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4. L’abbandono educativo

di Giovanni Cocchi

La mancanza di istruzione, o la sua inadeguatezza, è allo stesso tempo causa ed effetto di esclusione sociale: le statistiche confermano il senso comune e cioè dimostrano che chi proviene da “ambienti” più deboli ha più probabilità di abbandonare la scuola e che chi ha abbandonato la scuola o haraggiunto basse competenze ha più difficoltà ad inserirsi nel mercato dellavoro e a rimanerci. Ne consegue che le politiche educative dovrebbero costituire una delle parti fondamentali delle politiche indirizzate a recuperarelo svantaggio e contrastare l’esclusione sociale.
Quanto di questa consapevolezza, che fu finalmente acquisita ormai più di duedecenni fa – e che ispirò una stagione di passioni e grandi cambiamenti – è ancora oggi presente nel dibattito politico, sociale ed educativo? Quanto le politiche nel campo dell’istruzione tendono oggi ad incoraggiare e sostenere l’accesso e la permanenza efficace nel sistema scolastico dei gruppi più svantaggiati?

C’era una volta
“La scuola ha un problema solo: i ragazzi che perde”. E più avanti: “Non c’è nulla di più ingiusto che far le parti uguali tradisuguali” (cioè: non potenziare l’offerta e gli strumenti per chi ha più bisogno o per chi non può pagarsi il di più, significa registrare le differenze sociali e di censo e non riequilibrarle). Sono due delle affermazioni fatte dai ragazzi di Don Milani in “Lettera ad una professoressa”, nel 1967: una netta denuncia di una scuola democratica nella forma e”classista” così si diceva allora- nei fatti. Denuncia che, tanto percitare solo un altro dei classici di allora, trovava sociologica conferma in una ricerca (Barbagli-Dei, 1971) che definiva gli insegnanti come “Le vestali della classe media”, cioè come coloro che assolvevano, più o meno inconsapevolmente, il ruolo di selezionare i giovani in base al loro ceto di appartenenza.
Seguì ampio dibattito.
La scuola diventò il centro di interesse non solo degli addetti ai lavori, ma di tutta la società che chiese di entrarci, cambiarla e controllarla: sono degli anni ’70 i decreti delegati (cioè la partecipazione delle famiglie alla gestione scolastica) e numerose iniziative di sperimentazione, sostegno e recupero (integrazione degli handicappati, 150 ore, scuola a tempo pieno, elaborazione di nuovi programmi… solo per citarne alcune).

Oggi: progressi, regressi, persistenze
La frequenza alla scuola dell’infanzia, concepita proprio in quegli anni come “statale”, cioè come percorso formativo e socializzante chepermettesse di ridurre le disuguaglianze prima dell’ingresso nella scuola dell’obbligo, é passata dal 60% degli anni ’60 ad oltre il 90% degli anni ’90; i tassi di scolarizzazione nella fascia dell’obbligo raggiungono ormai (“ormai”?) l’universo della fascia 6-14 anni (anche se continuano a permanere sacche di disagio e ritardi: uno studente su dieci ripete almeno una classe nella scuola dell’obbligo).
I guai seri iniziano dopo. È nei primi due anni della scuola media superiore che si concentrano le percentuali più alte di abbandoni, ripetenze e cambiamenti di indirizzo scolastico.
L’effettiva attuazione dell’obbligo scolastico sembra cioè essere stata ottenuta più grazie alla responsabilità delle famiglie e alla rinuncia alle bocciature, che grazie alla capacità della scuola di condurre efficacemente alla licenza media i propri allievi. Infatti, come i dati dimostrano, è oggi la scuola media superiore che si fa carico di selezionare all’ingresso chi non sia stato adeguatamente selezionato in uscita dall’obbligo: sebbene il 90% si iscriva alle superiori, più del 20% abbandona nei primi due anni (si va dal 10%del classico al 40% del professionale). La scuola superiore, poi, costituisce ancora un sistema fortemente stratificato in termini di classe sociale: é altamente improbabile che un ragazzo di classe medio-alta si iscriva ad un istituto tecnico-professionale, mentre a questo tipo di scuola accedono la maggior parte di quanti provengono dai ceti sociali più svantaggiati e che hanno avuto difficoltà nella scuola dell’obbligo.
Più che un reale recupero dello svantaggio nella scuola obbligatoria, sembra dunque prefigurarsi una più ritardata certificazione sociale dello stesso, una sorta di “selezione differita” nei primi anni delle superiori.
Perciò, se è vero che negli ultimi decenni si è assistito ad una”scolarizzazione” di massa, non si può certo ancora parlare direale e riuscita “istruzione” di massa. Il fatto che i ragazzi stiano oggi sui banchi più che nel passato ci può confortare, ma il fatto che ancora troppi si alzino da quel banco prima del tempo (e senza aver avuto la formazione necessaria per inserirsi a pieno titolo in una società così complessa) ci segnala che per quanto attiene al contenimento e all’inversione dei fenomeni diabbandono e di esclusione sociale molto ci sia ancora da fare, anche se pare unpo’ fuori moda parlarne.
Nonostante le ricche elaborazioni pedagogiche e le sperimentazioni, le politiche istituzionali riguardo al disagio, all’abbandono ed all’esclusione sono rimaste sostanzialmente carenti. La storia della scuola italiana, riguardo questi aspetti (ma non solo), é costellata di una lunga serie di riforme mancate,parziali o insufficienti, come i risultati spesso si curano di dimostrare.
Accenneremo soltanto ad alcuni aspetti, tra i tanti, che sembrano incidere nel determinare quello che è oggi lo scarso risultato della nostra scuola rispetto ai molti e troppi “ultimi”.
Cerchiamo un ordine, cominciando dalle elementari.

Alla ricerca del tempo pieno
L’unica sperimentazione tentata a livello nazionale con l’esplicita finalità di fornire uno spazio organizzato e ricco ai bambini provenienti da ambienti deprivati – la scuola elementare a tempo pieno – dopo un periodo “di prova” durato due decenni, è stata “congelata”. Con l’avvento del “modulo” (che al di là dei giudizi di merito e della sensibilità degli insegnanti, non sembra avere tra le sue priorità quello di contrastare i processi di esclusione scolastica) non è oggi più possibile aumentare il numero delle sezioni di tempo pieno (nonostante la forte richiesta sociale). Questo appare piuttosto grave soprattutto in considerazione del fatto che il tempo pieno é meno presente proprio nelle zone in cui più potrebbe acquisire una valenza preventiva rispetto agli abbandoni, tenendo i ragazzi lontano dalla strada: al Sud è limitato all’8% delle sezioni contro il 20% del Nord.
L’unica misura che coniuga esplicitamente la questione di come sostenere concretamente, tramite azioni positive, i diritti di una categoria svantaggiata, riguarda l’inserimento dei bambini disabili (leggi 517/77 e 104/92). Tuttavia anche questo intervento sembra aver progressivamente subito un rallentamento se non un’involuzione: da un lato sono notevolmente diminuiti gli insegnanti di sostegno e le deroghe dal rapporto 1/4, dall’altro sembrano essere sempre più frequenti i casi in cui l’inserimento si riduce ad un’iscrizione formale, mentre in realtà il bambino passa la maggior parte del tempo impegnato in attività con il “suo” maestro ed in locali separati da quello della “sua classe.

I nuovi disagi
La scuola non si trova neppure attrezzata di fronte ai nuovi bisogni, cioè ai nuovi problemi di integrazione e di sostegno posti dai bambini extracomunitari. Se da un lato è pronta ad accoglierli in nome del diritto universalistico di cittadinanza, dall’altro – al di là di iniziative di singole scuole od insegnanti – non li fornisce degli strumenti necessari ad un’adeguata fruizione dell’esperienza scolastica (sostegno nell’apprendimento linguistico, forme di accompagnamento e mediazione interculturale, ecc.) .
Un’altra forma di disagio e potenziale rischio di esclusione sociale, che è stata riconosciuta dalla scuola negli anni più recenti, è legata all’uso della droga e della tossicodipendenza. All’inizio degli anni ’90 sono stati lanciati i “progetti ragazzi” e i “progetti giovani” (che godono peraltro di scarsi finanziamenti); tuttavia appare paradossale che questa attenzione sia giustificata in termini di prevenzione dell’uso della droga,mentre l’esistenza della dispersione scolastica e del disagio nella scuola non riescono a mobilitare altrettanta attenzione e riflessione critica. La mancanza di attenzione istituzionale per tali problemi è segnalata anche dal fatto che il surplus di docenti creatosi a motivo del calo demografico non è stato quasi mai utilizzato per attività in questo campo, anzi, di finanziaria in finanziaria, si procede a tagliare gli organici e ad aumentare il numero degli studenti per classe.
Tra le riforme mancate che hanno un particolare peso per il fenomeno di esclusione dall’istruzione, possiamo annoverare anche la mancata riforma della scuola superiore e l’innalzamento dell’obbligo a sedici anni (riforma di cui si parla da trent’anni ed approdata per ben tre volte ad uno dei rami del Parlamento, per poi ripartire da zero al momento di nuove elezioni). Anche la mancanza di un autentico e serio canale di formazione professionale contribuiscea lasciare senza alcuna formazione coloro che abbandonano la scuola prima di conseguire un diploma.
Ma, analizzando la situazione della scuola superiore, il discorso diviene più complesso. Alla persistenza di un disagio “di classe” (che i dati confermano), sembrano oggi sommarsi altri fattori come la mancanza di interesse per contenuti avvertiti come troppo “lontani”, la percezione della caduta di centralità della scuola come valida agenzia formativa, il desiderio di entrare rapidamente nella vita attiva nella consapevolezza che gli anni passati a scuola siano “buttati”; ciò spiegherebbe come gli abbandoni nell’ultimo decennio, riguardino anche quote, più alte che nel passato, di giovani provenienti da condizioni sociali medio-alte. Per questi ragazzi, tuttavia, la famiglia è spesso in grado di allestire percorsi formativi privatistici e opportunità formative ritenute più idonee della stessa scuola pubblica. Il pericolo è che la scuola penalizzi due volte – non riuscendo adare né sostegno, né motivazioni – proprio coloro che usufruiscono meno del necessario sostegno familiare nel loro percorso formativo.

Abbandono scolastico o abbandono educativo?
Il fenomeno della dispersione scolastica è l’indice di una inquietante carenza del sistema scolastico italiano. È la testimonianza che, malgrado l’enorme espansione degli accessi alle istituzioni scolastiche, il principio dell’uguaglianza delle opportunità di fronte all’istruzione non si è ancora tradotto in realtà.
Le denunce degli anni ’60-’70 di una scuola di classe ed emarginante gli alunni più svantaggiati, hanno avuto più successo nella direzione di un rifiuto a selezionare e bocciare che non nel far crescere e mantenere una reale e mirata attenzione (da cui far discendere incentivi e sostegni efficaci e sufficienti) per i bisogni e le difficoltà dei ragazzi più fragili.
Oggi siamo ben lontani dai tempi in cui, pur con tutte le faziosità e gli ideologismi di quel periodo, la scuola era al centro delle preoccupazioni della società e aperta al mondo esterno. Eppure, oggi, la nostra è ancora unasocietà che non riesce ad educare ed istruire una gran fetta della sua generazione più vitale, a fornirle le competenze necessarie ad un mondo sempre più complesso.
In assenza di una comprensione adeguata dei processi di esclusione tollerati dalla scuola e di risposte adeguate, coerenti e definitive da parte della società, non c’è da sorprendersi se le politiche, gli interventi e le azioni istituzionali risultino insufficienti e risentano oltremodo delle “scelte di bilancio”.
Se l’obiettivo della scuola pubblica è attrarre, trattenere e condurre efficacemente al termine del corso di studi intrapresi il maggior numero dei giovani iscritti, l’abbandono – in assenza o in carenza di reali politiche di sostegno, adeguamento, riforma – non è solo dei giovani verso la scuola, ma anche – e soprattutto – della società verso i giovani; più che di abbandono scolastico è forse più onesto parlare di abbandono educativo.



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