin dall’inizio dalla parte dei “catastrofici”, tra coloro che non hanno assolutamente fiducia nel progresso della comunicazione umana offerto dalla più recenti corsie preferenziali. Comunicazione è cosa ben diversa da trasmissione di informazioni. Ed è appunto su questa base che mi percepisco un irriducibile pessimista nei confronti del trionfalismo tecnologico che avanza. Eppure amo molto McLuhan: di lui so abbastanza, con lui ho condiviso parecchie ricerche e da lui sono partito per importanti analisi, senza trovarmi però d’accordo sul suo futuro “villaggio globale”, su quel mondo nuovo dove la comunicazione umana si ingigantirebbe fino a diventare universale, grazie a quelle sofisticate tecnologie che riducono a zero sia spazio che tempo.
La telematica non va certo d’accordo con la comunicazione umana, sicch‚ i figli di Internet, nipoti dell’era telematica, saranno più che mai soli e, quel che è peggio, più che mai autistici.
Chi si schiera cos apertamente contro le risorse del “dire senza confini”, come sto facendo io, è dichiarato nostalgico o fuori tempo o pascoliano impenitente, oppure è dichiarato bugiardo perché‚ è colto in flagrante contraddizione, dal momento che dice peste e corna sulla telematica e, come sto facendo anch’io, usa magari il fax o Internet per inviare al giornale questa diffida.
Se la contraddizione esiste, ciò non nega un fatto, sopra tutti gli altri: comunque siano utilizzati gli strumenti preceduti dal prefisso “tele” questi recenti modelli di comunicazione in tempo reale separano irrimediabilmente il corpo biologico da quella sfera che già in Platone era avvertita come “psyche” e con cui si intendeva l’anima.
Con approssimazioni ad uso puramente orientativo, i pericoli della separazione tra l’organismo biologico produttore o ricevitore di messaggi e le potenzialità del messaggio stesso hanno scandito tre tappe fondamentali nella cultura occidentale.
La prima rappresentata dall’impiego della scrittura alfabetica, che ha “scorporato” dal corpo vivente le facoltà della memoria. Socrate, nel Fedro (274: b6) di Platone, mette in guardia chi delega ogni pensiero a segni conservati su un foglio vergato, al di fuori di noi, senza la nostra “anima dialogante”.
Eppure, nonostante la traumatica astrazione dell’alfabeto fonetico rispetto alla parola, qui il corpo e la mente e il senso del tempo si possono dire ancora presenti.
La seconda tappa  è senz’altro rappresentata dall’invenzione della stampa, a metà circa del XV secolo, allorquando sopra una pagina si combinano all’infinito poco più di una ventina di lettere perfettamente identiche a se stesse per raccontare le varietà dell’intero universo. D’ora in poi si perdono anche i pochi sussulti delle emozioni chirografiche: l’occhio acquista velocità su righe allineate sempre in forma uguale anche se cambiano i messaggi, la voce tace, e la comunicazione diventa silenziosa. Pur tuttavia la pagina stampata riesce ancora, seppur nel soliloquio, a farsi toccare, ad essere esplorata, addirittura condivisa, e a dare spazio a tempi di meditazione.
La terza tappa però, che è fortemente contrassegnata dall’epoca della “videosfera”, nella sua onnipresenza fagocitante non dà spazio a nessun tempo, perch‚ entrambi (spazio e tempo) si azzerano nell’istante stesso in cui l’occhio e il polpastrello di un solo dito annullano le distanze, svuotano le topografie, concretizzano le virtualità e soprattutto annientano i processi percettivi, imponendo così nuovi modelli di pensiero.
È appunto questa la dimensione, attesa come un’epifania, in cui i corpi con tutta la loro vitalità rimangono al di qua dei riceventi e al di là delle fonti emittenti, separandosi comunque da quel messaggio già confezionato che transita in un tempo, senza possibilità di modificazioni, d’interruzioni, di ripensamenti e senza nemmeno quel filo tangibile che lo trattiene “caldo” e “in formazione” tra le mani degli interlocutori.
La telematica, camuffata da comunicazione per non perdere la dignità dell’umano dichiara di voler essere interattiva: dimostra che nel dialogo a distanza può sopravvivere la modifica del messaggio, la “botta-e-risposta”, e così via. Ma proprio nel dimostrare questa sua efficacia (magari con un uso migliore del tempo, senza sprechi, senza punti morti), la telematica tradisce la sua efficienza, appunto quella sua connaturata preoccupazione di raggiungere un obiettivo visibile, riconosciuto, “scopico” insomma, tale da coincidere con il progresso.
Su quest’onda euforica anche il linguaggio cambia dimora: termini quali “contempo”, “frattempo”, “in tempo” dominano i nuovi scenari dell’effetto, per essere assunti come termini della teologia del nuovo potere, basato sulla rapidità.
Io posso, anche senza investire il corpo, posso subito, e soltanto con un dito. Nel medesimo istante riesco, con distacco, ad intercettare più cose, più forme, più notizie, più concetti e riesco ad assumerli simultaneamente in un’unica rappresentazione sinottica: “bulimia del tempo”, è stata definita questa ingordigia in un convegno internazionale di filosofi tenutosi pochi giorni fa a Venezia.
Ma è proprio questa “simultaneità bulimica del tempo”, che si converte nella sua controfigura nell'”anoressia del riflettere”, una sorta di raccolta indifferenziata di informazioni che assecondano le progressive discrepanze tra un sé‚ biologico e un sé‚ carico di emozioni, tra un sé‚ trasformante e il manufatto del pensiero, dove le essenze vengono confuse con gli accumuli, le conoscenze con le concentrazioni.
Ecco allora un nuovo mercato che nasce, un nuovo spettro aggirarsi: come passare il tempo, come perdere tempo.

11. Cittabolario

di Cesare Padovani,Recupero, rifiuto, risorse umane, scarto…. alcune voci tratte da questo “vocabolario sulla città”, dove il riutilizzo delle cose passa attraverso l'”accorgersi” delle stesse; dove il recupero diventa un avere cura dell’ambiente ma anche degli altri, in un percorso che rimanda l’uno all’altro, in una stretta interconnessione.

Recupero
Più che alle altre operazioni, si addice a “recupero” il carattere di arte della trasformazione (techné). Saper recuperare é segno di intelligenza creativa (creatività).
L’aspetto creativo del recupero avviene nella logica della cultura dello scarto: avviene cioè nell’ ordine mentale secondo il quale ogni oggetto, o forma, o frammento, o elemento, “trovato” è degno di essere osservato, preso in considerazione per eventuali altri impieghi, prima di essere definitivamente eliminato.
Questo sguardo particolare è quello della sarta quando scampoli e frammenti di stoffa scartati per trovarne un ulteriore utilizzo; è dell’architetto nei confronti di un edificio vecchio o danneggiato; è del medico nei confronti di colui in cui vede di poter aiutare a recuperarsi con le propie risorse (salute smaltimento); è dell’ insegnante tutte le volte che inventa una didattica partendo dalla preziosa occasione offerta dall’interesse del bambino in un preciso momento.
Ed è anche lo sguardo particolare dell’artista e del poeta, i quali, di fronte ad un segno imprevisto o alla costruzione inaspettata di quel verso, non ricominciano tutto daccapo se, a quel punto, vale la pena di procedere: piuttosto riprendono quel segno scomposto o quelle parole cosi come s’affacciano per circoscrivere una forma oppure per arricchire un senso. È questo lo sguardo del recupero. Lo sguardo che sa guardare gli scarti.

Rifiuto
I rifiuti possono essere solidi, liquidi, gassosi, e anche possono riguardare il nostro comportamento: si trovano abbandonati per terra, nell’acqua, nell’aria, si ammucchiano persino nel nostro animo tutte le volte che si rifiuta qualcosa o qualcuno.
Con la parola “rifiuto”, nel suo senso più generale, si intende l’atto del “respingere”,del “rigettare “qualcosa, l’allontanare da sé in maniera decisa un oggetto, una situazione oppure una persona con cui non si vuole in alcun modo avere rapporti.
Rifiutare non ammette compromessi: anche nei linguaggi non verbali è rappresentato dalle palme delle mani spalancate in avanti, a mezz’aria, che simboleggiano uno sbarramento, oppure dal girare le spalle, fare dietro front, voltare il coccio.
È un no secco, senza equivoci.
Ogni panorama ecologico presenta allo stesso tempo un problema etologico.
Ovverosia perché il nostro comportamento, più originario e fondamentale (ethos) nei confronti di noi stessi, degli altri, della convivenza, della salvaguardia e della sopravvivenza della specie, dell’essere un tutt’uno con la Natura, è un comportamento strettamente legato ai modi con cui ci rapportiamo con l’ambiente (oikos), ai nostri costumi, ai modi con cui rifiutiamo i rifiuti.

Risorse umane
Mi piace ricordare uno dei chissà quanti esempi di recupero e investimento di risorse umane che nella nostra città non si vedono perché non appaiono, perché lavorano nel silenzio della quotidianità, come i gabbiani, come l’omino dei cartoni o come quelle brave maestre che utilizzano qualsiasi materiale per invitare i bambini alla creatività: è l’associazione di volontariato “la capanna”, nata nel 1994, dalla iniziativa di un uomo lungimirante che mette a disposizione le proprie energie per poter nel migliore dei modi utilizzare socialmente le energie degli altri. “La Capanna” ha una chiara filosofia dell’esistenza. Per lei, nella città, niente è rifiuto da buttare, ma tutto può diventare riciclabile, ed ogni apparente scarto può trovare il suo investimento più opportuno: cosi il tempo libero impiegato per chi ha bisogno di aiuto, la propia esperienza in determinato settore medico, giuridico, tecnico, psicologico) offerta a chi lo richiede e soprattutto alle persone più emarginate o là dove l’istituzione pubblica non riesce ad intervenire, fino ad estendere la propia solidarietà a chi soffre le diverse problematiche della precarietà della casa……
Capire questa dimensione del riciclaggio di energie umane è anche capire le potenzialità delle risorse che si possono trovare in qualsiasi tipo di rifiuti. E viceversa.
Capire l’altro vuol dire incoraggiarlo a mettere in luce le sue risorse: pratica di vita che meglio di altre riesce a valorizzare le proprie risorse.

Scarto
Potrebbe sembrare un sinonimo di “rifiuto”, invece lo scarto è qualcosa che si evita oppure qualcosa che si toglie di mezzo, che si toglie dalla vista, senza per altro entrare in quel dimenticatoio che suona “lontan dagli occhi, lontan dal cuore”.
Deriva appunto da “evitare”, ma anche, perché no? potrebbe derivare da “uscire dalla carta”:in questo caso, lo scarto diventa una sorpresa.

Testo tratto da “Cittabolario, vocabolario sulla città visto dall’Amia”, a cura di C. Padovani, Rimini, 1996

Le città e gli occhi

a cura di Cesare Padovani, scrittore

Giunto a Fillide, ti compiaci d’osservare quanti ponti diversi uno dall’altro attraversano i canali: ponti a schiena d’asino, coperti, su pilastri, su barche, sospesi, con i parapetti traforati; quante varietà di finestre s’affacciano sulle vie: a bifora, moresche, lanceolate, a sesto acuto, sormontate da lunette o da rosoni; quante specie di pavimenti coprono il suolo: a ciottoli, a lastroni, d’imbrecciata, a piastrelle bianche e blu. In ogni suo punto la città offre sorprese alla vista: un cespo di capperi che sporge dalle mura della fortezza, le statue di tre regine su una mensola, una cupola a cipolla con tre cipolline infilzate sulla guglia. “Felice chi ha ogni giorno Fillide sotto gli occhi e non finisce mai di vedere le cose che contiene”, esclamai, col rimpianto di dover lasciare la città dopo averla solo sfiorata con lo sguardo.
Ti accade invece di fermarti a Fillide a passarvi il resto dei tuoi giorni. Presto la città sbiadisce ai tuoi occhi, si cancellano i rosoni, le statue sulle mensole, le cupole. Come tutti gli abitanti di Fillide, segui linee a zigzag da una via all’altra, distingui zone di sole e zone d’ombra, qua una porta, là una scala, una panca dove puoi posare il cesto, una cunetta dove il piede inciampa se non ci badi. Tutto il resto della città è invisibile.
Fillide è uno spazio in cui si tracciano percorsi tra punti sospesi nel vuoto, la via più breve per raggiungere la tenda di quel mercante evitando lo sportello di quel creditore. I tuoi passi rincorrono ciò che non si trova fuori degli occhi ma dentro, sepolto e cancellato: se tra due portici uno continua a sembrarti più gaio è perché è quello in cui passava trent’anni fa una ragazza dalle larghe maniche ricamante, oppure è solo perché riceveva luce a una cert’ora come quel portico, che non ricordo più dov’era.
Milioni di occhi s’alzano su finestre ponti capperi ed è come scorressero su una pagina bianca. Molte sono le città come Fillide che si sottraggono agli sguardi tranne che se le cogli di sorpresa.
(Italo Calvino, “Le città e gli occhi” in Le città invisibili)

Come al solito, Italo Calvino racconta attraverso o sensi, stavolta attraverso gli occhi in particolare. Se guardare è facile, è naturale, è – diciamo – fisiologico, vedere è sempre più difficile, perché è uno scovare, un guardare in profondità, un andar oltre la vista, impegno che coinvolge anima e corpo, intelligenza e sensibilità, che non ti può lasciare indifferente.
“Vedere” è essenzialmente un accorgersi, e allorquando ci si accorge, si scopre sempre il nuovo, e allora sboccia lo stupore. Stupirsi dei fenomeni anche semplici, provare interesse per l’altro, saper cogliere l’inatteso anche nel ripetersi del gesto, rintracciare trame sommerse oltre il tessuto troppo evidente, tutto questo significa non dar nulla per scontato, non adagiarsi all’ovvietà.
Il pericolo è proprio quando ci si intorpidisce, non solo nella mente ma anche nella nostra energia motoria, adottando modelli di rappresentazione precotti, ereditati dal senso comune, che, anziché funzionare da meccanismi di riconoscimento, s’irrigidiscono in stereotipi.
E’ allora che molti aspetti del vivere siano parole, gesti, comportamenti, o strade percorse, sia il fare, l’attraversare, l’incontrarsi… perdono di senso, si svuotano, e subentra l’abitudine. E’ allora che l’Altro, scontato, classificato, “re-inserito” in una delle categorie più accettabili, o nell’episodio esistenziale più rassicurante, è proprio allora che l’Altro non si vede più, e “Tutto il resto della città è invisibile”.
Esiste un filo sottile che qualche autore – compreso Calvino – cerca di rintracciare dall’alba del nostro pensiero occidentale fino a quest’epoca, un ponte ideale da Parmenide a Holderlin, a Heidegger; e in questo peregrinare rintracciando, il fiuto si affina, ed è la città a venirti incontro, con i suoi giochi, le sue architetture, i suoi “altri”, i suoi bagliori nel buio, i suoi capricci fino a poco fa privi di senso, i suoi sbagli, le sue insofferenze, i suoi urli sfiatati, la sua “allegra miseria”…
E, proprio in questo peregrinare, gusti l’incontro con l’Altro, come fossi anche tu un nuovo arrivato, e, “Giunto a Fillide, ti compiaci d’osservare quanti ponti diversi uno dall’altro attraversano i canali…”.

5. Fumetti con handicap: quando la figura è in sequenza

di C. Padovani

La Gestalt non ha fatto altro che sistematizzare alcune doti percettive che l’uomo ha avuto da sempre, o per lo meno da quando si trovava nelle caverne e ha dovuto fare i conti con altri simili, e con animali, che vedeva sparire e poi riapparire. Ogni volta che gli appariva un medesimo “altro” animato è come se avesse pensato tra sé: – Ohibò, è lo stesso di prima in un atteggiamento differente! _ Si costruiva, così, con il pensiero, una sorta di strip in sequenza che dava un certo “ordine” al suo mondo. Quell’uomo (o donna), pur così arcaico, già pensava “a fumetti”, perché, mentalmente riempiva con “fotogrammi” di pensiero la sequenza mancante dell’intervallo tra l’ultima immagine trattenuta un attimo prima che (poniamo) il partner uscisse a prendere l’acqua e la nuova immagine del rientro.
Prima che il “fumetto” moderno prendesse piede nella nostra cultura visiva, ritroviamo, tra il tardo Medioevo e il primo Rinascimento, svariati esempi di sequenze. Gli affreschi e le formelle ad altorilievo, una accanto all’altra, sui portali delle chiese per raccontare le vite di santi, sono fruibili con la stessa tecnica visiva (che riesce a passare da un elemento all’altro “cucendo” l’intervallo vuoto) con cui i nostri antenati graffiavano sulle pareti delle caverne scene di caccia come a tre finestre: nella prima il cinghiale che corre, nella seconda il cinghiale trafitto, nella terza il cinghiale ucciso trasportato dai cacciatori.
Su questa eredità visiva e percettiva, il “fumetto” modernamente inteso può meglio “giocare le proprie carte”; e talvolta – sapendo quanto siamo allenati alle “cuciture” o, per dirla con Merleau-Ponty, quanto siamo condannati al senso – può permettersi il capriccio di “costringerci” a riconoscimenti con arditi accostamenti.

Il mezzo condiziona il messaggio
Se il “mezzo” in ogni modo condiziona, o meglio si “identifica” con il “messaggio” (McLuhan, Popper), nel caso del fumetto l’operazione può essere addirittura amplificata, dal momento che, nella breve sequenza di una striscia, il carattere di un personaggio non viene solo ideologicamente deformato dal tipo di rappresentazione (la smorfia di Crudelia nella “Carica dei 101” diventa il suo marchio dall’inizio alla fine) ma, dovendo ridurre all’osso i numero delle varianti nelle poche caselle, il deforme o l’uomo inchiodato alla carrozzella o l’alieno bloccato in un marchio. Marchio che diventa necessario al riconoscimento immediato, dal momento che la nostra cultura visiva difficilmente ci permette di uscire da schemi manichei: “diverso” – buono / normale – cattivo; normale – buono / “diverso” – cattivo.
E da questa impronta indelebile non si esce se no con varianti minime per la espressione del viso, e no per la postura, come è il caso del cinico Professor Xavier nella serie degli X-MEN.
Già tra gli anni ’60 e ’70 ,certo anche per influenza di altri strumenti di “racconto visivo”, accanto a strisce di “fumetti” tradizionali in cui le sequenze di parecchi gesti in successione andavano a costruire una azione, si trovano strisce a volte spregiudicate, ora per il “taglio”, ora per gli “anacoluti”. Riguardo al “taglio” (Crepax, Maltese) spesso vengono amplificati pezzi di particolari – un seno, una mano rapace, mezza ruota di carrozzella – sapendo quanto il Lettore (o lettore-modello) abbia competenza per entrare in questo tipo di codice visivo, completando mentalmente e cucendo i frammenti. Riguardo ai “salti” (o non-sèguiti, gli anacoluti appunto) si rivedano appunto le strisce di Andrea Pazienza, che riesce meglio a lavorare sugli stati d’animo perché appunto può tralasciare la grammatica della coerenza delle sequenze. Così, in “Pasqua” (della raccolta “Tormenta”, 1985), diventa più eloquente scandire in sei primi piani i melodramma di una noia borghese, dal momento che “qui il disabile è un ricco a cui il deficit non ha insegnato ad essere più umano come vorrebbe la retorica dell’handicappato” (N.Rabbi).
Ecco quindi: la maniglia di una porta, una figura rannicchiata sulla poltrona, una tazza di caffè fumante sorretta con il vassoio sul fondo nero, l’inserviente a mezzo busto che porta il caffè con il “buongiorno” (uno sbadiglio di fianco), l’inserviente che si piega sul vassoio verso il letto, i profilo spettinato di qualcuno che beve il caffè .
Di questa essenzialità, fruibile, è lo stesso Pazienza a sottolineare l’efficacia: “Ogni gesto è ridotto al minimo, nessuno sfondo…”. Un po’ come il teatro giapponese.

La psiche in carrozzella
Se dunque Vincenzo Mollica, nella prefazione a “Tormenta”, definisce il fumetto di Pazienza: “un arcobaleno indelebile che si poggia da un lato sulla tavolozza dei sentimenti e dall’altro su quel curioso mosaico di attimi che è l’avventura umana”, è perché si stava organizzando un nuovo modello per rappresentare l’handicap. Oltre gli estremi manichei, di handicappato buono e handicappato cattivo, si cerca di “mettere in striscia” anche l’handicappato cinico, il nevrotico, il depresso e l’handicappato “senza qualità”, caratteri che la letteratura e il teatro europei avevano approfondito fin dagli anni Venti.
Ma, si sa, “mettere in scena” è ben altra cosa che “mettere in striscia”.
Si cercava di rappresentare qualcosa di nuovo orientandosi sui caratteri psicologici. Così acquistano sempre più importanza le frasi, dette o pensate, racchiuse nella nuvoletta, mentre la Psiche non trova posto migliore che inchiodarsi in una carrozzella.
Ci si allontana sempre di più da fumetto per divertire i bambini, le nuove strisce sono più seriose, più rivolte all’adulto, a volte sarcastiche ma soprattutto moraleggianti: “Forse l’intelligenza è accettare quello che sei, dovunque e chiunque tu sia”, si legge verso la fine de il “Rubinetto al termine dell’universo”.

Basterebbe un puntino
In fondo, Mafalda di Quino o i paradossi di Volinsky non avevano bisogno di una faccia depressa o delle raggiere di una carrozzella per dire che i mondo rotola verso l’indifferenza. Bastava un dito su naso i segno di dubbio o riflessione (es. Mafalda rivolta al padre che sta leggendo: “Papà, che vuol dire handicappato?”. Il Padre: “Va’, va’ a giocare, Mafalda, non son cose per la tua età.”. Mafalda, rassegnata se ne va brontolando: “Ho capito, si tratta di sesso!”.).
Ora occorrono segnali forti, troppo forti, a volte urlati: a scapito dell’efficacia. Fatto è che sembra esserci qualcosa di continuità, nell’arco di quarant’anni, sul rinnovamento manicheismo che non lascia spazio nemmeno ad una nuvoletta di sorriso ironico. Se in X-MEN (USA, anni ’60) nell’episodio “The Mimic!”, l’uomo-angelo protegge e sovrasta (anche figurativamente) il cinico Professore emiplegico in carrozzella, nella battaglia contro angeli malefici, in una recente storia a fumetti, “Cronaca del grande male” di David B., ecco per l’ennesima volta il dramma della protezione. La classica famiglia piccolo-borghese si trova a gestire il figlio epilettico: certo accostabile (dal punto di vista preso in considerazione) alle “amarezze metropolitane” di Munoz e di Altan, piuttosto che ad una strip di Walt Disney dove ancora può commuoversi e riflettere sulle ingiustizie senza bisogno di carrozzelle. A ragione Goffredo Fofi (“SOLE 24 ORE” del 18 ott.99) la definisce “una sorta di romanzo antropologico”, e come tale, non ha bisogno di particolari stratagemmi grafici per denotare questo handicappato: gli è sufficiente un corpicino smunto, un paio di occhialoni professorali appoggiati su un testone un po’ inebetito…Basta questo, perché è il contesto, è ciò che gli sta attorno che “dice” del suo male: neri assoluti, occhi animaleschi nel buio, tronchi antropomorfi, profili di teschi con dentiere spettrali esageratamente ostentate!
E l’ironia dove è andata a finire?
A volte, per riflettere sulla diversità, fisica o psichica che sia, mi chiedo se, al posto di storie deprimenti marchiate da ghigni e da carrozzelle, non sia più efficace quella semplicissima striscia de “Il puntino verde” di Gianni Rodari, dove due puntini (uno giallo e l’altro blu) mentre giocano all’aperto si abbracciano e diventano un unico puntino verde. Fattasi sera, bussano alla famiglia “gialla”, ma i genitori non riconoscono il figlio giallo e sbattono la porta; bussano quindi alla famiglia “blu”, ma i genitori non riconoscono il figlio blu e pure loro sbattono la porta. Solo piangendo scioglieranno il colore verde: così l’uno ritornerà giallo e l’altro ritornerà blu.
Chissà perché occorre ancora piangere per qualche nuvoletta di identità?

4. Cappuccetto Rosso ha la nonna contro

di Cesare Padovani

La fiaba (giuridica) qui ricostruita, pur alludendo ad un fatto personale in cui l’autore è coinvolto, si propone di far riflettere amministratori, magistrati, tecnici, costruttori e quanti sono preposti a prendersi cura delle fasce deboli della società, sull’importanza di abbattere barriere, le quali assai spesso non sono semplicemente architettoniche ma che tali si erigono, ben più pericolosamente, con il cemento dell’indifferenza, della incomunicabilità e persino dell’ottusità per criteri con si applicano le leggi.Penso di essere, tra le persone handicappate, un “fortunato”: possiedo una certa intelligenza, una certa cultura, ho persone attorno a me che mi stimano e che mi vogliono bene, godo di un certo benessere, e, come dice Platone sia nella Apologia di Socrate sia nel Fedone, soprattutto “ho cura della mia anima”.
Aver cura della propria sfera emotiva, tuttavia, non vuol dire rimanere indifferenti o non soffrire per ingiustizie, soprusi e violenze silenziose perpetrate quotidianamente sia nei confronti del singolo sia nei confronti di una comunità, che rimangono impunite: la incivile volgarità di certi rumori che personalmente devo subire (vedi il “Corriere” 31 XII ’99) e l’arroganza con cui certi “urbanisti” stravolgono un “topos” a migliaia di cittadini con muri, sventramenti, abbattimenti (vedi “Chiamami città” n.357), tutto questo “non è reato perseguibile” perché la legge non lo prevede come reato. Come dire: sebbene ci siano buone ragioni, non esistono appigli sufficienti perché la legge venga applicata.
Ebbene, tra i vantaggi che mi sono concessi c’è quello di aver potuto comprare, assieme a mia moglie buttandovi tutti i risparmi, finalmente un appartamento (sessantadue anni è la bella età in cui si amano i porti e gli approdi), in via Fezzan 15, a due passi dal mare, in mezzo al verde…proprio come nelle fasi di “crescendo” iniziali in cui Vladimir Propp vede lo strutturarsi di una fiaba.
Ma… ed ecco il “ma” che preannuncia l’ostacolo (il lupo cattivo, il muro, la norma, il divieto): ed ecco che l’appartamento si trova al primo piano e Cappuccetto Rosso è handicappato a tal punto da non riuscire a salire le scale. La Nonna (nel caso nostro la proprietaria dell’altra metà della casa) pur aspettando il cestello delle fragole (un tornaconto), pone il veto a Cappuccetto Rosso di costruire un ascensore per salire al primo piano. Dopo aver mangiato il lupo, ne indossa la pelle e grida dalla finestra:
-Caro mio, peggio per te se non ce la fai a salire le scale, arrangiati.
Anche la Legge mi dà ragione: la proprietà è sacra, e anche se si tratta di utilizzare lo spazio di uso comune, per fare l’ascensore occorre comunque il mio consenso, e io non te lo do. E poi, gli affari sono affari: quale vantaggio potrei avere in cambio?
Fa osservare allora Cappuccetto Rosso che, stando così le cose, sarebbe meglio interpellare il Cacciatore che, da quando la favola esiste, ha sempre fatto giustizia.
Sennonché il Cacciatore (che per l’occasione è il responsabile dell’edilizia privata del Comune) ha i due organi principali nettamente separati: con il cuore e le parole è schierato per i diritti di Cappuccetto Rosso e con la testa e la ragione della legge “è costretto” a difendere i diritti della Nonna.
Carissimo Cappuccetto, tu sei bravo buono intelligente e persino colto, ma io non trovo più il lupo cattivo da ammazzare, e perciò ho le mani legate: nel tuo cestello di fragole ho trovato sì la legge 13 dell’89 che dice che il tuo diritto all’ascensore è prioritario su tutto, ma dalla finestra della Nonna una bandiera assai simile a quella di Forza Italia mostra trionfalmente che il Codice Civile e l’articolo7 della Costituzione dichiarano che la Proprietà Privata è sacra e inviolabile…
E quando la proprietà è in comune, e uno dei due proprietari dimostra la necessità (non il capriccio!) di un ascensore?
Spiacente, ma non trovo questa particolarità! Moralmente hai ragione tu, ma la Legge non ti prevede…
Sommessamente, Cappuccetto Rosso fa allora notare che, in caso di mancanza della specificità da parte della Legge, scatta il buon senso interpretativo (che traduce alla buona l’ubi ratio ibi dispositio). Ma la risposta è categorica: -Il latino è stato abolito…
A questo punto a Cappuccetto Rosso non rimane altra via d’uscita che invocare l’autore della Morfologia della fiaba perché introduca lì per lì una nuova funzione, facile da capirsi:
– Caro Propp, è inutile che io aspetti l’intervento magico, perché questo non arriverà mai; prestami piuttosto quel rompiscatole di Grillo dalla favola di Pinocchio perché, come avvocato, mi sembra un ottimo Azzeccagarbugli, e senz’altro troverà la soluzione…
Tuttavia il Grillo, manco farlo apposta, è depresso: si trova in crisi di identità perché non riesce più a distinguere ciò che è bene da ciò che è male, ciò che è giusto da ciò che è ingiusto, ciò che va difeso come bene privato e ciò che è bene comune.
E poi – aggiunge – caro mio, io devo sopravvivere: se io prendessi posizione a tuo favore perderei quel poco di reputazione che mi resta, e dovrei fare salti mortali per non essere schiacciato. IO sono sempre stato con quella maggioranza trasversale che considera “normale” chi ha gli stessi sogni e gli stessi bisogni degli altri. E l’ascensore è un simbolo trasgressivo. E poi, non vedi?: persino in politica le Sinistre (che dovrebbero difendere i deboli) si sbragano per essere in armonia con le Destre che stanno restaurando i loro modelli di normalità. La miglior soluzione, caro mio, è che tu diventi normale e così non avrai più bisogno dell’ascensore…
Cappuccetto Rosso, allora, non sa più che pesce pigliare, si sente stanco, appesantito, si chiudono le palpebre e comincia a sognare: riprende il sogno dal momento in cui sta raccogliendo le fragole nel bosco per portarle alla Nonna. Arrivato sotto la casa e trovata la Nonna vestita da lupo, ecco che, invece del Cacciatore, appaiono improvvisamente davanti, quali aiutanti, due figure diametralmente opposte tra loro: la Volpe di Fedro (quella della favola La volpe e l’uva) e Bud Spencer quell’omone dei film che ad ogni sentore di ingiustizia fa giustizia da sé e spacca il muso all’avversario prima ancora che intervengano gli uomini della Legge.
Qualche tempo dopo, dal lettino dello psicanalista Cappuccetto Rosso confesserà che fin da piccolissimo ha sempre avvertito in sé due pulsioni contrarie: l’una che invita al lasciar perdere (alla rinuncia, alla magra consolazione della Volpe: per ora questa casa non è adatta per me…), e l’altra che spinge a non mollare l’osso e a scaricare una valanga di cazzotti al Lupo, al Grillo, al Cacciatore e soprattutto e soprattutto a quella Nonnina vestita da lupo, ancora lucida e con la sindrome della dismorfobia, appunto quel sentirsi venir meno del modello mentale costruito su certezze simmetriche e consuete per cui alla minima modificazione si prova paura, angoscia, repulsione.
La favola che si rispetti a questo punto dovrebbe avere una soluzione, e possibilmente consolatoria: tutto questo però non accade quasi mai. Ed è più verosimile che, mentre Bud Spencer e la Volpe litigano e fanno a cazzotti con la Nonna, un Vecchio saggio barbuto, e anche canuto, inviti Cappuccetto Rosso a rileggere quel passo del Gorgia, dove si consiglia: contro la violenza della Ragione e contro la violenza del Diritto, è meglio subire l’ingiustizia che commetterla.

13. La cultura delle immagini

di Cesare Padovani

Sessualità, affettività e comunicazione, tre termini che riguardano intimità vissute e non ripetibili. Rispetto alla “scelta sessuale” occorrono coordinate antropologiche oltre che psicologiche; senza conoscere ciò che ci precede infatti non possiamo essere in grado di comprendere la nostra cultura e la nostra “scelta sessuale”.

La scrittura di un vissuto non è solo mettere in bella copia il proprio pensiero, ma rappresenta l’attività con cui ci si determina mentre ci si esprime, per quella capacità di soffermarsi a riflettere, istoriare un sentimento e fissarlo nel tempo, nella memoria. Le lettere di Eloisa e Abelardo e le innumerevoli sublimazioni della nostra cultura sessuale sono chiari esempi ora di libertà nella costrizione ora di costrizione nella apparente libertà.
Eloisa e Abelardo, entrambi religiosi chiusi in un convento di clausura, hanno avuto in passato un amore pieno e completo; una volta lontani, non potendo più vivere fisicamente il loro amore, ne parlano attraverso le lettere.
Avendo alle spalle questo vissuto rendono ancora più concrete, nell’amore, le loro espressioni. Si tratta di amore autentico e non di sublimazione perché c’è stato un antefatto, poi una scelta (forse più dura per Eloisa e meno per Abelardo però c’è stata), cosicché la lettera, sussurro d’amore, diventa la continuazione di quel dialogo e non già cosa sostitutiva. Sarebbe sublimazione se i “ti amo”, “ti voglio bene” fossero frasi senza l’amplesso, senza quell’organizzazione affettiva (precedente) che ha portato due corpi a perdersi in una sintonia di piacere-esplosione di pulsioni.
Che la cultura sia sinteticamente una produzione di sublimazioni è anche vero, ma di varia natura: o come rinuncia al proprio essere o come mutamento di una qualità dell’essere, per cui può sussistere, in alcuni casi, una sessualità senza organo sessuale. La nostra è una cultura ancora manichea su questi temi, sia in campo religioso che in campo laico, per cui separa la sessualità dalla esperienza del sesso.
Essa identifica spesso l’atto sessuale col puro piacere fisico (aspetto “idraulico” lo definisce Cooper), escludendo il rapporto di comunicazione; oppure la sessualità diventa talmente sfumata da identificarsi con il puro affetto. La madre che teneramente stringe al seno il figlio è pulsione letta come mero affetto e non come sessualità. Queste forme di paravento non rappresentano una forma di pudore, bensì una “piega culturale” che trova le sue radici laddove alcuni comportamenti sono divenuti per certi aspetti teatro e per altri vita quotidiana.

Il sesso e la vista
Tra il VI e il V secolo a.C. c’è stata questa spaccatura filosofica, che è diventata spaccatura comportamentale, per cui nell’Olimpo gli dei potevano fare tutto ciò che volevano, mentre nella polis alcune cose erano lecite e altre no. E le pulsioni si sono tradotte in desiderio di mito.
Occorre riflettere anche su queste epoche che ci hanno segnati, per rivisitare quelle nostre capacità organizzative, perdute, ora non certo spoglie di incrostazioni culturali: ad esempio il tatto, l’udito, l’olfatto, o l’epidermide… dove sono andati a finire, ormai quasi assenti dalla nostra cultura sessuale? Il sesso, ora, si promuove in funzione soprattutto della vista, come se la nostra maggiore pulsione erotica fosse provocata tramite l’occhio.
Ci dirigiamo precipitosamente verso la cultura dell’occhio, dove l’estetica si sublima nell’immagine e non nella pulsione del piacere. Estetica, dalla radice greca, significa capacità di provare, quindi provare sensazioni di piacere totali. La cultura mediterranea dando prerogativa all’organo della vista esalta un modello consacrato di bella forma, la forma armonica o simmetrica, come bella copia di una parte della totalità dell’essere.
Da questa deformazione concettuale deriva paradossalmente la cosiddetta deformazione percettiva che diventa deformazione comportamentale. Questa deformazione in termini fotografici si chiama “occhio di pesce”. Ciò significa che (come per il bambino quando si accorge del non io) l’adulto mette a fuoco col suo occhio, ingrandendolo, (sia fisico che mentale) un particolare aspetto della realtà, quello che più gli interessa.
In linguistica si chiama sineddoche percettiva, che un tempo ha fatto parte, naturalmente, del vissuto magico del bambino. Si tratta, una volta radicatasi, di una vera e propria stenografia del comportamento.

Una società che non capisce le differenze
La nostra società, quindi, così com’è non è crudele, è logica e coerente alla sua impostazione, non può capire l’handicap perché non comprende le differenze, perché la sua condizione amorfa le impedisce la capacità di lettura proprio come struttura costituzionale. Le gerarchie del sociale e l’uso del sociale hanno confermato altrettante gerarchie di valori con i concetti di estetica ed i relativi modelli, (basta pensare ai mass-media e alle soluzioni per gli handicappati e per le devianze) per cui non è realistico aspettarsi risposte adeguate da questo agglomerato statico che ingoia tutto senza modificarsi, appellandosi alla già pronta gamma dei diritti.
Il diritto all’uguaglianza è diventato ormai simbolo di ipocrisia, mentre il diritto alla diversità è un concetto più strategico che capovolge il primo: io sono uguale a te nel diritto di essere diverso.
L’infinita varietà delle scelte sessuali anche delle persone emarginate è riconducibile a quegli unici modelli vigenti, perché unico e totale è il modello di cultura dominante da cui raramente e isolatamente partono prove alternative.
Risalendo all’epoca classica della cultura greca è possibile rintracciare il bivio dell’estetica. In Occidente ha prevalso una canonica della forma dove il buono è l’accettabile e quindi il prescelto, mentre in Oriente ha prevalso il piacere come unica finalità dove appunto la bontà e la bellezza diventano legittime conseguenze.
Le forme di solitudine sessuale e di solitudine affettiva partono nella maggior parte dei casi da questi presupposti inconsci di scelte preintenzionali. Chi rompe con questo modello, rompe anche con un modo di vita e con certi modelli economici culturali e comportamentali.
Allora, più capisci e accetti la diversità del diverso e più assapori la bellezza delle sue diversità e la possibilità rinnovatrice nell’atto d’amore.
La non apertura all’altro è la chiusura anche nei confronti di se stessi. Molti corpi sono bloccati e rigidi perché hanno paura di sentirsi e si aprono come fiori al primo sole quando donano il loro affetto amoroso. Sono le diversità dell’altro che fanno da specchio alla conoscenza di sé, e più ricca è la diversità dell’altro e più possibilità di ricchezza offre il tuo corpo che si apre in questo dialogo.

5. La nuova Babele

di Cesare Padovani

All’inizio degli anni ottanta Lucio Lombardo Radice difendeva l’uso della calcolatrice nelle scuole medie: milioni di ragazzi avrebbero accelerato operazioni matematiche evitando (e scavalcando) così lunghissimi procedimenti manuali che, altrimenti, avrebbero ritardato nel tempo l’apprendimento logico.

Le ragioni di questa difesa sono ancora robuste e convincenti se concepite come autodifesa, soprattutto se si pensa che l’attuale progresso tecnologico ha messo già in moto un nuovo modello di discriminante sociale (e conseguente emarginazione): tra coloro che non posseggono e coloro che invece posseggono strumenti di comunicazione rapida.
Anzi, di comunicazione rapidissima, tale da annullare il tempo: per procedere verso un traguardo di “tempo nullo”, per cui nell’istante stesso in cui parte una notizia, è già arrivata a destinazione. Appunto quel “tempo” che la matematica ha convenzionalmente definito nella formula “Ti con zero” scrivendola così “T0”.
Sicchè, accettando l’equazione, più si utilizzano strumenti con questa rapidità d’informazione e più si evita l’emarginazione; ma anche, di conseguenza (preoccupante a dir il vero), più si hanno in mano tali mezzi sempre più rapidi e sofisticati, e più si acquisisce potere: un immenso potere controllato nel silenzio. Nessuno strumento, fino ad ora, rendeva possibile la trasmissione di un messaggio, sull’intera superficie del globo, simultaneamente fruibile da milioni di persone. Una notizia, la più banale o la più catastrofica, ora ha la possibilità di essere diffusa in tutto il mondo in tempo reale. Immagine o voce o scrittura che sia, nel momento stesso in cui viene emessa, è allo stesso tempo vista, ascoltata o letta da chi la riceve, anche se si trova a decine di migliaia di chilometri dalla fonte.
Il sogno di Marshall MacLuhan si realizza appunto quando la Babele del mondo diventa Villaggio Globale, in cui ogni uomo, grazie a potenti apparati di telecomunicazione, annulla lo spazio ed il tempo, e si ritrova vicino a tutti gli altri in qualsiasi punto della superficie terrestre egli si trovi e in qualunque lingua egli parli.
Ma chi dà la garanzia che simili potenti apparati vengano utilizzati a buon fine? E quale sarebbe il vantaggio? E quando c’è un vantaggio, quale prezzo comporta?
Primo dubbio. Una immensa banca di informazioni di qualunque genere, cui poter accedere in ogni momento del giorno, dà certamente sicurezza a milioni di cittadini: dal pronto soccorso alla consultazione di un testo, dalla viabilità stradale agli acquisiti al supermarket, dagli indici delle borse mondiali al terremoto “in diretta” in Giappone, al messaggio del Papa… tutto questo universo enormemente ravvicinato “a portata d’occhio” fa sì che ci sentiamo, in un certo senso, vicini l’un l’altro.
La telematica infatti, come espressione rapida della mente, ci tiene per mano in un girotondo ideale, in una solidarietà “artificiale”, che la coscienza collettiva trova “vantaggioso” identificare come progresso. Non solo: la coscienza collettiva saluta la telematica persino come premessa alla pace universale; non tanto in quanto arricchimento della comunicazione (il silenzio di chi riceve non pone in discussione il messaggio dell’emittente), ma in quanto conquista silenziosa di quel dominio economico che dovrebbe “imporre” le tregue nei conflitti manovrando i conflitti stessi.
Di qui, l’equivoco sulla naturalità dello scambio (apparentemente ad “armi pari”): tra chi impone l’informazione, dichiarata “oggettiva” e “disinteressata”, e chi la riceve o chi la cerca acriticamente e senza intervenire nel dialogo. D’altra parte il fruitore di queste notizie pre-parate, entra talmente nella logica del messaggio-tecnologico-avanzato come messaggio-giusto che accetta per buono tutto. Sia l’indice Mib che le previsioni del tempo, sia la autodichiarazione di innocenza di De Lorenzo che un’edizione critica della Bibbia, che la catastrofe in diretta del Giappone… entrano nel nostro sguardo tecnologico in modo così “vero” da non riuscire più a distinguere messaggio interessato da informazione utile, da valutare con lo stesso peso specifico i danni causati da un terremoto, i danni causati dalle opposizioni al Polo della libertà (le quali gli avrebbero impedito di lavorare), i danni della mafia e i danni provocati dall’incoraggiamento al pool “mani pulite” (che avrebbe sconvolto i vecchi equilibri del potere, potere corrotto ma che, tutto sommato, reggeva meglio).
L’equivoco si perpetua nel dormiveglia del comune buonsenso perché ogni messaggio è ricevuto standosene sempre seduti sulla stessa sedia. Non cambiando né la postura né la prospettiva mentale, ogni messaggio diventa notizia con la leggerezza di uno stesso peso specifico.
Secondo dubbio. Esistono due modalità nell’acquisire un concetto e nel fare: l’una legata ai tempi del progresso (dominati dalla freccia inesorabile del chrònos) e l’altra caratterizzata dal “tempo dovuto” (la scansione ritmica del kairòs, che corrisponde al tempo che occorre per qualsiasi riappropriazione). La coppia chrònos e kairòs mostra incompatibilità di carattere, e tutte le volte che si vuole vederli in armonica convivenza è perché le tecnocrazie del progresso identificano qualità dell’apprendimento con risparmio di tempo e, quindi, con velocità di trasmissione di un messaggio. Si confonde, in tal modo, l’efficacia del fulmineo intervento dei Vigili del Fuoco con la comoda rapidità con cui un pulsante può darci una soluzione immediata, evitandoci passaggi e procedimenti. Tutto diventa emergenza a scapito della pazienza che porta a maturazione un messaggio inviato o un messaggio appreso. Anche una lettera via fax può perdere così le sue prerogative: confezionata e letta immediatamente, annulla quel “tempo dovuto” che impone al mittente la previsione degli effetti distribuiti in un prossimo futuro sul destinatario, e a questo la memoria di quel lasso di tempo che la lettura della lettera lo separa dalla passata scrittura.
Terzo dubbio. Forse una nuova Babele sta profilandosi: un nuovo Villaggio Globale in cui, tutti, possibilmente seduti, con dita abilissime ed occhi ingigantiti, apprendono ogni cosa da tutto il mondo, ma dove anche non esiste risposta che modifichi (o commuova) la fonte del messaggio, come quel muto “rapporto” in vitro che pretende di rimpiazzare un semplice gesto d’amore.

4. Sesso tecnologico? No, grazie

di Cesare Padovani

Sta per aprire i battenti a Roma una grandiosa mostra sul centenario della nascita del cinema, e a quanto sembra sarà una grossa occasione anche per riflettere sul nostro modo più recente di costruirci illusioni. Un secolo fa questa “lanterna magica”, questa fiction, non era altro che una “realtà virtuale” ante litteram rispetto alle arti visive d’allora: rispetto alla pittura, alla scultura, e anche alla sua giovane antenata, la fotografia.
Ci furono entusiasmi, critiche e perplessità; ma ben presto il racconto fatto col celluloide fu accettato universalmente: entrò così nella dignità delle arti ed ebbe il grande pregio di far sognare milioni di spettatori che si incantavano davanti a figure non più schiacciate su una superficie bidimensionale, ma che effettivamente si mostravano “vere”, a tre dimensioni, che vivevano, si muovevano, morivano, ballavano come se fossero lì in carne ed ossa.
In questo caso la tecnica non si mostrava più in antitesi alla poesia ma diventava sua alleata. Un po’ come accadde per il treno: da mostro meccanico, nemico dei romantici, simbolo di un progresso cinico, ben presto assunse l’immagine bonacciona, quasi malinconica e decadente, di quel gigante buono che parte, arriva, sbuffa, fischia nella notte, e trasporta una infinità di storie segrete, misteriose, patetiche, ritmate da quel suo sussulto ferroso sulle rotaie.

Fascinoso e tremendo
Quasi per nèmesi, ad ogni tappa del progresso si teme, e ci si volta indietro per rimpiangere ciò che sta per essere superato e messo in disparte. Ma è proprio così anche per l’era già iniziata delle realtà virtuali?
All’inizio del secolo, Rudolf Otto riferiva al Sacro le due componenti di “fascino” e di “terrore”: compresenze che da una parte invitano ad entrare nel misterioso bosco dello sconosciuto e dall’altra trattengono per paura di qualche evento terrificante e imprevedibile. Così anche nel bosco delle realtà virtuali si sta facendo luce, si stanno scoprendo segreti che incoraggiano ad andare oltre e allo stesso tempo frenano ponendo forti interrogativi. Primo fra tutti quello che si chiede se questa raffinatissima tecnologia porta vantaggi e no alla convivenza, alla pace, alla comunicazione e all’amore.

Come l’antibiotico
Hanno certamente un’ambiguità di fondo, simili ricerche. Come l’antibiotico si dovrebbe assumere in casi di emergenza, così queste tecnologie virtuosissime e sofisticatissime non dovrebbero diventare modelli di vita, ma – casomai – dovrebbero essere impiegate nei casi estremi in cui non sia possibile salvare una vita naturalmente oppure nei giochi virtuosi (e inutili) che allenano l’intelligenza.
Ma chi potrà essere l’arbitro che delimita questi confini?
Una volta entrati, infatti, in questo ordine di idee, tutto ciò che è possibile diventa lecito, e la macchina del progresso procede a testa alta e senza dubbi.
Tutta la realtà è trasformabile: questa verità antichissima e affascinante perde il suo senso profondo allorchè l’uomo dà corpo alla sua immaginazione abbandonando il proprio corpo e “manipolando” solo mentalmente “realtà” del suo pensiero che si realizzano.
In altre parole, l’uomo si accorge di “costruire”, “distruggere” e “trasformare” tutto ciò che pensa, e senza muovere un dito (o meglio: muovendo magari soltanto un dito). Così si rende conto che, indossando una tuta, può simulare un volo, può entrare nel vivo di una partita di calcio e stravolgere il corso del gioco; infilandosi dei guanti può compiere un’operazione chirurgica a mille chilometri di distanza, e può persino distruggere un’intera città standosene in poltrona a sorseggiare un caffè o può “far l’amore” con un partner ricostruito a suo piacere nel video del computer.

Quando il sesso è virtuale
Sono stati il tedesco Sthal Stensell e l’americano Kirk Woolford a progettare il sesso per i disabili, espedienti virtuali che danno l’illusione di un partner in carne ed ossa. Possono essere appunto questi i casi limite in cui la “virtualità” diventa accettabile, purchè vista come emergenza, come alternativa di sopravvivenza, non certo come nuovo modello di erotismo, dal momento che “è stato dimostrato che fra una scossa ed una emozione vi è un abisso, e che gli orgasmi non sono tutti uguali”.
Sicchè “il sesso virtuale fa cilecca” anche per i visitatori più curiosi del Festival “Erotica” apertosi a Bologna. Ma non occorre che questo venga sottolineato dalla stampa (Massimo Cutò su “Il Resto del Carlino” 8/5/1994; Tiziana Abate su “la Voce” 8/5/1994); basti pensare che la vista su cui regge la costruzione della R.V. non può supplire anche il tatto, il gusto, l’olfatto…, e quel tipo di visione, che “fa tutto da sè”, congela le nostre legittime fantasie erotiche. A meno che…
A meno che non si stia già ipotizzando la telepresenza totale: è stato il californiano Jaron Lanier fondatore della Visual Programming Language, che, con guanto e casco e tuta, propone di immergersi fisicamente con tutto il corpo e interagire con quel tipo di “realtà” per modificarla e ricostruire “rapporti autentici”. Ed ecco che a dieci anni di distanza ora si pensa a mettere in opera quell’utopia riattivando artificialmente tutti cinque i sensi. Si cerca, insomma, con ogni mezzo retorico di sostenere che “la relazione che si instaura tra gli utenti (come stona questa parola riferita a due che fanno l’amore!) ricrei un comportamento sociale simile al nostro ma con una maggior consapevolezza nei dettagli e una sensibilità più acuta nei confronti dell’altra persona”.

“Come se in corpo avesse l’amore”
È sintomatico che in una recente intervista rilasciata ad un meeting sulle intelligenze artificiali, Myron Krueger trovi finalmente il coraggio di affermare che “la realtà artificiale non è una tecnologia ma un’idea”. È proprio su questo inquietante presupposto che si profila davanti in un ravvicinato futuro la bramata aspirazione di una sostituzione dell’uomo totalmente umano con l'”uomo totalmente tecnologico”. Si riprodurranno “per simulazione” non solo i sensi ma anche le emozioni, i sentimenti, la creatività, i rapporti con la natura, con il tempo.
Se avrà esistenza il computer ideale sarà quello “in grado di percepire il corpo umano, ascoltarne la voce e rispondere comunicando attraverso i cinque sensi e persino di ricostruirne la psiche: potrà diventare insomma quel prolungamento del corpo che gli etologi hanno visto nella specializzazione di alcuni arti degli animali e gli antropologi hanno visto nell’intelligenza umana. Sicchè la tecnologia del video potrebbe rappresentare un ulteriore (estremo) prolungamento della nostra intelligenza tale da essere in grado di realizzare enormemente le potenzialità espressive umane. Tutto dunque enormemente amplificato: orgasmi più prolungati, intercettazioni più veloci, distanze astronomiche raggiungibili in tempo zero, grandezze incommensurabili e individuazione infinitesimale di microparticelle, abissi profondi, altezze impensabili, clonazioni di viventi identici, “video-manipolazioni” di corpi già esistenti “entrando fisicamente nelle progettazioni”, come propone Warren Robinett (Carolina). Si ritorna paradossalmente ancora al videotattile di MecLuhan, o si procede verso il suo villaggio globale?
Siamo qui al polo opposto dell’aforisma marxiano dei Lineamenti di economia, per cui la macchina era percepita “come se in corpo avesse l’amore” essendo sempre sul punto di riappropriarsi dell’umanità dell’uomo. Con le realtà virtuali è invece l’uomo, terrorizzato e affascinato di sentirsi sempre più macchina, a proiettare davanti a sè modelli esemplari della sua potenza creativa, un corpo d’amore piuttosto rappresentato che vissuto, più spiato che goduto, più visto che sentito.
È vero, “indossando indumenti computerizzati, è possibile immergere tutto il corpo nello spazio artificiale” (Maria Grazia Mattei su “Sole 24 Ore” del 21/4/1991, Novelli demiunghi delle virtù virtuali, p. 30); ma è possibile proprio e soltanto perchè esiste già una cultura della predisposizione a “spogliarsi” del tempo naturale e del naturale umano per “indossare” l’artificio. tutto questo è affascinante, ma crea una spossante solitudine.
La stessa solitudine avvertita da Rosanna Santonocito – come commenta in Quattro passi dentro il videogame, su “Sole 24 Ore” del 21/4/1991 -: è comunque “un mondo a 360 gradi che si può osservare da punti di vista diversi, anche girando la testa e ruotando se stessi; ma si ha la percezione non proprio gradevole di un mondo alieno e un po’ inquietante, che non incoraggia a restare”.
Come dire: lo spettacolo è finito, ora si torna a casa, alla casa delle nostre abitudini e al nostro vecchio modo di far l’amore.

4. Un abito per l’identità

di Cesare Padovani

Rivelo subito le due letture d’appoggio da cui parto per “vestire” queste mie riflessioni sui rapporti tra moda e handicap. Si tratta di due classici: “Miti d’oggi” di Roland Barthes e “Il cotto e il crudo” di Claude Lévi-Strauss, tenuti insieme da altre leggere imbastiture quali “La metafora della pubblicità” di Alberto Abruzzese nonché da cerniere “di moda”, fin troppo utilizzate, che partono dai sillogismi di Aristotele per arrivare fino al “significante” di Fernand de Saussure.

Confondersi ed emergere
Come uno stilista, pertanto, ho steso sul tavolo da lavoro i miei strumenti; ora devo fare i conti col soggetto, un soggetto a dire il vero esigente che pretende un abito speciale. Si tratta di un “cliente” che vuole ottenere due risultati dallo stesso suo corpo: apparire, in quanto soggetto portatore di un comportamento insolito che non intende negare le proprie caratteristiche, e al tempo stesso mimetizzarsi, in quanto soggetto desideroso di essere a proprio agio tra gli altri, per non sentirsi escluso, per comunicare meglio. In effetti, confondersi ed emergere allo stesso tempo è un’aspirazione abbastanza generale ed è una conquista non certo facile da raggiungere, ma diventa operazione complessa nei casi in cui il corpo o il comportamento della persona non abbia una notevole malleabilità.
La parte “socializzante” di noi tutti ci spinge ad adottare segnali (D. Morris, “L’uomo e i suoi gesti”), anche minimi, “graditi” agli altri: può essere un foulard colorato in occasione di una festa oppure una tuta da ginnastica per un incontro in palestra, un distintivo adatto a quella precisa circostanza. Al di là della funzionalità, spesso si adottano, nell’abbigliamento, comportamenti non sempre legati ad un vantaggio pratico: comportamenti che stanno ad indicare un messaggio, più legati ad una ritualità, o necessitati da un momento d’appartenenza ad un clima culturale preciso, anche se provvisorio.
Così è abbastanza frequente nelle località sciistiche di montagna vedere al ristorante distinte persone camminare in maniera impacciatissima a causa degli scarponi rigidi che si preferisce non togliere per mantenere una evidente immagine prolungata di quell’esercizio sportivo anche oltre i campi da sci. Questi momenti di camminate ortopediche diventano “d’obbligo” in certi ambienti, dal momento che assecondano le immagini che ci vengono fornite dalla cultura (I. Calvino), mentre diventano oggetto di “visione anomala” o sconcertante se utilizzati da chi è costretto nella scelta di una necessità deambulatoria.
In tal senso la scelta di un abbigliamento eccentrico rispetto all’uniforme del quotidiano diventa ugualmente norma mimetica nei casi appunto in cui si voglia ottenere un riconoscimento di ruoli e funzioni, oppure per offrire uno spettacolo
eccezionale, e piacevole,. come nelle sfilate di moda, dove chi guarda è lì apposta per aspettarsi una “diversità” estetica, anche eccentrica, fuori dal consueto; mentre qualsiasi forma (seppur minima) di trasgressione rispetto all’uniforme del quotidiano, che sia condizionata però da necessità (come una sedia rotelle, un paio di scarpe ortopediche, oppure un guanto o un bastone), diventa immediatamente “visione turbante”.

Visione turbante
Qui evidentemente scattano grovigli di emozioni, con varianti che vanno dalla pietà al disgusto alla paura, le quali investono il profondo della nostra sfera pulsionale. Quale possibile condizione per sé, l’anomalia è vista come in uno specchio e viene quindi silenziosamente temuta. La si evita o la si cataloga quasi per autodifesa, non tanto per quello che si condivide con chi la porta quanto piuttosto per quello che si suppone possa rappresentare il suo “danno”. La rapida lettura esteriore conduce in effetti a denotare un’intera esistenza: attraverso quell’abito che suggerisce quel comportamento.
Quel preciso segnale quindi è sintomo di qualcosa che ne prova l’esistenza, la sostanza, il tutto.
Ecco allora che benessere e malessere, realizzazione e perdita, salute e malattia, autonomia e bisogno, vengono “decifrati” attraverso le loro più immediate rappresentazioni, attraverso appunto l’abito. Un abito possibilmente indossato con disinvoltura…
Se è popolarmente vero che “l’abito non fa il monaco”, è altrettanto realistico supporre che ogni monaco si costruisca il proprio abito, secondo le circostanze, perché egli sa di non sfuggire ad una determinata cultura dello sguardo. Sembra giustificata, allora, l’iniziativa di alcuni stilisti di “vestire alla moda” anche la persona con un comportamento trasgressivo o non docile ai modelli estetici consolidati. Ma “come?” è ‘interrogativo inevitabile. Evidenziando e quindi valorizzando l’immagine inconsueta, oppure mascherando, coprendo i “difetti” con addobbi, con forme plasmate ad hoc per contribuire alla mimesi, a confondersi con gli altri costumi, con le omologazioni delle diversità?
Scrive Miriam Massari sulle pagine di Avvenimenti: “Detesto che sia la sedia a decidere come devo vestirmi… Inoltre non potendo più cambiare posizione col corpo, voglio cambiare l’abito, il modello, le stoffe e i colori”. È questa una reazione vivacissima e creativa, che non ha niente a che tare con l’aspirazione imprenditoriale di produrre una “moda nella moda”, o, per usare una definizione pedagogica, una moda “differenziata”: parte piuttosto da un forte desiderio di
richiesta di identità, che pur accettando l’irreversibilità del destino (o della condizione necessitata) gioca con lui mascherandolo, lo trasforma, per aprirlo così a un possibile dialogo, ad una domanda insoddisfatta ma autentica, sfiorando persino l’ironia. Anche in questo caso, l’elemento effimero si contrappone a segno indelebile (per dirla con Omar Calabrese), e l’immagine duratura nel tempo – che è l’eternità del soggetto – si veste del provvisorio.

Il grido dell’abito
Esiste allora un grido rappresentato da un abito in grado di raccogliere, seppure per un tempo limitato, le tracce di una persona, della sua identità sommersa?
Non è certo l’abito indossato da Antonietta Laterza, anche se dichiara con comprensibile orgoglio di essere l’unica cantante-donna in Italia, e forse nel mondo, che sale un palcoscenico sopra una sedia a rotelle (Repubblica, 14/4/1993). Questo l’ha fatto dieci anni or sono anche la soubrette Donna Summer spinta su una sedia a rotelle fino all’entrata di un famoso teatro di New York, con un marchingegno pubblicitario ben più machiavellico (stavo per scrivere andreottiano). La notizia fu riportata dalla rivista Gli Altri (intento era quello di scioccare il grande pubblico con la sconcertante visione dell’handicap costruito artificialmente. Durante il tragitto gli sguardi dei fan esploravano due campi semiotici (o due zone di segni) antitetici: quello superiore, vincente, erotico, che mostrava la prorompenza del seno, la voluttuosità della spalle, la sensualità del viso; e quello interiore, perdente, negato, che non mostrava altro che una coperta quale segno di pudore di fronte a rifiuto. L’uno esaltava e l’altro avviliva: era la stessa donna, era la stessa persona che, spezzata in due, mandava due messaggi contrari; ma era anche la stessa persona che, così spezzata, si contrapponeva al ricordo della sua interezza perduta. Quand’ecco, a pochi metri dal palcoscenico, l’inatteso stupefacente: la soubrette Donna Summer scatta in piedi, allontana da sé la sedia a rotelle, getta via la coperta e, mostrando le fragranze delle sue nudità, dà il via alla sua danza. Gli sguardi, così, hanno avuto la restaurazione delle loro certezze: miracolosamente ogni parte s’è ricomposta nel tutto armonico di Donna Summer, e lo stesso abito che portava prima si è riempito di un portamento che gli spettava, il corpo tutt’intero.

Quando siamo interi
A questo punto la domanda fondamentale è un’altra: quand’è che siamo interi?
In termini di abito in senso lato, siamo interi quando i segni del nostro mostrarsi (vestiti compresi) giocano con “sintassi coerente” (Roland Barthes): possono sbizzarrirsi nei richiami, negli stili, nelle allusioni, nelle figure di invenzione, possono evidenziare un aspetto, un gesto corporeo, oppure porre in risalto la parte più eloquente di sé e possono anche provocare contrasti, come un foulard con una sedia a rotelle e come una “passeggiata meccanica” sul bagnasciuga del mare… purché sia fatto con prudenza, con sapiente dosaggio, con gusto.
Allora, con questa attenzione così alle dosi, all’esteriore e interiore, l’immagine che si offre di sé e le proprie emozioni si parleranno, provocando dialoghi di simpatia: così come il piacere dell’indumento intimo a contatto con la pelle rappresenterà il segreto pudore dei nostri pensieri, in sintonia con il vestito con cui ci mostriamo a chi invitiamo a banchetto del nostro dialogo. Lévi-Strauss parlerebbe di “eso-cucina”, una sorta di arrostita all’aperto, con sapori forti, alla quale s’invitano festosamente gli amici; ma questo presuppone sempre una “endo-cucina” contigua all’altra, più intima, riflessiva, di sapori delicati, di aromi tenui, di sussurri, di confidenze…
Non è sostenibile, pertanto, una moda per l’handicap; sarà meglio parlare di un modo d’essere: questo sì è autentico.
Occorre inventarlo.

Una storia di protesi

Se consideriamo il valore di alcune parole che nella loro etimologia pescano da radici comuni, protasi richiama immediatamente protesi. Da questa omofonia, non certo casuale, si parte sempre da un inizio, «inizio per», aprire in altre parole un cammino verso …e quindi punto d’appoggio o di riferimento, proposta.
Del resto, anche la parola «cultura» era ed è stata un tutt’uno con il concetto di «coltura» (da colere, raccogliere, coltivare). Il fatto che, in seguito, sia convenientemente scivolata a rappresentare la sovrastruttura per antonomasia, e quindi a staccarsi (opportunisticamente) dal concreto, questo porta a riflettere sui parallelismi tra l’uso delle parole istituzionali e le rappresentazioni delle strutture socio-economiche. Perciò, anche nel nostro caso, porta a riflettere su quel lato storico e culturale della protesi che, da posizione iniziale di riferimento, di apertura e probabilmente tesa verso un «per»…un messaggio, una comunicazione, sia stata spesso confusa con una specie di ortopedia formalistica, di xosture indotte e funzionali ad una esteticavigente.

LA CHIAVE DELLA RIABILITAZIONE

Riflettiamo ancora: appoggio per, e sottinteso comunicare. Questa è la chiave della riabilitazione. Quindi tutti gli appoggi, i sostegni possibili per espandere le interazioni e le interelazioni, per proporsi. Allora il corpo diventa una cassa di risonanza, un laboratorio vivente di espressioni. E’ il corpo comunque, a partire da qualsiasi stato si trovi. Nella storia della antropologia culturale, strumenti come le scarpe, ad esempio, hanno rappresentato le prime forme di ortopedia, di punto d’appoggio, di espediente per espandere le possibilità per utilizzare meglio il corpo in certe situazioni socio-ambientali (Il fatto che, da protezione, in seguito, la scarpa sia stata modificata e, attraverso la moda, divenuta parte dell’abbigliamento…fino al tacco a spillo, lontano dal punto d’appoggio, anche questo fa parte dell’evoluzione socio-culturale). La stessa cosa può essere per il bastone: un punto d’appoggio rudimentale per conquistare lo spazio, per spostarsi, per esplorare, per difendersi, per conoscere…

LE SOVRASTRUTTURE ORTOPEDICHE

E proprio con l’affinamento della «cultura» anche le sovrastrutture or-topediche sono diventate materia prima della tecnologia, allargandosi e assecondando le innumerevoli pi-grizie dell’intera popolazione: le sedie hanno messo ruote e motore, le scale sono diventate nastri scorrevoli, il testo scritto uni sequenza di immagini e ogni progetto logico è stato affidato a un transistor… Tutto questo, in termini generali, può rappresentare il progresso civile nel senso migliore del termine dove l’intelligenza è un prolungamento del corpo adattato all’ambiente e le realizzazioni tecnologiche le sue ortopedie, le sue riabilitazioni. Ma rappresenta anche un paradosso costantemente convivente al progresso: lo stesso mezzo o strumento di conquista di un territorio affettivo, creativo e conoscitivo può essere parimenti (o diventare) il pretesto per delegare agli altri, alle macchine, la responsabilità e l’impegno, e quindi la solidarietà, la comunicazione e le relazioni affettive; ed è proprio in questo caso che l’attrezzo aumenta le barriere e complica le interelazioni portando all’isolamento. Termini come autonomia, allora, si identificano con autarchia, soliloquio, monologo del corpo ,e del linguaggio.

ORWELL 1984

Orwell ha fatto parlare filosofi e linguisti riguardo ai suoi «futuri» possibili: l’aspetto più catastrofico della sua profezia sta nel rapporto inversamente proporzionale tra l’aumento mostruoso della realizzazioni tecnologiche e la riduzione al minimo del codice per comunicare, e qundi dei linguaggi espressivi (con ottanta lessemi si dovrebbe rappresentare l’intero universo possibile!). Orwell è ancora utopico? Non si tratta a questo punto di costruire tutti assieme una controcatastrofe: anche questo potrebbe aumentare il paradosso. E’ piuttosto realisticamente preferibile porsi come operatore ma anche come soggetto, costantemente in tensione, nell’attegiamento critico di lettore delle cose del mondo, non per attendere passivamente, non per constatare soltanto, non per prevedere lamentandosi, non per chiudersi in se stessi. Lettore delle cose del mondo per riabilitarsi, per vivere massimamente il sé, per migliorare la propria intelligenza corporea secondo un modello che non è esterno e prototipo ma è il nostro modello, il prototipo di ciascuno di noi, del rapporto armonico con noi stessi e col nostro territorio affettivo, della virtù che sta sempre latente nascosta o imprigionata e che può uscire, rivelarsi anche con la macchina, con l’ortopedia, con la riabilitazione, ma che soprattutto si rivela nella messa in moto (con o senza ortopedia, con o senza posture), delle qualità dell’essere, delle potenzialità espressive, in una parola, della comunicazione. E’ allora che il corpo si scuoterà dalla sua pigrizia, che si metterà in moto, che si appoggierà alla tecnologia ma per accelerare le sue fasi di apprendimento, che migliorerà ma per sé.

IL CORPO D’AMORE

Mi auguro che i tecnici, gli educatori, gli operatori sanitari possano indicare nuove vie di riabilitazione, nuove scoperte ortopediche, tecnologie più raffinate: ma che siano terapie nel significato di punto di partenza, proposta per, predisposizione alla comunicazione, punto di partenza per il racconto del proprio universo, protasi.
Allora non sarà più iniettare salute nel corpo, ma sarà il corpo che si riapproprierà della sua salute. Ai metodi classici (Domann, Bobath, Kabat, Woita, terapie muscolari, massaggi, ecc…) si succedono metodi più moderni (Gestalt, Mezieres, Tomatis, e le tecniche socializzanti con la natura quali la ippoterapia, idroterapia, ecc…oppure la riscoperta lacaniana dei rapporti corpo/parola); quelli possono essere integrati a questi, oppure ricerche integrative tendenti a fare emergere, a riscoprire le capacità inespresse della persona…
Tutto questo ha un enorme significato di ricerca di metodo, perché finalmente in ogni caso, anche il più grave, si da importanza alla capacità potenziale di comunicare dell’individuo. E questo è bene, è il meglio. Ora i conti devono essere fatti con l’operatore, con chi opera corpo a corpo, testimone e nello stesso tempo coinvolto. E’ l’operatore preparato e sensibile, aggiornato e colto, mediatore di una realtà che non è solo dell’altro ma anche sua. L’operatore che restituisce alla macchina il corpo d’amore, che dirige la tecnologia verso le innumerevoli protasi di ciascun individuo; ma che soprattutto abbia coscienza che la riabilitazione dell’altro non ha senso se non nello spirito della propria riabilitazione.

1. Il differente che vive

di Cesare Padovani

Vorrei cominciare così: “Datemi una bella maestra d’appoggio e vi solleverò il mondo…” Sarebbe ora di usare un po’ di ironia.
Nel parlare dell’handicap provo lo stesso fastidio, in termini capovolti, che ha la bella donna che vuole essere valorizzata per la sua intelligenza. Nel mio caso il desiderio è di essere valorizzato quale uomo. In fondo tutta la mia vita è stata una lotta nella difesa della mia dignità di uomo.
Ha ragione Pasolini quando nel ’53 mi scriveva:
“Bada che la tua posizione è pericolosissima non c’è niente di peggio di divenire subito della “mercé”. Se tu dipingi e scrivi poesie sul serio, per una ragione profonda e non solo per consolarti delle tue disavventure fisiche (o magari come dicono per ragioni terapeutiche), sii geloso di quello che fai, abbine uno assoluto pudore…”
Preferisco pertanto parlare della cultura della differenza. Definisco, per comodità linguistica, Handicappato la persona bisognosa di assistenza, che ha una struttura passiva del corpo e dell’esistenza, essere che va aiutato a sopravvivere.
Sopravvivendo a tutti costi, gli viene a mancare ogni possibilità di identità: non riesce nemmeno a iniziare il processo, appunto perché vive questa visione del mondo totalmente assistenziale e di dipendenza. Spesso gli altri, e propriole persone più vicine, contribuiscono a relegarlo nel suo ruolo di dipendenza: proprio perché in tal modo utilizzano il suo bisogno per valorizzare la loro capacità ad essere utili, e anche perché, generalmente, qualora l’handicappato esca dalla propria dipendenza e dal proprio ruolo, nonostante l’handicap, viene a sovvertire gli schemi esistenziali degli altri. Le tensioni corporee e demozionali della persona così relegata al proprio ruolo, sono costantemente rivolte ad ogni aspetto di identificazione (sociale, sessuale, comportamentale). Così che coprendo e uccidendo tutte le possibilità della propria diversità espressiva, rimane in continua attesa. A prescindere dal tipo di minorazione, il discorso vale anche per qualsiasi persona che non abbia raggiunto o che non sia dentro al processo per raggiungere una autonomia tale da garantire le proprie possibilità di comunicazione. In questa dimensione esistenziale, l’handicappato (come il non dotato che non vive l’armonia delle proprie caratteristiche) non ha una sessualità completa né una affettività rassicurante e questo quando:
a) la sua corporeità non è mai totalmente presente nel rapporto con sé e con gli altri.
b) Manca, in ciò, disponibilità di attesa in quanto gli manca l’abitudine alla tranquillità dei tempi di opportunità.
c) La sua economia affettiva rispecchia la sua economia corporea nel rapporto con lo spazio esterno: la sua psiche si struttura così sulle organizzazioni di uno spazio corporeo non organizzato. Questa è la storia della negazione della identità.
Definisco invece differente la persona, con handicap o no, che valorizza le proprie potenzialità nonostante le sue difficoltà, attuando veramente il processo di identità, in quanto ha coscientemente presente le proprie capacità espressive. Non sopravvive, ma vive e si scontra continuamente con le cecità della norma: vive o soccombe ma comunque è persona viva.
In questo senso il differente si contrappone a tutti gli handicappati, siano essi normodotati oppure no. Schematicamente, entrambi, l’handicappato che sopravvive e il differente che vive, hanno due storie culturali alle spalle: il primo quella dei grandi compromessi e sottomissioni mentre il secondo ha quella delle grandi scelte.
Il sopravivente, rassegnato, che non accetta le proprie diversità, dipendente, e con visione assistenziale dell’esistenza affonda l’antefatto della propria storia culturale nella figura dell’Edipo: non a caso il nostro secolo l’ha reso emblematico. Egli, come tutti i suoi discendenti handicappati, non ha mai accettato la propria diversità, si è accecato per sopravvivere, per non vedere e per non vedersi, ha rifiutato sia la Rupe Tarpea sia la lotta col proprio contesto sociale. Ha aperto così il grande ciclo dei venti: dai melodrammi alla cultura crepuscolare (Pascoli compreso) a tutte le macchine assistenziali, non ultima delle quali è senz’altro l’U.S.L.
L’altra faccia, quella della difesa della differenza, accettata per la quale si lotta garantendo la conquista dell’identità, ha costruito il proprio retroterra culturale sullo scontro: ne è emblema la Rupe Tarpea e la visione tragica dell’esistenza. Figure come Medea, Giovanna D’Arco e Pasolini, ne rappresentanola continuità. In queste figure, di diversi, non esiste l’ombra del compromesso entrano tutte nella densità esistenziale del vivere la propria vita.
Se ha ancora un senso parlare di “speranza”, questa vale per quelle persone la cui diversità è sommersa e per cui il processo di riconosciment odella propria identità è ancora lontano, ma possibile.

La cultura della differenza
Ma che cosa si è fatto per queste persone?
Nell’ultimo trentennio, la cultura della differenza ha mutato più volte la sua visione.
Negli anni sessanta, l’handicappato era considerato “migliore degli altri”, era addirittura esaltato (ricordo la pubblicità “Progresso”: loro sono migliori di noi). Gli anni settanta hanno segnato l’epoca dell’uguaglianza e dei diritti; in questo clima egalitario respiriamo ancora la tendenza, come se i problemi esistenziali, l’affetto, la comunicazione, la sessualità, il senso della vita fossero risolvibili con il diritto, la legge e il dibattito. Solo recentemente sta affiorando un senso nuovo di questa tendenza anche se non è ancora diventata cultura: è quello per cui l’attenzione e il problema non riguardano questa o quella persona, l’handicappato o il non handicappato, ma riguardano il rapporto tra persone diverse, comunque differenti tra loro con differenze evidenti e scoperte e condifferenze nascoste o non emerse. Questo senso più nuovo e più autentico offre una visione nuova dei rapporti interpersonali, offre un maggior distacco dalle situazioni, e volendo raggiunge l’ironia. L’interesse culturale a queste problematiche mi è servito a non viverlo solo in quanto calato dentro, ma ad analizzarlo come problematica che riguarda anche altri, e perciò con maggior serenità, talvolta con ironia. A volte forse si parla troppo di questi problemi, quasi ci fosse il bisogno di esorcizzarli.
Infatti parlare di queste comunicazioni profonde, come la sessualità, è come voler puntare gli occhi su una stella rara si rischia di non vederla o di perderla. Meglio esplorare l’universo attorno, la fetta di cielo che comprende quel clima di comunicazione, per gustarne la bellezza. Ma per questo occorre quella rara capacità di entrare nell’autenticità dell’altra persona.
Così, avvicinandosi e scoprendo le diversità degli altri, si impara a conoscere e a gustare la ricchezza delle proprie diversità riscoperte.
L’abitudine alla cultura dell’handicap è oggi un contributo all’allargamento dell’orizzonte della sensibilità umana sulle differenze.
Questo anche in prospettiva di tutto ciò che la vita può riservare ad ognuno di noi: chiunque può da un momento all’altro ritrovarsi handicappato fisico o psichico.
Il gioco delle differenze, dei moti imprevedibili, delle metafore che sono proprie della poesia verrebbero a perdere il loro valore qualora mancasse una disponibilità anche culturale al gusto della ricerca delle varianti espressive. Accettando il dramma della diversità si accetta anche la poesia della vita.

T come terapia

di Cesare Padovani

Di frequente passo davanti al mio elettrauto per dargli un saluto: “tutto a posto?” “tutto a posto come un orologio!” Le prime volte si meravigliava, perché è sua abitudine pensare che chi si ferma lo fa per un guasto alla parte elettrica del motore; ma ora lo sa, non si meraviglia più, anzi approfitta per ulteriori consigli: “evita di caricare il motore con troppi giri..ogni tanto dagli respiro…”. La stessa cosa mi succede con il medico. Legato d’amicizia per anni col vecchio medico di famiglia, con lui ho fatto molto spesso chiacchierate più sul mio stato di benessere che sugli eventuali acciacchi: si parlava volentieri, con curiosità culturale oltreché per interesse del proprio stato fisico, Sui vari modi di mantenersi in forma, sulle sregolatezze pericolose e su quelle “sane” sregolatezze (sopportabili) che, come il formaggio sui maccheroni, ti fanno gustare il sapore della vita.

In questi casi, c’è un’alleanza, un’intesa tra medico e cliente (perché poi “cliente”?), un nonsochè di complotto silenzioso che risale ai tempi della Grecia antica quando Esclepio ed Ippocrate fissavano la loro etica medica raccomandando a colleghi e discepoli di aver cura “dell’intera persona” che ti sta davanti e ti chiede aiuto. Se dunque qualsiasi forma di svantaggio, o qualsiasi tipo di malattia, tende ad emarginare la persona colpita, il medico e il therapeuta assumono un importante ruolo di “recupero” non solo clinico ma anche sociale. Epidauro, la grande clinicadell’antichità, è famosa solo per il maestoso teatro. In una conca naturale, coronata da colline, i suoi resti danno una chiara immagine del significato di terapia praticata da Esclepio: oltre al reparto di chirurgia, c’erano le acque  salubri, il teatro per ricreare lo spirito, camminamenti ombrosi per le conversazioni, lo stadio, il tempio per meditare, ed ancora rimangono leggibili frasi scolpite sui frontoni quali quella socratica del CONOSCI TE STESSO. Insomma un autentico modo di tenere conto della persona tutta intera, quando si ha a che fare con la salute; proprio come vuole la lontana radice della parola”terapia”.
Terapia, infatti, deriva dalla voce greca “therapeùo”, troppofrettolosamente tradotta con “io curo”, e vale invece per “io valorizzo”: proposito assai più completo che cerca di far emergere (quasi un atto educativo) le migliori potenzialità di una persona. Alla luce di questa visione medica, recente ma antichissima, “malattia” non è più polo contrapposto a “salute” ma stato in cui la persona si allontana da quell’equilibrio che è propriamente suo, momento critico in cui deve rimettere in moto tutte le proprie risorse comprese le forze dello spirito, della psiche, strettamente collegate alle energie del fisico. Pertanto terapia,è più da considerarsi quale risveglio di risorse che si hanno già dentro anziché come intervento esterno che si sostituisce alle energie del corpo. Questi principi avanzano nelle pratiche terapeutiche già da alcuni anni, a volte in modo rigoroso e sovvertitore (come nelle proposte dell’antipsichiatria) ma a volte in modo scomposto a causa di impennate misticheggianti di alcune “filosofie della cura”, sull’onda delle mode orientali, che portano discredito nelle ricerche più serie e più valide. Come distinguere, allora, le pratiche credibili dalle “stregonerie”, gli esercizi che coinvolgono la globalità corporea (fisico mente e psiche) da quelli che sconfinano nelle fatture (con tutto il rispetto per l’arte mantica)? La cartina di tornasole può essere offerta dagli effetti: effetti che devonocoinvolgere la persona intera, senza essere momentanei o provvisori, senza essere palliativi, sostitutivi effimeri, pezze da restauro ma tali da rigenerare le risorse, anche sommerse, che mettono in moto energie già presenti nel nostro corpo e di cui spesso non si ha coscienza di avere. E se anche la Città potesse diventare una rinnovata Epidauro, dove, una volta usciti dalla palestra (o dalla dieta o dagli esercizi respiratori o dalla sauna o dai massaggi…) ci si trova nella creatività dei dialoghi, nei luoghi di incontro sani, per confrontarci, riflettere meditare, litigare, progettare, far l’amore, gustare la buona tavola, lavorare, riposare, ascoltare, respirare?…

Omeopatia di Socrate
Quale potrebbe essere allora una filosofia della pratica terapeutica? Elogiare troppo il passato è rischioso soprattutto perché si corre il pericolo di vedere i nostri Antichi sempre migliori di noi in tutto e per tutto, e questo potrebbe incoraggiare il disimpegno. L’atteggiamento è frequente anche per molti antropologi i quali, più per intuito e magari scavalcando a pie pari LeviStrauss, si commuovono di fronte ad aborigeni “incorrotti” dell’Australia senza vederne gli aspetti repressivi. Inoltre è di moda da un paio di decenni la simpatia per l’Oriente: qui, dall’India al Pakistan, dalGange a Bali, è tutto “in”, miseria, droga, massaggi tailandesi esantoni compresi.
L’erba sembra, quindi, essere migliore non solo quella dell’orto del vicino che ci “sta accanto” nel tempo, ma anche quella dell’orto del lontano progenitore che ci sta alle spalle, dei nostri antenati mediterranei. Diffidare, quindi, e prendere le dovute distanze dal modo di vivere dei nostri vicini e lontani parenti, è cosa saggia; ma nel caso di certi principi terapeutici c’è ancora da cavarsi il cappello. Dagli lonii ad esempio, per i quali filosofia medicina ed arte era un tutt’uno, c’è molto da imparare. Già dalla fine del II millennio a.C. (3000 anni fa!) abbiamo notizie di come intendevano la medicina: lo iatros (il medico) curava in modo terapeutico con il dialogo e col farmaco. È interessante a questo punto sapere i due significati antitetici e complementari di phàr-makos: vale sia per veleno che per medicina, come era ineffetti la pratica di allora per curare la maggior parte delle infezioni, qui, l’omeopatia sembra di casa, anche se il vocabolo è stato usato per la prima volta nel sec. XVIII: in quanto l’antidoto al morbo consisteva nella somministrazione di dosi dello stesso morbo (o simile) affinchè il corpo (unione di soma e di psiche) reagisse attraverso la messa in moto delle proprie risorse interne, le quali, in tal modo, avrebbero aggredito e combattuto l’affezione subentrata. Del famoso episodio di Telefo, re di Misia, coinvolto nella guerra di Troia, non ne parla solo Omero (Iliade, XVI, 140), ma anche Igino nelle sue Favole (101) e Plinio nella sua Storia naturale (XXV, 19): il guerriero, dapprima ferito dalla lancia di Achille, poi -per intercessione di Agamennone- viene curato dallo stesso Eroe con polvere di ruggine messa sulla piaga e quindi con impacchi ricavati da quel fiore acido che dai botanici verrà chiamato Achillea. C’è chi sostiene che questo modo di curare sia stato insegnato ad Achille da Athena, c’è chi sostiene dal suo maestro Chirone, eredità certo più credibile dal momento che la Thessalia ha dato i natali ad illustri medici quali Esdepio…
Una pratica non diversa sarà usata poi da Socrate nei confronti di discepoli “ammalati” di convinzioni comuni: iniettando infatti dosi progressive di paradossi delle convinzioni stesse, innescava in loro quei vigorosi meccanismi del dubbio che poi avrebbero debellato le convinzioni comuni…Attraverso la lente etimologica, omeopatia è composta da omeo- (“omoios” in greco uguale) e patìa(“pascho” in greco soffro); ma diventa curioso conoscere come “patìa”sia collegata anche al verbo “pateo” che contiene significaticomplementari alla sofferenza, quali camminare, andare e venire, andare intorno…e pertanto suggerisce un riflettere o meditare tra sé e sé pertrovare la risorsa onde uscire dal guaio. Chissà se può funzionare un modo omeopatico di vivere in Città? Ad esempio, per combattere l’inquinamento ideologico (del tutto va bene) affrontare spesso i temi delle ideologie; per respingere ignoranza stupidità e pregiudizi, morbi costantemente in agguato, aprire pubbliche “somministrazioni” di dibattiti sulla stupidità e sull’ignoranza; e così per premunirsi dal virus del “luoghi comuni”del tipo mare pulito…fare ogni tanto un tuffo in mare.
Nei giorni seguenti le elezioni, per esempio, polemiche a dir il vero allopatiche hanno sparato a zero senza tener conto del contributo dell’altro, delle eventuali energie nuove all’interno del proprio territorio comunicativo; ci si comporta come con l’antibiotico: due pastiglie e via la febbre…ma con una spossatezza interna disastrosa, irrecuperabile! Gliinterventi dei “medici” della politica ufficiale procedono, ormai lontanissimi da Socrate, con confezioni antibiotiche come se niente fosse, comese i corpi della società dovessero solo sfebbrarsi…E così facendo, come si suoi dire, buttano via il bambino con l’acqua sporca! Ha ragione allora J. Bondei quando, in una recente conferenza sulle politiche degli ultimi 200 anni, osserva quanto siano retrocessi, da una pratica politica lungimirante proiettata verso il futuro per il bene comunque della polis, ad una pratica che ricorda le monarchie assolute per cui vale solo questo presente, con questepersone da tener in piedi ad ogni costo, sennò…Dopo di noi il diluvio! E magari senza quella salutare febbre da cavallo!

I come invalido

di Cesare Padovani

Perché un vocabolario che raccolga le voci sull’emarginazione?
Penso che questo possa avere, come giudizio immediato, due utilità:
A) quella di far riflettere sul peso che una parola-chiave (come per esempio Handicap) può avere sia per chi la pronuncia in quanto soggetto compartecipe al diritti del sociale, sia per chi la pronuncia in quanto delegato di un apparato sociale.
B) quella di entrare nei meccanismi dei controlli dell’informazione che, attraverso precisi codici, riescono a controllare l’opinione pubblica allo scopo di ottenere consensi; e tutto questo con un abilissimo equilibrio che riesce a non procurar crisi ai committenti, cioè ai centri di potere.

Per portare un esempio, uno dei tanti, la definizione portatore di handicap puòsembrare innocente, addirittura rispettosa nei confronti di soggetti colpiti o nel fisico o nella mente o in entrambi. In effetti quando un’istituzione inventa una nuova definizione, per denominare una figura verso cui una certa opinione pubblica cambia atteggiamento, intende con questo modificare l’ordine delle specificità per riassestare un nuovo equilibrio e così tirare avanti senza sconvolgimenti. Come il Ministro della Guerra si è trasformato in Ministro della Difesa (molto più adatto alle garanzie del pacifismo), così il vocabolo svantaggiato, quale calco sul termine inglese handicap (ibrido incrocio tra regole ippiche e sociometria americana), è stato via via rimpiazzato da portatore d’handicap, con i relativi vantaggi: eufemisticamente per “chi lo porta” fa comodo in quanto è convinto (grazie ad Aristotele) che il suo svantaggio sia un “accidente” provvisorio e non una “sostanza” che
convive con la propria personalità, la propria visione del mondo, e che pertanto egli può “depositarlo” tutte le volte che “ce la fa”; ma diventa realmente comodo per chi lo definisce, non solo perché sa che la formula è convincente per il soggetto “portatore” (che appunto per questo si convince di portare e deporre il suo handicap con disinvoltura) ma soprattutto perché può stabilire -secondo i parametri di quel sistema di poteri egemoni che difende- quando e quante volte e in che misura il soggetto portatore di handicap depone il suo fardello, se ne libera, corre come gli altri, pensa come gli altri, si riscatta, come nella favola di Collodi per correre tra le braccia di Geppetto, finalmente normale…
Dunque perché questo vocabolario di riflessione? Come prospettiva a lungo termine non prevedo certo che possa diventare uno strumento di capovolgimento dei rapporti di potere; né si ha la pretesa di porre in crisi un sistema; casomai la sua efficacia più prossima potrebbe verificarsi in una maggior attenzione (e quindi maggior consapevolezza) con cui ci si definisce rispetto a sé stessi, all’altro, rispetto alle Istituzioni, rispetto ai centri di potere. E questo non è poco. Inoltre potrebbe avere effetti anche sul modo con cui le Istituzioni definiscono l’utente, il cittadino, l’emarginato. Il che potrebbe influire sull’informazione, sui comportamenti, sulla crescita di una maggiore coscienza critica, sulla consapevolezza che di fronte si ha una persona consapevole e non un essere puramente biologico da zittire, sul modo di ascoltare e di rapportarsi, sul modo di informare l’opinione pubblica. E questo non è poco. Anche perché, per dirla con Abramo Lincoln, nessuno può imbrogliare tutti per sempre…

Quando il vecchio diventa anziano
“Ogni ritratto dipinto con passione è il ritratto dell’artista, non del modello. Il modello non è che il pretesto, l’occasione.”
(Oscar Wilde, II ritratto di Dorian Gray)

Se è vero che quando una lingua cambia la propria struttura è sintomo che nella società stanno pure cambiando i rapporti con le varie organizzazioni del potere (Gramsci, Rossi-Landi), è altresì vero che le ascelle entro cui infilare il termometro sono i vocaboliche definiscono le Istituzioni (Benveniste), come può essere Diritto, Governo, Democrazia, Famiglia, Assistenza, ecc. Certo che una delle ascelle (o bocche) più sensibili alle temperature sociopoli-tìche è quella che riguarda l’individuo ( o gruppi di individui) fuori dalle organizzazioni dei poteri; e per “potere”, negli attuali sistemi sociali, s’intende competenze egemoni (come può essere l’informazione) e quindi meccanismi assai fontani e assai più complessi rispetto ai vecchi concetti di classe (Max Weber, Karl Popper).
Le organizzazioni quindi di queste forme di poteri egemoni (tecnologici, polizieschi, burocratici, partitici, economici e religiosi, nonché centri di potere sul controllo dell’informazione, mass-media, e le rispettive sedi di autoproduzione o amplificazione involontaria, come può essere la famiglia…) trovano nuove opportunità o adottano nuove strategie per il consenso quando cambiano vocabolo per definire ufficialmente un individuo o una categoria fuori da quel loro sistema, sia con l’intenzione di “recupero” ad un tipo d’inserimento sia con l’intenzione di una definitiva espulsione. Così, per esempio, il vecchio (denominazione prestigiosa quando i nonni avevano una funzione): dopo una rapida e traumatica espulsione da qualsiasi competenza(più rassicurante se recepita come “inevitabile circostanza” del progresso), in questi ultimi quaranta anni il sociale ha fatto credere quanto sia degradante la voce Vecchio, per rimpiazzarla con nuove forme di riconoscimento più o meno assistenzialistiche. Ecco allora il Vecchio diventa anziano o di terza età odell’età d’oro, a seconda che convenga che il nonnino o la nonnina resti per anni a letto in ospedale o giochi a fare il vigile all’uscita delle scuole o racconti le favole e faccia la gita sociale due volte all’anno oppure (rari casi) giochi a canasta in pensionati di mediolusso… purché restituisca l’immagine pubblica del tutto funzionante. Il vecchio quindi è inabile per eccellenza ed è per le presenti organizzazioni sociali, sempre più in-abile, vale a dire privo di quelle “abilità” che oggisono richieste dai mercati dell’economia o delle comunicazioni di massa (la TV lo sostituisce pensino con le favole, con l’esperienza e sostituisce il suo buonsenso con il terribile “senso comune”). È preferibile pertanto emarginarlo,assistendolo, che restituirgli una competenza, una abilità, una dignità. Al polo opposto sta il bambino, pure inabile, ma potenzialmente sempre più “abile” rispetto ai valori egemoni che regolano questi sistemi sociali, sempre a pattoperò che riesca durante il suo curricolo ad inserirsi in questi tipi di “abilità”. La donna, antropologicamente (o meglio andrologicamente) a sostegno (o a restauro?) dì queste abilità richieste, ha un tipo di in-abilità sui generis, come se fosse una ‘portatrice provvisoria di han-dicap’:cessamomentaneamentediessere ‘non abile’ tutte le volte che sostituisce degnamente l’uomo oppure lo sostiene (lo restaura o lo ristora: che in greco vale per rimettere un nuovo palo di sostegno).
E in mezzo a tutta questa gamma di “non abilità” si trovano (solo in Europa) 30 milioni di handicappati, come da un acuto resoconto di Miriam Massari sulla rivista di “Avvenimenti”: 30 milioni di non recuperabili, i quali non hanno né la prospettivadi disfarsi del marchio delle inabilità, né la scusante umanitaria della vecchiaia.
Questi 30 milioni hanno una incompetenza di fondo, strutturale: non per attributo come per le donne, né per accidente naturale come per bambini e vecchi, ma per sostanza. E questa esclusione dalle competenze ha il suo peso solo in quanto possibilità di riciclaggio sociale attraverso le potenti industrie assistenziali: unica forma di riutilizzazione appunto di quantità sempre maggiori di persone “non valide”. Quindi, paradossalmente, anche questi 30 milioni partecipano al Grande Mercato, ma cerne merce passiva (non deperibile) per i business degli investimenti della spesa pubblica o come oggetto di comunicazione nelle costruzioni dei consensi, ma mai come protagonisti d’investimenti, di messaggi, d’impiego di risorse.
Solo a questo patto può reggere la presente logica su cui sopravvivono i meccanismi di questo ventaglio di poteri. “È significativo che nessun paese dichiari di spendere più per l’integrazione sociale di disabili che per la loro segregazione e nemmeno somme equivalenti per le due cose” afferma R. Belli della Presidenza Aias in un recente congresso europeo. Forme di assistenzialismo emarginante che diventano comunque segregazioni di fatto, traducibili, secondo la convenienza, ora in “recupero” ora in “inserimento” delle persone non-abili. Ma l’invalido allora chi è, come si colloca rispetto all’inabile, al disabile, all’handicappato?
Restituire le abilità all’inabile (privato delle abilità) o al disabile (escluso dalle abilità) potrebbe al limite anche essere possibile: infatti questi epiteti si associano con più disinvoltura alla gamma dei recuperi. E così vale ormai universalmente per la voce “handicappato”, ovvero lo “svantaggiato” (vocabolo onnicomprensivo, caro a quella sociologia americana che classifica gli emarginati, lacui integrazione Oevemiann ha definito “operazione di compenso” e che io ho siglato come “fleboclisi”). Ciò nonostante in alcuni casi, o per convenienza o per distrazione o per scommessa politica (che porta voti), all’handicappato si può riconoscere una certa “dignità” o validità sociale, ed è allora che con i gay, i drogati o i negri acquista l’appellativo eufemistico di diverso, di colui cioè che devia il suo comportamento, che va da un altro verso. Si tratta comunque pur sempre di un riconoscimento moralistico che non ha alcuna intenzione di mettere in discussione quei poteri egemoni, pur aprendo una discussione in sedi “adeguate”.
Se restituire una certa dignità all’handicappato diventa per lo meno una questione di etica e di dibattito (a prescindere dal come se la restituisce), questo è assolutamente escluso per l’invalido, per il soggetto cioè che non possiede validità. L’invalido è, in termini linguistici, “chi è privo di salute”, ma in effetti s’innesta nella stessa radice di valore per significare “colui che non vale” e diventa immediatamente una definizione morale dal momento che, socialmente, l’invalido perde tutte te sue abilità in modo irreversibile. Invalido equivale ad essere biologicamente da assistere a essere nullo, tutt’al più idoneo a votare e basta. Nel trabucco della logica dell’invalidità, a suo tempo, c’è cascato anche l’invalido, e, come i pesci che chiedono disperatamente ossigeno, sopravvive nella grande rete ammucchiandosi in categorie giustificatorie: invalido (sì, ma) di guerra, invalido (sì, ma) del lavoro, invalido (sì, ma non è colpa mia, solo…) civile, invalido (sì, ma) parziale, invalido (sì, ma Grande Invalido e totale) al 100%…
Modalità flessibili nelle definizioni che, solo in apparenza, contraddicono alla classificazione definitoria di colui che non vale. L’invalido conviene in ogni caso che rimanga invalido, e il più, il meno, il totale o il relativo dipende dalla trattativa tra chi definisce l’invalidità e il soggetto definito invalido. Cosicché: trovata la parola trovato l’inganno!
Mentre si apre un’inchiesta per stabilire se a Napoli possano essere vere le 300.000 pensioni d’invalidità totale (la creatività di Pulcinella non ha limiti, fino a prefigurare una Città, una Nazione, un Mondo di invalidi pensionati), a Bologna 13 mila richieste di visita medica, per stabilire i gradidi “invalidità”, rimangono inevase. Les Invalides, che nel 1670 Luigi XIV riservò ad ospizio per reduci valorosi dalle guerre, è ora un museo.

D come diversità

di Cesare Padonvani con la collaborazione di Pierangela Pari

Piano, andiamo piano con questo abuso trionfale del diritto alla diversità.
Non desidero certo qui affrontare di petto un argomento antico quanto la  comunicazione, quanto le primissime forme di aggregazione, quanto la tribù…
Preferisco invece proporre alcune riflessioni sugli abusi culturali dell’antinomia uguaglianza/diversità’  e sulle sue contraddizioni reali e
apparenti.

Fino alla fine degli anni sessanta si è scoperto il diverso come simbolo eversivo contro una società repressiva: l’handicappato, l’omosessuale, il negro erano visti come i potenziali alleati del nuovo proletariato allargato a tutte le fasce degli sfruttati e degli esclusi. Negli anni settanta la forte cultura del diritto ha avuto il sopravvento sui climi precedenti: si è cercato infatti di razionalizzare le più dirompenti spinte innovative senza una adeguata “rilettura” dei nuovi rapporti insorti tra i bisogni e la nuova realtà esistente. Così si sono abbattute parecchie barriere (non solo infrastrutturali) nei confronti di una popolazione emarginata e “portatrice di valori” ma la si è lasciata allo sbaraglio: di qui i vari “inserimenti selvaggi” nelle strutture educative e le note “porte aperte” a tutti senza ambienti preparati a contenere e ad entrare in rapporto dialettico con le diversità. Da versanti cattolici – ma anche da apparati quali i mass media – avanzavano slogan del tipo “loro sono migliori di noi”, cosicché le leggi su inserimenti e integrazioni hanno avuto vaste aree di consenso per un nuovo tipo di emarginazione: l’assistenzialismo, con conseguenti foltissime speculazioni finanziarie sia nel campo del recupero che in quello del reinserimento. Di pari passo, ma in risposta sincronica, la criminalizzazione allargava indiscriminatamente la gamma dei “reati insopportabili”, con conseguenze paradossali che tutti conosciamo. Dalla legge 180 in poi, infatti (legge che ha aperto le porte alle istituzioni totali), subentra il fenomeno assai redditizio della diversificazione delle competenze assistenziali in risposta alla diversificazione dei tipi di emarginazione. Proliferano così le Comunità terapeutiche, certo ben poche degne di questo attributo, e si popolano le carceri o istituzioni paracarcerarie di “rei” per crimini sempre più legati al comportamento. Infatti all’ideologia dominante premeva – e preme – più correggere e punire il comportamento deviante che combattere la vera criminalità, causa alla fine anche delle catene di questi sottoprodotti! Se riflettiamo, qualsiasi forma di “pentitismo” (anche per crimini gravissimi come le stragi), è tenuta in considerazione, e spesso, in quanto garanzia di un “rientro” comportamentale, può far passare in second’ordine la gravita del reato. Solo da qualche anno si sta cominciando qua e là a cambiare atteggiamento culturale nei confronti della diversità e si stanno ridimensionando i “criteri d’intervento”, grazie anche a forti critiche provocate da voci autorevoli in campo scientifico e in campo politico. E la diversità diventa così un valore, allargandosi però talvolta indiscriminatamente a qualsiasi tipo, forma e atteggiamento di diverso modo di essere. Ma c’è anche qui il risvolto della medaglia.

Il diverso di moda
Chi è diverso, infatti, per la filosofia della produzione entra in una nuova classificazione: l’handicappato, l’omosessuale, il negro sono visti potenzialmente come elementi utili alla ricchezza, mentre chi non è visto come tale è escluso, ignorato, non esistente, un “accidente” antropologico nel sociale. Ecco allora che si scopre come il Negro in quanto portatore di esotismo ci diletti con i suoi ritmi, col jazz; come l’Omosses-suale in quanto portatore di sensibilità possa essere raffinato designer di alta moda; come l’Handicappato in quanto soggetto problematico diventi fiore all’occhiello per la scuola dove è inserito o per l’ufficio dove è stato assunto. Ma se questo può essere definito “un passo avanti”, chi non possiede queste genialità è assolutamente un “fuori gioco”, e ciò è peggiore del rifiuto, perché – come dice Eric Dardel – “..’. rifiutare un essere è ancora, in un certo senso, confermare la sua esistenza, ammettendolo nell’Essere. Ignorarlo è togliergli ogni esistenza, ogni valore, abbandonarlo all’assurdità totale dell’uomo attaccato all’essere in un mondo che non è fatto per lui, esperio all’angoscia dell’esistente che si sente di troppo e cerca per sé delle scuse”. Da qui può sorgere una nuova questione morale che invitiamo a considerare non in termini assoluti (non in termini illuministici per intenderci ma alla luce dell’attuale dibattito e alla luce dell’attuale conflitto con
popolazioni di diversi, fino ad ora sommersi, esclusi o lontani, che bussano alle porte del quieto vivere: esiste una diversità come valore ancora da difendere o è preferibile mimetizzarsi il più possibile nelle varie Norme?

Normopatie
Ci sonotrasgressioni così inutili nel sociale, tali che è difficile capire come possano essere tollerate, se non per un tipo di lassismo strabico in cui milioni di normali (o normopatici) proiettano i loro desideri “liberatori” (o frustrazioni?): dalle violenze negli stadi alle bravate notturne dei ragazzetti superdotati, dagli inquinamenti ritenuti “necessari” alle speculazioni di qualsiasi tipo (tranne ovviamente quello filosofico…) tutto è accettato come lecita creatività. Un tipo di trasgressione, invece, meno euforico e meno “voluto” (perché magari ce l’hai addosso da sempre), da più fastidio, è più penalizzato o, peggio, è “fuori gioco”.
Si presentano così alla discussione quattro tipi di diversità: a)una imposta dalla natura o da sfavorevoli circostanze e pertanto non per libera scelta (come potrebbe essere qualsiasi tipo di handicap congenito o accidentale);
b) un’altra caratterizzata da una scelta di vita, da una qualità diversa rispetto alla norma (e qui la gamma è ricchissima: dal religioso, all’eretico, all’eversivo ideologico, fino alle forme più semplici di contrapposizione alla norma, ma sempre nel pieno della consapevolezza);
c) un’altra ancora complementare alla precedente ma dove l’individuo soccombe psicologicamente alla violenza delle regole anziché reagire (la vasta gamma delle nevrosi e delle psicosi);
d) infine un quarto tipo di diversità che si contrappone alle norme del sociale solo per trame dei vantaggi personali. Tuttavia i danni delle letture interpretative relative a questa ipotetica classificazione potrebbero essere catastrofici. Come trent’anni fa la psicosociologia era arrivata al punto di leggere PEdipo anche in uno sciopero extrasindacale, ora la psicoantropologia (altra scoperta) rischia non solo di giustificare tutte le trasgressioni degli emarginati ma addirittura di colpevolizzare chi osa fare dei “distinguo”, perché tutto sommato la ragione è sempre dalla parte di chi ha avuto un passato di sofferenza, di emarginazione, di sottosviluppo. E chi appartiene ad uno stadio superiore di cultura deve essere più tollerante, più comprensivo, ecc.
A questo punto è opportuna una considerazione generale: l’altro, in quanto produttore di valori a me sta bene, ma l’altro diverso, che adopera la propria diversità, che l’accentua magari perché gli fa comodo, che sfrutta tutti i diritti che il sociale bene o male gli da e che non solo si sente esonerato da oqualsiasi impegno ma anzi chiede e richiede sempre ulteriori privilegi… questo tipo di diversità io non la rispetto. Ogni società ha delle sue regole che devono essere bene o male rispettate o combattute con dignità.

Ma tu, a quale tribù appartieni?
Invece non è affatto vero che il mondo sia una grande tribù dove ci sono milioni di diversi: piuttosto ognuno di noi appartiene a una tribù, in cui vive, si riconosce, accetta e rifiuta, in cui ognuno di noi tesse reti di rapporti privilegiati, si scontra con certe diversità, ne sopporta altre, altre ancora ne rifiuta… e tutte le volte che entra in un’altra tribù, diversa dalla propria, deve fare i conti con quella nuova realtà; porta con sé del suo, si difende se è offeso ma sa anche rispettare il territorio altrui. Altro è invece l’atteggiamento del diverso all’interno della propria città, o del proprio territorio: qui è in casa sua e deve fare tutto il possibile per alimentare il clima della tolleranza, della solidarietà, della convivenza; e là dove trova resistenze (dovute a stupidità per la maggior parte), là si contrappone, combatte, lotta e fa valere i propri diritti. È troppo frequente anche il caso in cui fa comodo essere diversi: c’è infatti chi, opportunisticamente, sfrutta la propria condizione di “diverso” o addirittura-se la procura (anche in risposta, comprensibile, a una violenza sociale, come la droga), e quando ritrova le condizioni di “deporre” questo peso di cui è portatore” allora si aggrappa al proprio handicap quale comoda fonte di privilegi senza obblighi sociali. Se volete, in formato ridotto, è lo stesso principio delle grosse mafie, e sono meccanismi simili adottati da politici corrotti e da burocrati conniventi.
Comunque siano i prossimi provvedimenti e le leggi per combattere droga, violenze, handicap e Arabi (cattivi), sono troppo anti-esperantista per sognare un mondo di tutti fratelli uguali, con una stessa lingua e con uno stesso sorriso davanti a qualsiasi diversità. Razzista io?
Sissignori, contro gli stupidi e gli opportunisti di qualsiasi tribù. I quali trovandosi in ogni tribù, ricca o povera, moderna o arcaica che sia, provocano danni gravi a catena come fossero delle sette: ormai sono “trasversali”, li trovi ovunque, tra gli Incravattati, tra i Soprasviluppati, ma anche tra i Negri, gli Handicappati, gli Omosessuali, gli Zingari, i Professori, i Commercianti, gli Spastici, i Meridionali e le Puttane, tra gli Arabi e tra gli Americani.

Bibliografia
A. Salvimi, T. Verbitz, II pensiero antinomico, da Aa.W., L’educazione degli svantaggiati, Mammoni, Educazione impossibile, A. Canevaro, Bambino che si perde nel bosco, L Cancrini, Bambini diversi a scuola, Ossicini, Gli esclusi e noi, Zappella, II pesce bambino, A. Salvimi, Normalità e devianza, C. Padovani, Sesso ed handicap e La speranza handicappata.
R. Dahrendorf, Per un nuovo liberassimo.
M. Parente, Diversità e uguaglianza. Implicazioni pedagogiche per il progetto di scuola-servizio. In “Rassegna Amministrativa scolastica”La Scuola ed., Brescia 1990, n. 9 aprile.
H. Mayer, I diversi (1975), ed. Garzanti, Milano 1977.