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4. Dagli Atzechi ai Sioux: una storia dei servizi sociali

di Daniele Chitti

Non so quanta gente possa affermare di conoscere qualcosa dell’antico popolo degli Aztechi. Qualcuno, immagino, ricorderà che il loro Impero, che si estendeva nel Messico centrale, fu distrutto con incredibile rapidità da un gruppo di disperati Conquistadores spagnoli nel 1520. Altri ancora avranno sentito il loro nome associato alla perturbante pratica dei sacrifici umani. Pochi saranno edotti del fatto che praticavano un gioco simile al nostro calcio, e pochissimi, credo, sapranno quello che sto per dire. In realtà questo popolo non cessa di stupire; la loro capitale era, all’epoca, una delle città più grandi e monumentali del mondo.
Tra le tante attrazioni che poteva vantare c’era anche un vasto, pulito e ben organizzato Giardino Zoologico, dove si potevano ammirare svariate specie di animali, molte delle quali provenienti da paesi lontani. Questo zoo era proprietà del sovrano, ma tutti potevano visitarlo e goderne. Se qualche re straniero voleva far colpo sull’imperatore azteco il modo sicuro era di presentarsi a lui portando in dono qualche raro animale esotico: con un po’ di fortuna poteva anche scongiurare una guerra.
Ma la particolarità che questo zoo vantava rispetto a quelli attuali era di possedere un padiglione dedicato a contenere e ostentare ciò che gli Aztechi definivano “scherzi di natura”; qualcuno ha già immaginato con raccapriccio che si trattava di persone che noi oggi definiremmo handicappate: focomelici, grandi ustionati, fratelli siamesi, albini, dismorfici, e quant’altro si possa immaginare di adatto a quell’ambiente. È vero, non erano rappresentate molte delle categorie di handicap che oggi conosciamo, ma questo semplicemente perché, anche volendolo, non si riusciva a Tane sopravvivere. Una cosa interessante è che a queste persone veniva affibbiato un nome di animale che in qualche modo ne sintetizzasse l’aspetto: così c’era la donna-tapiro, l’uomo-coyote, il bambino-serpente e così via; ma sarebbe ingiusto indignarci per questo, perché anche nella nostra civilissima nosografia neuropsichiatrica esiste una “sindrome dell’urlo del gatto” e altre metafore del genere. Ma la cosa di gran lunga pù singolare del serraglio azteco erano i modi con i quali queste persone venivano reclutate; qualora la loro diversità si fosse palesata fin dall’infanzia erano, in genere, i genitori stessi che li cedevano al sovrano in cambio di un lauto compenso, una specie di assegno di accompagnamento ante litteram: e molte famiglie in ristrettezze economiche si auguravano che gli dei volessero concedere loro una così preziosa fonte di reddito. Chi invece acquisiva i caratteri necessari in età adulta (ad es. in seguito ad un’ustione o ad un combattimento) si autovendeva allo zoo dietro versamente di una piccola fortuna alla propria famiglia. Infine, altri esemplari provenivano come forma di tributo da parte dei popoli sottomessi alla potenza militare azteca: ma questi rappresentavano una categoria a parte essendo caratterizzati da un’altra spettacolarità. Lo so, tutto questo è raccappricciante; ma il raccappriccio nasce perché ci immaginiamo il serraglio azteco trasferito tout-court in una nostra città ai nostri giorni. Proviamo, invece, per un momento a metterci nei panni di questo popolo la cui attività preferita era la guerra e la cui religione prevedeva l’uso regolare di sacrifici umani allo scopo di tenere, a bada un pantheon di divinità tra i più terribili che si ricordi; cerchiamo per un attimo di immaginarci la vita di questa gente che non possedeva praticamente nessuna cognizione medica e il cui benessere economico dipendeva da una non sempre puntuale stagione delle piogge, il cui ritardo provocava spesso conseguenze drammatiche; pensiamo ad un popolo sempre in bilico tra ricchezza e povertà, tra espansione e distruzione, tra stato e organizzazione tribale.
In questo quadro (e solo in questo!) il serraglio azteco sembra un elemento di integrazione sociale da non sottovalutare per la sua ingegnosità ed efficacia, anche se devo ammettere che siamo troppo emotivamente coinvolti nel problema per giudicare serenamente. In realtà è un vero peccato che presso il grande pubblico l’unica pratica sociale che si ricordi di una civiltà diversa dalla nostra nei confronti degli handicappati sia quella che vigeva presso gli Spartani, i quali si sbrazzavano degli inabili gettangoli dalla Rupe Tarpea: questo fatto ha spianato la strada al mito che solo la nostra cultura si è posta il problema etico dell’integrazione degli handiccapati, mentre le altre lo avrebbero risolto nel più spiccio e definitivo dei modi.

L’integrazione non è una novità
Invece, da un lato si può dimostrare che quasi tutte le società avevano o hanno modelli di integrazione; dall’altro non credo che sia corretto dire che una società si è posta un problema etico: gli individui si pongono problemi etici, mentre le società si pongono solo problemi strutturali e funzionali che nella loro sostanza sono uguali per noi come per gli Aztechi. Qualcuno dirà che scegliere questi ultimi come paragone sia stata una mossa infelice: perché paragonarci proprio ad un popolo con una fama tanto sanguinaria e con dei valori così poco usuali per noi? D’accordo, riferirò allora un altro esempio che venga maggiormente incontro alla nostra sensibilità. Chi non conosce il fiero popolo dei Sioux, i nemici, giurati del famigerato generale Custer e delle sue spietate giacche azzurre? Ebbene, presso i Sioux le professioni possibili erano sostanzialmente soltanto due: per gli uomini quella di cacciatore-guerriero; per le donne quella di squaw, la schiva, sottomessa, instancabile faticatrice domestica.
Ora, non era raro che alcuni adolescenti manifestassero problemi che da noi si chiamerebbero “omosessualità” e “nevrosi isterica”; che c’entrano costoro con gli handicappati? Da noi forse niente. Ma provate ad immaginarvi un giovane omosessuale costretto a passare quotidianamente il suo tempo in attività decisamente mascoline; oppure una giovane omosessuale avviarsi ad uria onorata carriera di custode del focolare e masticatrice infaticabile di pelli di bisonte; o, infine, un giovane isterico rimanere appollaiato su una collina, immobile come una statua sotto il sole, scrutando per ore e ore l’orizzonte per tenere d’occhio una mandria di bisonti o una banda rivale. In verità nel mondo dei Sioux queste persone erano invalidi civili al 100%! Che farne allora? Ucciderli? Abbandonarli agli sciacalli? Neanche per sogno! Con una complessa cerimonia esoterica, essi venivano avviati a svolgere alcuni ruoli particolari che avevano in qualche modo a che fare con la religione (come ad es. stornare, attirandole su di sé, le influenze dei cattivi spiriti). Addirittura, alcuni di essi che si mostravano particolarmente dotati potevano anche aspirare a diventare capi o a formare una sorta di famiglia propria.
So già che qualcuno troverà attraente e commovente tutto questo in un popolo così primitivo, ma aspettare il finale: i Sioux non potevano permettersi che questi personaggi destassero troppa simpatia e con essa il desiderio di imitarli; essi erano integrati, ma non amati; gli altri, i normali, erano tenuti a disprezzarli, a farne oggetto di pettegolezzo e di biasimo, a indicarli ai giovani come esempio al negativo; precisi tabù difendevano la parte sana da una pericolosa contaminazione. Così, la loro diversità serviva a rinforzare la normalità degli altri.
Mi astengo a questo punto dal fare qualsiasi commento: ognuno potrà utilmente esercitarsi a trovare le similitudini e le differenze strutturali tra i servizi sociali nostrani e quelli in vigore presso gli Aztechi o i Sioux in materia di portatori di handicap.
Desidero solo fare un ultima osservazione: c’è un altro aspetto che ci accomuna agli Aztechi o ai Sioux e cioè l’indifferenza nei confronti della sofferenza individuale. Oggi come allora il problema è quello di far quadrare il cerchio della diversità, non di capirla nel suo aspetto esistenziale. Da questo punto di vista il Welfare State è un’abile campagna pubblicitaria dove ci è stata, insegnato a diffidare delle imitazioni.



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