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autore: Autore: Emanuela Cocever

13. Scrivere in atelier

di Angela Chiantera e Emanuela Cocever

La scrittura, in quanto rappresentazione, è un’occasione di elaborazione dell’esperienza. Scrivere, come nel caso degli educatori, della propria attività, è un modo per rendere presenti, conosciuti a s‚ e comunicabili ad altri, contenuti ed implicazioni del proprio lavoro che altrimenti resterebbero nell’ineffabilit… del vissuto, non disponibili allo scambio professionale e scientifico.
Su questi aspetti abbiamo riflettuto, in sede di formazione, nei corsi per educatori professionali attivati prima nella Usl 27 dell’Emilia Romagna, successivamente nella AUsl Città di Bologna.
Il prodotto di tale riflessione è diventato un libro: “Scrivere l’esperienza in educazione”, di prossima pubblicazione presso la Clueb, a cura di Angela Chiantera ed Emanuela Cocever.
Il testo che segue è tratto dal libro e descrive l’attivit… degli atelier, nelle sue motivazioni e nel suo svolgersi concreto.

Dentro l’atelier: i modi e le voci

<<Ogni atelier di scrittura è un luogo particolare, che riunisce un numero determinato di persone in condizioni particolari, animato e regolato da una persona particolare. […] È anche il luogo possibile della parola vera>>.

Chi abbia mai partecipato ad un atelier basato sulle indicazioni di Elisabeth Bing può riconoscere, in queste sue parole, le caratteristiche fondamentali dell’atelier di scrittura e di ciò che vi succede. Ma questa descrizione, che con icastica efficacia condensa gli elementi portanti della situazione, non può certo esaurire la ricchezza di eventi che vi si realizzano e che non investono tanto la sfera dei “fatti”, quanto piuttosto quella dell’interiorità: ogni partecipante concretizza la propria in parole scritte ed in questa forma essa entra in contatto con quella altrui.
È per questo che, come spiega la Bing,
<<[…] tutte le più sapienti tecniche e astuzie non possono rimpiazzare questa forza vivente che consiste nell’invenzione che lo scambio e la relazione permettono. Per dirlo altrimenti, perché‚ una parola sia detta occorre un contesto, ed il senso dell’enunciato dipende dalle condizioni della sua enunciazione. […] Ed anche se la pertinenza dei ritrovati teorici è necessaria, la sovranità di questa parola, che sfugge ad ogni messa in ricetta, è insostituibile>>.

Abbiamo voluto aprire il capitolo con queste considerazioni di Elisabeth Bing per giustificare una certa nostra cautela nel momento in cui ci accingiamo a parlare degli atelier, del loro svolgimento. Legittimamente, infatti, chi legge si aspetterebbe un racconto esauriente di ciò che si fa in un atelier di scrittura ispirato all’esperienza della Bing, con una descrizione minuziosa delle diverse consegne che vengono date e magari con l’indicazione delle letture di partenze per ogni singola attività o degli ambiti in cui esse agiscono (ricordo, descrizione, narrazione…).
In realtà il nostro intento sarà quello di illustrare, più che i dettagli, lo sfondo, perch‚ la sua conoscenza servirà forse a meglio comprendere tutte le valutazioni che seguiranno.
Alla base di questa scelta ci sono due ragioni, entrambe fondamentali: la prima ha a che fare col dissenso che la Bing ha sempre manifestato nei confronti di chi le chiedeva di descrivere i suoi atelier; la seconda è più legata alla difficoltà avvertita tutte le volte che abbiamo cercato di spiegare come, in questo metodo, ad una apparente semplicità di forma corrisponda una notevole complessità di contenuti. È, ci pare, la stessa difficoltà di cui parla la Bing stessa nella postfazione alla terza edizione francese di …ho nuotato fino alla riga:

<<Mi hanno talvolta suggerito di scrivere un libro dove descrivessi nella loro progressione le proposte di scrittura che noi abbiamo elaborato nel corso del tempo. Si dimentica che una proposta di scrittura contiene una consegna non soltanto formale ma emozionale, trasmessa dalla voce, dalla presenza e la poesia personale di un animatore. Questa proposta che fa scoprire ogni volta qualcosa di nuovo, in un momento preciso, non può trovarsi costretta in un enunciato riproducibile. È per questo che qualche cosa in me si rifiuta di scrivere qualsiasi cosa mi sembri assomigliare a un libro di ricette, per quanto ben studiate possano essere; esse si limiterebbero a scimmiottare un sistema e non sarebbero che un inganno. Credo che si possa descrivere il movimento di un’andatura, la sua filosofia e la sua etica, ma la raccolta dei procedimenti è una trappola scolastica che sembra dimenticare la funzione fondamentale dell’atelier di scrittura, che non può agire che nello scarto, il silenzio, oserei dire il segreto>>.

Convinte, anche per personale esperienza, della fondatezza di questa posizione, spendiamo allora alcune parole sul movimento dell’andatura, sui diversi, semplici passi che occorre fare per arrivare alla meta, iniziando da una sua ridefinizione.
L’esperienza insegna che ogni qual volta si parli e si scriva di scrittura si devono fare i conti con un’idea diffusa e radicata: <<la scrittura è un dono: che chi l’ha (avuto) e chi no>>. Il metodo Bing, pur non negando la metafora, rovescia il rapporto, nel senso che fa s che -chi scrive si doni la scrittura- o anche -si doni alla scrittura>>.
Per arrivare a questa (duplice) meta la strada è sin dall’inizio semplice e necessita di poche indicazioni. L’occorrente è il seguente: un gruppo di circa dieci persone che sappiano leggere e scrivere, una persona che conduce, un tavolo su cui scrivere, carta e penna, alcuni libri ben scelti.
Tutto parte, appunto, da un dono. Chi conduce offre la lettura ad alta voce di un brano, più o meno breve, scelto per motivi diversi: per la struttura, il contenuto, il modo di presentare l’oggetto trattato, il genere letterario, lo stile dell’autore, la modalità di scrittura che l’ha originato…
Da questa lettura, fatta con agio ma una sola volta, nasce la proposta di scrittura: un elemento del brano letto diventa lo spunto per la scrittura del gruppo. Una scrittura che dovrà far sue due regole fondamentali: il rispetto della consegna e il rispetto del tempo (10, 30 minuti…) dato al gruppo per realizzare individualmente il lavoro.
Cosa succede in questo lasso di tempo? Non c’è stata analisi critica del testo letto e non c’Š tempo per impostare criticamente il testo da scrivere. Dunque, semplicemente, si scrive.
La consegna ed il tempo – presunti violatori di libertà espressive individuali – diventano il filo che permette di ritornare dal profondo della scrittura e la bussola che orienta verso la via di casa e che fa dire “fine” al viaggio intrapreso. Per iniziare un nuovo viaggio, quello della lettura al gruppo: ogni autore legge agli altri il proprio scritto, offrendosi alla conoscenza altrui e moltiplicando il dono iniziale.
Una nuova lettura ed una nuova consegna avvicineranno ancora di pi— alla meta finale. Perch‚ il cammino dell’atelier si snoda così, alternando momenti di lettura (di brani propri e altrui) a momenti di scrittura, avendo come guida la persona che conduce e come solidali compagni di viaggio gli altri membri dell’atelier.

La proposta dell’atelier di scrittura
La nostra riflessione sul perché‚ e come proporre un atelier di scrittura a degli educatori si Š costruita attraverso varie fasi e l’apporto di vari elementi: la lettura di scrittori appartenenti ai più diversi ambiti disciplinari e generi letterari; l’esperienza, in qualità di corsiste, degli atelier condotti secondo il metodo elaborato da Elisabeth Bing; una successiva fase di messa alla prova, solo tra noi, di consegne note e nuove; la discussione in gruppo.
Del resto, e ci preme sottolinearlo, la relazione è stata il luogo centrale dell’elaborazione della nostra esperienza: la relazione tra noi, che ci ha permesso, negli anni, di mettere a fuoco i nostri desideri rispetto alla scrittura, di cercare le strade per soddisfarli, di valutare l’efficacia delle esperienze compiute; e la relazione con coloro che hanno partecipato, di volta in volta, ai diversi atelier. Non sembri, questa insistenza sulle relazioni che abbiamo instaurato e che ci sono servite per imparare, una manifestazione personale di puro autocompiacimento, un sottolineare le nostre fortune, le nostre bravure o la giustezza delle nostre intuizioni.
Lo scriverne qui è innanzitutto un invito alla cautela. Quella che è necessaria avere nell’attivare una situazione, come quella dell’atelier, in cui sono richiesti una partecipazione emotiva ed un coinvolgimento forte. L’accettazione reale di una consegna di scrittura nell’atelier non può non determinare, infatti, in chi scrive un recupero di propri ricordi, sensazioni, segreti che cercano, attraverso la parola scritta, nuovi modi per uscire e “ordinarsi”.
Tutto ciò, inevitabilmente, accade all’interno di una interazione, complessa e in evoluzione, tra tutti coloro che partecipano all’atelier, senza distinzione di capacità o di ruolo. In questo contesto, l’accoglimento dell’emozione (dei corsisti, o anche di chi conduce e ascolta gli altri dire le proprie emozioni) è uno dei cardini di una buona conduzione, accanto a quello, non meno impegnativo, dell’accettazione delle risposte alla consegna data, anche nella loro forza trasgressiva.
Uno dei modi per dimostrare accoglimento e accettazione è il richiamo alle richieste specifiche espresse dalla consegna di scrittura data. Nella nostra esperienza, infatti, esso si configura come equilibrato segnale di partecipazione, da parte di chi conduce, a quello che il singolo corsista ha manifestato con la sua emotività o la sua trasgressione; la forza di un simile (apparentemente semplice) intervento, sta nel fatto che esso, senza giudizi o censure, senza bisogno di attivare difficili e pericolosi interventi di sostegno emotivo o di correzione, rende esplicito il rapporto che chi scrive ha realizzato con la consegna stessa.
Devono infatti essere chiari e sempre presenti due principi: che è sempre e comunque la scrittura il tramite della relazione tra i partecipanti all’atelier e chi conduce; che il ruolo di quest’ultimo nel gruppo è quello di un interlocutore attivo s, ma misurato, nel senso che la sua “misura” è data proprio dalla consegna e non dai suoi gusti personali (rispetto agli stili, alle proposte, alle persone…).
Per questo, e per altri motivi che verranno via via chiariti, la qualit… delle consegne da proporre in un atelier è, accanto alle modalità di conduzione, un altro punto forte di attenzione e di “cura” per chi si assume la responsabilit… di attivare un gruppo di scrittura secondo modalità simili a quelle qui descritte. Qualche parola sulle nostre prime esperienze aiuterà forse meglio a chiarire come siamo arrivate alle considerazioni che andiamo facendo.
Le prime prove di presentazione di un atelier di scrittura le abbiamo fatte tra noi: un gruppo di persone comunque attive nei confronti della lingua scritta e reciprocamente indulgenti poteva ben sopportare una conduzione incerta, non sicura né del come elaborare una consegna, né dei modi e dei tempi che potevano essere necessari per la sua realizzazione. Il modello era legato alle esperienze di atelier fatte precedentemente: in esse, però, chi conduceva aveva un ruolo ben definito dalle sue competenze; il nostro, che andavamo sperimentando, era definito solo dalla nostra buona volontà e dalle nostre passioni di lettrici.
Un primo dato di cui ci siamo rese conto quasi immediatamente è che la bellezza di un brano letterario (o il piacere che esso genera in noi) non è di per sé‚ condizione sufficiente perch‚ ne scaturisca una consegna di scrittura: perch‚ questo succeda occorre che il brano offra un appiglio, un punto chiaro che lo caratterizzi in un qualche modo e in un qualche senso. Parafrasando la Bing, ci devono essere, più o meno evidenti, un qualcosa di emozionale, un senso, che cerca di suscitare il desiderio di scrivere, e un qualcosa di costruttivo, un modo, che avvia sul come tentare di scrivere.
Sarebbe passato molto tempo prima che ci rendessimo conto di un’altra fondamentale condizione, che la Bing ha così esplicitato:
<<Una proposta di scrittura è qualcosa di molto delicato, un oggetto da costruire a seconda della situazione precisa in cui si trova […] ci possono essere problemi anche con una sola persona, e allora ci si chiede cosa inventare per far lavorare quella persona su quel punto della scrittura e questo far… lavorare tutti gli altri>>.

La consegna trae spunto, dunque, prima ancora che da un’idea di scrittura, da una relazione mediata dalla scrittura; una relazione, va ribadito, che non è tanto determinata dai rapporti affettivi tra le persone, ma piuttosto dall’incontro tra il bisogno di espressione di un individuo ed il tentativo di soddisfazione che un altro individuo mette in atto. Ancora la Bing:
<<[…] ho tentato – andando per tentativi, giorno per giorno – di raggiungere per mezzo della scrittura quella che era la loro [dei bambini dell’Istituto] identità, la loro voce, le loro proprie parole, e non le parole imparate, scolastiche>>.

Chi conduce un atelier ha perciò un compito ricco e complesso, che si traduce nella capacit… di tener fede ad un patto – di reciproca fiducia e di responsabilità – con i partecipanti all’atelier e, quindi, nella capacità di favorire l’incontro di ciascuno con la propria scrittura e con quella altrui (siano essi grandi autori o compagni di atelier).
Quanto detto finora intende porre l’attenzione su due fatti centrali e interrelati tra loro: l’atelier di scrittura secondo il metodo Bing non è un’attivitàche chiunque e comunque può mettere in piedi, né si può pensare di poter utilizzare l’atelier per raggiungere scopi che enfatizzano solo l’uno o l’altro degli affetti “altri” (slegati, cioè, dalla scrittura) che esso produce.
Ci è accaduto talvolta, proponendo l’atelier o più spesso parlandone, che questo venisse preso quasi come un gioco di gruppo, in cui il “piacere” del leggere e scrivere insieme diventava tout court “divertimento” ed in cui l’attenzione per la persona cedeva il passo, equivocamente, all’esclusiva cura del testo, valutato soprattutto per gli aspetti più ispirati dall’ironia o dallo scherzo. Altre volte ci hanno chiesto invece se l’atelier poteva essere utilizzato, ad esempio, per facilitare o riequilibrare i rapporti all’interno di un gruppo.
In tutti questi casi la nostra preoccupazione è stata innanzitutto quella di ribadire che non pu• essere considerato indifferente il modo e soprattutto il motivo per cui si propone ad un gruppo un atelier di scrittura come lo si è caratterizzato finora. Come si è già detto, non tutto va bene per tutti, così come non tutti reagiscono allo stesso modo ad una data proposta.
In relazione a ciò, è utile esaminare un altro passaggio importante della nostra riflessione sugli atelier di scrittura per educatori, ovverosia la messa a punto degli obiettivi che ci muovevano nel fare questa proposta. Quelli di partenza erano due: offrire il modo di recuperare un’immagine positiva e sfaccettata della scrittura, facendone sperimentare alcune modalità; favorire la riflessione sui propri scritti e su quelli altrui, per evidenziare la plurivocità di risposte al bisogno di espressione e l’inutilità di un unico modello di riferimento. Ricordiamo che la finalità ultima di un atelier, più volte riaffermata dalla Bing, è permettere a ciascuno di individuare la modalità di scrittura di volta in volta più adeguata alle proprie necessità d’espressione, nella piena fedeltà a se stessi.
Per raggiungere pienamente questa finalità, sostiene ancora la Bing, non basta però semplicemente provare ad esprimersi: occorre lavorare su ciò che è emerso, per far sì che questa primaria espressione si trasformi in un Testo, dotato di potenza e completezza semantica, e riconosciuto come tale sia da chi l’ha scritto, che da chi lo legge. Si viene dunque a definire il lavoro d’atelier come composto di queste due fasi fondamentali, in cui la prima (l’espressione) trova il suo pieno senso nella seconda (il lavoro sul testo), che sola garantisce a chi scrive di riuscire a raggiungere la propria scrittura.
Partendo da queste premesse, nel momento in cui abbiamo deciso di proporre agli educatori in formazione un atelier di scrittura secondo il metodo Bing ci siamo trovate di fronte ad un dubbio: possiamo chiedere ai nostri interlocutori – che non scelgono l’atelier, ma lo trovano obbligatoriamente inserito nel corso di formazione – un impegnativo lavoro di ricerca sul proprio stile di scrittura senza che da loro ci sia mai venuta una richiesta esplicita in tal senso? E che funzione può avere un lavoro sul testo come la Bing lo intende (soprattutto orientato in senso stilistico-letterario) per degli educatori il cui rapporto con la scrittura è per lo più legato a specifici momenti istituzionali?
Ci sembrava che il principale compito di una formazione in quell’ambito dovesse consistere fondamentalmente in due cose: venire incontro ai bisogni degli educatori di accedere ad un mezzo espressivo già noto, ma mai pienamente ed efficacemente utilizzato; attuare con loro una riflessione che tenesse conto degli aspetti più strutturali, ma anche meno studiati/elaborati, della scrittura professionale, cardine di tutte le loro attività di documentazione, osservazione, relazione con le istituzioni…
È in base a queste considerazioni, e nel rispetto degli obiettivi sopra esposti, che abbiamo preso la decisione di proporre innanzitutto agli educatori la prima fase dell’atelier, rimandando ad un momento successivo (di solito il secondo anno di formazione) un lavoro di ricerca sulla scrittura prodotta in ambito professionale. In tal modo si è venuto a realizzare un percorso che, partendo dalla valorizzazione delle capacità e risorse individuali e tenendo conto, successivamente, delle diverse necessità dei servizi, tende ad ipotizzare modalità di scrittura professionale più capaci di tenere insieme il singolo educatore, la sua relazione con gli utenti e la sua funzione istituzionale.