T come terapia
- Autore: Cesare Padovani
- Anno e numero: 1990/3-4
di Cesare Padovani
Di frequente passo davanti al mio elettrauto per dargli un saluto: “tutto a posto?” “tutto a posto come un orologio!” Le prime volte si meravigliava, perché è sua abitudine pensare che chi si ferma lo fa per un guasto alla parte elettrica del motore; ma ora lo sa, non si meraviglia più, anzi approfitta per ulteriori consigli: “evita di caricare il motore con troppi giri..ogni tanto dagli respiro…”. La stessa cosa mi succede con il medico. Legato d’amicizia per anni col vecchio medico di famiglia, con lui ho fatto molto spesso chiacchierate più sul mio stato di benessere che sugli eventuali acciacchi: si parlava volentieri, con curiosità culturale oltreché per interesse del proprio stato fisico, Sui vari modi di mantenersi in forma, sulle sregolatezze pericolose e su quelle “sane” sregolatezze (sopportabili) che, come il formaggio sui maccheroni, ti fanno gustare il sapore della vita.
In questi casi, c’è un’alleanza, un’intesa tra medico e cliente (perché poi “cliente”?), un nonsochè di complotto silenzioso che risale ai tempi della Grecia antica quando Esclepio ed Ippocrate fissavano la loro etica medica raccomandando a colleghi e discepoli di aver cura “dell’intera persona” che ti sta davanti e ti chiede aiuto. Se dunque qualsiasi forma di svantaggio, o qualsiasi tipo di malattia, tende ad emarginare la persona colpita, il medico e il therapeuta assumono un importante ruolo di “recupero” non solo clinico ma anche sociale. Epidauro, la grande clinicadell’antichità, è famosa solo per il maestoso teatro. In una conca naturale, coronata da colline, i suoi resti danno una chiara immagine del significato di terapia praticata da Esclepio: oltre al reparto di chirurgia, c’erano le acque salubri, il teatro per ricreare lo spirito, camminamenti ombrosi per le conversazioni, lo stadio, il tempio per meditare, ed ancora rimangono leggibili frasi scolpite sui frontoni quali quella socratica del CONOSCI TE STESSO. Insomma un autentico modo di tenere conto della persona tutta intera, quando si ha a che fare con la salute; proprio come vuole la lontana radice della parola”terapia”.
Terapia, infatti, deriva dalla voce greca “therapeùo”, troppofrettolosamente tradotta con “io curo”, e vale invece per “io valorizzo”: proposito assai più completo che cerca di far emergere (quasi un atto educativo) le migliori potenzialità di una persona. Alla luce di questa visione medica, recente ma antichissima, “malattia” non è più polo contrapposto a “salute” ma stato in cui la persona si allontana da quell’equilibrio che è propriamente suo, momento critico in cui deve rimettere in moto tutte le proprie risorse comprese le forze dello spirito, della psiche, strettamente collegate alle energie del fisico. Pertanto terapia,è più da considerarsi quale risveglio di risorse che si hanno già dentro anziché come intervento esterno che si sostituisce alle energie del corpo. Questi principi avanzano nelle pratiche terapeutiche già da alcuni anni, a volte in modo rigoroso e sovvertitore (come nelle proposte dell’antipsichiatria) ma a volte in modo scomposto a causa di impennate misticheggianti di alcune “filosofie della cura”, sull’onda delle mode orientali, che portano discredito nelle ricerche più serie e più valide. Come distinguere, allora, le pratiche credibili dalle “stregonerie”, gli esercizi che coinvolgono la globalità corporea (fisico mente e psiche) da quelli che sconfinano nelle fatture (con tutto il rispetto per l’arte mantica)? La cartina di tornasole può essere offerta dagli effetti: effetti che devonocoinvolgere la persona intera, senza essere momentanei o provvisori, senza essere palliativi, sostitutivi effimeri, pezze da restauro ma tali da rigenerare le risorse, anche sommerse, che mettono in moto energie già presenti nel nostro corpo e di cui spesso non si ha coscienza di avere. E se anche la Città potesse diventare una rinnovata Epidauro, dove, una volta usciti dalla palestra (o dalla dieta o dagli esercizi respiratori o dalla sauna o dai massaggi…) ci si trova nella creatività dei dialoghi, nei luoghi di incontro sani, per confrontarci, riflettere meditare, litigare, progettare, far l’amore, gustare la buona tavola, lavorare, riposare, ascoltare, respirare?…
Omeopatia di Socrate
Quale potrebbe essere allora una filosofia della pratica terapeutica? Elogiare troppo il passato è rischioso soprattutto perché si corre il pericolo di vedere i nostri Antichi sempre migliori di noi in tutto e per tutto, e questo potrebbe incoraggiare il disimpegno. L’atteggiamento è frequente anche per molti antropologi i quali, più per intuito e magari scavalcando a pie pari LeviStrauss, si commuovono di fronte ad aborigeni “incorrotti” dell’Australia senza vederne gli aspetti repressivi. Inoltre è di moda da un paio di decenni la simpatia per l’Oriente: qui, dall’India al Pakistan, dalGange a Bali, è tutto “in”, miseria, droga, massaggi tailandesi esantoni compresi.
L’erba sembra, quindi, essere migliore non solo quella dell’orto del vicino che ci “sta accanto” nel tempo, ma anche quella dell’orto del lontano progenitore che ci sta alle spalle, dei nostri antenati mediterranei. Diffidare, quindi, e prendere le dovute distanze dal modo di vivere dei nostri vicini e lontani parenti, è cosa saggia; ma nel caso di certi principi terapeutici c’è ancora da cavarsi il cappello. Dagli lonii ad esempio, per i quali filosofia medicina ed arte era un tutt’uno, c’è molto da imparare. Già dalla fine del II millennio a.C. (3000 anni fa!) abbiamo notizie di come intendevano la medicina: lo iatros (il medico) curava in modo terapeutico con il dialogo e col farmaco. È interessante a questo punto sapere i due significati antitetici e complementari di phàr-makos: vale sia per veleno che per medicina, come era ineffetti la pratica di allora per curare la maggior parte delle infezioni, qui, l’omeopatia sembra di casa, anche se il vocabolo è stato usato per la prima volta nel sec. XVIII: in quanto l’antidoto al morbo consisteva nella somministrazione di dosi dello stesso morbo (o simile) affinchè il corpo (unione di soma e di psiche) reagisse attraverso la messa in moto delle proprie risorse interne, le quali, in tal modo, avrebbero aggredito e combattuto l’affezione subentrata. Del famoso episodio di Telefo, re di Misia, coinvolto nella guerra di Troia, non ne parla solo Omero (Iliade, XVI, 140), ma anche Igino nelle sue Favole (101) e Plinio nella sua Storia naturale (XXV, 19): il guerriero, dapprima ferito dalla lancia di Achille, poi -per intercessione di Agamennone- viene curato dallo stesso Eroe con polvere di ruggine messa sulla piaga e quindi con impacchi ricavati da quel fiore acido che dai botanici verrà chiamato Achillea. C’è chi sostiene che questo modo di curare sia stato insegnato ad Achille da Athena, c’è chi sostiene dal suo maestro Chirone, eredità certo più credibile dal momento che la Thessalia ha dato i natali ad illustri medici quali Esdepio…
Una pratica non diversa sarà usata poi da Socrate nei confronti di discepoli “ammalati” di convinzioni comuni: iniettando infatti dosi progressive di paradossi delle convinzioni stesse, innescava in loro quei vigorosi meccanismi del dubbio che poi avrebbero debellato le convinzioni comuni…Attraverso la lente etimologica, omeopatia è composta da omeo- (“omoios” in greco uguale) e patìa(“pascho” in greco soffro); ma diventa curioso conoscere come “patìa”sia collegata anche al verbo “pateo” che contiene significaticomplementari alla sofferenza, quali camminare, andare e venire, andare intorno…e pertanto suggerisce un riflettere o meditare tra sé e sé pertrovare la risorsa onde uscire dal guaio. Chissà se può funzionare un modo omeopatico di vivere in Città? Ad esempio, per combattere l’inquinamento ideologico (del tutto va bene) affrontare spesso i temi delle ideologie; per respingere ignoranza stupidità e pregiudizi, morbi costantemente in agguato, aprire pubbliche “somministrazioni” di dibattiti sulla stupidità e sull’ignoranza; e così per premunirsi dal virus del “luoghi comuni”del tipo mare pulito…fare ogni tanto un tuffo in mare.
Nei giorni seguenti le elezioni, per esempio, polemiche a dir il vero allopatiche hanno sparato a zero senza tener conto del contributo dell’altro, delle eventuali energie nuove all’interno del proprio territorio comunicativo; ci si comporta come con l’antibiotico: due pastiglie e via la febbre…ma con una spossatezza interna disastrosa, irrecuperabile! Gliinterventi dei “medici” della politica ufficiale procedono, ormai lontanissimi da Socrate, con confezioni antibiotiche come se niente fosse, comese i corpi della società dovessero solo sfebbrarsi…E così facendo, come si suoi dire, buttano via il bambino con l’acqua sporca! Ha ragione allora J. Bondei quando, in una recente conferenza sulle politiche degli ultimi 200 anni, osserva quanto siano retrocessi, da una pratica politica lungimirante proiettata verso il futuro per il bene comunque della polis, ad una pratica che ricorda le monarchie assolute per cui vale solo questo presente, con questepersone da tener in piedi ad ogni costo, sennò…Dopo di noi il diluvio! E magari senza quella salutare febbre da cavallo!
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