D come diversità
- Autore: Cesare Padovani
- Anno e numero: 1990/6
di Cesare Padonvani con la collaborazione di Pierangela Pari
Piano, andiamo piano con questo abuso trionfale del diritto alla diversità.
Non desidero certo qui affrontare di petto un argomento antico quanto la comunicazione, quanto le primissime forme di aggregazione, quanto la tribù…
Preferisco invece proporre alcune riflessioni sugli abusi culturali dell’antinomia uguaglianza/diversità’ e sulle sue contraddizioni reali e
apparenti.
Fino alla fine degli anni sessanta si è scoperto il diverso come simbolo eversivo contro una società repressiva: l’handicappato, l’omosessuale, il negro erano visti come i potenziali alleati del nuovo proletariato allargato a tutte le fasce degli sfruttati e degli esclusi. Negli anni settanta la forte cultura del diritto ha avuto il sopravvento sui climi precedenti: si è cercato infatti di razionalizzare le più dirompenti spinte innovative senza una adeguata “rilettura” dei nuovi rapporti insorti tra i bisogni e la nuova realtà esistente. Così si sono abbattute parecchie barriere (non solo infrastrutturali) nei confronti di una popolazione emarginata e “portatrice di valori” ma la si è lasciata allo sbaraglio: di qui i vari “inserimenti selvaggi” nelle strutture educative e le note “porte aperte” a tutti senza ambienti preparati a contenere e ad entrare in rapporto dialettico con le diversità. Da versanti cattolici – ma anche da apparati quali i mass media – avanzavano slogan del tipo “loro sono migliori di noi”, cosicché le leggi su inserimenti e integrazioni hanno avuto vaste aree di consenso per un nuovo tipo di emarginazione: l’assistenzialismo, con conseguenti foltissime speculazioni finanziarie sia nel campo del recupero che in quello del reinserimento. Di pari passo, ma in risposta sincronica, la criminalizzazione allargava indiscriminatamente la gamma dei “reati insopportabili”, con conseguenze paradossali che tutti conosciamo. Dalla legge 180 in poi, infatti (legge che ha aperto le porte alle istituzioni totali), subentra il fenomeno assai redditizio della diversificazione delle competenze assistenziali in risposta alla diversificazione dei tipi di emarginazione. Proliferano così le Comunità terapeutiche, certo ben poche degne di questo attributo, e si popolano le carceri o istituzioni paracarcerarie di “rei” per crimini sempre più legati al comportamento. Infatti all’ideologia dominante premeva – e preme – più correggere e punire il comportamento deviante che combattere la vera criminalità, causa alla fine anche delle catene di questi sottoprodotti! Se riflettiamo, qualsiasi forma di “pentitismo” (anche per crimini gravissimi come le stragi), è tenuta in considerazione, e spesso, in quanto garanzia di un “rientro” comportamentale, può far passare in second’ordine la gravita del reato. Solo da qualche anno si sta cominciando qua e là a cambiare atteggiamento culturale nei confronti della diversità e si stanno ridimensionando i “criteri d’intervento”, grazie anche a forti critiche provocate da voci autorevoli in campo scientifico e in campo politico. E la diversità diventa così un valore, allargandosi però talvolta indiscriminatamente a qualsiasi tipo, forma e atteggiamento di diverso modo di essere. Ma c’è anche qui il risvolto della medaglia.
Il diverso di moda
Chi è diverso, infatti, per la filosofia della produzione entra in una nuova classificazione: l’handicappato, l’omosessuale, il negro sono visti potenzialmente come elementi utili alla ricchezza, mentre chi non è visto come tale è escluso, ignorato, non esistente, un “accidente” antropologico nel sociale. Ecco allora che si scopre come il Negro in quanto portatore di esotismo ci diletti con i suoi ritmi, col jazz; come l’Omosses-suale in quanto portatore di sensibilità possa essere raffinato designer di alta moda; come l’Handicappato in quanto soggetto problematico diventi fiore all’occhiello per la scuola dove è inserito o per l’ufficio dove è stato assunto. Ma se questo può essere definito “un passo avanti”, chi non possiede queste genialità è assolutamente un “fuori gioco”, e ciò è peggiore del rifiuto, perché – come dice Eric Dardel – “..’. rifiutare un essere è ancora, in un certo senso, confermare la sua esistenza, ammettendolo nell’Essere. Ignorarlo è togliergli ogni esistenza, ogni valore, abbandonarlo all’assurdità totale dell’uomo attaccato all’essere in un mondo che non è fatto per lui, esperio all’angoscia dell’esistente che si sente di troppo e cerca per sé delle scuse”. Da qui può sorgere una nuova questione morale che invitiamo a considerare non in termini assoluti (non in termini illuministici per intenderci ma alla luce dell’attuale dibattito e alla luce dell’attuale conflitto con
popolazioni di diversi, fino ad ora sommersi, esclusi o lontani, che bussano alle porte del quieto vivere: esiste una diversità come valore ancora da difendere o è preferibile mimetizzarsi il più possibile nelle varie Norme?
Normopatie
Ci sonotrasgressioni così inutili nel sociale, tali che è difficile capire come possano essere tollerate, se non per un tipo di lassismo strabico in cui milioni di normali (o normopatici) proiettano i loro desideri “liberatori” (o frustrazioni?): dalle violenze negli stadi alle bravate notturne dei ragazzetti superdotati, dagli inquinamenti ritenuti “necessari” alle speculazioni di qualsiasi tipo (tranne ovviamente quello filosofico…) tutto è accettato come lecita creatività. Un tipo di trasgressione, invece, meno euforico e meno “voluto” (perché magari ce l’hai addosso da sempre), da più fastidio, è più penalizzato o, peggio, è “fuori gioco”.
Si presentano così alla discussione quattro tipi di diversità: a)una imposta dalla natura o da sfavorevoli circostanze e pertanto non per libera scelta (come potrebbe essere qualsiasi tipo di handicap congenito o accidentale);
b) un’altra caratterizzata da una scelta di vita, da una qualità diversa rispetto alla norma (e qui la gamma è ricchissima: dal religioso, all’eretico, all’eversivo ideologico, fino alle forme più semplici di contrapposizione alla norma, ma sempre nel pieno della consapevolezza);
c) un’altra ancora complementare alla precedente ma dove l’individuo soccombe psicologicamente alla violenza delle regole anziché reagire (la vasta gamma delle nevrosi e delle psicosi);
d) infine un quarto tipo di diversità che si contrappone alle norme del sociale solo per trame dei vantaggi personali. Tuttavia i danni delle letture interpretative relative a questa ipotetica classificazione potrebbero essere catastrofici. Come trent’anni fa la psicosociologia era arrivata al punto di leggere PEdipo anche in uno sciopero extrasindacale, ora la psicoantropologia (altra scoperta) rischia non solo di giustificare tutte le trasgressioni degli emarginati ma addirittura di colpevolizzare chi osa fare dei “distinguo”, perché tutto sommato la ragione è sempre dalla parte di chi ha avuto un passato di sofferenza, di emarginazione, di sottosviluppo. E chi appartiene ad uno stadio superiore di cultura deve essere più tollerante, più comprensivo, ecc.
A questo punto è opportuna una considerazione generale: l’altro, in quanto produttore di valori a me sta bene, ma l’altro diverso, che adopera la propria diversità, che l’accentua magari perché gli fa comodo, che sfrutta tutti i diritti che il sociale bene o male gli da e che non solo si sente esonerato da oqualsiasi impegno ma anzi chiede e richiede sempre ulteriori privilegi… questo tipo di diversità io non la rispetto. Ogni società ha delle sue regole che devono essere bene o male rispettate o combattute con dignità.
Ma tu, a quale tribù appartieni?
Invece non è affatto vero che il mondo sia una grande tribù dove ci sono milioni di diversi: piuttosto ognuno di noi appartiene a una tribù, in cui vive, si riconosce, accetta e rifiuta, in cui ognuno di noi tesse reti di rapporti privilegiati, si scontra con certe diversità, ne sopporta altre, altre ancora ne rifiuta… e tutte le volte che entra in un’altra tribù, diversa dalla propria, deve fare i conti con quella nuova realtà; porta con sé del suo, si difende se è offeso ma sa anche rispettare il territorio altrui. Altro è invece l’atteggiamento del diverso all’interno della propria città, o del proprio territorio: qui è in casa sua e deve fare tutto il possibile per alimentare il clima della tolleranza, della solidarietà, della convivenza; e là dove trova resistenze (dovute a stupidità per la maggior parte), là si contrappone, combatte, lotta e fa valere i propri diritti. È troppo frequente anche il caso in cui fa comodo essere diversi: c’è infatti chi, opportunisticamente, sfrutta la propria condizione di “diverso” o addirittura-se la procura (anche in risposta, comprensibile, a una violenza sociale, come la droga), e quando ritrova le condizioni di “deporre” questo peso di cui è portatore” allora si aggrappa al proprio handicap quale comoda fonte di privilegi senza obblighi sociali. Se volete, in formato ridotto, è lo stesso principio delle grosse mafie, e sono meccanismi simili adottati da politici corrotti e da burocrati conniventi.
Comunque siano i prossimi provvedimenti e le leggi per combattere droga, violenze, handicap e Arabi (cattivi), sono troppo anti-esperantista per sognare un mondo di tutti fratelli uguali, con una stessa lingua e con uno stesso sorriso davanti a qualsiasi diversità. Razzista io?
Sissignori, contro gli stupidi e gli opportunisti di qualsiasi tribù. I quali trovandosi in ogni tribù, ricca o povera, moderna o arcaica che sia, provocano danni gravi a catena come fossero delle sette: ormai sono “trasversali”, li trovi ovunque, tra gli Incravattati, tra i Soprasviluppati, ma anche tra i Negri, gli Handicappati, gli Omosessuali, gli Zingari, i Professori, i Commercianti, gli Spastici, i Meridionali e le Puttane, tra gli Arabi e tra gli Americani.
Bibliografia
A. Salvimi, T. Verbitz, II pensiero antinomico, da Aa.W., L’educazione degli svantaggiati, Mammoni, Educazione impossibile, A. Canevaro, Bambino che si perde nel bosco, L Cancrini, Bambini diversi a scuola, Ossicini, Gli esclusi e noi, Zappella, II pesce bambino, A. Salvimi, Normalità e devianza, C. Padovani, Sesso ed handicap e La speranza handicappata.
R. Dahrendorf, Per un nuovo liberassimo.
M. Parente, Diversità e uguaglianza. Implicazioni pedagogiche per il progetto di scuola-servizio. In “Rassegna Amministrativa scolastica”La Scuola ed., Brescia 1990, n. 9 aprile.
H. Mayer, I diversi (1975), ed. Garzanti, Milano 1977.
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