Skip to main content

autore: Autore: Adelmo Riminucci

2. La vera autonomia

di Adelmo Riminucci

In questi ultimi anni si è parlato molto del problema dell’autonomia della persona, affrontando i problemi inerenti la disabilità, sia fisica che psichica.
Il termine “autonomia”, infatti, deriva dalle parole greche “autòs”e “nòmos” e indica la capacita di darsi da sé (“autòs”) le regole (“nòmos”, norme, legge) che determinano le proprie scelte e il proprio comportamento.
In questa accezione essa è da considerarsi condizione propria e meta fondamentale per ogni individuo in quanto tale.
Tutto il cammino educativo, che ogni persona è chiamata a compiere, deve avere come obbiettivo primario il raggiungimento della capacità di scelta e di autodeterminazione, affinché essa possa vivere pienamente la propria vita condignità e senza essere di peso agli altri.
Date queste premesse, dunque, non è possibile negare ai disabili il diritto eil dovere di raggiungere la piena autonomia, pur trovandosi essi in una condizione di “svantaggio”.
E’ fondamentale e corretto porsi il problema dell’autonomia quando si affrontanole varie problematiche inerenti la disabilità. Ed è sicuramente positivo il fatto che negli ultimi anni si valutino tali problematiche mettendo al centro la persona disabile e la possibilità che diventi realmente autonoma.
L’approccio al “pianeta handicap” pensando all’autonomia della persona, è diventato talmente pervasivo che, sembra, non essere più possibile parlare di qualsiasi problema dei disabili senza inserire la fatidica parola”autonomia”.

Autonomia e autosufficienza
Tuttavia, nonostante questa “inflazione” nell’uso del termine, ancora oggi, molto spesso educatori, insegnanti, operatori, terapisti della riabilitazione, genitori, medici ecc., ne fanno un uso improprio.
Nel linguaggio comune, infatti, i termini autosufficienza e autonomia vengono molto spesso confusi, scambiati o usati come sinonimi.
Questa confusione è spesso presente anche quando ci si riferisce alla disabilità.
In verità il dizionario della lingua italiana assegna alle due parole deisignificati molto precisi e diversi: persona autonoma, come abbiamo già detto, è colei che si sa autogovernare, si sa dare delle regole, si sa autogestire, sa prendere delle decisioni “autonomamente” cioè senza l’influenza di un altra persona; persona autosufficiente, invece, è colei che dispone delleenergie e dei mezzi necessari per bastare a se stessa nel soddisfare le proprie esigenze.
Capita sovente che genitori e operatori credano che gli ausili, come ad esempio: carrozzine elettriche o magari computer, o qualsiasi altro tipo di ausilio meccanico, elettrico, elettronico o informatico, possano portare all’autonomia idisabili.
In realtà gli ausili non bastano, ma piuttosto, quando l’autonomia della persona disabile sia l’obiettivo prefissato, si devono dare al soggetto delle basi culturali e psicologiche capaci di portarlo al miglioramento delle sue capacità decisionali.
Mirare all’aumento delle capacità decisionali dell’individuo significa aiutarlo a sviluppare le capacità di autocritica e di autovalutazione oggettiva delle sue possibilità al fine di aumentarne l’autostima e la capacità di autorealizzazione.
La prima condizione per l’autorealizzazione consiste nel credere nella propria esperienza, nel valutare positivamente le proprie capacità residue, nel darsi degli obbiettivi basati sui propri interessi e non soltanto rispondenti ai consigli e alle aspettative degli altri.
Il disabile deve acquisire la capacità di prefiggersi obbiettivi realistici, occorre inoltre che egli individui un percorso da seguire, dove siano presenti sia obbiettivi finali, che obbiettivi intermedi ben delineati.
L’autonomia della persona è stata definita “uno stato mentale” nel quale l’individuo deve cercare di entrare, una situazione che deve crescere ematurare.
Altri hanno definito persona autonoma l’individuo che ha la capacità e la possibilità di progettare la propria vita per entrare in relazione con gli altri, partecipando attivamente alla costruzione della società.
Parlare di autonomia significa porre l’attenzione sullo sviluppo della personalità dell’individuo.
Per un corretto sviluppo della personalità, è fondamentale il tipo di educazione che ogni soggetto riceve fin dai primi anni di vita e diventa fondamentale l’ambiente socioculturale in cui l’individuo cresce affinché l’educazione ricevuta sia positiva e favorisca l’autonomia.
Tutte le agenzie educative contribuiscono, sempre e comunque, al risultato finale.
Laddove tutte le agenzie educative trasmettono un tipo di educazione positiva ed univoca, le capacità di autostima, autovalutazione, autogestione dell’individuo saranno sicuramente maggiori rispetto al caso in cui tali agenzie, che costituiscono l’ambiente socio-culturale del disabile, trasmettano messaggi contrastanti tra loro o, peggio ancora, dei disvalori che contribuiscono a minare la percezione che il disabile ha di sé e delle proprie potenzialità.
Fra tutte le agenzie educative la famiglia è sicuramente la più importante, quella che influenza maggiormente il percorso verso l`autonomia. Questo tipo di influenza avviene in ogni caso, sia che si tratti di una famiglia molto attenta alle problematiche del congiunto “malato”, sia che si tratti di una famiglia assente, patologica, iper-protettiva, iper-delegante le istituzioni secondo un modello assistenzialistico, ecc.
L’influenza familiare, positiva o negativa che sia, avrà sempre e comunque un incidenza molto elevata sulle capacità decisionali del figlio.

La prima informazione e la famiglia
È plausibile ritenere la famiglia la fonte principale dell’autonomia di una persona disabile, della sua maturazione psicosessuale, sociale, ambientale, legale ecc., come è opportuno considerare il modo in cui i familiari affrontano i problemi legati all’handicap, il loro vissuto interiore, in quanto tuttoquesto influisce in maniera determinante sul processo di maturazione dell’individuo.
Essenziale si rivela il momento e il modo in cui i genitori vengono a conoscenza dell’handicap del figlio: “la prima notizia”.
Molto spesso, infatti, il personale sanitario, medico e paramedico, espone la diagnosi ai familiari in maniera frettolosa e fredda, creando in loro un meccanismo di rifiuto, di angoscia, più o meno inconscio, che può provocare un effetto “valanga psicologica” e pesare per moltissimo tempo su di loro e sull’handicappato, anche tutta la vita.
E’ compito di un buon operatore, o di una buona istituzione, pubblica o privata, prendersi in carico non soltanto l’handicappato, ma anche della sua famiglia, ed aiutarla a capire, ad accettare, ad elaborare l’evento, che corrisponde alla nascita proprio di quel figlio.
Quando la famiglia non riesce a risolvere lo shock della prima notizia, dandosi una spiegazione, una giustificazione, sorgono vari problemi di natura psicologica, che influiscono sulle dinamiche del gruppo famiglia, creando un clima pesante e difficile da gestire.
E’ necessario ribadire l’importanza che le istituzioni prendano in carico tutta la famiglia del disabile, sia la coppia genitoriale che tutti gli altri eventuali componenti del nucleo familiare, perché i fratelli possono ricoprire un ruolo fondamentale nel processo di autonomia del disabile. Durante l’età adolescenziale, ad esempio, possono diventare un anello di congiunzione essenziale fra il disabile e il gruppo dei pari, altra agenzia educativa insostituibile a quell’età, un passaggio obbligato in un percorso per approdare alla completa autonomia.
Negli ultimi anni si stanno verificano casi di presa in carico delle famiglie; questo dovrà essere ampliato e migliorato, nel prossimo futuro, per due differenti motivi:
1) molto spesso genitori, fratelli e/o gli altri componenti il nucleo familiare presentano veri e propri disturbi psicologici emotivi tali da dover essere considerati utenti in prima persona dei servizi sociali, è doveroso perciò, in uno Stato civile, aiutare qualunque persona abbia dei problemi psicologici cui non riesce far fronte.
2) Solo quando ci sarà, nel nostro Paese, una cultura generale tale per cui la stragrande maggioranza delle famiglie dei disabili saprà elaborare ciò che le è accaduto, cioè la nascita di un figlio malato, tramite un’informazione adeguata, tramite dei corsi, aiuti psicologici ecc., saprà anche valutare il proprio figlio in maniera adeguata, pretendere da lui ciò che realmente egli è, o può essere, in grado di fare.
Solo, solo allora, avremo la stragrande maggioranza dei disabili fisici capacidi gestire la propria vita, capaci di arrivare all’obiettivo fissato, capaci direlazionarsi col mondo “alla pari”, senza sentirsi inferiori agli altri o solamente “bisognosi di…”; Solamente allora la stragrande maggioranza dei disabili fisici sarà realmente autonoma.

Bibliografia
Andrich R., Porqueddu G., Educazione all’autonomia: esperienze, strumenti,proposte metodologiche. Relazione presentata presso il “Quinto corso SIMFER di aggiornamento sulla rieducazione neuromotoria, Gubbio 7 – 10 maggio, Europa Medico Physica, Gubbio, 1991.
Ferrario M., Imparando a cambiare, Esperienze per un’altra autonomia, Edizioni Pro Juventute Don Carlo Gnocchi SIVA, Milano, 1992.
Gargiulo R. M., Lavorare con i genitori di bambini handicappati, Guida per gli operatori del sostegno, Zanichelli, Bologna, 1987.
Gelati M., Pedagogia Speciale, Problemi e prospettive, Corso Editore, Ferrara, 1996.
Guidi A., L’altra gente., Convivere con l’handicap, Nuova ERI Edizioni RAI,Torino, 1988.