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autore: Autore: Andrea Pancaldi

Percorsi bibliografici: Il (tormentato) rapporto tra volontariato e politica

a cura di Andrea Pancaldi

Se il volontariato debba o non debba avere anche un ruolo “politico” è stato oggetto di molteplici discussioni negli anni che hanno coinciso e immediatamente succeduto l’emanazione della legge 266, legge quadro sul volontariato, anni (1990-1995) che hanno conciso anche con la fase più acuta della crisi delle forme tradizionali della rappresentanza politica (partiti e sindacati). L’interesse per il tema è notevolmente scemato negli ultimi anni, sia per l’apparire sulla scena di nuove aggregazioni partitiche, sia a causa di un dibattito sul terzo settore che ha privilegiato gli aspetti di gestione dei servizi sociosanitari e quelli economico-finanziari, sia per una prassi di rapporto tra volontariato e partiti che ha anteposto la logica della cooptazione a quella del confronto.
Per tutti coloro che ritengono ancora che quel dibattito avesse comunque una, o più ragioni di essere, sottoponiamo un elenco di testi a nostro avviso utili per una comprensione sfaccettata del tema.

AA.VV.
Non eroi, ma cittadini: volontariato, istituzioni e impresa
Fivol, Roma, 1993

AA.VV.
Come scegliere per chi votare senza farsi male
EGA, Torino, 1994

AA.VV.
Volontariato e partiti politici. (atti del convegno omonimo)
Amalfi, dicembre 1990
Edizioni dell’Alente, Salerno, 1991

AA.VV.
Oltre il frammento: atti del I° congresso nazionale per la riforma della politica, Roma, 1994
in ADISTA, numeri 55-56-57/1991

AA.VV.
Quella certa idea di società
in ADISTA, numeri 91-92-93/1993

AA.VV.
Verso un ruolo politico del volontariato
in Servizi sociali, numero 6/1992

AA.VV.
Volontariato e tutela di diritti sociali, atti del Convegno omonimo, Roma, 1994
in Servizi sociali, numero 1/1995

Amerio P. (a cura di)
Forme di solidarietà e linguaggio della politica
Bollati Boringhieri, Milano, 1996

Bonomi A.
Il trionfo della moltitudine: forme e conflitti della società che viene
Bollati Boringhieri, Milano, 1996

Bottaccio M. (a cura di)
Tutti al centro: volontariato e terzo settore in un paese normale
Minimum fax, Roma, 1999

Cotturri G.
Mutamenti: culture e soggetti di un pubblico sociale
La Meridiana, Bari, 1992

Cotturri G.
La cittadinanza attiva
Fivol, Roma, 1998

Cotturri G.
La transizione lunga: il processo costituente in Italia dalla crisi degli anni settanta alla Bicamerale ed oltre
Editori riuniti, Roma, 1997

Donati P.
La società civile in Italia
Mondadori, Milano, 1997

Lumia G.
La dimensione politica del volontariato
in Rocca, numero 15/1992

Natoli S., Verga L.
La politica e il dolore
Edizioni lavoro, Roma, 1996

Nervo G.
Un ruolo politico
in Rivista del volontariato, numero 4/1994

Passuello F.
Una nuova frontiera: il terzo settore
Edizioni lavoro, Roma, 1997

Revelli M.
La sinistra sociale
Bollati Boringhieri, Milano, 1997

Rocchi S.
Il volontariato tra tradizione e innovazione
NIS, Roma, 1993

Tavazza L.
Il volontariato nella transizione
Fivol, Roma, 1998

2. Il caso della ragazzina disabile di Ragusa

di Andrea Pancaldi

Il caso della ragazzina di Ragusa, definita in tutti gli articoli dei giornali “psicolabile”, rimasta incinta e rispetto alla quale il tutore ha ipotizzato una interruzione di gravidanza, ha tenuto banco su tutti i giornali.
Il caso è ovviamente complesso e intreccia tre tematiche di per sé stesse spinose, il tema dell’aborto, quello della (ipotizzata) violenza sessuale e quello della sessualità legata all’handicap.
E’ chiaro che basandosi sulle cronache e sui commenti della stampa si corre il rischio di sposare tesi, sull’uno e sull’altro fronte, che non tengono conto di quella persona, della sua storia, del suo contesto di vita, unici ed irripetibili e anche il termine psicolabile è quantomai generico e non ci dice niente sulla reale situazione della ragazza.
I casi concreti scuotono le nostre convinzioni e ci fanno percepire in pieno la crudezza delle coperte corte, dove in ogni caso la realtà ci appare incerta, problematica, evidenziatrice dei nostri limiti e impotenze.
Quello che HP può fare è contribuire al dibattito su uno dei tre aspetti prima citati, quello sicuremente meno affrontato nella grande informazione o, quando lo è, spesso in maniera estremizzata: o tutto bene (le storie edulcorate) o tutto male (le violenze sessuali,  le sterilizzazioni, ecc).
Una ricerca condotta dal CDH di Bologna sull’atteggiamento della stampa su questo tema rivela che il binomio handicap e sessualità nell’informazione è legato per il 63% a episodi di violenza sessuale, per il 12% a episodi scandalistici (esempio la modella handicappata su Playboy), per il 15% ai temi dell’aborto e della sterilizzazione e solo il 10 % degli articoli tenta in qualche modo di avviare un dibattito in materia. (cfr. Rassegna stampa handicap, n.6, giugno 1991).
Questo per dire che non siamo più all’anno zero e i percorsi di comprensione e di evoluzione culturale sono possibili nonostante due termini, handicap e sessualità, che la nostra cultura declina ancora come inconciliabili (handicap come malattia, handicap come “brutto”, handicap come paura della nascita di nuovi “mostri”, handicap come  sola fisicità/bestialità, ……)

Bibliografia ragionata: la documentazione nel lavoro sociale ed  educativo

di Andrea Pancaldi e Giovanna Di Pasquale

Lo sviluppo delle nuove tecnologie, la fase di passaggio nelle politiche sociali, l’emergere del dibattito sul volontariato e il non profit, l’affermarsi della società della comunicazione hanno dato un notevolissimo impulso in Italia alla creazione di strutture informative e di documentazione specializzate nel settore dell’emarginazione e delle politiche sociali.
Tra quelle più prettamente di carattere documentativo è la formula del Centro di documentazione quella ad essere più largamente praticata, anche se al di la delle sigle esistono strutture molto diverse tra loro e a volte praticanti strategie documentarie e culturali antitetiche.
Quasi sempre queste strutture non si occupano solo di documentazione ma svolgono funzioni anche di carattere informativo, formativo e di animazione culturale sul territorio.
I centri di documentazione si sono sviluppati un po’ in tutte le aree, ma con una decisa prevalenza nel settore dell’handicap, delle tossicodipendenze e del volontariato e terzo settore in generale.
I temi del carcere, della immigrazione, degli anziani e degli zingari sono quelli che fino ad ora hanno registrato minori attenzioni così come le regioni meridionali sono quelle in cui più difficilmente vengono avviate esperienze del genere.
In Italia si possono contare in totale circa 130 strutture promosse per il 75% da associazioni o gruppi di volontariato (scarse invece le iniziative della cooperazione sociale) e per il 20% da Enti locali (soprattutto nel settore handicap).
Quale identità e ruolo per i Centri di documentazione? Strutture tecniche interne al sociale o strutture culturali di connessione tra i mondi dell’emarginazione e le altre articolazioni della società?
Cosa significa documentare, a quali esigenze risponde?
Quale rapporto tra documentazione e informazione? Il cuore di un centro documentazione sta nei materiali o nella rete dei rapporti di scambio e collaborazione? Quali gli indicatori di qualità? Quale gestione dei linguaggi? Documentare: scienza o arte?
Queste ed altre sollecitazioni nella bibliografia proposta.

AA.VV.
Tra identità e confronto: progetto per una rete di centri di documentazione sull’handicap
Atti del convegno, IRPA/Regione Emilia Romagna, Modena, 1991
Idee e proposte per una rete di Centri di documentazione handicap in Emilia Romagna

AA.VV.
Pagine per la documentazione. Materiali del seminario sui centri di documentazione nel terzo settore, Fondazione italiana per il volontariato, Roma, 1996, edito a cura della FIVOL
Documento base del seminario, relazioni, il thesauro sul volontariato della Fivol, elenco dei centri di documentazione

AA.VV.
Documentare tra memoria e desiderio, atti del seminario omonimo, Modena, 1998, a cura di IRRSAE E.Romagna, Comuni di Modena, Parma e Bologna, Provv.studi Modena, Forlì e Parma
Atti del seminario sulla documentazione educativa 

AA.VV.
Due centri di documentazione
in l’Educatore, giugno 1992
Intervista ad Andrea Pancaldi e Mauro Serra dei CDH di Bologna e Modena 

AA.VV.
La Bussola, guida dei centri di documentazione allo sviluppo
Asal, Roma, 1989
Schede informative di circa 150 strutture italiane

AA.VV.
Centri territoriali di documentazione: riusorse e servizi
in l’Educatore, n.4, ottobre 1996

AA.VV.
La rete dei centri di documentazione per l’educazione sanitaria in Toscana
in Autonomie locali e servizi sociali, n.2, agosto 1998

AA.VV.
Centri di educazione interculturale: alcune esperienze in Italia
in Autonomie locali e servizi sociali, n.2, 1999
Le esperienze del CD/Lei di Bologna, Plei di Roma, Fondazione Ismu Milano, Cidiss Torino, Centro documentazione Arezzo e Centro “Tante tinte” di Verona

AIDA Associazione italiana per la documentazione avanzata – CNR
Terzo settore: associazionismo, cooperazione, volontariato
in Documentazione: professione trasversale, atti del 5° Convegno nazionale AIDA, Fermo,
1996, edito a cura del CNR
Contributi sul tema documentare il non profit del CD Res di Capodarco, del CDH Bologna e del CD della Fondazione Maderna di Verbania

Balsamo C. (a cura di)
Riflessioni a più voci sulla documentazione educativa
Edizioni Junior, 1998
Materiali dal progetto “Una riflessione sui modi di documentare” del Comune di Bologna

Bazzocchi L.
La biblioteca di documentazione pedagogica
in l’Educatore, n.4, ottobre 1996
Finalità ed attività della BDP

Bonomi A.
Il trionfo della moltitudine
Bollati Boringhieri, Milano, 1996
La società italiana tra non più e non ancora: i grandi mutamenti sociali ed economici in atto. Aspetti politici, economici, culturali, informativi.

Canevaro A.
I centri di documentazione sull’handicap
in Handicap e scuola, maggio/agosto 1989

Canevaro A., Maselli M., Di Pasquale G.
Il centro risorse
in l’Educatore, marzo 1991

Canevaro A., Maselli M., Di Pasquale G.
La documentazione
in l’Educatore, ottobre 1991

Canevaro A., Maselli M., Di Pasquale G.
Struttura e funzioni del centro risorse
in l’Educatore, aprile 1991

Canevaro A., Maselli M., Di Pasquale G.
La documentazione come risorsa
in l’Educatore  gennaio 1991

Centro DRES – USL 35 Ravenna
La risorsa di documentazione nei processi di educazione alla salute
Atti Convegno omonimo, Rimini, 1992

Di Pasquale G.,
Fahrenheit 451. L’archivio e l’itinerario, Inserto monografico sul tema della documentazione, in HP-Accaparlante, Bologna,  n.4, aprile 1994
Il tema della documentazione nel lavoro educativo

Di Pasquale G., Pancaldi A.
Catalogo dei centri di documentazione sui temi dell’emarginazione, volontariato, politiche sociali, terzo settore
in Rassegna stampa Informazione e marginalità, n. 12/1996, Rete dei CDI Regione Emilia Romagna
Schede informative e catalogo per argomenti di cento strutture italiane

Di Pasquale G., Pancaldi A.
Catalogo delle riviste specializzate sui temi dell’emarginazione, volontariato, politiche sociali, terzo settore
in Rassegna stampa Informazione e marginalità, n. 15-16/1998, Rete dei CDI Regione Emilia Romagna
Schede informative e catalogo per argomenti di 200 riviste italiane

Do.R.S. Centro regionale documentazione promozione salute Regione Piemonte
Centri di documentazione per la Salute: una rilevazione delle esperienze italiane
edito a cura del DoRS, Torino, 1999

Gruppo Abele
Una cultura per la lotta alla emarginazione
Gruppo Abele, Torino, 1985
Il centro documentazione del Gruppo Abele di Torino

Lodi Stefano
La documentazione tra storia e memoria della persona centro e soggetto della relazione educativa§
Tesi corso educatore professionale, IreCoop R.Romagna, Bologna 1999

Pancaldi A.
I centri di documentazione: identità e logiche di lavoro
in Politiche sociali, Padova,  n.6/1996
Lo sviluppo dei centri di documentazione in Italia: come e perchè

Pancaldi A.
Documentare sul disagio
in Hp-Accaparlante, n.6, 1997
La socialità e il sapere: le merci rare di fine secolo. Il ruolo dei centri documentazione.

Pancaldi A., Maselli M., Di Pasquale G.
Il significato del documentare
in Rassegna stampa handicap, Bologna, febbraio 1989

Percorsi bibliografici: bibliografia ragionata sul tema della finanza etica

a cura di Andrea Pancaldi

Tra tutte le nuove parole apparse nel “vocabolario sociale” con l’emergere del fenomeno del volontariato prima e del non profit poi, sicuramente la cosiddetta finanza etica occupa un posto di primo piano.
L’interesse per la finanza etica, termine non scevro di una certa paradossalità strutturale, ha innescato una molteplicità di iniziative avviate sia dal mondo finanziario sia dai mondi della solidarietà. Il fiorire dei conti etici proposti dagli Istituti bancari ha addirittura suggerito l’emanazione di un decreto ministeriale per regolamentare la materia.
Tra tutte le iniziative la Banca etica, promossa  dalle principali associazioni del terzo settore italiane e da migliaia di piccoli azionisti, è senz’altro quella che ha calamitato il maggior  numero di interessi; aperto il primo sportello a Padova la Banca, che finanzierà solo progetti delle organizzazioni impegnate nell’ambito sociale, si appresta a decollare a livello nazionale con la collaborazione di altri Istituti di credito.
Nel dibattito non solo voci favorevoli: tutto questo ed altro ancora nella bibliografia che vi proponiamo. Tutto il materiale è disponibile presso il CDH.

Libri
Sen A.K.
“Etica ed economia”
Il Mulino, Bologna, 1986

Volpi F.
“Introduzione alla economia dello sviluppo”
Franco Angeli, Milano, 1994

Cooperativa verso la Banca etica
“Banca etica: l’interesse di tutti?”
Publistampa, Milano, 1995

S.Ristuccia
“Volontariato e fondazioni”
Maggioli, Rimini, 1996

Federazione trentina delle cooperative
“Investire in solidarietà: atti del convegno sui fondi etici”
Maggioli, Rimini, 1996

Imprenditorialità giovanile spa – Gruppo Abele
“Lessico dell’impresa sociale”
EGA, Torino, 1996

F. Capriglione
“Etica della finanza e finanza dell’etica”
Laterza, bari, 1997

E.Baldessone, M.Ghiberti
“L’euro solidale. Una carta d’intenti per la finanza etica in Italia”
EMI, Bologna, 1998

Perna T.
“Fair trade”
Bollati Boringhieri, Torino, 1998

Volpi F.
“Il denaro della speranza: spirito, metodo e risultati della Graamen bank”
EMI, Bologna, 1998

M. Yunus
“Il banchiere dei poveri”
Feltrinelli, Milano, 1999

M. Calvi
“Sorella Banca”
Editrice Padre Monti, 2000

Articoli da riviste
Caligaris G.
“Quale finanza etica?”
In Alfazeta, n.53, marzo 1996

E. Casale
“Banca etica: la finanza alternativa”
In Aggiornamenti sociali, n.5, maggio 1996

AA.VV.
“Solidea: fondi etici di risparmio solidale e ambientale”
In Impresa sociale, n.28, marzo-aprile 1996

AA.VV
“Le banche della solidarietà”
In Nuovo mondo, n.3, novembre 1997

AA.VV.
“La finanza etica ” (inserto monografico)
In Aspe, n.20, novembre 1997

AA.VV
“Finanza etica e banca etica: nuove prospettive per la solidarietà” (atti convegno)
In Italia Caritas documentazione, n.2/1998

M.Musella
“Banca etica e sviluppo dell’economia sociale nel mezzogiorno: una nota”
In Non Profit, n.3, luglio-settembre 1998

Musella  M.
“Banca etica e sviluppo dell’economia sociale nel mezzogiorno”
in Non Profit, n.3, luglio-settembre 1998

Bartolini T.
“Massimo credito a progetti minimi”
In Mondo sociale, n.6, giugno 1999

Ministero del tesoro
“Decreto del Ministero del tesoro 8 giugno 1999 n.328. Regolamento di attuazione dell’articolo 29 del decreto legislativo 4 dicembre 1997 n.460 concernente l’emissione di titoli da denominarsi “di solidarietà”
Non Profit, n.3, luglio-settembre 1999

Cavazzoli A.
“Per una economia sociale”
I Martedì, n.9, ottobre 1999

AA.VV.
“La banca etica: un’opportunità per rendere il denaro solidale”
Autonomie locali e servizi sociali, n.2, 1999

Bartolini T.
“Finanza: vincente la scelta etica.”
Mondo sociale, n.4, aprile 2000

Siti internet
Commercio equo e solidale
Consorzio CTM-Altromercato
www.altromercato.it

Banca etica
www.bancaetica.com

Microcredito
Etimos, consorzio di microfinannza per il sud del mondo
Microcreditosummit, campagna internazionale sul microcredito

Cinque anni di terzo settore

I cinque anni di tempo che separano l’entrata in vigore della legge quadro sul volontariato (legge 266 dell’agosto 1991) dall’approvazione dell’articolo dell’ultima legge finanziaria che delega il Governo a legiferare in materia di Enti non commerciali e Organizzazioni non lucrative di utilità sociale (novembre 1996) definiscono un "luogo" fatto di situazioni, temi, attori, non solo cronologico, ma anche e soprattutto politico e culturale, in cui le profonde trasformazioni in corso, e non solo in Italia, danno veramente prova tangibile di se.
La storia in atto ha avuto i suoi epicentri, a seconda dei temi affrontati, ora nelle realtà locali, ora nelle stanze e nei corridoi romani.
Una storia, passati ormai sei anni, fatta di luci ed ombre e che sta attraversando un passaggio delicato nel momento in cui il binomio volontariato/solidarietà si trova ad essere intrecciato, e in parte sostituito, da quello di terzo settore/imprenditorialità (sociale).
La delicatezza del passaggio non sta tanto e solo nell’oggetto in questione (che terzo settore non faccia anche rima con occupazione, spesa pubblica, Masstricht e via dicendo è poco realistico pensarlo, al di la della concezione di fondo che si può avere circa queste dinamiche), quanto in una certa tendenza ad aderire acriticamente ad alcune parole/concetti chiave, basti pensare appunto a terzo settore o a società civile, che necessiterebbero non solo di percorsi e tempi di elaborazione spesso saltati a piè pari dal "correre" della politica e dell’informazione, ma di approcci non solo economici o politici, ma anche antropologici e relazionali.

Gruppo compatto, ma qualcuno è in rosa

Il terzo settore, intendendo il tema nel senso più lato possibile, è fatto anche da una corsa in atto all’interno di esso, dove l’importante spesso viene ritenuto il correre e non tanto il verso dove, il con chi, e il perché, ovviamente.
Questa tendenza a correre genera uno sgranarsi del gruppo che determina una situazione simile all’urbanistica di certe città americane, che si affacciano tutte lungo la stessa strada, ma da quartiere a quartiere passano distanze infinite.
E cosi nello stesso territorio, nella stessa città, nella stessa area culturale, o politica se preferite, esistono pezzi del terzo settore che devono ancora fare i conti con le leggi che li riguardano (volontariato, cooperazione sociale, statuti comunali, ecc..), che devono ancora cominciare percorsi di avvicinamento e collegamento con altri gruppi, e incontrare quindi altre culture, che devono ancora scoprire cosa centra la fantomatica società civile con il binomio pubblico/privato, che pensano ai libri di scuola quando sentono la parola sussidiarietà, e gruppi che dal niente, o da tradizioni di marcato collateralismo partitico, entrano direttamente nei forum del terzo settore o partecipano di progetti europei senza neanche conoscere un consigliere del loro comune.
Una situazione quindi ancora molto fluida, in cui la dinamica del terzo settore fa affacciare sulla scena nuovi protagonisti con continuità e in cui è necessario ricapitolare ogni mattina.
La difficoltà di raccontare le cose che accadono quotidianamente in questo spazio sta nel trovare l’elemento organizzatore del discorso, dando per scontato che prima o poi bisogna anche ragionare di cosa accade intorno a noi, nelle nostre storie e città, e non solo sedersi nelle pagine dei libri che vanno per la maggiore come quelli di Darendhorf o Rifkin, per altro letture, soprattutto la prima, interessantissime. (1)
Tra le tante opzioni possibili per organizzare un discorso che centri il suo fuoco soprattutto attorno agli attori più scontati del terzo settore, quindi associazionismo, cooperazione sociale e, in una certa misura, volontariato, può essere utile a mio avviso ragionare attorno a due.
La prima può essere quella di segnalare alcuni nodi possibili di dibattito perché se ne possa tenere conto nelle relazioni e nella progettazione di ogni giorno.
La seconda opzione, più difficilmente praticabile dato che si scende nel terreno della cronaca, è di raccontare come sono nate, cosa fanno e che stile viene usato nelle sigle che più rappresentano in questo momento nei vari territori i luoghi di "ricomposizione" che sono l’elemento dominante di questa fase di vita del terzo settore. Mi riferisco in particolare alle conferenze/consulte provinciali del volontariato, alla esperienza dei Forum del terzo settore, ai nascenti Centri di servizio per il volontariato, alle varie agenzie di consulenza eprogettazione promosse da soggetti diversi (mondo dell’impresa, università, fondazioni, associazionismo e cooperazione).
Rimandando questa seconda ipotesi ad un altro possibile contributo, ci soffermiamo su alcuni nodi di carattere generale che rimangono ancora da sciogliere all’interno delle dinamiche delle varie componenti del terzo settore e nel rapporto di queste con gli enti locali e gli altri soggetti del territorio.

Il paradosso del confine

La prima riflessione da fare è quella che con l’apertura del dibattito sul terzo settore è come se si fosse assegnato una spazio di lavoro, una sorta di terra vergine, di nuova frontiera in cui, come nei film sul farwest, si avventurano carovane, spesso, come si diceva prima, lanciate in corsa sfrenata per occupare un pezzo di "territorio".
Il limite, a mio modesto, modestissimo, avviso, è quello che si ragiona spesso solamente con lo sguardo volto all’interno di questo spazio, a ciò che di "nuovo", o supposto tale, bisogna costruire. A mio modo di vedere le zone più interessanti del dibattito sono invece quelle di confine, i territori in cui si allarga o regredisce la zona di influenza del terzo settore nell’incontro/scontro con altre soggettività, culture, tematiche.
Il confine separa ma al tempo stesso connette (2) ed è luogo inevitabile se si vuole costruire un sistema e non solo un settore.
La seconda e la terza riflessione sono già state accennate in precedenza e fanno riferimento alle contraddizioni determinate dallo "sgranarsi" del gruppo e dal limite di un linguaggio che interpreta il dibattito solo attraverso note politiche ed economiche. Questa ultima osservazione a mio avviso si avvalora ancor più in un periodo come l’attuale in cui si sono nuovamente chiusi gli spazi per una idea di politica che non coincida solo con i partiti e veda come valore il percorso e non solo il risultato e in cui la cronaca ci restituisce una politica appiattita quasi tutta sulla gestione.
A molti non sfugge il rischio che la partita che si sta giocando sul terreno dell’impegno sociale e del non profit obbedisca spesso a logiche concorrenziali tutte interne all’Ulivo, con buona pace della tanto decantata società civile e della sua autonomia.
Un’altra annotazione di carattere generale sottolinea come spesso nel "cono di luce" del dibattito siano illuminate le strutture del terzo settore, ma non sempre si intravedano sullo sfondo le persone (carcerati, tossicodipendenti, handicappati ecc) o i temi (ambiente, ecc) per cui queste strutture in larga misura esistono e si giustificano. Il pericolo che gran parte delle energie intellettuali e delle risorse si fermino al mantenimento, inteso non solo in termini economici, delle strutture e non si traducano in reale sviluppo è grande, a maggior ragione se il terzo settore sarà identificato e accetterà, rischio che corrono maggiormente le associazioni più grandi e più raccordate al mondo della politica, il ruolo di ammortizzatore sociale e non quello, soprattutto, di luogo di rinegoziazione di modelli, culture, rapporti.
Infine il terzo settore come luogo di costruzione di democrazia, di avvio di percorsi di alfabetizzazione alla politica e alla partecipazione. Le leggi 142 e 241 (statuti comunali e trasparenza), per usare uno dei possibili indicatori, sono certamente l’ultimo pensiero di tanta parte del non profit e delle amministrazioni locali (3). Le leggi di settore e la normativa fiscale relativa alle Onlus tengono banco. Detta in soldoni come si può pensare di partecipare come volontariato o associazioni se non sono garantiti i percorsi di partecipazione come cittadini? come si può pensare di costruire un terzo sistema senza comprendere identità e ruolo della società civile? È questo un nodo ineludibile se si vuole costruire una identità autonoma del terzo settore attraverso percorsi di rinegoziazione dei rapporti tra cittadino e "volontario" e tra pubblico e privato.

Note:
(1) Ralph Darendhorf, Quadrare il cerchio. Laterza, 1995.
Jeremy RifRin, La fine del lavoro, Baldini e Castoldi,1995.

(2) Mi si permetta, in nota, di ringraziare il buon Dio per la creazione del paradosso, fonte inestinguibile di progresso e libertà.

(3) Altro paradosso legato a questa sottolineatura sono le tante iniziative di educazione alla legalità promosse nelle scuole e realizate senza che questo porti poi ad aprire un minimo di dibattito sul tema dell’insegnamento dell’educazione civica.

Documentare sul disagio

Le merci rare di fine secolo: il sapere e l’informazione

Ne "Il trionfo della moltitudine: forme e conflitti della società che viene" (Bollati Boringhieri, 1996), uno dei più bei libri che siano stati scritti sulle profonde trasformazioni sociali in corso, Aldo Bonomi, l’autore, si sofferma sui luoghi e sulle esperienze che lui definisce agire nella terra di mezzo, tra inclusione in un sistema di competizione economica generalizzata e l’esclusione nell’anomia e nella massa indifferenziata; luoghi che trattano le merci rare del fine secolo: il sapere e la socialità.
Parlando della figura metaforica del progettista imprenditore Bonomi sottolinea : " … il progettista imprenditore, delineando, prima della forma impresa, la forma progetto, ipotizza ambiti che producono, oltre al reddito, socialità.
Lo sforzo per esistere di questa figura, debole come un neonato che si affaccia al mondo, lo vedo delinearsi nei tanti soggetti che, a fronte della fine del racconto e dei luoghi del racconto, progettano riviste, case editrici, radio, tv, luoghi di produzione musicale, video, cioè luoghi che spesso esauriscono il loro compito ancor prima di confrontarsi con il mercato, ma mettono in circolazione il desiderio di esserci e comunicare, nel tentativo di piegare gli strumenti della tecnica, i mezzi, da reti di comando e controllo, a strumenti di comunicazione e socializzazione….quanto questa figura debole e inesperta sarà in grado di crescere, dipenderà da ciò che avverrà nei luoghi ove la merce rara sapere è prodotta: le università, i centri studi, i centri di ricerca. Questi sono i luoghi che stanno tra il produrre e la mondializzazione, con funzioni strategiche, e questi sono i luoghi che andranno osservati" (op.cit.pag.105-106)
Tra gli attori che forse evocano una società che viene come il progettista imprenditore, il volontariato ed il terzo settore, i comitati cittadini, i centro sociali autogestiti (cfr. a tal proposito il bel volume "Centro sociali: che impresa", di Moroni, Farina, Tripodi, edizioni Calstelvecchi, 1995), i Centri di documentazione che nascono numerosi ad opera del volontariato e dell’associazionismo (e poco, non a caso, a cura della cooperazione sociale) e, più recentemente, ad opera degli enti locali che hanno vissuto le stagioni più ricche delle politiche sociali negli anni ‘70/90, evocano queste dinamiche intrecciando spesso più di una identità.

Produrre cittadinanza e socialità

Una galassia di iniziative, sospese tra conformismo e innovazione, che ben riflettono la spaccatura dell’universo non profit sospeso tra chi opera in una pura logica sostitutiva di un welfare non più dato e chi invece persegue desideri di produzione di cittadinanza e socialità.
Al di la quindi dei numeri, della carte patinate, delle dotazioni tecnologiche e della capacità di "bucare" i media, quali le identità e le strategie per i centri di documentazione perché questi, oltre che produttori di informazioni, siano anche " … laboratori sociali del rapporto tra politica e partecipazione … luoghi ove stare assieme, producendo cultura, informazione, comunicazione, sottraendosi all’imperativo categorico della società competitiva …"? (op.cit.pag.112).
Riflettere sui Centri di documentazione ci si è provato nei mesi scorsi in un seminario organizzato dalla Fondazione italiana per il volontariato in collaborazione con l’associazione CDH, la Biblioteca del CENSIS e la Rete regionale dei Centri di documentazione per l’integrazione della Regione Emilia Romagna.
Qui di seguito riportiamo il "documento base per la discussione" , elaborato dagli organizzatori, come contributo sui temi sopra accennati invitando caldamente alla lettura del libro di Bonomi e di quello di Moroni, Farina, Tripodi, vere miniere di spunti per chi percepisce e pratica i centri di documentazione come strutture di connessione tra sociale e cultura, come luoghi di incontro, come terreni di coltura per gruppi, progetti, persone.
A titolo informativo segnaliamo che da due anni la Rete regionale dei Centri di documentazione per l’integrazione della Regione Emilia Romagna edita una Rassegna stampa trimestrale sul rapporto tra Informazione e marginalità che ha dedicato ampio spazio al tema dei centri di documentazione e ne cura una banca dati aggiornata periodicamente.(*)

Ottanta centri di documentazione sul disagio

Nei tanti documenti scritti negli ultimi anni sul ruolo e l’identità del volontariato è solitamente la funzione di formazione quella che più viene sottolineata come fattore decisivo per uno sviluppo coerente di questo importante settore della realtà italiana.
E’ chiaro che il concetto di formazione contiene già in sé l’idea dell’utilizzo di materiale documentario, ma una riflessione specifica attorno al tema della documentazione forse può risultare utile in questa stagione in cui lo sviluppo tecnologico e quello della società dell’informazione rendono sempre più complesso l’approccio a tematiche come quelle della formazione, dell’informazione e della documentazione.
Negli ultimi dieci anni l’attenzione alle tematiche connesse all’informazione e alla documentazione nell’ambito del "sociale" (emarginazione, volontariato, terzo settore, integrazione, diritti, ecc) si è particolarmente sviluppata.
Le Pubblicità progresso, la TV "di servizio", la TV "del dolore", le oltre 400 riviste promosse da associazioni e gruppi di volontariato, "Rain man", "Figli di un Dio minore", la "Carta di Treviso, i convegni "Handicap di Carta", "Cronaca grigia", "Titoli minori", il settimanale Vita in tutte le edicole, il "Maurizio Costanzo show", il "Coraggio di vivere", i tanti centri di documentazione, le banche dati, Internet.
Esperienze e iniziative grandi e piccole, utili o demagogiche che hanno comunque portato gran parte del mondo del sociale ad interessarsi e a "progettare" rispetto alle funzioni di informazione e documentazione.
In particolare la formula del Centro di documentazione si è sviluppata a macchia d’olio; in Italia sono ormai circa una ottantina le iniziative e/o le strutture che si definiscono come tali o con termini che più o meno evocano le medesime funzioni (Centro risorse, centro informazione, banca dati, sportello informativo, ecc).

I tre motivi che spiegano questa proliferazione

I motivi di questa proliferazione sono sicuramente molteplici e complessi e investono le trasformazioni dello stato sociale, la crisi della politica e dei suoi attori tradizionali, l’affermarsi della società della comunicazione, lo sviluppo tecnologico. Molte sono le considerazioni che si potrebbero fare a partire da questi nodi, tuttavia la realtà attuale del volontariato italiano ci induce a soffermarci soprattutto attorno a tre aspetti.
Il primo riguarda la stagione di profondi cambiamenti che stiamo vivendo e che il Centro documentazione (CD) aiuta a "percorrere" permettendo di progettare il cambiamento, e l’innovazione che dovrebbe accompagnarlo, a partire dalle idee, dalla cultura, dalle esperienze degli altri raccolte e raccontate nei libri, nelle riviste, nella stampa, nei video.
Il CD, quindi, come struttura per il confronto e l’innovazione.
Il secondo aspetto riguarda l’esigenza di collegamento che i cambiamenti portano con sé e amplificano. Uscire dal proprio ambito tematico specifico, dalla propria impostazione politico-culturale, per incontrare altre idee, esperienze, modelli organizzativi, schemi mentali e stabilire legami con questi.
Le funzioni di documentazione e informazione orientano verso questo, anzi obbligano a questo.
Il terzo aspetto, carico al tempo stesso di potenzialità e di ambiguità, è il fattore trainante che hanno parole come informazione, informatica, telematica, Internet. Parole che se rientrano nel "campionario" di una struttura, fanno veleggiare, spesso, col vento in poppa a cavallo delle trasformazioni.
Verso dove? e quale spessore qualitativo esprime la gestione di queste dinamiche? Ecco, appunto, il problema.
L’impressione è che sia il terzo aspetto quello ad essere più agito. Pare spesso che i CD si strutturino soprattutto a partire da questo, saltando pari pari una fase di ricerca e costruzione di senso necessariamente non breve, e delineando quindi iniziative informative e di documentazione che corrono il rischio di rimanere fini e non diventare mezzi.
La letteratura reperibile sul senso è l’identità dei CD impegnati nel sociale è veramente scarsa e limitata a poche iniziative.
Ecco allora la necessità di non dare niente per scontato e di riattualizzare la ricerca di senso dei CD e delle loro reti di collegamento e scambio che ne costituiscono, in una logica di sviluppo, e non solo di crescita, la vera ragione di essere.
Come accade per ogni individuo, anche per i CD lo sviluppo non può avvenire ed aver significato che all’interno delle relazioni con gli altri.

I possibili ambiti di riflessione sul tema dei centri di documentazione

Non esiste un modello di CD per l’ambito sociale, e per certi versi è meglio che sia così, ma certamente è necessario costruire e far circolare un dibattito che permetta alle esperienze di circolare, di costruirsi nel confronto un linguaggio accessibile agli altri, di entrare in relazione con le strutture e le figure professionali specifiche del settore, di essere riproponibili in una logica di rete. Si pensi a questo proposito quanta competizione e ripetitività c’è stata negli ultimi anni nei progetti di carattere soprattutto informativo. Ognuno si è mosso per conto proprio, utilizzando queste funzioni a volte come terreno di riconversione (l’informazione come enzima che "catalizza" reazioni, un po’ come l’ecologia negli anni ’80); questo non favorisce certo la costruzione di spezzoni di identità del terzo settore.
Ci sembra utile proporre all’attenzione una serie di elementi che da una parte possano servire a costruire modello/modelli di CD e dall’altra facciano emergere coerenze tra l’attività dei CD e lo sviluppo del volontariato, del terzo settore, delle politiche e delle culture per la lotta alla emarginazione. E’ superfluo ricordarlo ma anche i CD sono dei mezzi e non dei fini, così come lo sono le funzioni che essi esplicano.
Il primo ambito di riflessione investe il termine stesso di CD. Perché molte iniziative si sono definite come tali e non biblioteche dato che, dalle informazioni che se ne possono ricavare, sostanzialmente funzionano come tali?
E’ il computer? il fatto di non avere solo libri? CD pare più moderno? Come intendono le varie realtà la differenza tra un CD e una biblioteca? I CD condividono l’affermazione che documentare significa raccogliere, selezionare ed elaborare?
La seconda riflessione investe le funzioni di cui si occupa un CD. Esistono realtà che si occupano esclusivamente di documentazione. Altre che si danno come scopo soprattutto quello di essere sostanzialmente sportelli informativi sulle risorse (servizi, leggi, punti di riferimento, consulenza per pratiche, ecc) rispetto a determinate tematiche.
Altri intrecciano le funzioni; generalmente documentazione e informazione, ma anche in alcuni casi formazione e animazione e promozione culturale. Altri ancora svolgono intensa attività di collegamento con strutture e gruppi offrendosi anche come contenitore che favorisce la nascita di altre iniziative (documentazione e informazione come terreno di "coltura").
Ogni funzione può essere presupposto e conseguenza delle altre, con tutta la ricchezza che questo può comportare.
I CD hanno riflettuto su questo? si sono dati una organizzazione e strategie per dare coerenza ai diversi settori di intervento?

Il percorso di un centro di documentazione

Terzo punto è l’identità di un CD. Quali percorsi segue? esistono analogie tra le varie esperienze? Una possibile schematizzazione del percorso di un CD può essere quella che individua in quattro grandi fase il percorso della strutturazione della sua identità.
La prima è quella in cui un CD è ciò che è. Ovvero la fase dell’idea, della proiezione di questa in una possibile progettualità; la fase in cui le esperienze e le capacità delle persone che partecipano del progetto trovano, appunto, sintonie e codici comuni.
La seconda fase è quella che identifica il CD con ciò che ha. Lo spazio fisico, gli arredi, i libri, la posta che arriva, la targa all’ingresso. Uno spazio, fisico e mentale finalmente visibile anche agli altri e che evidenzia una costruzione iniziata. Una fase legata molto alla fisicità della documentazione.
La terza fase è quella legata alle attività, la fase in cui il CD è ciò che fa. Raccogliere, selezionare, elaborare il materiale, l’intreccio di questo con le proprie esperienze e con i propri strumenti produce idee, progetti, iniziative. Il documentare comincia a dare frutti.
L’ultima fase potrebbe essere definita come quella della rete dei rapporti. La fase in cui si scopre che in realtà il CD esiste soprattutto al di fuori di se stesso, che il vero lavoro di un CD è nei canali di entrata e di uscita delle documentazioni e informazioni e quindi nelle relazioni con altri soggetti, nei progetti di collaborazione, nei progetti condivisi. E’ la fase in cui diminuisce l’importanza del CD come spazio fisico; gli indicatori non sono più solo la quantità del materiale o gli iscritti al prestito, ma il sacco della posta, le spese telefoniche, postali, di viaggio, cioè gli indicatori delle relazioni.
E’ questa la fase più delicata, direi decisiva, in cui un CD deve saper passare da una strategia di prodotto (ho informazioni – cerco utenti) ad una strategia di mercato (ho utenti e bisogni – cerco informazioni).
Un po’ come quei giocolieri che fanno ruotare 4/5 piatti tutti contemporaneamente, anche un CD deve saper alimentare, anche se inevitabilmente con forme di discontinuità e incongruenza, le ragioni delle varie fasi.
L’idealità, il flusso delle informazioni, la capacità di trasformare le idee in iniziative sono alimento indispensabile per una rete di rapporti che sia significativa e che porti reali contributi sul tema dei diritti, della lotta alla emarginazione, della valorizzazione delle differenze, di una cultura di pace.
Ripensando alla propria storia i CD trovano analogie con queste riflessioni? hanno altre schematizzazioni da proporre? trovano più corrispondenza in altri termini di quelli qui usati?
Operare in un CD, proprio perché alla fin fine si agisce attorno alla gestione dei linguaggi nel variare dei contesti, non è forse un po’ anche un’arte come lo sono tutti i linguaggi (pittura, musica, fotografia, grafica, letteratura, ecc)?
Questa ultima considerazione introduce il nodo importantissimo di dove abitino i CD. All’interno del sociale, quindi all’interno di tutte le parole collegate a questo termine, o è meglio pensarli come strutture di connessione, quindi anche con altri settori come la cultura, l’economia, l’istruzione, ad esempio. Forse che l’emarginazione non viene dalle in-culture, da meccanismi economici distorti, dalla mancanza di opportunità di istruzione e relazione?

L’attenzione alle fonti e i linguaggi di ricerca

Il quarto punto è relativo alle strategie, alle logiche alla luce delle quali orientare il proprio lavoro. Sotto questo aspetto ne indichiano alcune che ci sembrano significative.
La prima è l’attenzione a tutte le fonti, intese sia come mezzi (riviste, cinema, TV, ecc), sia come attori sociali (volontariato, enti locali, cooperazione, università, ecc) sia come ambiti (scuola, informazione, formazione, mondo giovanile, ecc) e questo soprattutto in un periodo in cui istituzioni, cittadini, partiti, sono meno sovrapponibili di quanto fossero una volta. In ultima analisi non dare per scontata quella famosa società civile a cui appartiene la stragrande maggioranza dei CD.
All’interno della attenzione complessiva alle fonti c’è da tenere conto poi della gerarchia di valori che ogni CD può fare rispetto alle diverse tipologie di documentazione. La cultura media identifica ancora nel libro lo strumento più importante, ma le necessità di informazione e dell’ "agire" impongono la necessità di dotarsi di strumenti diversi e di non gerarchizzarli.
La seconda strategia è quella relativa alla costante attenzione (e alla capacità), di organizzare linguaggi di ricerca che tengano conto dell’evolversi delle culture e delle dinamiche sociali. Si entra qui nel terreno occupato dai soggettari, dai tesauri, ma quello che ci interessa focalizzare sono i percorsi che portano a questi, le logiche con cui i vari CD dal dibattito, dagli eventi, dalle documentazioni e informazioni traggono spunti per una gestione dinamica di questi strumenti. Usando anche qui una immagine si potrebbe paragonare l’attività di un CD in questo ambito a quella di un cantautore che sa "interpretare" il proprio tempo e usare parole che creano sintonie e codici.
Altra strategia da tenere in considerazione è quella relativa al consumare e produrre (informazione e documentazione) come condizione irrinunciabile di un CD. Creare cioè quella circolarità nei flussi che è scambio, crescita e al tempo stesso relativizzazione del proprio lavoro e che è condizione necessaria per permettere al CD di sopportare la fatica del dover "correre" che è inevitabile date le funzioni che gli sono proprie.
Saper utilizzare linguaggi diversi, tema già affrontato nel documento, ci sembra altra strategia decisiva per un CD che sappia parlare a interlocutori diversi e con una gamma di approcci variegata.
L’ultima strategia che sottoponiamo al dibattito è relativa alla necessita di mantenere viva la riflessione su cosa sia e significhi l’informazione per un CD. A noi sembra che debba essere considerata non come un accessorio, una sorta di ufficio stampa che ha rapporti solo con le alte sfere (informazione come potere), ma un servizio, una competenza che sta all’interno della rete dei servizi e che è ponte verso le strutture dell’informazione. In questo senso ci sembra che non solo i media debbano essere più informati e formati rispetto al sociale, ma che anche questo debba acquisire/scoprire capacità informative oltre che documentative. In questo senso l’informazione, e a maggior ragione negli ambiti di cui si sta parlando, ha senso se evidenzia non solo le notizie (ciò che è già successo), ma se fa circolare idee, risorse per ciò che potrebbe accadere.

I Centri di servizio al volontariato

L’ultimo ambito di riflessione è il rapporto tra i CD e i Centri di servizio (CS) previsti dalla legge 266 e che proprio in questi mesi, in alcune regioni, stanno avviandosi.
La nostra impressione è che i due ambiti abbiano avuto poche connessioni anche se alcuni CD sono nati appositamente per proporsi per questo.
In molti documenti (dei pochi circolati fino a non molti mesi fa) si trova scritto che i Centri di servizio sono strutture "nuove" come se esistesse una incapacità di smuoversi dal dato prettamente legislativo (legge, decreto, ricorsi e controricorsi. circolari ministeriali, incontro/scontro con le banche, ecc) e vedere che i CS esistono perché svolgono delle funzioni e non perchè esiste un decreto ministeriale.
Se l’informazione è l’esatto contrario del potere si può dire che invece quella sui CS è stata una vicenda che ha seguito logiche esattamente contrarie a quelle a cui dovrebbe ispirarsi una struttura deputata a svolgere le funzioni che la stessa legge le affida.
Il dibattito sui CS è stata materia spesso delle grandi associazioni, dei leader dei gruppi, di assessori; si sono riviste perfino cordate "rosse" e cordate "bianche" che sembravano dimenticate.
Possono i CD, dando per scontato che molti di loro collaboreranno ai CS, contribuire a far prevalere logiche di scambio e comunicazione a quelle di potere, come invece troppo spesso si è visto?
Come intendono far crescere il volontariato sui temi della documentazione e dell’informazione e non proporsi solo per la vendita di servizi?

(*) Per informazioni: Rete CDI, Assessorato Politiche sociali, v.le A.Moro 38, 40127 Bologna.

Per chi volesse informazioni sul seminario svoltosi presso la Fondazione italiana per il volontariato di Roma può rivolgersi a Giampaolo Manganozzi, Fivol, via Nazionale 39, 00184 Roma.

Nota:

Il presente documento è una rielaborazione del "documento base per la discussione" presentato al seminario Fivol sui centri di documentazione.

Bibliografia ragionata su handicap e sessualità

di Andrea Pancaldi

Dopo le prime esperienze pionieristiche alla fine degli anni ’70 (cfr. Padovani, Tessari, Valgimigli, CDH) è alla fine degli anni ’80, col pieno emergere della tematica del cosiddetto “handicap adulto”, che si apre definitivamente il dibattito sull’affettività e sessualità delle persone handicappate, ponendolo alla attenzione di operatori, genitori, volontari, amministratori.
Aumentano le disponibilità di documentazione, vengono avviate con continuità esperienze di formazione, la tematica entra a pieno titolo anche nelle attenzioni della rete dei servizi sociosanitari.
Non si è più dunque più all’anno zero anche se la strada da percorrere appare ancora lunghissima; il dato di una sessualità come parte integrante di ciascun individuo non è nell’handicap un dato acquisito. Nella cultura in cui siamo immersi ciò è avvenuto forse perché l’argomento sessualità è sempre stato abbinato a situazioni di rottura, di disobbedienza, di istinto liberato e quindi pericoloso, da gestire e tenere sotto controllo. Pensiamo a un tema con tali caratteristiche affiancato a quello della diversità, dell’emarginazione, della malattia e della morte che l’handicap porta dentro di sé nella nostra cultura. Una miscela esplosiva a cui reagire negando il tema o rappresentandolo, come fanno da sempre i media (cfr, “Handicap e sessualità nella stampa quotidiana italiana”, in “Diventare carne”, CDH), con tinte fosche o scandalistiche.
Di seguito riportiamo le cose a nostro avviso più significative tratte dagli oltre 300 titoli disponibili presso la biblioteca del CDH: ricerche, riflessioni, esperienze attorno ad un tema fondante e centrale nella vita di ciascuna persona.

Raccolte di articoli da riviste e altre bibliografie
CDH Bologna
“Handicap, affettività, sessualità”
in Rassegna stampa handicap, suppl. n.6-7,
luglio-agosto 1995

CDH Bologna
“Diventare carne”
in Rassegna stampa handicap, n.6, giugno 1991

Rivista “Famiglia Oggi”
“Handicap e sessualità: bibliografia”,
in Famiglia Oggi, n.2, febbraio 1994

Casamassima
“Bibliografia ragionata: sessualità”
in Rassegna stampa handicap, n.9, settembre 1986

Valgimigli, Liverani
“La sessualità dell’handicappato psichico: chi, come e quando”
in HP-Accaparlante, n.4, aprile 1992

Contributi di carattere generale
Baldaro Verde, Govigli, Valgimigli
“La sessualità dell’handicappato”
Il Pensiero scientifico, Roma, 1987

Padovani, Spano
“Handicap e sesso: omissis”
Bertani, Verona, 1978

Selleri
“Handicap e sessualità: una emancipazione difficile”
in Prospettive sociali e sanitarie, n.1/1987

Tessari, Andreola (a cura di)
“Sessualità e handicappati”
Feltrinelli, Milano, 1978

Mannucci
“Peter Pan vuol fare l’amore: la sessualità e l’educazione sessuale dei disabili”
Del Cerro, Pisa, 1996
Rifelli, Pesci
“Handicap fisico e sessualità: esperienze per una educazione alla sessualità”
in Rivista di sessuologia, n.4/1988

Padovani
“La speranza handicappata”
Guaraldi, Firenze, 1974

Abrham, Pasini
“Introduzione alla sessuologia medica”
Feltrinelli, Milano, 1975

Imbasciati
“Sviluppo psicosessuale e sviluppo cognitivo”
Pensiero scientifico, Roma, 1986

AA.VV.
“Handicap e sessualità”
in Marginalità e società, n.29/1995

Pesci
“Dai diritti ai percorsi”
in HP-Accaparlante, n.15/1993

Pesci
“La sessualità inaspettata”
in HP-Accaparlante, n.17/1993

Pesci
“Il corpo recintato”
in HP-Accaparlante, n.44-45/1995

Pesci
“Davanti allo specchio”
in HP-Accaparlante, n.48/1995

Veglia
“Handicap e sessualità: il silenzio, la voce, la carezza”
Angeli, Milano, 2000

Handicap intellettivo
Veglia
“Una carne sola”
Franco Angeli, Milano, 1991

Valente Torre, Cerrato
“La sessualità negli handicappati psichici”
Libreria Cortina, Torino, 1987

Dixon
“L’educazione sessuale nell’handicappato”
Centro Erickson, Trento, 1993

Handicap fisico
Manzoni, Mazzoncini
“Paraplegia: aspetti psicologici e sessuali”
Bulzoni, Roma, 1982

Bonaldi
“Aspetti genito sessuali nella paraplegia”
Comune Verona e ULSS 25, Verona, 1987

Calamandrei
“Amore intelligente, una indagine sulla sessualità delle persone con lesioni al midollo spinale” Libreria Editrice Fiorentina, Firenze, 1985

Atti di convegni
Gabbanelli (a cura di)
“Handicap e sessualità”
atti del convegno “Il disabile e la sessualità”
Prato, 1993, in Rivista di sessuologia, n.1, gennaio-marzo 1994

CDH Bologna
“Al silenzio, all’imbarazzo, all’invisibilità: tra femminile e handicap
atti del convegno omonimo, Bologna, febbraio 1990
in Rassegna stampa handicap, n.9, settembre 1991

Imperiali (a cura di)
“Handicap mentale e sessualità: atteggiamenti a confronto”
atti del convegno omonimo, Anffas, Varese, 1991

Imperiali (a cura di)
“Handicap mentale e sessualità”, atti del convegno omonimo
Anffas, Varese, 1994

AA.VV
“Sessualità e psicohandicap”
atti del convegno omonimo, Cepim, Torino, 1994
Libreria Cortina editrice, Torino, 1986

AA.VV.
“Handicap e sessualità”
atti del convegno omonimo, Centro Vigotskij, Padova, 1990

Famiglia, handicap, sessualità
Zambon Hobart
“Sviluppo sessuale e sociale: appunti per i genitori di persone down”
Quaderni ABD, Roma, 1991

Gallo Barbisio
“I figli più amati”
Einaudi, Torino, 1979

Ponzio, Galli
“Madre e handicap”
Feltrinelli, Milano, 1988

Hourdin
“Amo la vita malgrado tutto”
Paoline, Roma, 1984

Relazioni pericolose?

“… la solidarietà diventa, nell’epoca del volontariato da una parte e dei corrotti dall’altra, un terreno di sicuro interesse per il mondo della pubblicità. … C’è chi usa la pubblicità e basta e c’è chi è conscio di cosa sta succedendo sulla strada del terzo settore… ce n’è per tutti i gusti e dietro al prodotto pubblicitario ci sono storie diversissime”.

Tra le varie questioni che troviamo in quel pentolone indifferenziato in cuibollono insieme ingredienti come il "terzo settore", il"volontariato", la "solidarietà", ve n’è una che rimaneancora abbastanza in disparte, o quantomeno all’ombra della PubblicitàProgresso.
Parliamo della pubblicità tout court, quella che fa vendere saponi e frullatorie che, in quanto tale, ha l’esigenza di rinnovarsi, di trovare nuovi stimoli echiavi interpretative dei messaggi nel tumultuoso cambiamento delle culture edel costume.
Sulle pagine di questa rivista dal lontano 1983, quindi anche nelle annate incui si chiamava Rassegna Stampa Handicap o semplicemente Accaparlante, abbiamosempre cercato di fotografare l’evolversi della cultura dell’handicap e dellamarginalità in generale attraverso quello strumento fondamentale che èl’archivio (libri, riviste, quotidiani) del Centro Documentazione che editaquesta rivista. In questo senso, a più riprese, ci siamo occupati anche dellospecifico delle pubblicità, Progresso e non (Rassegna Stampa Handicap 1985 e1988, Accaparlante 1990, HP 1994), cercando di commentarne i messaggi e dicapire soprattutto quali mondi e quali ragioni stavano alle spalle di questeiniziative. Abbiamo cioè cercato di non creare l’ennesima "novità"accostando termini apparentemente lontani, approccio molto usato negli anni ’80,ma di avere il più possibile una visione d’insieme.
La pazienza certosina con cui da quindici anni vengono sfogliati tutti i giorniLa Provincia Pavese, Il Piccolo, L’Unità, Il Manifesto, Avvenire, Il Giornaledi Sicilia…, le due dita di polvere sui carpettoni pieni di fogli ormaiingialliti, possono sembrare esempi di atteggiamenti maniacali. Eppure sonol’unico modo per non associarsi al bla bla sull’informazione, per parlare nonsolo di teorie ma di fatti concreti, per avere, soprattutto, memoria.
E oggi, che le Pubblicità Progresso e la pubblicità sociale hanno "tiratola volata" alla pubblicità tout court sulla strada della solidarietà, lamemoria serve davvero.

Tra subnormale e subliminale

I messaggi pubblicitari classici non funzionano più come prima. I valorinella società italiana di tangentopoli e della corsa al centro sono cambiati.L’ecologico è in fase calante, la Milano da bere si abbronza ad Hammamet, coscee tette tirano sempre, ma non bastano. La solidarietà e tutti gli immaginari adessa collegati diventano così nell’epoca del volontariato da una parte e deicorrotti dall’altra, un terreno di sicuro interesse per il mondo dellapubblicità e già circolano numerosi esempi svincolati sia da associazioniconosciute che, nell’altro campo, da aziende conosciute.
L’"utilità", le virgolette sono d’obbligo, è triplice: leassociazioni raccolgono fondi e assaggiano la torta dell’immagine, le aziendetestano un settore rivelatosi interessante dal punto di vista pubblicitario e diimmagine, le agenzie di pubblicità entrano in contatto con un mondo da cuiavere idee.
Quale rapporto avere con questi fenomeni e con le tematiche ad essi sottese?Quali continuità e discontinuità tra lo sponsor e la beneficenza? Comeriattualizzare l’incontro/scontro con i mondi dell’economia senza cadere solo inideologie? Come coniugare solidarietà e diritti? Può esistere l’una senza glialtri?
Una bella sfida nella quale occorrerebbe molta sapienza e molta memoria, coseche spesso non ci sono o semplicemente non possono esserci.

Associazioni e imprese: le tante strade che portano alla pubblicità

Il mondo delle associazioni, più o meno di volontariato, attive nel settoredella marginalità e della malattia, è da una parte estremamente complesso edall’altra negli ultimi tempi si è modificato come "composizionegenetica".
Ad un associazionismo classico fatto da genitori e parenti, e ai gruppi divolontariato, ecclesiali e non, composti da singoli cittadini nonnecessariamente coinvolti direttamente nei vari temi, si è aggiunto da unadecina di anni un associazionismo emanazione diretta delle professioni e dellestrutture specialistiche. E’ un fenomeno in gran parte legato all’ambito dellamedicina e che ha nel reperimento dei fondi attraverso canali privati una dellesue ragioni di essere. Finanziamenti di borse di studio per medici, acquisto diapparecchiature, costruzione di reparti e/o strutture sanitarie private ocollegate ai servizi pubblici sono la destinazione privilegiata dei fondiraccolti.
Sull’onda del volontariato stanno poi rifiorendo anche quelle logicheassociative che erano in parte scomparse con la cultura sociale degli anni ’70 econ quella del privato degli anni ’80. Sono le classiche iniziative benefichedelle "signore bene" a cui la stampa locale dedica interi paginoni.
Tutto questo per dire che i due poli della questione (associazioni e aziende,oppure finanziatori/finanziati o semplificando e banalizzando all’estremoricchi/poveri) non sono così distinti come sembra e spesso, soprattuttopensando alle culture che vengono espresse, non si capisce per certi versi dovefinisce l’uno e inizia l’altro.
L’atteggiamento dei mondi dell’economia verso queste tematiche èinevitabilmente variegato. C’è chi si interessa per puro calcolo, c’è chi haslanci ma non ha cultura per supportarli, c’è chi è attivo per recuperareimmagine sul terreno del disinteresse dopo averla persa su quello dell’interesse(illecito), c’è chi infine, dati per assodati certi cambiamenti in ambitopolitico ed economico, ci prova ad accettare la sfida per un capitalismo menoselvaggio e per una impresa cosciente del suo ruolo sociale oltre cheproduttivo.
C’è chi usa la pubblicità e basta e c’è chi è conscio di cosa sta succedendosulla strada del terzo settore; tra questi ultimi c’è chi vede il terzo settorecome una occasione di sviluppo e di progresso, anche in termini di democrazia, ec’è chi vede nel terzo settore una specie di riserva indiana in cui spediremanodopera in esubero, garantire un minimo di servizi agli emarginati oritagliarsi eventualmente anche nicchie di business.
Insomma, ce n’è per tutti i gusti e dietro al prodotto pubblicitario finale,più o meno di qualità, ci sono storie e strade diversissime.
Anche l’atteggiamento delle associazioni è variegato, com’è variegato il loropatrimonio genetico e il loro senso di marcia.
Generalmente, le associazioni più attive nel settore sono quelle che nonconnettono in maniera marcata i singoli aspetti di solidarietà (solidarietàmolecolare la chiamano sociologi e filosofi) ad un progetto più complessivo,dichiaratamente quindi anche di carattere politico e culturale, di emancipazionedelle fasce marginali.
Disegnare una geografia cultural-politica delle associazioni è impresa ardua ela sola equazione destra/sinistra da sola (e ambigua com’è tutt’oggi) non reggepiù e non è esaustiva della collocazione delle politiche associative. Lacosiddetta società civile interessa sia la destra che la sinistra e l’immagineche una associazione ha, pesa di più della sua collocazione culturale. Daaggiungere poi che le stesse associazioni si collocano automaticamente nellasocietà civile, spesso senza nemmeno aver ragionato su cosa significhi questoassunto. I tanti progetti in cui la solidarietà pare lontanissima parente deidiritti lo testimoniano.
Sarebbe quindi arbitrario affibbiare etichette a questo o quel gruppo, ma èaltrettanto vero che chi ha cari i temi dei diritti e dell’iniziativa culturalesa che deve mettere in campo strategie molto diversificate, di medio-lungoperiodo e che aiutino a disegnare una complessità non delineabile da chi siaffida solo o principalmente a spot, eventi benefici e passaggi più o menolunghi in TV.

Utilità o cultura? Un esempio tra tanti

Chiudiamo il contributo con uno dei tanti esempi tratti dall’archivio delCentro Documentazione Handicap.
Crediamo sia significativo per rispondere alla domanda: "Le iniziativepubblicitarie, alcune in particolare, producono cultura o semplicemente siaccodano alle culture per sfruttarne gli effetti giudicati utili?".Paradigmatica è la parabola dei Pooh, celeberrimo complesso italiano che èstato ed è tuttora "in scia" ad ogni fenomeno culturale.
Nel 1985, in pieno emergere della stagione del privato e della critica al ’68dichiaravano su Gente: "La gente ci ama perché non parliamo di droga e nonlanciamo messaggi politici… Le nostre canzoni sono pulite e piacciono anchealle mamme". Passati alcuni anni e crollato il muro di Berlino i Poohriscoprono un certo impegno sociale e, anche se con un certo ritardo, dichiaranoa Iniziative Sociali del novembre 1990 il loro amore per il WWF: "Con noiMilano sarà più verde".
Passano gli anni ed ecco nuovamente i Pooh scendere allegramente dal treno diTelethon a portare il loro contributo alla "gara di solidarietà" conle solite amenità "… è importante essere qui… chi è menofortunato…".
Se non ci fosse da piangere ci metteremmo a ridere.
Ma siccome ridere è anche una grande risorsa vogliamo seguire il suggerimentodatoci una decina di anni fa da Umberto Eco circa la capacità di ridersiaddosso come strumento indispensabile di sopravvivenza dei gruppi marginali.

Per saperne di più

Ecco alcuni articoli sulla pubblicità sociale che sono reperibili presso ilCentro Documentazione Handicap di Bologna, via Legnano 2, tel. 051/6415005 fax. 051/6415055.

* A. Lambrilli, "Uno spot dell’ANMIC: per conoscere e farsiconoscere", Tempi Nuovi ANMIC, n. 3/91
* A. Pancaldi, "Se sei emarginato ti serve uno sponsor",Partecipazione, n. 3/91
* P. Della Pasqua, "Arbore: – Perché ho messo la mia immagine al serviziodi chi soffre -", Erre come riabilitazione, n. 6. 1991
* "Telethon: verso l’Europa", DM, n. 1/91
* A. Pancaldi, "Gli spot sull’handicap tra politica, businnes evolontariato", ASPE, n. 1/91
* M. Portela Carreiro, "Sornadas sorbe minusvalia y medios de comunicacion",Minusval, n. 72/91
* "A me gli occhi, please", Il delfino, n. 4/91
* S. Cacciatore, "La pubblicità regresso dell’ANMIC", Riabilitazioneoggi, n. 2/92
* G. Cima, "La ruota fra i bastoni e non solo", Corriere dei ciechi,n. 37/92
* L. Papa, "Non per soldi ma per progresso", Il delfino, n. 6/92
* V. Bussadori, N. Rabbi, A. Pancaldi, "Consigli per gli acquisti", HP,n. 1/92
* C. Testini, "Pubblicità No Profit", Notizie ARCI, n. 3-4/94
* G. Gadotti, "La pubblicità sociale", DM, n. 115/94
* M. Minutoli, "La solidarietà non giova all’immagine", Vita, n.10/95
* "Pubblicità: volontariato paga o taci", Vita, n. 9/95
* "Oui, je suis handicappé, EX, n. 6/95
* G.P. Amendola, "Così abile così disabile", Vita, n. 29/95
* M.R. Tomasello, "Associazioni no spot", Vita, n. 41/95
* M.R. Tomasello, "IVA, la storia infinita", Vita, n. 44/95

Dove va, se esiste, il dibattito sull’handicap adulto

“Un handicappato diventa adulto, ma pochi lo sanno davvero”, titolava un articolo di Andrea Canevaro sulla rivista Rocca del 1983.
Da allora di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia eppure il dibattito su questo aspetto dell’handicap prosegue ancora in maniera ambigua e altalenante.

Per inquadrare il tema è necessario sottolineare come ci siano state in questi ultimi dieci anni tre parole chiave che hanno cercato di definire il dibattito.
"Handicap adulto" è la prospettiva indicata, e qui semplifico, dal mondo dei servizi socio sanitari.
Bambini handicappati socializzati, inseriti, scolarizzati a cui sono cresciuti il seno e la barba e che a fatica reggevano il parcheggio nel dilatarsi dei percorsi di formazione professionale. La risposta è stata la creazione, là dove questo è avvenuto, dei servizi per l’handicap adulto, variamente denominati, che hanno cercato di tamponare il vuoto di progettualità dovuto ad un vuoto di dibattito.
"Dopo famiglia" è stata la prospettiva di molte associazioni di familiari. Chiara la pesante ambiguità di una prospettiva che si connota con parole di tal genere, pur capendone la legittimità e realtà per tante situazioni contingenti.
Si è però creata una cristallizzazione attorno a questa prospettiva che pare l’unica che proviene dalle associazioni.
"Vita indipendente", con le relative parole chiave e temi di contorno (autonomia, mobilità, turismo, sport, tecnologie, ecc.) è la prospettiva delineata da alcuni gruppi con forte partecipazione delle stesse persone handicappate. La mia personale opinione è che anche questa prospettiva sia cresciuta debole, limitata dalla incapacità di collegarsi coerentemente alle esperienze e culture espresse negli anni precedenti rispetto ai temi legati ai bambini handicappati, e dalle tante ambiguità seminate nella seconda metà degli anni ’80 da tanti handicappati e handicappate "eccellenti" che hanno riempito giornali e televisioni.
Giunti ormai a metà degli anni ’90, in odore di ulteriore pesanti tagli ai servizi sociali che faranno terra bruciata dei diritti meno consolidati (leggasi interventi dei servizi per l’handicap adulto), con un associazionismo dell’handicap ultimo in classifica nel dibattito sul terzo settore e capace solo di proporre nuovi collateralismi testimoni della sua nullità e insipienza politica, cosa ci possiamo aspettare?
Difficile, anzi impossibile dirlo, anche se possiamo registrare l’arrivo sulla scena di una nuova prospettiva, evocata da recenti convegni: "Handicap e invecchiamento" (*).
Da una parte è dato di realtà, e positivo, che tante persone handicappate, migliorando le condizioni di vita, abbiano vita più lunga. Ancora c’è da dire che nella organizzazione di tanti servizi locali esistono fasce di età, generalmente tra i 50 e i 60 anni, in cui si corre il rischio di non essere più in carico ai servizi dell’handicap e non ancora in carico a quelli per gli anziani, e ciò in una situazione di ulteriore aumento dei bisogni.
Sgombrato, speriamo, il campo da approcci demagogici resta tuttavia il rischio che questa prospettiva diventi una nuova parola d’ordine unificante e che definisce un percorso di vita in "discesa" e non in "salita", che si riallinea a coordinate prettamente sanitarie e che spiana la strada alla creazione di strutture, vedi tanti progetti di RSA, che annullano in apparenza l’ambiguità del binomio handicappati/anziani dentro le stesse mura.
Pessimismo? Alle ore 12,30 del tredici di ottobre 1995 certamente sì. Non mi sembra che le persone handicappate, né i genitori delle associazioni, né i tecnici del settore, né il sottoscritto, abbiano le carte in regola per vincere questa sfida.
Sarà opportuno attrezzarsi per un periodo di resistenza.

(*) Il convegno "Handicap e invecchiamento" si è tenuto a Riolo Terme (Ra) il 18 ottobre 1995. Per informazioni: segreteria direttore generale A.USL di Ravenna, tel. 0544/40.90.22 fax 0544/40.90.63

Handicap, informazione e servizi

Quello dell’informazione rappresenta senz’altro uno dei luoghi attraverso i quali meglio si possono comprendere i cambiamenti avvenuti nel settore del sociale in Italia a cavallo tra gli anni ’80 e ’90 e uno dei terreni preferenziali dove sperimentare, in linea col senso complessivo della 266, un nuovo rapporto tra enti locali e volontariati, tra operatori dei servizi pubblici e persone impegnate in attività di volontariato. Sottolineiamo comunque che le diverse realtà regionali non ci permettono di tracciare un quadro unitario della situazione stante la presenza di Regioni in cui un sistema di welfare bene o male si era realizzato (e ora si tenta di smantellarlo) e Regioni dove frequente è l’amaro commento "… magari qui da noi si potesse parlare di crisi del welfare, sarebbe segno che qualcosa era stato realizzato…".
Nel corso di una parabola di una decina di anni in molte realtà italiane si è passati da un terreno legato alla logica della partecipazione e ad una presenza sostanzialmente pubblica, ad un terreno che vede decisiva la logica della informazione e ad una presenza sempre più emergente della cosiddetta società civile, che nel sociale trova tra i suoi attori principali l’associazionismo, il volontariato e la cooperazione.

Dalla partecipazione all’informazione

Se gli anni ’80 hanno segnato la crisi delle forme tradizionali della politica, l’organizzazione e il mantenimento del potere, che per alcune "correnti di pensiero" sono il fine della politica, non sono certo venute meno e quindi di fronte ad una qualificazione della nostra società come società mass-mediale, il centro del potere si sta spostando sempre più nell’informazione, nei sistemi di informazione sia centrali che locali.
La stagione degli anni ’70 per certi versi rendeva apparentemente marginale in molte realtà il tema della informazione, grazie ad una cultura del "presente" ("è QUI e OGGI che il sistema dei servizi pubblici territoriali si sta sviluppando"), ad uno sviluppo economico e tecnologico del sistema informativo ancora limitato e ad un "riunirsi" frequente (assemblee, convegni, commissioni, …), poi i dieci anni di pauroso rallentamento della cultura e dell’iniziativa sociale appena trascorsi (non inganni il proliferare di leggi!) hanno cancellato moltissimi dei luoghi della comunicazione.
Venute meno in parte le forme storiche di rappresentanza come partiti e sindacati, ed esistendo in tante realtà locali una cultura e una realtà del volontariato, dell’associazionismo, del terzo settore in generale, ancora frastagliata e senza una identità collettiva, l’informazione resta uno dei pochi fili che collegano la realtà sociale e che consentono in maniera diffusa di "stare dentro" ai cambiamenti, di coglierne il più possibile la complessità per cercare di governarla.
Se c’è qualcuno ancora interessato a contrastare gli aspetti più deteriori dell’equazione massmediologica sopracitata non c’è che da fare una cosa, invertire la rotta di 180° e ragionare considerando che l’informazione, nella sua più intima essenza, è l’esatto contrario del potere. L’informazione è quindi un bene collettivo, la si utilizza, imparando a decodificarla, ma si deve imparare anche necessariamente a produrla.

I nodi del problema

Da queste premesse generali una nuova stagione di rapporti tra governi locali e società civile, e quindi tra volontariati e servizi pubblici, non può prescindere dal nodo della informazione pena far rimanere "chiacchere" leggi come la 266 sul volontariato o la 142 sugli statuti comunali che hanno nella "comunicazione" la loro ragion d’essere.
Quali allora i nodi attorno ai quali ragionare dando per scontati alcuni "muri" che rendono difficile l’operazione come la difficoltà strutturale d’incontro tra "istituzione" e "informazione", la diffusa mancanza di dialogo tra le culture, la tendenza di larghe fette dei servizi e del volontariato ad affermare ognuno i propri primati; i primi quello della competenza e i secondi quello della "carica umana". E non c’è contrapposizione più stupida, come se l’una potesse fare a meno dell’altra!?
I nodi sono presto detti e lasciamo alle pagine di questo ed altri organi di informazione, e non solo, speriamo, la possibilità di svilupparli ed introdurne altri.
Il primo è quello dell’INFORMAZIONE COME SERVIZIO all’interno della rete dei servizi territoriali. Qui il lavoro è enorme dato che tutte le esperienze significative di informazione sociale si sono realizzate nel settore dell’associazionismo e del volontariato. Scarsissime e recenti le iniziative pubbliche tra le quali segnaliamo i progetti di reti regionali di Centri di documentazione e informazione sull’handicap avviati in Emilia Romagna e, più recentemente, in Veneto.
Il secondo nodo è l’INFORMAZIONE COME COMPETENZA degli operatori dei servizi, del volontariato, dell’associazionismo, della cooperazione. Anche questo è un settore da sviluppare in cui troviamo percorsi di formazione degli operatori sociali che non prevedono questa competenza ed esperienze significative e ultradecennali come quelle del Gruppo Abele di Torino e del Centro documentazione AIAS di Bologna.
Il terzo è l’INFORMAZIONE COME VISIBILITA’ DIFFUSA DELLE RISORSE E DELLE IDEE (ancor prima che delle notizie) DI UN TERRITORIO; dove il ritenerle grandi o piccole, importanti o meno importanti, parte dalle storie delle singole persone e non solo dalle strutture sociali. Le esperienze in atto sono tutte centrate su progetti di agenzie a carattere nazionale, mentre il dato locale è trascurato quando, a mio avviso, dovrebbe trovare molta più attenzione.
Il quarto ed ultimo nodo è quello relativo alla INFORMAZIONE COME STRATEGIA per relativizzare poteri e competenze e mantenere viva in un territorio una prassi di ricerca, di innovazione, di confronto, di ricambio. Forse questo il nodo più duro da sciogliere.

Diventare grandi

“Diventare bambini di adulti, come è scritto nel Vangelo, vuol dire progredire oltre la maturità, realizzando quell’innocenza di cui il bambino è simbolo. E lungo questa strada c’è la storia, la coscienza, l’esperienza, la libertà, le scelte degli uomini”.
Ho conservato questa frase, scritta su un foglietto, e stralciata da un articolo apparso tanti anni fa sulla rivista Rocca, perchè mi sembra fotografi bene il “percorso” del diventare adulti, mettendo in campo alcuni concetti, alcuni “luoghi”, imprescindibili nell’esperienza personale.

Dino Buzzati ne "Il segreto del bosco vecchio" ragionando sul tema del diventare adulti parla di una netta barriera che si chiude all’improvviso. "E’ inutile – disse il vento – devo andare sul serio. Del resto, questa forse è la notte famosa in cui tu finirai di essere bambino. Non so se qualcuno te l’ha detto. Di questa notte i più non si accorgono, non sospettano nemmeno che esista, eppure è una netta barriera che si chiude all’improvviso".
Avere una storia, fare esperienze, avere la libertà di scegliere, addormentarsi in quella "notte famosa", per tante, troppo persone disabili questo non accade o non sembra accadere.
I motivi di questo sono tanti e complessi e coinvolgono una miriade di aspetti intrecciati tra loro: il vissuto psicologico della persona disabile, gli equilibri spesso instabili della sua famiglia, l’immagine sociale, le politiche sociosanitarie, le opportunità offerte dal sistema delle istituzioni pubbliche e private, la fruibilità dell’ambiente.
Limiteremo i nostri ragionamenti a due aree di interesse: l’immagine sociale del disabile adulto e il contesto culturale in cui questa si forma e le logiche progettuali che stanno spesso dietro il cosiddetto problema del "dopo di noi".

Le culture cambiano

Gli anni ’80, in linea con tutte le trasformazioni e fermenti culturali e politici che li hanno percorsi, hanno in parte cambiato l’immagine sociale delle persone disabili. L’ampliarsi della rete dei servizi durante gli anni ’70 in una parte delle regioni italiane prima e l’avvento della società della comunicazione e dell’immagine poi, hanno dato un forte scossone all’approccio puramente pietistico ed assistenzialistico al mondo dell’handicap che imperava fino ad allora.
Un forte impulso legislativo e in particolare l’ingresso nel mondo della scuola hanno sottolineato i diritti di cittadinanza delle persone disabili limitando di molto una cultura dell’handicap inteso come fatto sostanzialmente medico. Questo è un dato sicuramente diffuso anche se le disomogeneità in Italia sono evidenti e quindi un quadro unitario è estremamente difficile da tracciare. Termini come prevenzione, integrazione scolastica, socializzazione, hanno segnato la cultura degli anni ’70 ampliando enormemente gli spazi di dignità per tanti bambini handicappati e per le loro famiglie.
Paradossalmente però questa stessa cultura si è in gran parte "dimenticata" che i bambini disabili di cui si occupava un giorno sarebbero diventati grandi, quel "bambini" non ci sarebbe stato più, cambiando radicalmente i termini della questione. Questa "dimenticanza" ha coinciso temporalmente anche con il passaggio, a cavallo tra anni ’70 e ’80, da una cultura a forte connotazione sociale a una più centrata sul privato e sul personale e ai relativi riequilibri delle forze politiche e culturali che questi passaggi hanno interpretato prestando attenzione anche al "sociale".
C’è stata così in tante realtà italiane una forte soluzione di continuità tra la cultura dell’infanzia e la cultura dell’adulto disabile, tra la cultura sociale sullo sfondo della partecipazione e la cultura del personale sullo sfondo della informazione. E questo è avvenuto su due binari, a volte anche paralleli: nel concreto dei sistemi sociosanitari locali (pubblici e privati), la dove esistevano, e negli immaginari dell’informazione.

Tra modernità e modernismo

Gli anni ’80 sono stati particolarmente importanti dal punto di vista culturale nell’handicap, anni in cui la rivoluzione culturale del decennio precedente aveva veramente posto le premesse per riempire di contenuti un’ipotesi di "diventare adulti" per molte persone disabili, anche senza tracciare linee di confine invalicabili tra deficit fisici e deficit intellettivi.
E’ all’inizio degli anni ’80 che cominciano ad apparire sulla scena con continuità libri scritti da persone handicappate, storie di vita che testimoniano di per se stesse che un percorso era stato fatto, che un concetto di vita a tutto tondo veniva prospettato e richiesto. "Non ho rincorso le farfalle" di Mario Barbon (EDB) e "L’handicap dentro e oltre" di Mauro Cameroni (Feltrinelli) sono stati segnali significativi di questo, segnali di cui francamente pochissimi in Italia hanno colto la portata. Così come non è stata colta l’importanza delle prime iniziative strutturate nel campo dell’informazione che andavano avviandosi e che percepivano lo spostarsi della politica dalla partecipazione alla informazione. Valga per tutte l’esperienza torinese del Gruppo Abele, anche se non specifica sui temi dell’handicap.
Motivi legati alla necessità dell’area laica di crearsi un retroterra sociale con una propria identità, alla crisi e agli errori delle forze che più si erano battute per i diritti di cittadinanza, all’esplodere della stagione della informazione e dell’immagine, hanno fatto prendere alla cultura del "diventare adulto" una piega spesso giocata più sul modernismo che sulla necessità di modernità che le situazioni reali proponevano. E dietro a questo modernismo sono corse molte associazioni, molte persone disabili, molti giornali e televisioni, spesso anche il sindacato e gli enti locali. Le tecnologie informatiche, le barriere architettoniche (tema di confine con le sensibilità ecologistiche esplose negli anni ’80), le vacanze e il turismo, lo sport, sono stati gli scenari su cui hanno agito politici "handicappati", giornalisti "sensibili", handicappati "che hanno scritto un libro", cantanti "attenti al sociale", stiliste di moda "che si sono poste il problema".
Paradossalmente se prima la cultura dei servizi pubblici si era dimenticata che i bambini sarebbero cresciuti, adesso la cultura del "vado da Maurizio Costanzo" si dimentica che si nasce bambini e non adulti. In fondo sono tutte culture legate all’oggi, che fanno fatica a confrontarsi con le prospettive, culture in cui permane una sostanziale paura del futuro.

Alziamo il tono del dibattito

E così l’arrivo sulla scena dell’handicappato laico, telegenico, scrittore, che s’arrabbia con l’Alitalia e le FF.SS, non modifica il quadro delle prospettive, semplicemente si va ad assommare all’handicappato cattolico (che si accetta con "serenità", che è "testimonianza" per gli altri) e a quello comunista arrabbiato perennemente con la "società". Il primo nasce già adulto e quindi non ci può raccontare come lo si diventa, il secondo, lavoro in fabbrica e sesso se li può scordare, il terzo è troppo occupato con la società per vedersi anche allo specchio.
E allora, si può diventare adulti?
Quelli che conosco e che ce l’hanno fatta sono i più scomodi. Sono quelli che hanno preteso di essere lasciati in pace. Quelli che hanno anche mandato a quel paese associazioni, democristiani, comunisti, socialisti, preti e assistenti sociali, quelli che se vedono un volontario se lo "mangerebbero" assieme all’assessore che porge i saluti al convegno. Quelli che a una conferenza "a portare la loro testimonianza di handicappati" non andrebbero mai, e che se scrivono non lo fanno solo di handicap, e se parlano uguale. Sono quelli che sono effettivamente diventati "adulti" e che quindi non hanno bisogno di aggiungere "handicappati".

Diventare adulto. Non permettere di diventare adulto

E qui sta uno dei noccioli della questione. Ogni volta che la persona disabile "ci serve" e ogni volta che la persona disabile "si serve", ci allontaniamo tutti dal conoscere, dallo scegliere, dall’essere liberi, da quella famosa notte in cui tutti smettiamo di essere bambini.
"Ma sicuro che Rae sta crescendo – dissi io – Adesso è più vicina all’età adulta, è un anno più lontana dall’infanzia. Cosa c’è di tanto arduo da capire, quanto a questo?" Falco alfine atterrò su una spiaggia solitaria. "Un anno più lontano dall’infanzia? Non mi sembra che questo sia crescere!". Si sollevò di nuovo in volo e, di li a poco, scomparve.
Anche Richard Bach in "Nessun luogo è lontano" ci ripropone ancora la stessa domanda. Può essere l’anagrafe a farci diventare adulti?
Ed è a questo punto che si possono introdurre alcuni concreti interrogativi per un possibile dibattito sui nodi culturali del diventare adulti per le persone disabili italiane. Un vero e proprio elenco da bere tutto d’un fiato.
Cosa vuol dire che una persona disabile passa in carico dal servizio materno-infantile a quello handicap adulto quando compie diciotto anni? Le culture di questi servizi si guardano in faccia o sono schiena contro schiena, l’una che guarda un neonato avvicinarsi diventando ragazzo e l’altra che tiene per mano un ragazzo guardando nel vuoto?
E la cultura del cosiddetto dopo-famiglia che traspare dai progetti e dai discorsi di tante associazioni attorno a quali nodi si costruisce? Può una cultura giocata sul terreno del futuro costruirsi unicamente a partire da un evento luttuoso come il "Dopo(la morte della)famiglia"? Lo stesso termine che viene usato si limita ad esprimere un qualcosa che non c’è più, non contiene in sè nessuna prospettiva.
E ancora si può pensare di diventare adulti in una cultura che tende sempre più a confinare il lavoro (quando va bene!!) delle persone disabili in aree protette e a negare, sia quella cattolica che quella di sinistra, ogni identità sessuale alle persone disabili? Lavoro e sessualità non sono forse i due cardini di fondo del diventare adulti nella nostra organizzazione sociale?
Le domande potrebbero continuare ancora e non vorrei dare l’impressione di una realtà piena unicamente di interrogativi o di nodi irrisolti. Ma è altrettanto vero che ci vorrebbe una rottura netta in campo culturale per favorire percorsi di emancipazione; così come fu rottura netta, e scontro, chiudere gli istituti e dare dignità e diritti a tanti bambini handicappati.
Ci vorrebbero tecnici disposti a perdere fette di potere, associazioni disposte ad investire in cultura e informazione, volontari disposti a guardarsi prima di tutto allo specchio, assessori e giornalisti che tirano su le "chiappe" dalle sedie per andare a conoscere direttamente le cose di cui si occupano, persone disabili forse più "cattive" (leggasi a tal proposito di Elisabeth Auerbacher il volume "Babette, handicappata cattiva", EDB) e che non cedono alla tentazione, che è poi una bugia che si dice a sè stessi, di parlare a nome dell’intera categoria.
Insomma, con i chiari di luna che corrono le prospettive non mi sembrano esaltanti, ma questo non esime dal continuare un impegno in queste direzioni, un impegno da giocarsi su più tavoli.

L’odissea dello sponsor

In questo nuovo capitolo della ricerca permanente curata dal nostro osservatorio sulla stampa italiana e l’handicap, ci occupiamo di una tematica di estrema attualità anche se dai contorni imprecisi e, spesso, necessariamente, soggettivi: la pubblicità.Pubblicità progresso, spot televisivi, depliant pubblicitari, lettere circolari, pubblicità elettorale rappresentano un segmento dell’informazione e della cultura dell’handicap che non ha caratteristiche ben strutturate, ma che costituisce piuttosto un "filo", a volte chiaramente visibile, a volte meno, che lega tra loro varie tematiche e varie strutture ed organizzazioni del mondo dell’handicap.
Quello degli sponsor, delle strategie promozionali e pubblicitarie, è una finestra che, a differenza di quelle classiche (scuola, riabilitazione, assistenza) ci permette molto meglio di cogliere alcune dinamiche in corso e alcuni cambiamenti culturali avvenuti in Italia nell’ultimo decennio. In particolare ci riferiamo all’ampliarsi di quella area dell’handicap che una volta era unicamente occupata dalla beneficienza e che ora invece sempre più spesso viene affiancata dalle strategie della promozione e della sponsorizzazione.
Esaminando questo argomento, più che in altri capitoli della ricerca, è molto importante avere letteralmente sott’occhio il materiale pubblicato. Questo per avere un preciso riferimento visivo di quello di cui si parla, in modo che ognuno possa farsi anche una propria personale opinione.

LE DIVERSE TESTATE

Per questa tematica non ci sono dati particolari da presentare, a differenza delle altre volte, dato che ci occupiamo di vari veicoli dell’informazione. Sottolineiamo unicamente che, per quanto riguarda quotidiani e settimanali, sono stati
raccolti dall’985 al 1991 più di trecento tra pubblicità progresso, inserzioni commerciali ed elettorali, commenti a campagne di sensibilizzazione.
Registriamo comunque come i settimanali, di solito avari di contributi sull’handicap, salvo casi di Famiglia Cristiana e Stop, sono invece il regno delle pubblicità progresso. In un solo numero de L’Espresso ne abbiamo contate sino ad otto. Altra strategia usata è quella delle pubblicità redazionali e, ad esempio, su Avvenire sono già stati pubblicati varie volte "paginoni" ed inserti dedicati
alle nuove tecnologie della comunicazione e sanitarie per anziani, ammalati, handicappati. Sui settimanali ad altissima tiratura invece (Famiglia Cristiana, Messaggero di S.Antonio, Grand’Hotel, Gente…) si concentrano le pubblicità delle ditte di ausili per il superamento delle barriere architettoniche che, negli ultimi anni, hanno affiancato le classiche pubblicità delle protesi acustiche.

CHI, COME, DOVE

Proviamo allora a seguire il filo di cui si parlava prima incominciando un viaggio tra una serie di materiali che probabilmente sono molti di più di quanto uno
si possa aspettare. Per affrontare l’argomento possiamo porci sostanzialmente tre domande: chi incontriamo lungo questo filo, ovvero quali strutture e quali persone; quali strumenti vengono usati e con quali caratteristiche; infine quale clima culturale possiamo individuare alla spalle di queste iniziative.

LE ASSOCIAZIONI

Sono senz’altro le regine delle pubblicità progresso anche se è necessario fare dei precisi distinguo di carattere storico e culturale. Le associazioni più vecchie, quelle nate per intenderci negli anni ’50, sono assenti da questo settore. Ad AIAS (Associazione Italiana Assistenza Spastici) ed ANFFAS (Associazione Nazionale Famiglie Fanciulli Adulti Subnormali) vanno accreditate solo sporadicissime iniziative come la campagna dei comitati regionali dell’Emilia Romagna nel 1987 (manifesti murali e inserzioni sui giornali) e l’iniziativa dell’ANFFAS di Milano apparsa nel ’90 su alcuni quotidiani (vendita di piante in collaborazione con Standa ed Euromercato). Anche della UIC (Unione Italiana Ciechi) non c’è traccia salvo una pubblicità giocata sul tema dei campionati mondiali di calcio. Recentemente si è mossa l’ANMIC (Associazione Nazionale Mutilati Invalidi Civili) con uno spot televisivo (… soffitta in penombra… un uomo mummia che si toglie alcune bende che coprono le sue protesi), mentre sulla rivista della LIMIC (Lega Italiana Mutilati Invalidi Civili) è apparsa in prima pagina, a evidente scopo promozionale, una amena rubrichetta tenuta da Raffaella Carrà che dialoga del più e del meno con lettori. In generale queste poche iniziative sembrano essere di efficacia a volte limitata perché condotte con episodicità e anche perché, non essendo giocate sulla raccolta di fondi (alcune campagne di questo tipo hanno raccolto anche cifre attorno ai cinque miliardi), l’incidenza qualitativa del messaggio è sconosciuta dato che non si hanno notizie di verifiche strutturate.
La seconda "generazione" di associazioni, quelle nate negli anni 60-70 attorno a patologie meglio definite (si pensi come termini"spastici" e "subnormali", AIAS e ANFFAS, siano quantomai generici e omnicomprensivi), sono molto più avvezze all’uso delle pubblicità progresso. Le inserzioni di queste associazioni si trovano con regolarità sulle pagine dei nostri settimanali. Associazioni come la UILDM (Unione Italiana Lotta Distrofia Muscolare), l’AISM (Associazione Italiana Sclerosi Multipla), l’AICE (Associazione Italiana Contro l’Epilessia), possono spendere nei loro messaggi il dato medico contenuto nella loro sigla. Le patologie rappresentate da queste associazioni sono malattie (degenerative, neuromuscolari) e quindi il messaggio pubblicitario richiama i concetti di possibile cura e possibile guarigione, a cui corrisponde quindi una immediata utilità e positività nel finanziare le attività di ricerca. UILDM e AISM, tramite personaggi noti legati a queste due associazioni (Enzo Ferrari, il cui figlio Dino morì a causa della distrofia muscolare, e Rita Levi Montalcini, presidente AISM), hanno precorso in un
certo senso l’uso dei cosiddetti "testimonial", ovvero di personaggi noti che legano la loro immagine alle campagne promozionali. Troviamo così sulle pagine dei giornali Enrica Bonaccorti per l’AISM, Renzo Arbore per la Lega del filo d’oro, Ornella Vanoni per l’ASTRI e più recentemente Luciano Pavarotti per una associazione modenese. Tra i testimonial anche Enzo Biagi, firmatario nel 1989 di una lettera circolare, inviata a casa di molte famiglie italiane a cura dell’ASM (Associazione Studio Malformazioni) , dai contenuti a volte discutibili (… infelicità che si trasforma in tragedia. ..esperienza di dolore. . .dare una mano a milioni di infelici… strappare alla natura un’altra fonte di pena…). Molto meglio le successive iniziative dell’ASM tramite pubblicità progresso.
Tra tutte le iniziative di queste associazioni mi sembra che la migliore sia quella della AIP (associazione italiana paraplegici) della Lombardia che ha un gustoso senso del paradosso ("Facciamo di tutto per non avere associati") e… una tazza di the al posto giusto. Misurate e senza "scivoloni" le pubblicità progresso della UILDM e dell’AISM.

LA TERZA GENERAZIONE

Con le associazioni nate a cavallo tra gli anni ’80 e ’90 si assiste ad un vero e proprio boom delle iniziative promozionali. Queste associazioni sono promosse generalmente all’interno del mondo medico (ospedali, centri di ricerca e riabilitazione), coinvolgendo in alcuni casi anche i genitori di persone in cura o ricoverate presso queste strutture. La lista è motto lunga: ALT (trombosi), ITACA (terapia intensiva), ARIN (neuroricerca), AIL (leucemie), APRIN (malattie neurologiche), FOREP (epilessia)…
Quasi tutte queste pubblicità richiedono fondi e sono ideate e pubblicate gratuitamente. La ricaduta culturale è spesso in termini di ulteriore frammentazione del mondo dell’handicap e della malattia e in una visione del tema giocata su coordinate essenzialmente sanitaria.
Messaggi basati su toni sociali e culturali, come la campagna della Lega per il Diritto al Lavoro degli Handicappati sui quotidiani o lo spot televisivo con Pierangelo Bertoli (…incidente di moto.. cabina del telefono inaccessibile), sono stati tentati, ma non essendo immediatamente legati a sentimenti primari, come quelli evocati dal binomi vita/morte, dolore/felicità, salute/malattia, hanno minore presa richiedendo una maggiore capacità di elaborazione.
Tra le pubblicità di taglio medico un caso a parte è quello dell’ARIN che, seppur le iniziative più recenti siano nettamente migliorate, nella seconda parte degli anni ’80 ha usato delle pubblicità decisamente censurabili in cui si passava da una informazione scientifica un po’ approssimativa (cos’è la "paralisi spastica"?!), a un grossolano tentativo di accodarsi alle sensibilità ecologiche (…vent’anni fa chi aveva il morbo di Parkinson moriva… e moriva anche il falco reale o la foca monaca e si lasciava che i cavalli di San Marco si sbriciolassero), ad una logica semiterroristica del "ce ne è per tutti" (le malattie del ricambio colpiscono nel primo anno di vita… la sclerosi dai 15 a 30… la trombosi dopo
50… la demenza senile negli ultimi anni…).
Quest’ultima logica è usata anche in altre pubblicità come nel caso dello slogan "Nessuno è escluso" (Associazione Ricerca sul Cancro), nella domanda "…e se fosse tuo figlio?" (Associazione De Marchi per le leucemie) e perfino nella pubblicità di una assicurazione (SAI) in cui compare un giovane padre sorretto da stampelle che guarda il figlio con sguardo triste e interrogativo. "Quanto vale un uomo che non può più correre?" recita lo slogan. Non c’è bisogno di commenti.

LA PUBBLICITÀ VERA E PROPRIA TRA SOCIALE ED ECOLOGICO

Ad alcune pubblicità commerciali storiche che da anni siamo abituati a vedere sulla stampa, come quelle degli apparecchi acustici (AMPLIFON, MAICO), negli ultimi anni si sono aggiunte, soprattutto nei settimanali, anche numerose ditte di ausili per il superamento delle barriere architettoniche (elevatori, montascale), così come fecero una apparizione nel settore dell’handicap e della malattia anche i detersivi, verso la fine degli anni ’80.
I detersivi, oltre a lavare i panni, lavarono anche molte coscienze con due operazioni molto pubblicizzate. Cominciò DASH con Missione bontà (ricordate? Celentano, la scuola per i negretti, la famosa vignetta dell’Italia che con una mano dash e con l’altra riprende); seguì DIXAN sfruttando come testomonial Maria Pia Fanfani, presidente della Croce Rossa. Poi, una volta eliminati i fosfati dalla loro composizione chimica, i detersivi si sono rifatti in parte l’immagine, offuscata nell’inconscio ecologico degli italiani, e non se ne è saputo più niente anche perché adesso i detersivi non nascono più negli stabilimenti chimici ma nei laghi di montagna (ATLAS) e nel mare popolato dai delfini (SURF).
E questa altalena tra sociale ed ecologico deve essere proprio efficace se ancora oggi rappresenta il terreno ideale per strategie culturali e promozionali attraverso cui consolidare ed affermare alcune tematiche del settore handicap venute recentemente alla ribalta.
Basta pensare al tema delle barriere architettoniche e degli ausili tecnologici e ristrutturazioni edilizie per il loro superamento. Le tantissime promozioni che si sono fatte su questo tema (articoli, convegni, guide alla accessibilità, mostre) non sarebbero state possibili se quello delle barriere architettoniche non fosse
stato il tema di confine tra sociale ed ecologico, sfruttando quindi le caratteristiche di attualità e promozionali di quest’ultimo. Ed è in questo senso che capita sempre più spesso di imbattersi in convegni che in realtà sono piccole fiere campionarie sotto mentite spoglie, dove l’importante è "vedere che aria tira" piuttosto che ascoltare i relatori che si avvicendano in rapidissima successione sul palco (in un convegno delta primavera del 1991, ne abbiamo contati 18 in tre ore).
Sempre nel solco di quanto detto sopra è interessante citare la parabola della rivista ANCHE NOI che si occupa di tematiche connesse all’handicap e agli anziani. Solitamente sono le riviste delle associazioni ad ospitare le pubblicità di ausili e tecnologie per l’autonomia domestica e la mobilità; in questo caso capita l’inverso ed è una rivista che si occupa di arredamento (Rassegna bagno cucina) che promuove questa iniziativa e ospita i primi due numeri di ANCHE NOI al proprio interno.

I PARTITI

Dato che tra pochi mesi si va a votare, è bene tenere aperti gli occhi su come i Partiti useranno le corde della solidarietà nelle toro campagne. Come concilieranno tagli alle spese sociali e volontariato?
Andando a rovistare nell’archivio dell’Osservatorio la fortuna ci è stata diplomaticamente amica e così abbiamo trovato materiale relativo alla DC, al PSI e al PCI (ora PDS).
Di tipo classico e con toni abbastanza scontati le uscite di DC e PCI (DC: politiche ’87, campagna elettorale dell’On. Parisciani, in AVVENIRE del 12.6.87. PCI:
elezioni 1987, Depliant elettorale della Federazione di Napoli).
Molto più interessanti sono le pubblicità elettorali dell’onorevote Piro del PSI che opera senz’altro una vera rivoluzione in termmi di linguaggi mixando opportunamente note politiche, etiche, musicali, poetiche.

TRA RIFIUTI E RIFIUTATI IL PASSO E’ BREVE

Uno strumento particolare, che ha risvotti in termmi di ricaduta culturale, sono i sacchetti per la raccolta di carta e abiti usati che alcune, sedicenti, associazioni distribuiscono nelle cassette della posta dei condomini di varie città. Qui i toni sono veramente bassi e così troviamo associazioni che hanno come stemma due stampelle incrociate, sacchetti in cui barboni e handicappati solidarizzano, motti del tipo "alzati e cammina" e, anche qui, accenni di tipo ecologico "…il riciclaggio del materiale è un contributo alla economia del paese". Stranamente la maggior parte di queste associazioni hanno sede nei dintorni di Prato (Firenze), nota capitale europea del riciclaggio degli stracci. Le sigle sono varie: ADIC, UNMC, AIAMIC per il settore invalidi, CALCIT, NOI E IL CANCRO per il settore tumori; troviamo anche però la LEGA PER LA DIFESA DEL CANE, L’AMBASCIATA DELLA REPUBBLICA CENTRAFRICANA e altri.
Certamente di tono diverso, ma come i sacchetti giocati su immagini un po’ datate, sono depliant della SPAM (Solo Pittori Artisti Mutilati) che da trent’anni arrivano per posta a Natale, corredati da biglietti di auguri su cui sono riprodotti quadri rigorosamente dipinti con la bocca o con i piedi.

IL FILO SI FA SOTTILE, SE NE PERDONO LE TRACCE

Siamo passati dalle pubblicità progresso ai partiti, dai sacchetti per gli stracci ai pittori mutilati. Il "filo" della promozione e pubblicitario si fa sottile e incerto, a volte si biforca, prende altre strade, entra ed esce dall’handicap incrociando temi e sentimenti diversi. E ancora potremmo seguire fili che ci portano ai talk show pieni di handicappati che dicono a volte cose intelligenti e a volte amene banalità, ai film come "Rain man" o "II mio piede sinistro" e alle relative promozioni, o ancora, in maniera più casereccia, all’assessore di una grande città italiana che inserisce nei "piani handicap" del comune gare di pentolaccia e serate conviviali. Gli esempi potrebbero essere ancora tanti, mentre altri attori come il sindacato e il volontariato (Superman, occhio alla kryptonite!!!), si aggiungono sulla scena assieme ad associazioni, ditte, partiti, straccivendoli.
Come interpretare tutto questo? Come viverle, senza negarle, le contraddizioni che questi anni ’90 ci portano quando cerchiamo di ragionare attorno a termini come beneficenza e promozione? Credo si possa affermare che questi due termini sono senz’altro collegati, per certi versi sovrapponibili, ma non sono la stessa cosa, l’uno non è solo la riedizione ammodernata dell’altro.
Tutto il viaggio percorso, tutti i fili seguiti dove possono portarci? Ad una critica decisa e inappellabile alla logica della beneficenza? Ad un sano realismo? Ad una via di mezzo che tenga conto di motivazioni etiche e culturali ma abbia anche buoni occhi per vedere tagli alle spese sociali e i perché certe leggi passino (volontariato, cooperazione) e altre no (associazionismo, obiezione di coscienza)? Ad una infinita disponibilità nelle relazioni interpersonali per andare "oltre" al soldo e parlare, ascoltare, incontrare, spiegare?
Parlare di sponsor, di beneficenza, significa tener conto dei cambiamenti culturali avvenuti ed evitare di credere che la beneficenza abiti solo nei sottoscala delle parrocchie.
Se beneficenza è un impatto puramente emotivo con le cose e gli avvenimenti ed esaurisce nel denaro l’incontro tra le persone, allora di beneficenze ce ne sono tante. Quella delle patronesse per i mutilatini, quella degli ecologi con sette magliette col panda e venti adesivi, quella delta rivoluzionaria che beve solo caffè del Nicaragua… Forse una delle strade percorribili è quella di rendersi conto che è necessario ripensare il termine beneficenza e le dimensioni che esso sottende, per dare nuovi linguaggi, nuove logiche, nuove piste di decollo alle speranze di sempre. Speranza di giustizia sociale, di rispetto delle persone, di solidarietà, di diritti, e di supporti concreti in termini di servizi, formazione e informazione per tutto questo.

All’handicappato basti un solo assessorato

Che la persona handicappata sia sempre stata esclusa dalla produzione dicultura è un dato di fatto, come lo è per altre"categorie" diemarginati , come lo è stato, e per certi versi lo è tuttora, per le donne.
Emarginazione è quindi anche e soprattutto esclusione dalla cultura, dallapossibilità di riceverne e di produrne.
Da sempre le persone handicappate sono inglobate nei sistemi"assistenziali" e di "sicurezza sociale", la loro vita ele loro esigenze sembra si debbano esaurire in queste – strutture , sembra chenon esistano altre necessità e desideri che l’essere assistiti e avere deiservizi.
Certamente molto negli ultimi dieci anni e cambiato, soprattutto nella scuolae nei servizi materno/infantili, e particolarmente qui a Bologna. Per moltiperò la persona handicappata resta ancora di competenza esclusiva deiservizi sociali e sanitari.
Proprio in questo periodostiamo organizzando la presentazione di un libro,scritto da una personahandicappata, che ripercorre in chiave sociale e psicologica le varie tappe della "carriera" di un handicappato. Un libro insomma che si inseriscenel piccolo, ma significativo filone della "cultura V deglihandicappati". E trattandosi di cultura ci siamo rivolti, per unacollaborazione, ai competenti assessorati di Comune e Provincia.
Positivo il contatto col Comune, nonostante un timido tentativo di unfunzionario di indirizzarci dall’Assessore ai Servizi sociali Ancona.L’assessore Sandra Soster ci ha fissato un appuntamento e ha voluto copiadel libro in questione per consultarlo di persona.
Il contatto con l’assessorato alla cultura della Provincia ha avuto invecetutt’altro esito: basandosi unicamente sui titoli dei libri si è sentenziatoche la competenza rimanesse ancora una volta sull’Assessorato ai servizisociali.
Questo non è un episodio isolato, ci è successo anche quando abbiamoorganizzato una ricerca sui mass-media e l’handicap. "Potreste sentireanche da Ancona!", ma poi l’Assessore competente per il "PianoGiovani" ci sembra abbia capito e condiviso le nostre motivazioni ecrediamo che anche per le persone handicappate il "Piano giovani" delComune possa riservare spazi interessanti.
Analoga sorte subisce spesso in giro il tema delle Barriere architettoniche.Perché gravare sulle già tartassate finanze dei "servizi sociali"?
Le barriere architettoniche non riguardano solo le persone handicappate einoltre sono un problema soprattutto di edilizia, assetto del territorio , trasporti.
I servizi hanno fatto grandi passi avanti, ma una "cultura" diversaper e degli handicappati stenta ancora a progredire, tra gli amministratori ,tra gli addetti ai lavori, tra gli stessi handicappati e le loro famiglie.
Quello che è servizio sociale è servizio sociale, quello che è sport èsport, quello che è edilizia è edilizia, quello che è cultura è cultura(conle dovute correlazioni, naturalmente). Noi la pensiamo così perché unhandicappato prima di tutto è una persona e come tale ha diritto di farparte dell’intera realtà sociale.

La guerra del rusco

Quando una cassetta della posta fa più in/cultura di una biblioteca

Scarpe vecchie, pacchi di giornali, vestiti rimasti chiusi per anninell’armadio. Tutto fa brodo, anzi…”rusco”(come si dice a Bologna,se preferite immondizia, pattume, spazzatura). Poi* il giovedì mattino i sacchispariscono dall’atrio di casa. Tutti contenti. Via il rusco e siamo anchestati buoni con gli handicappati.
Si raccoglie rusco per tutti: per gli invalidi e per gli africani che muoiono difame, per i ciechi e perfino per i cani randagi.
La guerra del rusco puzza doppiamente. Una prima volta di truffa (vedi articoliallegati). Furti di sacchetti, battaglie tra associazioni che si contendono lecassette della posta, enti fantasma che segnalano "delegazioniprovinciali" inesistenti, associazioni che sembrano più promosse daglistraccivendoli che dagli handicappati. Ma tutto questo ci interessarelativamente.
Quello che è più deleterio sono gli aspetti culturali della vicenda, aspettiche ancora una volta ricacciano le persone handicappate nel ghetto, anzi nelbidone del rusco e alimentano pregiudizi e luoghi comuni dei"normali".
Facciamo degli esempi concreti: "Sacchetto UNMC", stemmadell’associazione è uno scudo con due stampelle incrociate (!!!), ma nonfinisce qui, c’è pure il motto che recita "Surge et ambula" (alzati ecammina). Come si vede la pedagogia della negazione dell’handicap, della sua nonacccttazione, non è solo patrimonio delle pagine di STOP e simili."Sacchetto ADIC", oltre alle solite litanie:"gentile signore…unvivo ringraziamento…l’indifferenza è peggiore della miseria" sopra lasigla della associazione fa bella mostra di se un barbone, con tanto di bastone, toppa nei pantaloni, barba lunga e l’immancabile ciotola in mano (ibarboni come i cani non usano i piatti) che parla, si suppone, delle propriedisgrazie, con un altrettanto classico "paraplegico" con l’immancabileplaid scozzese a coprire le gambe (non si sa se per il freddo o per lavergogna). Anche qui l’espressione handicap/povertà ci ricorda che glihandicappati sono persone che vanno innanzitutto aiutate, assistite. Questa èla loro unica esigenza.
Più professionale il "Sacchetto UIC" che non inciampa in stemmi emotti, ma ci ricorda che il riciclaggio del
materiale è anche un contributo all’economia del paese, oltre che un gesto disolidarietà.
Il "Sacchetto AIAMIC" poi ci regala nello stemma una fiaccola ardente.
La speranza è sempre l’ultima a morire. La speranza di cosa però?!?
Comunque di tutto questo non ci dobbiamo certo meravigliare. In una società incui tutto quello che non
serve più viene buttato nel rusco è "normale" che anchel’handicappato (che non serve perché non
produce e non ha ruoli sociali) abbia*un destino simile. Tra rifiuti e rifiutati il passo è breve.

Napoli
"Aiutate gli handicappati" Ma è solo una truffa

NAPOLI – Polizia e carabinieri stanno svolgendo indagini per identificarealcuni sconosciuti i quali, qualificandosi per rappresentanti di una"Libera unione di handicappati e spastici", chiedono contributi indanaro, oltre a raccogliere indumenti usati.
A quanto si è appreso, gli sconosciuti operano soprattutto nelle strade piùeleganti e residenziali, in modo particolare in via dei Mille, via Filangieri,piazza Amedeo, nonché lungo alcune strade di Posillipo. In alcuni casi glisconosciuti, dopo aver chiesto di sottoscrivere su di un modulo la sola adesionealla sedicente associazione, inviano a domicilio pacchi di libri, editi aPalermo. Ai de-stinatari degli stessi viene chiesto, nel momento della consegna,il pagamento dei libri.
La Consulta regionale degli handicappati e l’Associazione italiana perl’assistenza agli spastici (Aias), in un comunicato, hanno diffidato chiunquedal vendere libri o raccogliere indumenti usati e stracci a nome deglihandicappati riuniti in associazioni legalmente operanti e riconosciute dallaRegione

E c’è perfino chi truffa i ciechi…
Gianni Leoni

Una bustona di plastica piegata in quattro nella cassetta per in posta, prontaad accogliere quanto la generosità dei cittadini mette a disposizione dell’Unione italiana ciechi: ab/ti smessi, vecchi giornali, riviste, stoffe più omeno lise, indumenti intimi, scarpo, camicie a volte perfino stirate. Uncapillare sistema ni distribuzione e di raccolta che a Bologna e in provinciafunziona, con ottimi profitti, da quasi 13 anni e che contribuisce, proprioattraverso la selezione e la rivendita del materiale, al mantenimento della sededi Strada Maggiore 77. Ma già da un anno, forse da un tempo maggiore, unamisteriosa organizzazione sfrutta l’iniziativa e, con altri mezzi, anticipa, nelgiro dì raccolta. I furgoni della sezione bolognese che assiste i non vedenti.
Chi c’è dietro? Il dirìgente del commissariato Santa Viola, dottor SalvatoreSurace, sta cercando di stabilirlo, ma gli stessi responsabili dell’Unioneciechi, sezione bolognese, sospettano, in attesa di provo, che accanto aistituti ed enti perfettamente in regola operino organismi fantasma diassistenza. C’è perfino chi azzarda l’ipotesi di una efficiente organizzazionecampana che sale al nord in una serie di rapide razzie porta dopo porta, o anchedell’iniziativa di qualche industriale tessile toscano dalle finanze dissestatein cerca di tessuti da riciclare.
La sezione bolognese dell’Unione italiana ciechi – precisa il suo presidenteBruno Albertazzl – distribuisce nelle cassette per la posta della città e dellaprovincia una media quotidiana di 2000 sacchetti di plastica, in cicliricorrenti ogni due mesi, un sacchetto ci costa 60 lire; abbiamo quindi unnotevole danno economico anche volendo escludere il contenuto di ogniconfezione. I bolognesi con noi sono sempre stati molto generosi, ma proprioquesta disponibilità allerta persone di pochi scrupoli. Abbiamo Infatti notiziadi misteriosi personaggi che, a nostro nome, chiedono quattrini, mentre l’Uicper la raccolta di denaro si serve soltanto dì appositi bollettini*.
Le presunte organizzazioni che portano via i contenitori distribuiti dall’entedei non vedenti seminano a loro volta gli androni di migliala di palazzi dialtri sacchetti con le scritte più varie. In questi casi – dice ancoraAlbertazzi – i cittadini chiamano noi anche perché le piogge e gli animalirandagi che rompono i sacchi creano situazioni poco piacevoli. La vicenda stafacendosi davvero delicata. Da almeno un anno ci vengono segnalati straniautomezzi (l’altro giorno è stato visto un camion rosso in Santa Viola) checaricano i contenitori con le scritte della nostra associazione: invitiamo icittadini a segnalarci altri episodi analoghi*.

"Il Resto del Carlino"
L’handicappato può attendere

"Da molte voci circolate nel paese dove lavoro – Rutigliano, in provinciadi Bari – ho appreso che, raccogliendo 3000 bollini per il controllo elettronicodel magazzino, presenti ormai su quasi tutti i prodotti, è possibile farottenere gratuitamente una carrozzella a un bambino handicappato o a uninvalido. È vero?".
Questa domanda ci è stata rivolta dalla signora Rosanna Lauro la quale ciscrive da Bisceglie. La risposta è categorica: anche se i bollini raccoltifossero 3 milioni nessun handicappato vedrebbe mai la carrozzella. Èchiaramente una truffa, e della peggior specie. Lo scorso anno ha provato avederci chiaro, per Di tasca nostra, Gilberto Squizzato e nonostante un vero e proprio lavoro da detective aun certo punto della catena si è dovuto arrendere perché era impossibileandare avanti. Avevamo deciso di condurre un’inchiesta sull’argomento perché ciera giunta notizia che in un paese della Lombardia le scuole elementari eranostate mobilitate per raccogliere certe etichette presenti su alcuni prodotti. Laraccolta avrebbe appunto consentito di donare una carrozzella a un bambinohandicappato. Forse una indagine degli organi di polizia potrebbe riuscire doveSguizzato ha fallito.

Indagini a Napoli su una "unione di handicappati"

NAPOLI – Polizia e carabinieri stanno svolgendo indagini per identificare alcunisconosciuti i quali, qualificandosi per rappresentanti di una "Liberaunione di handicappati e spastici", chiedono contributi in denaro, oltre araccogliere indumenti usati. A quanto si è appreso, gli sconosciuti operanosoprattutto nelle strade più eleganti e residenziali, in modo particolare invia dei Mille, via Filangieri, piazza Amedeo, nonché lungo alcune strade di Posillipo. In alcuni casi gli sconosciuti, dopo aver chiesto di sottoscriveregratuitamente su di un modulo la sola adesione alla sedicente associazione,inviano a domicilio pacchi di libri, editi a Palermo. Ai destinatari deglistessi viene chiesto, nel momento della consegna, il pagamento dei libri.

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