La biblioteca degli handicappati
- Autore: Andrea Pancaldi
- Anno e numero: 1990/1
di Andrea Pancaldi
Da otto anni ormai esiste il centro di documentazione sull’handicap dell’aias, la redazione di accaparlante, quella di rassegna stampa handicap. Andrea Pancaldi, coordinatore del centro, cerca di fare il punto della situazione. Già lo aveva fatto alcuni anni fa e lo aveva intitolato “all’handicappato basti un solo assessorato”. Siamo solo al secondo atto..
“Quanti ragazzi frequentano qui da voi?”, “…siete dell’Aias? Dovete andare dall’Assessore ai servizi sociali!”, “…ah, lei lavora alla biblioteca degli handicappati!?”, “…là, alla Lunetta state meglio, con tutto quel verde d’estate li potete mettere fuori i ragazzi!”,”…ci sarebbero degli spagnoli in visita a Bologna, …dei russi…”.
In queste frasi, prese dal repertorio delle tante che ci siamo sentiti dire inquesti anni di lavoro, c’è un po’ il riassunto delle difficoltà a capire, e parimenti a spiegare, quello che è il senso del lavoro che il Centro di Documentazione sull’Handicap dell’AIAS (CDH) porta avanti da otto anni. E forse non si tratta solo di difficoltà nello spiegare/capire il lavoro concreto del Centro, ma probabilmente le esperienze, le “categorie” mentali che ne sono sottese e i conseguenti schemi di lavoro. Il Centro è stato per anni, di nome e di fatto, una struttura anomala nel panorama dell’handicap; di fatto lo è ancora, mentre di nome molto meno in quanto, il modello “Centro di documentazione”, per svariate ragioni, sta sempre più prendendo piede, sia nella realtà locale che in altre parti d’Italia. Una struttura anomala, proprio perché tale, è una medaglia a due facce. Da una parte la grande possibilità di movimento, di ricerca, di fiducia nella ricchezza immediata delle idee, di reale integrazione delle differenze che vi sono al suo interno (di potere, sessuali, fisiche, esperenziali). Dall’altra i rischi dell’isolamento, del crogiolarsi nella propria specificità, dei tempi di verifica più lunghi per la mancanza di punti di riferimento esterni analoghi, di difficoltà di intreccio con la rete delle strutture che operano in quell’ambito sociale secondo schemi diversi, più consolidati e riconosciuti. Paradossalmente, per una strutturale vuoi fare “uscire l’handicap dalla riserva”, il rischio maggiore è quello di rimanere emarginata proprio dalla stessa diversità di cui ci si è dotati per uscirne. Ragionare allora intorno al nodo”CDH di nome/CDH di fatto” significa forse parlando dell’uno contribuire a chiarire anche l’altro e riconoscere un terreno in cui la specificità di una esperienza non rimanga intrappolata nei rischi, pur reali e concreti, di una emarginazione o autoemarginazione, ma che sottolinei come questa specificità, e le ricchezze ad essa sottese, sono in divenire continuo con continue possibilità di condividere percorsi e inventarne dei nuovi.
Il centro di documentazione di fatto (La specifità)
Si può dire, parlando in termini “culinari”, che gli ingredienti del Centro sono gli stessi delle altre strutture del settore, cambia invece radicalmente il dosaggio, e la quantità di ingredienti presenti in una unica ricetta. Procediamo per punti:
– nel mondo dell’handicap troviamo gruppi sociali quasi sempre rigidamente separati: gli operatori, i genitori, le persone handicappate, i volontari. Nella realtà del CDH queste diverse-esperienze e formazioni si sovrappongono e si mescolano all’interno delle singole individualità.
– le attività del CDH sono ideate e gestite da un gruppo di persone in cui è estremamente significativa (40%) la presenza di persone handicappate.
– sono presenti all’interno del CDH molte e diverse professionalità (psicologo, medico, pedagogista, terapista della riabilitazione, giornalista, diploma ISEF, grafico, educatore, laurea Dams, laurea filosofia, laurea scienze politiche); le professionalità sono ripartite tra maschi e femmine in maniera significativa (60/40) e sono ugualmente ripartite in maniera significativa tra “sani” e “handicappati” (60/40). In pratica c’è una singolare e casuale integrazione delle competenze viste con occhi maschili e femminili e con occhi “sani” e “handicappati”.
– nel Centro operano persone handicappate a cui non corrispondono però degli operatori e viceversa agli operatori non corrispondono degli utenti handicappati né, quindi, responsabilità educative, riabilitative, assistenziali. Le persone handicappate operano al CDH come scelta personale (culturale e professionale) e non in quanto “mandati” o “segnalati” dai servizi del territorio. E così sono destinate a cadere nel vuoto le domande dell’assistente sociale su “…quanti ragazzi frequentano qui da voi?” (Ass. Soc. dei servizi del territorio, 1988) o a non realizzarsi gli auguri affettuosi degli operatori dei servizi di assistenza domiciliare secondo i quali “…alla Lunetta (via degli Orti, ndr) è meglio perché con tutto quel verde d’estate potete mettere fuori i ragazzi” (Ass. domiciliare USL 29,1988). – il CDH svolge un lavoro di tipo culturale ed ha una targa “handicap”. Questo lo colloca spesso in un terra di nessuno, sospesa tra assistenza e cultura. Causa la targa viene ricondotto agli schemi e strutture classiche, ovvero assistenziali e riabilitative (“…siete dell’Aias? Per il patrocinio allapresentazione del libro dovete rivolgervi all’Assessore ai servizi sociali, sono loro che si occupano di handicap.” (Ass. alla cultura ente locale, 1983). Le strutture dell’handicap si accorgono però che non fai assistenza, né riabilitazione, né educazione, né formazione, e quindi pur sorelle di targa, non sanno come collocarti. La cultura, puravendo noi nel nostro “campionario” termini come libri, ricerca, convegno, riviste, non è abituata a vedere transitare carrozzelle e quindi anch’essa non sa come collocarti. E così la biblioteca sull’handicap diventa la biblioteca” degli handicappati” (“…fare una biblioteca per l’handicap significa creare un nuovo ghetto” Consigliere Q.re Colli, 1981 ) e i responsabili dei servizi, pur da anni sulla piazza, intuiscono che, sì, fai anche un lavoro interessante, ma la loro fantasia intermini di contatti per collaborazioni non va al di là di spedire regolarmente in visita al CDH tutti gli stranieri di passaggio a Bologna. Il CDH produce prodotti (riviste, convegni, ricerche) che fuoriescono anche dagli schemi abituali di “incontro” con tutte quelle strutture che pur non essendo del settore hanno comunque intrecci con l’handicap (Ass.ni di categoria, enti pubblici, confederazioni varie, ecc.). Incontri sono quindi per noi impossibili sui sentieri della beneficienza disponibile a pagare carrozzine o ad intervenire verso la “sofferenza” delle persone, ma non verso i loro desideri ostimoli culturali o politici. Difficili anche i rapporti con eventuali volontari interessati soprattutto a rapporti diretti e personali con persone handicappate e a dimensioni comunque più legate alla logica del “servizio”alla persona.
L’handicap fuori dalla riserva
Altro elemento di specificità dell’iniziativa è il rapporto con l’Associazione di cui è parte. Ancor meglio si potrebbe definirlo il collocarsi del CDH nel panorama e nell’evolversi dell’associazionismo e del volontariato. Il carattere apparentemente così poco “associativo” del CDH, ovvero il non essere un servizio di immediata e pratica utilità per i soci dell’Ass…ne è stato reso possibile da più ampie scelte della Associazione stessa che hanno permesso l’avvio di progetti sovraassociativi, rivolti all’intero settore handicap cittadino e, come nel caso del CDH o dell’Ausilioteca, con una rilevanza extraterritoriale. Questo differenzia l’Aias dalle altre associazioni cittadine ed è il terreno dove sono potute maturare scelte e strategie per un “handicap “fuori dalla riserva” con progettualità, vedi Accaparlante, che vedono una “associazione storica per invalidi”, spendere soldi per trattare temi che apparentemente non le sono propri e che comunque stravolgono le abitudini al corporativismo.
Alle caratteristiche del mondo dell’associazionismo sono anche da ricollegare alcune delle difficoltà nello “spiegarsi” che il CDH incontra,correlate, fino ad ora, allo scarso peso e alla nostra assenza dai luoghiufficiali della rappresentatività politica delle associazioni (Coordinamento provinciale, comitati regionali, commissioni sicurezza sociale dei quartieri).
Più in generale va ricordato lo scarso, o in gran parte scoordinato, peso politico dell’associazionismo italiano che, salvo rare eccezioni (Torino) non è un interlocutore, con una propria forte e.autono-ma identità. Elemento caratterizzante è stata la scelta dei temi di interesse del CDH che si sono rivelati quantomai attuali eche spesso hanno trovato anche adeguati “veicoli” per la loro promozione (Progetto Calamaio nelle scuole, le riviste Rassegna Stampa Handicape Accaparlante, l’attività degli Sportivi a Quattro Ruote). In questo senso non si può far altro che riconoscere che l’incontro tra le nostre esperienze di volontariato, i nostri studi, la realtà bolognese complessiva, ha certamente rappresentato la “batteria” dei presupposti a queste iniziative e scelte.
Per ultima, ma non ultima, sottolineiamo come l’area di finanziamento del CDH si è assestata, negli ultimi anni, per più del 50% nel “mercato” e il rimanente, per il 15% nella cultura e il 35% nell’assistenza, concretando l’idea che una struttura, pur targata handicap, può trovare interlocutori in ambiti diversi, anche se i livelli economici sono ancora di pura sopravvivenza.
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