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6. Handicap, religione e alienazione

di Andrea Pancaldi

La mistica della sofferenza credo trovi nell’handicap uno dei suoi terreni più favorevoli e questo porta in molti casi a una visione mistificante e alienante dell’esperienza religiosa. Le radici di questo, credo siano molto profonde evadano ben al di là del pietismo da beghina di parrocchia o del solito “offri la tua sofferenza al Signore”.
Non ho mai organizzato questi argomenti e mi accorgo di come sarebbero preziosi certi strumenti culturali, ma mi piace correre dietro ai flash che mi vengono in mente, anche perché mi sembra di vedere un filo comune fra tante realtà odierne e la storia, recente e lontana. Streghe al rogo, Rupe Tarpea, i “pazzi” della Grecia classica, gli storpi davanti alle chiese dell’Assisi di San Francesco, le folle di Lourdes, molte interpretazioni di passi del vangelo, forse anche Pinocchio, animano questi paesaggi dove il divino e il diverso si incrociano ripetutamente nel male e nel bene.
L’alienazione, se la si può ricollegare agli esempi citati, va quindi cercata e capita certamente anche nei saggi, ma anche nella storia di ognuno di noi, nelle nostre buchette della posta, nelle interrogazioni alla “dottrina”, nelle processioni che non guardavamo perché calamitati dalle bancarelle dei giocattoli, nelle, per me, mitiche “orfanelle” che non riuscivo mai a vedere andando su per San Luca a Bologna con mio nonno. Mi sembra che uno dei possibili fili che legano questi esempi sia quello che queste persone erano essenzialmente de1 “tramiti”, delle occasioni di incontro ravvicinato col divino. Bruciare la strega era bruciare il male nella sua incarnazione fisica, era bruciare il non-dio che è altrettanto necessario del dio per spiegare la presenza del divino; analogo discorso, anche se con caratteristiche diverse, si può forse fare per gli esorcismi
Gli storpi di Assisi erano necessari perché Dio potesse vedere la carità dei ricchi, e se la carità la facevano davanti a casa sua certamente l’avrebbe vista meglio. Anche gli zoppi e i ciechi del vangelo possono essere letti inchiave di tramite, se il miracolo è letto come dimostrazione di una potenza esterna al miracolato.
E anche Pinocchio è il tramite per i bambini per capire che tra le pressioni del diavolo (il lupo e la volpe, mangiafuoco) e del divino (fatina) è bene scegliere le ultime. Per quanto riguarda Pinocchio, oltre alla vasta letteratura esistente, è interessante leggere la parte de “La speranza handicappata” (C. Padovani, ed. , Guaraldi) in cui si fa accenno all afavola.
Essere diversi equivale spesso ad essere vissuti come dei tramiti: delle presenze demoniache per incutere paura o delle presenze angeliche per redimere e spingere sulla buona strada. Si è sempre in vetrina, mai venditori né compratori. E stando in vetrina per i “sani” esiste solo il tuo bisogno di aiuto, e il loro dovere, sottolineo dovere, di aiutarti. Nella vetrina c’è la tua sofferenza e il cristiano è reduce dalla montagna dovegli è stato detto: “beati coloro che…”. Per i sani c’è il tuo essere eterno bambino, e si sa che i bambini “… sono creature innocenti”.
A volte ancora si è in vetrina, vestiti di sensi di colpa (degli altri) e allora la punizione divina (la nascita di un figlio handicappato) la si butterebbe volentieri a volte giù dalla finestra.
Ecco allora che la dimensione religiosa si riempie di sofferenza e non lascia spazio alla gioia, si riempie di doveri e non lascia spazio alle scelte, si riempie di colpe e non lascia spazio al perdono (nel nostro caso il non percepirsi come autori di un prodotto deteriorato), si riempie di punizioni e non lascia spazio alla comprensione e alla speranza (dove comprensione significa non annullarsi nel figlio venuto male e occuparsi anche di se stessi, e speranza significa non esaurire in quel venuto male tutta l’ipotesi di vita per quel figlio).
Per chi sta in vetrina come vanno le cose? Storicamente è il mondo cristiano che si è occupato della sofferenza e quindi, volenti o nolenti, nella vetrina ci si è sempre stati. A tanti è stato detto di offrire la loro sofferenza al Signore, e quindi qui niente gioia da offrire; ad altri, di salire sui treni di Lourdes e quindi di aspettarsi il miracolo ( = potenza esterna); ad altri, di accettare la sofferenza e pregare quel Dio “… che aveva voluto così” (in un certo senso la causa della propria sofferenza); ad altri, di sublimare se stessi nell’amore spirituale, che tanto, essendo loro “così sensibili…”, si sarebbero trovati senz’altro benissimo. Accettare il proprio handicap non significa adattarvisi passivamente e filtrare ogni propria esperienza attraverso il fatalismo, ma strutturare una propria identità di cui anche l’handicap fa parte e offrirla agli altri in un cammino comune, in cui ognuno veda riconosciuta la propria dignità di persona unica e irripetibile. La diversità è un dono del Signore.



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