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autore: Autore: Giovanni Cocchi

4. L’abbandono educativo

di Giovanni Cocchi

La mancanza di istruzione, o la sua inadeguatezza, è allo stesso tempo causa ed effetto di esclusione sociale: le statistiche confermano il senso comune e cioè dimostrano che chi proviene da “ambienti” più deboli ha più probabilità di abbandonare la scuola e che chi ha abbandonato la scuola o haraggiunto basse competenze ha più difficoltà ad inserirsi nel mercato dellavoro e a rimanerci. Ne consegue che le politiche educative dovrebbero costituire una delle parti fondamentali delle politiche indirizzate a recuperarelo svantaggio e contrastare l’esclusione sociale.
Quanto di questa consapevolezza, che fu finalmente acquisita ormai più di duedecenni fa – e che ispirò una stagione di passioni e grandi cambiamenti – è ancora oggi presente nel dibattito politico, sociale ed educativo? Quanto le politiche nel campo dell’istruzione tendono oggi ad incoraggiare e sostenere l’accesso e la permanenza efficace nel sistema scolastico dei gruppi più svantaggiati?

C’era una volta
“La scuola ha un problema solo: i ragazzi che perde”. E più avanti: “Non c’è nulla di più ingiusto che far le parti uguali tradisuguali” (cioè: non potenziare l’offerta e gli strumenti per chi ha più bisogno o per chi non può pagarsi il di più, significa registrare le differenze sociali e di censo e non riequilibrarle). Sono due delle affermazioni fatte dai ragazzi di Don Milani in “Lettera ad una professoressa”, nel 1967: una netta denuncia di una scuola democratica nella forma e”classista” così si diceva allora- nei fatti. Denuncia che, tanto percitare solo un altro dei classici di allora, trovava sociologica conferma in una ricerca (Barbagli-Dei, 1971) che definiva gli insegnanti come “Le vestali della classe media”, cioè come coloro che assolvevano, più o meno inconsapevolmente, il ruolo di selezionare i giovani in base al loro ceto di appartenenza.
Seguì ampio dibattito.
La scuola diventò il centro di interesse non solo degli addetti ai lavori, ma di tutta la società che chiese di entrarci, cambiarla e controllarla: sono degli anni ’70 i decreti delegati (cioè la partecipazione delle famiglie alla gestione scolastica) e numerose iniziative di sperimentazione, sostegno e recupero (integrazione degli handicappati, 150 ore, scuola a tempo pieno, elaborazione di nuovi programmi… solo per citarne alcune).

Oggi: progressi, regressi, persistenze
La frequenza alla scuola dell’infanzia, concepita proprio in quegli anni come “statale”, cioè come percorso formativo e socializzante chepermettesse di ridurre le disuguaglianze prima dell’ingresso nella scuola dell’obbligo, é passata dal 60% degli anni ’60 ad oltre il 90% degli anni ’90; i tassi di scolarizzazione nella fascia dell’obbligo raggiungono ormai (“ormai”?) l’universo della fascia 6-14 anni (anche se continuano a permanere sacche di disagio e ritardi: uno studente su dieci ripete almeno una classe nella scuola dell’obbligo).
I guai seri iniziano dopo. È nei primi due anni della scuola media superiore che si concentrano le percentuali più alte di abbandoni, ripetenze e cambiamenti di indirizzo scolastico.
L’effettiva attuazione dell’obbligo scolastico sembra cioè essere stata ottenuta più grazie alla responsabilità delle famiglie e alla rinuncia alle bocciature, che grazie alla capacità della scuola di condurre efficacemente alla licenza media i propri allievi. Infatti, come i dati dimostrano, è oggi la scuola media superiore che si fa carico di selezionare all’ingresso chi non sia stato adeguatamente selezionato in uscita dall’obbligo: sebbene il 90% si iscriva alle superiori, più del 20% abbandona nei primi due anni (si va dal 10%del classico al 40% del professionale). La scuola superiore, poi, costituisce ancora un sistema fortemente stratificato in termini di classe sociale: é altamente improbabile che un ragazzo di classe medio-alta si iscriva ad un istituto tecnico-professionale, mentre a questo tipo di scuola accedono la maggior parte di quanti provengono dai ceti sociali più svantaggiati e che hanno avuto difficoltà nella scuola dell’obbligo.
Più che un reale recupero dello svantaggio nella scuola obbligatoria, sembra dunque prefigurarsi una più ritardata certificazione sociale dello stesso, una sorta di “selezione differita” nei primi anni delle superiori.
Perciò, se è vero che negli ultimi decenni si è assistito ad una”scolarizzazione” di massa, non si può certo ancora parlare direale e riuscita “istruzione” di massa. Il fatto che i ragazzi stiano oggi sui banchi più che nel passato ci può confortare, ma il fatto che ancora troppi si alzino da quel banco prima del tempo (e senza aver avuto la formazione necessaria per inserirsi a pieno titolo in una società così complessa) ci segnala che per quanto attiene al contenimento e all’inversione dei fenomeni diabbandono e di esclusione sociale molto ci sia ancora da fare, anche se pare unpo’ fuori moda parlarne.
Nonostante le ricche elaborazioni pedagogiche e le sperimentazioni, le politiche istituzionali riguardo al disagio, all’abbandono ed all’esclusione sono rimaste sostanzialmente carenti. La storia della scuola italiana, riguardo questi aspetti (ma non solo), é costellata di una lunga serie di riforme mancate,parziali o insufficienti, come i risultati spesso si curano di dimostrare.
Accenneremo soltanto ad alcuni aspetti, tra i tanti, che sembrano incidere nel determinare quello che è oggi lo scarso risultato della nostra scuola rispetto ai molti e troppi “ultimi”.
Cerchiamo un ordine, cominciando dalle elementari.

Alla ricerca del tempo pieno
L’unica sperimentazione tentata a livello nazionale con l’esplicita finalità di fornire uno spazio organizzato e ricco ai bambini provenienti da ambienti deprivati – la scuola elementare a tempo pieno – dopo un periodo “di prova” durato due decenni, è stata “congelata”. Con l’avvento del “modulo” (che al di là dei giudizi di merito e della sensibilità degli insegnanti, non sembra avere tra le sue priorità quello di contrastare i processi di esclusione scolastica) non è oggi più possibile aumentare il numero delle sezioni di tempo pieno (nonostante la forte richiesta sociale). Questo appare piuttosto grave soprattutto in considerazione del fatto che il tempo pieno é meno presente proprio nelle zone in cui più potrebbe acquisire una valenza preventiva rispetto agli abbandoni, tenendo i ragazzi lontano dalla strada: al Sud è limitato all’8% delle sezioni contro il 20% del Nord.
L’unica misura che coniuga esplicitamente la questione di come sostenere concretamente, tramite azioni positive, i diritti di una categoria svantaggiata, riguarda l’inserimento dei bambini disabili (leggi 517/77 e 104/92). Tuttavia anche questo intervento sembra aver progressivamente subito un rallentamento se non un’involuzione: da un lato sono notevolmente diminuiti gli insegnanti di sostegno e le deroghe dal rapporto 1/4, dall’altro sembrano essere sempre più frequenti i casi in cui l’inserimento si riduce ad un’iscrizione formale, mentre in realtà il bambino passa la maggior parte del tempo impegnato in attività con il “suo” maestro ed in locali separati da quello della “sua classe.

I nuovi disagi
La scuola non si trova neppure attrezzata di fronte ai nuovi bisogni, cioè ai nuovi problemi di integrazione e di sostegno posti dai bambini extracomunitari. Se da un lato è pronta ad accoglierli in nome del diritto universalistico di cittadinanza, dall’altro – al di là di iniziative di singole scuole od insegnanti – non li fornisce degli strumenti necessari ad un’adeguata fruizione dell’esperienza scolastica (sostegno nell’apprendimento linguistico, forme di accompagnamento e mediazione interculturale, ecc.) .
Un’altra forma di disagio e potenziale rischio di esclusione sociale, che è stata riconosciuta dalla scuola negli anni più recenti, è legata all’uso della droga e della tossicodipendenza. All’inizio degli anni ’90 sono stati lanciati i “progetti ragazzi” e i “progetti giovani” (che godono peraltro di scarsi finanziamenti); tuttavia appare paradossale che questa attenzione sia giustificata in termini di prevenzione dell’uso della droga,mentre l’esistenza della dispersione scolastica e del disagio nella scuola non riescono a mobilitare altrettanta attenzione e riflessione critica. La mancanza di attenzione istituzionale per tali problemi è segnalata anche dal fatto che il surplus di docenti creatosi a motivo del calo demografico non è stato quasi mai utilizzato per attività in questo campo, anzi, di finanziaria in finanziaria, si procede a tagliare gli organici e ad aumentare il numero degli studenti per classe.
Tra le riforme mancate che hanno un particolare peso per il fenomeno di esclusione dall’istruzione, possiamo annoverare anche la mancata riforma della scuola superiore e l’innalzamento dell’obbligo a sedici anni (riforma di cui si parla da trent’anni ed approdata per ben tre volte ad uno dei rami del Parlamento, per poi ripartire da zero al momento di nuove elezioni). Anche la mancanza di un autentico e serio canale di formazione professionale contribuiscea lasciare senza alcuna formazione coloro che abbandonano la scuola prima di conseguire un diploma.
Ma, analizzando la situazione della scuola superiore, il discorso diviene più complesso. Alla persistenza di un disagio “di classe” (che i dati confermano), sembrano oggi sommarsi altri fattori come la mancanza di interesse per contenuti avvertiti come troppo “lontani”, la percezione della caduta di centralità della scuola come valida agenzia formativa, il desiderio di entrare rapidamente nella vita attiva nella consapevolezza che gli anni passati a scuola siano “buttati”; ciò spiegherebbe come gli abbandoni nell’ultimo decennio, riguardino anche quote, più alte che nel passato, di giovani provenienti da condizioni sociali medio-alte. Per questi ragazzi, tuttavia, la famiglia è spesso in grado di allestire percorsi formativi privatistici e opportunità formative ritenute più idonee della stessa scuola pubblica. Il pericolo è che la scuola penalizzi due volte – non riuscendo adare né sostegno, né motivazioni – proprio coloro che usufruiscono meno del necessario sostegno familiare nel loro percorso formativo.

Abbandono scolastico o abbandono educativo?
Il fenomeno della dispersione scolastica è l’indice di una inquietante carenza del sistema scolastico italiano. È la testimonianza che, malgrado l’enorme espansione degli accessi alle istituzioni scolastiche, il principio dell’uguaglianza delle opportunità di fronte all’istruzione non si è ancora tradotto in realtà.
Le denunce degli anni ’60-’70 di una scuola di classe ed emarginante gli alunni più svantaggiati, hanno avuto più successo nella direzione di un rifiuto a selezionare e bocciare che non nel far crescere e mantenere una reale e mirata attenzione (da cui far discendere incentivi e sostegni efficaci e sufficienti) per i bisogni e le difficoltà dei ragazzi più fragili.
Oggi siamo ben lontani dai tempi in cui, pur con tutte le faziosità e gli ideologismi di quel periodo, la scuola era al centro delle preoccupazioni della società e aperta al mondo esterno. Eppure, oggi, la nostra è ancora unasocietà che non riesce ad educare ed istruire una gran fetta della sua generazione più vitale, a fornirle le competenze necessarie ad un mondo sempre più complesso.
In assenza di una comprensione adeguata dei processi di esclusione tollerati dalla scuola e di risposte adeguate, coerenti e definitive da parte della società, non c’è da sorprendersi se le politiche, gli interventi e le azioni istituzionali risultino insufficienti e risentano oltremodo delle “scelte di bilancio”.
Se l’obiettivo della scuola pubblica è attrarre, trattenere e condurre efficacemente al termine del corso di studi intrapresi il maggior numero dei giovani iscritti, l’abbandono – in assenza o in carenza di reali politiche di sostegno, adeguamento, riforma – non è solo dei giovani verso la scuola, ma anche – e soprattutto – della società verso i giovani; più che di abbandono scolastico è forse più onesto parlare di abbandono educativo.

6. Invece a Napoli…

a cura di Giovanni Cocchi

Nella città partenopea un interessante esempio di come si possa fronteggiare il problema del disagio scolastico in una zona tradizionalmente difficile. La ricetta? Raccordare tutte le iniziative per non disperderle, collegarsi al territorio e formare e motivare gli insegnanti. Intervista al provveditore Gennaro Fenizia.

Il P.D.S.E., cioè il “Peso del disagio socioeducativo”, è un numerino che, sintetizzando diversi indici (sviluppo socioeconomico, alunni per classe, ripetenze, ecc.), serve a “fotografare” la situazione di disagio scolastico in una data provincia. Nell’a.s. 92-93, a fronte di una media nazionale intorno allo 0.30, Napoli registrava indici vicini all’1.00. Non c’era certo da essere ottimisti, eppure… Eppure negli ultimi 3 anni la scuola napoletana sembra aver avviato una sorta di “primavera”, ritrovato fiducia ed entusiasmo nel proprio operare, per molti aspetti “in controtendenza” rispetto ai sentimenti di rassegnazione e di abbandono che si registrano più diffusamente nel resto del Paese. Abbiamo intervistato il provveditore Gennaro Fenizia per saperne di più.

Provveditore, innanzitutto “i numeri” della realtà in cui operate.
Napoli da sola rappresenta il 10% dell’intero fenomeno scolastico del Paese. Alcuni dati complessivi: io sono responsabile di una provincia italiana che abbraccia 92 comuni, da me dipendono 1.870 scuole, con 600.000 alunni, 55.000 docenti di ruolo (e altri 120.000 nelle graduatorie di incarichi e supplenze) e 1.000 capi di istituto; ogni anno firmo mandati per 6.000 miliardi. Negli ultimi anni a Napoli abbiamo cercato di ribaltare di 180° il modo di fare scuola, abbiamo impostato la nostra attività per cercare di capire che cosa sta succedendo nelle nuove generazioni e come far fronte alle loro necessità, abbiamo cercato di dare degli strumenti ai nostri insegnanti ed in gran parte ci siamo riusciti. Non lo dico per propagandare Napoli, ma per fare capire che se siamo ottimisti noi per i risultati ottenuti in questa realtà così complessa e difficile, sicuramente questi risultati si possono ottenere dappertutto.

Qual è “il trucco”, quali le linee guida e le coordinate di marcia?
Primo: trasformare una realtà spesso disarticolata in una “scuola dei progetti”. Se ben guardiamo, in ogni città troviamo tremila attività che vengono fatte; quello che manca è il raccordo. A Napoli abbiamo voluto fare “il progetto” della scuola: era troppo uno spreco quello di non conoscere quello che l’altro faceva, o addirittura di sovrapporci ad altre iniziative solo perché mancava un raccordo.
Secondo e terzo: collegarsi al territorio e formare e motivare gli insegnanti. Abbiamo capito che la scuola napoletana non poteva più essere una scuola scollegata dal territorio e dalle altre istituzioni e che per offrire una qualità diversa dell’istruzione ai ragazzi dovevamo sì fornire la scuola di strumenti diversi, ma soprattutto far capire che la crescita della qualità della scuola dipende dalla capacità di dare nuovo entusiasmo a coloro che nella scuola lavorano ogni giorno. Non potendo dare un aumento di stipendio ai nostri docenti, abbiamo tentato di dare loro una formazione diversa, ma in maniera scientifica ed in modo che la scuola fosse realmente riconosciuta come “punto di aggregazione” da tutte le altre istituzioni. Negli ultimi anni nulla di tutto quello che riguarda formazione, aggiornamento, ricerca di sbocchi occupazionali, occasioni formative e lavorative da dare ai giovani, viene fatto senza coinvolgere tutti gli enti possibili, interessati ed “interessabili”: Enti locali, Università, Cnr, associazioni imprenditoriali, volontariato… E non ci siamo accontentati solo delle istituzioni presenti sul nostro territorio, ma abbiamo progetti operativi anche con i rettorati (i corrispondenti dei nostri provveditorati) di Grenoble, Nizza, Londra e Beverly.

Entriamo nel merito: da dove avete “ricominciato”?
Per prima cosa, due anni fa, abbiamo chiesto a tutti gli insegnanti: secondo voi qual’è l’attività principale che dobbiamo fare? Da tutti ci era venuta la richiesta di fare dei corsi di aggiornamento, ma “fatti seri”. Allora l’anno scorso, utilizzando anche tutti gli accordi di collaborazione con le realtà istituzionali di cui parlavo prima, abbiamo realizzato 554 corsi d’aggiornamento dando a 55.000 docenti almeno un’opportunità di aggiornamento. Ed è stata un’operazione formativa non solo massiccia, ma che ha seguito criteri progettuali ben definiti: abbiamo scelto di formarci complessivamente tutti e su temi importanti. Abbiamo deciso che ogni aggiornamento deve essere trasversale, sia alle materie di titolarità che all’ordine di scuola. Non esiste a Napoli il corso per chi insegna italiano e quello per chi insegna matematica; esistono dei momenti di incontro e di approfondimento per capire se si può modificare la strategia educativa in maniera da dare ad ogni ragazzo opportunità maggiori. Queste iniziative poi non hanno mai visto la pertecipazione di insegnanti di un solo ordine di scuola, sia per avere un ulteriore messaggio formativo aggiuntivo di scambio di esperienze, sia soprattutto perché se è vero che il percorso educativo è il progetto della vita dei giovani, non è pensabile che un giovane possa accettare che passando dalla quinta elementare alla prima media o dalla terza alle superiori, debba cambiare completamente il mondo in cui si trova a vivere, e se ha trovato una strategia idonea a recuperare il proprio disagio ha il diritto di trovarla ancora quando prosegue il proprio corso di studi. Altrimenti ha dei momenti di sbandamento, altrimenti non ha più fiducia nelle istituzioni e noi invece dobbiamo dare l’immagine, ogni volta, che di noi ci si può fidare, perché possiamo anche sbagliare, ma solo dopo aver fatto il massimo per dare delle risposte a questi ragazzi.

Dunque corsi non curricolari e per tutti; su quali tematiche?
Su tematiche importanti per tutti – ed in maniera particolare nella nostra realtà – come l’educazione alla legalità, non intesa come semplice rispetto delle norme, ma come azione della quotidianità, come rispetto di se stessi e degli altri. La scelta di non drogarsi, di non bere, di non fumare, non deve essere fatta soltanto per la paura di essere presi o di morire, ma perché il rispetto di se stesso significa interpretare la corretta accezione del termine di solidarietà: se non rispetto me stesso vuol dire che non ho percepito che il mio compito è di mettermi al servizio degli altri. Questa è la legalità che ci interessa: la quotidianità che non tradisce dei punti di riferimento forti.
Sul tema della “diversità”, intesa come potenzialità e non come avversità, si sono formati 4.000 docenti, con l’intervento di molti esperti. Noi siamo preoccupati della diversità che proviene dal disagio, dall’incapacità di integrarsi con gli altri e stiamo tentando di far capire a tutti che avere nella scuola qualcuno che non sia esattamente come gli altri, è una fortuna, è un bagaglio culturale e di esperienza che non si può sottovalutare e disperdere. Un altro corso che ha visto una fortissima partecipazione è stato quello sui linguaggi non verbali, su come imparare a crescere con il linguaggio del corpo. Anche qui abbiamo fatto una rivoluzione: l’attività motoria come scelta esasperata dell’attività agonistica, del campione, non ci riguarda più; dobbiamo mettere a disposizione il linguaggio del corpo non solo per gli insegnanti di educazione fisica, ma per tutti gli insegnanti di base.
Comunque, lo ripeto, per noi la grande risorsa è il territorio: il progetto di formazione deve coinvolgere tutte le istituzioni presenti sul territorio. Non è possibile che le medie decidano di formarsi sulla droga e le elementari dello stesso quartiere su un’altra cosa. E’ il territorio, il quartiere, la gente che ci deve far capire realmente cosa vuole fare e che strutture ci sono a disposizione.

E il territorio “risponde”?
Sì. Siamo riusciti, senza risorse, ad avere il coinvolgimento di tutti. Le faccio solo un esempio: la squadra di serie A di pallavolo, la squadra di serie B di basket, il Napoli calcio hanno deciso di non presentare più il loro anno agonistico con una conferenza stampa in un albergo, ma si sono presentate nelle scuole più disperate della nostra provincia e tutti gli atleti hanno detto ai ragazzi: “Abbiamo bisogno di voi, vogliamo essere il vostro punto di riferimento non soltanto come idolo sportivo. Vi vogliamo dire che lo sport si regge su questi principi: fedeltà all’impegno preso, capacità di sacrificio, costanza. Noi abbiamo bisogno voi, staremo con voi, se necessario verremo a giocare con voi e vi daremo gli strumenti che vi possono servire”. Ed infatti la squadra di pallavolo sta montando in tutte le scuole la rete e manda i suoi giocatori ad allenare i ragazzi. In tutti i quartieri più degradati, per strada, abbiamo montato i canestri per il basket (sembra l’America, invece è Napoli!): ovunque c’era uno spazio, per strada, abbiamo dato ai ragazzi l’occasione di giocare. Stiamo facendo a scuola delle lezioni sul tifo ed io personalmente ho incontri con i capi delle tifoserie: vorremmo trasformare il San Paolo nell’unico stadio dove fare il tifo non significhi offendere l’avversario. I giocatori dicono nelle scuole e ai giornali che si sentono incoraggiati se applaudiamo, se li incitiamo e che le offese agli altri non li aiutano. Faccio solo questo esempio perché mi pare significativo: sembrava impossibile fino a due anni fa che la scuola potesse essere un punto di riferimento non soltanto per le istituzioni pubbliche, ma anche per quel mondo dove girano miliardi e che questo decidesse di dare una mano alla scuola.

Lei parla sempre di Progetto e in termini organizzativi è ormai chiaro cosa intende; ed in termini educativi?
Parlo spesso di Progetto perché a Napoli noi abbiamo trasmesso questo messaggio forte: l’anno scolastico non è un anno didattico, non ci riguarda sapere se alla fine tutti saranno promossi o se qualcuno verrà bocciato, è un anno del “Progetto della vita” di 600.000 ragazzi e allora è un progetto che deve vedere il coinvolgimento di tutti, perché se i genitori possono anche mostrarsi disinteressati del percorso didattico del proprio figlio, nessuno abdica al potere di intervenire quando si progetta la vita dei propri figli.
Noi vogliamo che il fenomeno dell’abbandono della scuola, il fenomeno dell’abbandono del percorso educativo, possa essere ridimensionato ridando una caratteristica di “piacevolezza”, rendendo la scuola interessante, dicendo ai ragazzi: “Non abbiamo un progetto che vi vogliamo imporre, vogliamo costruire insieme quello che per voi non è più una perdita di tempo. Vi vogliamo catturare, siamo tutti pronti a rimetterci in discussione, a rivedere i nostri schemi; proviamo realmente a costruire una scuola dove ognuno di voi possa essere protagonista”. Quando noi diciamo che abbiamo finalmente realizzato una scuola aperta al territorio e alle forze sociali, intendiamo questo: noi progettiamo con loro e per loro, e questo significa avere la consapevolezza che ogni giorno si trasmettono valori che non hanno paura di nessun tipo di inflazione, valori che resteranno sempre punti di riferimento. Non ci riguarda la logica del profitto, noi vogliamo trasmettere a questi giovani che la certezza innegabile è quella della loro utilità per il futuro. Se realmente la scuola sposa la logica del servizio e non del profitto saremo in grado di dare un messaggio ottimistico a questi ragazzi: ognuno di loro servire sempre, la propria vita serve per dare qualcosa ad un altro. Questo messaggio, specialmente nelle zone più degradate che appartengono alla mia realtà, è un messaggio che coglie nel segno.

Scuola dei valori, delle coscienze, della solidarietà, del servizio e non del mercato…, sembra quasi ‘démodé’…
Noi non vogliamo arrivare alla meta soltanto con quelli che vanno a mille all’ora perdendoci per strada quelli che vanno piano. Lo dico da Provveditore e mi rendo conto della responsabilità di quello che dico: vogliamo perderci i ragazzi che sono i migliori, dobbiamo dedicare le nostre energie a chi ha bisogno di aiuto. O chi va a mille all’ora è capace di aspettare gli altri o chi arriva alla meta da solo non ci interessa: si vince insieme, altrimenti perdiamo tutti. Non possiamo fare una scuola d’elite, dobbiamo fare una scuola dove tutti abbiano avuto la pari opportunità di costruire le proprie coscienze; è questo quello che ci riguarda. Io riesco a fare il Provveditore agli studi se ho la certezza che ogni giorno quelle che erano le nostre potenzialità le abbiamo sfruttate tutte al massimo per dare una risposta a questi ragazzi. Questo non vuol dire che non lavoriamo in maniera moderna e scientifica e tecnicamente non abbiamo niente da invidiare a nessuno: siamo l’unico provveditorato in Italia che ha un ufficio completamente automatizzato di relazioni con il pubblico, siamo l’unico ente statale in grado di avere sotto controllo in tempo reale l’intera provincia di Napoli attraverso l’automazione di tutti i circoli didattici. Quando si è fatta la simulazione del rischio Vesuvio, la Prefettura non era in grado di avvisare tutta la provincia e si è dovuta rivolgere a noi che istantaneamente e simultaneamente abbiamo inviato il messaggio ad ogni Comune e frazione tramite le direzioni didattiche. Tutte queste sono cose che abbiamo fatto, ma se fosse solo questo, non abbinato alla qualità della scuola, non avremmo raggiunto grandi risultati. Non mi interessa avere soltanto delle altissime tecnologie a disposizione, questo non spetta alla scuola. Alla scuola spetta il dovere di mettere a disposizione della società delle persone che innanzitutto vanno riconosciute come cittadini oggi. Non è vero che la scuola prepara i cittadini del domani: si è cittadini e si ha diritto ad essere tutelati dal momento del concepimento. Noi dobbiamo avere la certezza di aver dato a questi ragazzi gli strumenti per adottare delle decisioni sane quando verranno chiamati ai posti in cui si dovrà decidere. Quando noi parliamo di scuola noi non stiamo parlando di addestramento, noi parliamo di formazione di coscienze. La scuola non deve soltanto preoccuparsi di garantire il completamento del percorso educativo, ma di dare gli strumenti migliori per costruire le proprie coscienze; non è retorica, è l’unica realtà che noi dobbiamo tenere presente. Non è il pericolo di non riuscire a diventare un uomo ‘di mercato’ quello che deve attanagliare le nuove generazioni; il vero pericolo è quello di sottovalutare le risorse immateriali più belle che abbiamo: l’intelligenza, la passione, la fantasia. E vorrei aggiungere un’altra considerazione: non stiamo parlando di una cosa facile e rapida, occorre pazienza e costanza. Non è possibile pretendere che il risultato si abbia immediatamente; solo l’addestramento a come si usa un computer o come si guida la macchina richiede pochi mesi, ma noi stiamo tentando di far cambiare alle persone il modo di essere, il modo di agire ed interagire con le altre persone. Noi vogliamo che loro possano capire che l’egoismo non paga, che la solidarietà non è fare le grandi imprese per uscire sui giornali. Se solidarietà è far star bene gli altri, l’importante è fare il proprio dovere, perché se ognuno di noi fa il proprio dovere l’altro sta meglio; questa è la politica della solidarietà. Tutto questo deve essere metabolizzato con molta lentezza, per fortuna, perché se io parlassi e tutta la gente cambiasse, dopo di me potrebbe venire un altro più abile di me a parlare e convincere, e quello cambierebbe tutto un’altra volta. Noi dobbiamo avere la certezza che abbiamo messo dei paletti, che i nostri nipoti, chi verrà dopo di noi, potrà dire: alla fine degli anni novanta la scuola ha cominciato a cambiare; i politici, il ministero, l’apparato pubblico ha capito che doveva cambiare… Oggi noi dobbiamo iniziare a mettere paletti che non saranno più tolti, ma non dobbiamo immediatamente pretendere il risultato, altrimenti, se poi i risultati tardano, ci convinciamo che la strategia è sbagliata… Io lo dico ai miei ragazzi: non si cambia percorso al primo ostacolo, e soprattutto non si cambia meta quando questa è difficile da raggiungere, non si rincorre la meta che è più comoda.

Oggi si parla molto di valutazione della qualità scolastica, ma forse più nel senso di misurazione degli apprendimenti. Lei non mi sembra molto in linea…
Quando vogliamo fare il controllo della qualità della scuola non dobbiamo andare a guardare solo quanta gente si matura o quanta prende la laurea. La qualità della scuola è la qualità del messaggio educativo che noi possiamo dare, del rispetto di sé e degli altri. Tutto il resto non mi riguarda, perché la scuola non può abdicare a questo compito che spetta solo alla scuola; perché mentre altri possono fare addestramento, nessuno è in grado di sostituirsi ai docenti. Non è possibile abdicare a questo compito e dobbiamo tirarci dietro le famiglie, ma se anche la famiglia si tira fuori noi abbiamo lo stesso il dovere di assolverlo.

Cosa si può fare per gli “ultimi”, per chi lascia o si sente lasciato dalla scuola?
Il problema della dispersione, dell’abbandono è un problema che noi abbiamo affrontato “a tappeto”. Io ho utilizzato una norma (la legge 257 dell’agosto 94 ) che vale per tutt’Italia – e non capisco perché i miei colleghi delle altre province non l’applichino- che consente ad ogni provveditore di fare dei progetti per combattere la dispersione. Ogni provveditore può togliere dai compiti istituzionali un certo numero di docenti e dire loro: costruisci per chi è in difficoltà una ‘rete’ sul territorio, parla con le famiglie, con gli enti locali, con le strutture sanitarie, col tribunale dei minori; fammi un progetto che possa rendere questa scuola più interessante. Quando io sono arrivato a Napoli, nel 1994, ho trovato solo 12 docenti, preposti a ciò, per tutta la provincia. Ho detto a tutte le scuole: mi assumo io la responsabilità, fate progetti e io vi consentirò l’utilizzo di personale. Io non adotto atti illegittimi, ma giocandomi al massimo la discrezionalità che ho, nel giro di pochi mesi quei 12 li ho fatti diventare 424 e anche successivamente non mi sono accontentato, perché ho visto che i risultati del loro lavoro erano buoni: in cinque mesi questi 500 docenti hanno riportato sui banchi 1.800 ragazzi, e non solo. Parlando ogni giorno a 8.200 ragazzi ‘a rischio’, sono riusciti a trasmettere loro un messaggio di fiducia; volevano abbandonare la scuola, hanno superato tutti l’anno. Abbiamo parlato ogni giorno con quasi 4.000 famiglie e 400 famiglie hanno avuto colloqui con associazioni di volontariato cui erano state indirizzate. L’anno dopo (1995) erano 600 le persone – una forza incredibile – distribuite sul territorio per migliorare la qualità della scuola. Abbiamo dichiarato guerra a camorra e criminalità organizzata senza limitazione di colpi e non abbiamo paura di combatterla questa battaglia. Oggi, anno scolastico 96-97, Napoli ha un Osservatorio provinciale contro la dispersione di cui fanno parte magistrati ordinari dei minori, responsabili dell’Unicef, tutti gli Enti locali, persone del volontariato; ha sul territorio 724 operatori e 26 referenti di area in modo che ogni distretto scolastico abbia un suo referente per questi progetti. Progetti che non solo recuperano l’abbandono, ma cercano di prevenirlo, rendendo la scuola accogliente, facendo in modo che il ragazzo non abbia il desiderio di scappare appena suona la campanella. Il cinema, il teatro, la musica – di cui ora parla anche il ministro – insieme ad altre iniziative, servono proprio per dare un senso di appartenenza diversa alla propria scuola, è questo l’obiettivo. Se non amo il posto dove vado, se non lo trovo utile per me e per la mia crescita non lo difenderò mai, e allora lo vandalizzo se addirittura temo di essere interrogato o di fare il compito in classe.

Napoli sembra un po’ un’isola, molto più spesso sulla scuola si riscontrano sentimenti di impotenza e frustrazione…
Noi vogliamo cambiare realmente il modo di fare scuola secondo i principi che vi ho raccontato, vogliamo che quelli che possiamo trasmettere alle nuove generazioni siano i valori migliori. I ragazzi non ci diranno grazie se avranno preso sessanta alla maturità, ci diranno grazie se saremo stati in grado di far capire loro che in ogni caso devono conservare questo grande valore: il rispetto della propria vita e il rispetto della vita degli altri. Non diamo l’immagine di una scuola allo sbando, di una scuola che è perdente per definizione. Se lavoreremo insieme i risultati si otterranno.