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I come invalido

di Cesare Padovani

Perché un vocabolario che raccolga le voci sull’emarginazione?
Penso che questo possa avere, come giudizio immediato, due utilità:
A) quella di far riflettere sul peso che una parola-chiave (come per esempio Handicap) può avere sia per chi la pronuncia in quanto soggetto compartecipe al diritti del sociale, sia per chi la pronuncia in quanto delegato di un apparato sociale.
B) quella di entrare nei meccanismi dei controlli dell’informazione che, attraverso precisi codici, riescono a controllare l’opinione pubblica allo scopo di ottenere consensi; e tutto questo con un abilissimo equilibrio che riesce a non procurar crisi ai committenti, cioè ai centri di potere.

Per portare un esempio, uno dei tanti, la definizione portatore di handicap puòsembrare innocente, addirittura rispettosa nei confronti di soggetti colpiti o nel fisico o nella mente o in entrambi. In effetti quando un’istituzione inventa una nuova definizione, per denominare una figura verso cui una certa opinione pubblica cambia atteggiamento, intende con questo modificare l’ordine delle specificità per riassestare un nuovo equilibrio e così tirare avanti senza sconvolgimenti. Come il Ministro della Guerra si è trasformato in Ministro della Difesa (molto più adatto alle garanzie del pacifismo), così il vocabolo svantaggiato, quale calco sul termine inglese handicap (ibrido incrocio tra regole ippiche e sociometria americana), è stato via via rimpiazzato da portatore d’handicap, con i relativi vantaggi: eufemisticamente per “chi lo porta” fa comodo in quanto è convinto (grazie ad Aristotele) che il suo svantaggio sia un “accidente” provvisorio e non una “sostanza” che
convive con la propria personalità, la propria visione del mondo, e che pertanto egli può “depositarlo” tutte le volte che “ce la fa”; ma diventa realmente comodo per chi lo definisce, non solo perché sa che la formula è convincente per il soggetto “portatore” (che appunto per questo si convince di portare e deporre il suo handicap con disinvoltura) ma soprattutto perché può stabilire -secondo i parametri di quel sistema di poteri egemoni che difende- quando e quante volte e in che misura il soggetto portatore di handicap depone il suo fardello, se ne libera, corre come gli altri, pensa come gli altri, si riscatta, come nella favola di Collodi per correre tra le braccia di Geppetto, finalmente normale…
Dunque perché questo vocabolario di riflessione? Come prospettiva a lungo termine non prevedo certo che possa diventare uno strumento di capovolgimento dei rapporti di potere; né si ha la pretesa di porre in crisi un sistema; casomai la sua efficacia più prossima potrebbe verificarsi in una maggior attenzione (e quindi maggior consapevolezza) con cui ci si definisce rispetto a sé stessi, all’altro, rispetto alle Istituzioni, rispetto ai centri di potere. E questo non è poco. Inoltre potrebbe avere effetti anche sul modo con cui le Istituzioni definiscono l’utente, il cittadino, l’emarginato. Il che potrebbe influire sull’informazione, sui comportamenti, sulla crescita di una maggiore coscienza critica, sulla consapevolezza che di fronte si ha una persona consapevole e non un essere puramente biologico da zittire, sul modo di ascoltare e di rapportarsi, sul modo di informare l’opinione pubblica. E questo non è poco. Anche perché, per dirla con Abramo Lincoln, nessuno può imbrogliare tutti per sempre…

Quando il vecchio diventa anziano
“Ogni ritratto dipinto con passione è il ritratto dell’artista, non del modello. Il modello non è che il pretesto, l’occasione.”
(Oscar Wilde, II ritratto di Dorian Gray)

Se è vero che quando una lingua cambia la propria struttura è sintomo che nella società stanno pure cambiando i rapporti con le varie organizzazioni del potere (Gramsci, Rossi-Landi), è altresì vero che le ascelle entro cui infilare il termometro sono i vocaboliche definiscono le Istituzioni (Benveniste), come può essere Diritto, Governo, Democrazia, Famiglia, Assistenza, ecc. Certo che una delle ascelle (o bocche) più sensibili alle temperature sociopoli-tìche è quella che riguarda l’individuo ( o gruppi di individui) fuori dalle organizzazioni dei poteri; e per “potere”, negli attuali sistemi sociali, s’intende competenze egemoni (come può essere l’informazione) e quindi meccanismi assai fontani e assai più complessi rispetto ai vecchi concetti di classe (Max Weber, Karl Popper).
Le organizzazioni quindi di queste forme di poteri egemoni (tecnologici, polizieschi, burocratici, partitici, economici e religiosi, nonché centri di potere sul controllo dell’informazione, mass-media, e le rispettive sedi di autoproduzione o amplificazione involontaria, come può essere la famiglia…) trovano nuove opportunità o adottano nuove strategie per il consenso quando cambiano vocabolo per definire ufficialmente un individuo o una categoria fuori da quel loro sistema, sia con l’intenzione di “recupero” ad un tipo d’inserimento sia con l’intenzione di una definitiva espulsione. Così, per esempio, il vecchio (denominazione prestigiosa quando i nonni avevano una funzione): dopo una rapida e traumatica espulsione da qualsiasi competenza(più rassicurante se recepita come “inevitabile circostanza” del progresso), in questi ultimi quaranta anni il sociale ha fatto credere quanto sia degradante la voce Vecchio, per rimpiazzarla con nuove forme di riconoscimento più o meno assistenzialistiche. Ecco allora il Vecchio diventa anziano o di terza età odell’età d’oro, a seconda che convenga che il nonnino o la nonnina resti per anni a letto in ospedale o giochi a fare il vigile all’uscita delle scuole o racconti le favole e faccia la gita sociale due volte all’anno oppure (rari casi) giochi a canasta in pensionati di mediolusso… purché restituisca l’immagine pubblica del tutto funzionante. Il vecchio quindi è inabile per eccellenza ed è per le presenti organizzazioni sociali, sempre più in-abile, vale a dire privo di quelle “abilità” che oggisono richieste dai mercati dell’economia o delle comunicazioni di massa (la TV lo sostituisce pensino con le favole, con l’esperienza e sostituisce il suo buonsenso con il terribile “senso comune”). È preferibile pertanto emarginarlo,assistendolo, che restituirgli una competenza, una abilità, una dignità. Al polo opposto sta il bambino, pure inabile, ma potenzialmente sempre più “abile” rispetto ai valori egemoni che regolano questi sistemi sociali, sempre a pattoperò che riesca durante il suo curricolo ad inserirsi in questi tipi di “abilità”. La donna, antropologicamente (o meglio andrologicamente) a sostegno (o a restauro?) dì queste abilità richieste, ha un tipo di in-abilità sui generis, come se fosse una ‘portatrice provvisoria di han-dicap’:cessamomentaneamentediessere ‘non abile’ tutte le volte che sostituisce degnamente l’uomo oppure lo sostiene (lo restaura o lo ristora: che in greco vale per rimettere un nuovo palo di sostegno).
E in mezzo a tutta questa gamma di “non abilità” si trovano (solo in Europa) 30 milioni di handicappati, come da un acuto resoconto di Miriam Massari sulla rivista di “Avvenimenti”: 30 milioni di non recuperabili, i quali non hanno né la prospettivadi disfarsi del marchio delle inabilità, né la scusante umanitaria della vecchiaia.
Questi 30 milioni hanno una incompetenza di fondo, strutturale: non per attributo come per le donne, né per accidente naturale come per bambini e vecchi, ma per sostanza. E questa esclusione dalle competenze ha il suo peso solo in quanto possibilità di riciclaggio sociale attraverso le potenti industrie assistenziali: unica forma di riutilizzazione appunto di quantità sempre maggiori di persone “non valide”. Quindi, paradossalmente, anche questi 30 milioni partecipano al Grande Mercato, ma cerne merce passiva (non deperibile) per i business degli investimenti della spesa pubblica o come oggetto di comunicazione nelle costruzioni dei consensi, ma mai come protagonisti d’investimenti, di messaggi, d’impiego di risorse.
Solo a questo patto può reggere la presente logica su cui sopravvivono i meccanismi di questo ventaglio di poteri. “È significativo che nessun paese dichiari di spendere più per l’integrazione sociale di disabili che per la loro segregazione e nemmeno somme equivalenti per le due cose” afferma R. Belli della Presidenza Aias in un recente congresso europeo. Forme di assistenzialismo emarginante che diventano comunque segregazioni di fatto, traducibili, secondo la convenienza, ora in “recupero” ora in “inserimento” delle persone non-abili. Ma l’invalido allora chi è, come si colloca rispetto all’inabile, al disabile, all’handicappato?
Restituire le abilità all’inabile (privato delle abilità) o al disabile (escluso dalle abilità) potrebbe al limite anche essere possibile: infatti questi epiteti si associano con più disinvoltura alla gamma dei recuperi. E così vale ormai universalmente per la voce “handicappato”, ovvero lo “svantaggiato” (vocabolo onnicomprensivo, caro a quella sociologia americana che classifica gli emarginati, lacui integrazione Oevemiann ha definito “operazione di compenso” e che io ho siglato come “fleboclisi”). Ciò nonostante in alcuni casi, o per convenienza o per distrazione o per scommessa politica (che porta voti), all’handicappato si può riconoscere una certa “dignità” o validità sociale, ed è allora che con i gay, i drogati o i negri acquista l’appellativo eufemistico di diverso, di colui cioè che devia il suo comportamento, che va da un altro verso. Si tratta comunque pur sempre di un riconoscimento moralistico che non ha alcuna intenzione di mettere in discussione quei poteri egemoni, pur aprendo una discussione in sedi “adeguate”.
Se restituire una certa dignità all’handicappato diventa per lo meno una questione di etica e di dibattito (a prescindere dal come se la restituisce), questo è assolutamente escluso per l’invalido, per il soggetto cioè che non possiede validità. L’invalido è, in termini linguistici, “chi è privo di salute”, ma in effetti s’innesta nella stessa radice di valore per significare “colui che non vale” e diventa immediatamente una definizione morale dal momento che, socialmente, l’invalido perde tutte te sue abilità in modo irreversibile. Invalido equivale ad essere biologicamente da assistere a essere nullo, tutt’al più idoneo a votare e basta. Nel trabucco della logica dell’invalidità, a suo tempo, c’è cascato anche l’invalido, e, come i pesci che chiedono disperatamente ossigeno, sopravvive nella grande rete ammucchiandosi in categorie giustificatorie: invalido (sì, ma) di guerra, invalido (sì, ma) del lavoro, invalido (sì, ma non è colpa mia, solo…) civile, invalido (sì, ma) parziale, invalido (sì, ma Grande Invalido e totale) al 100%…
Modalità flessibili nelle definizioni che, solo in apparenza, contraddicono alla classificazione definitoria di colui che non vale. L’invalido conviene in ogni caso che rimanga invalido, e il più, il meno, il totale o il relativo dipende dalla trattativa tra chi definisce l’invalidità e il soggetto definito invalido. Cosicché: trovata la parola trovato l’inganno!
Mentre si apre un’inchiesta per stabilire se a Napoli possano essere vere le 300.000 pensioni d’invalidità totale (la creatività di Pulcinella non ha limiti, fino a prefigurare una Città, una Nazione, un Mondo di invalidi pensionati), a Bologna 13 mila richieste di visita medica, per stabilire i gradidi “invalidità”, rimangono inevase. Les Invalides, che nel 1670 Luigi XIV riservò ad ospizio per reduci valorosi dalle guerre, è ora un museo.



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