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3. La relazione di aiuto: il caso dell’Albania

di Andrea Canevaro

Negli ultimi giorni del mese di marzo 1997, la crisi dell’Albania haraggiunto dei livelli tragici. Pochi giorni prima della Pasqua Cristiana Occidentale, vi sono stati esodi massicci e uno di questi ha causato un incidente in mare. Sono morte decine e decine di persone: la stampa e la televisione italiana hanno parlato molto di questo evento, mostrando scene di disperazione, accompagnate da diversi discorsi di uomini con responsabilità politiche.
Da più parti una tale tragedia è stata commentata da una valutazione chespostava l’attenzione dall’Albania all’Italia e riprendeva, utilizzando l’Albania come un pretesto, un dibattito conflittuale fra le parti politiche italiane. Anche la tragedia del mare, che è costata la vita a bambini e donne soprattutto, è diventata l’occasione di rimproveri reciproci fra i rappresentanti delle diverse opinioni politiche.
Vi è stato poco spazio per un tentativo di comprendere come la tragedia di un popolo si sia sviluppata in un contesto più ampio, internazionale, che non solo l’aveva alimentata, ma non aveva neanche previsto la necessità di preparare un’azione che consentisse alla tragedia di avere delle proporzioni meno ampie e meno profonde.

La relazione di aiuto verso un popolo intero
Nel caso dell’Albania dovrebbe essere molto chiaro che una relazione d’aiuto molto ampia, come quella richiesta da un intero popolo, sia pur piccolo, ha bisogno di una preparazione e che l’assenza di essa non può essere imputata ai singoli, che si trovano ad avere delle assunzioni di responsabilità nel momento in cui si verifica l’esplosione della tragedia. Casomai, ai singoli può essere chiesta la necessità di farsi carico di una riflessione operativa, che consideri anche il passato e le sue colpe. Anche nell’occasione di un incidente più piccolo, che colpisca un individuo, si può verificare la stessa dinamica. Molte voci che si levano a difesa ed anche ad attacco sono una possibilità chel’incidente stesso diventi il pretesto per agire drammaticamente, per creare una serie di tensioni che, di per sé, non hanno quasi nulla da vedere con l’incidente.
Le relazioni d’aiuto possono nascere da situazioni individuali come da situazioni collettive, possono avere origine da fatti imprevisti e realmente imprevedibili come da lunghe preparazioni fatte di trascuratezza o di miscele esplosive che hanno certamente delle responsabilità. Nel momento in cui siproducono delle tragedie e quindi scatta la necessità di un aiuto, sembra quasievasivo perdere tempo nella ricerca delle responsabilità. E’ pur vero che molte volte l’assenza di preparazione e la responsabilità dei disastri sono collegabili.

Il coraggio di Gino Cervi
Può sembrare poco rispettoso nei confronti di una tragedia come quella del popolo albanese ricorrere alla trama di un film che ebbe come protagonista Totò. Si tratta del film di Domenico Paolella “Il coraggio”. E’ la storia tragicomica di un personaggio, interpretato da Totò che si presenta a casa di colui che gli ha salvato la vita da quello che riteneva essere un tentativo di suicidio; il salvatore è interpretato da Gino Cervi.
Totò  si presenta dunque a casa di Gino Cervi e dice: “Siccome mi hai salvato, eccomi: adesso fai in modo che la mia vita abbia un senso, mantienimi. La mia vita è nelle tue mani”. Lo sviluppo tragicomico successivo della commedia interessa fino ad un certo punto, ma vi è un’analogia con tante situazioni che si sviluppano, avendo mostrato ad altri quali poteva essere una vita che in qualche modo era stata salvata dal degrado, ma che improvvisamentesi ripresenta a bussare alla porta e dice: “Eccomi qui: mi avete mostrato quale dovrebbe essere la vita, ed io adesso vorrei entrare in quella vita che mi avete mostrato. “
In questa riflessione, è trasparente collocare l’uso della televisione, cioè dei grandi mezzi di informazione non solo sui fatti, ma anche sul modo di interpretarli e di viverli su modelli di vita; per di più la televisione da un’informazione che usa l’ immagine, quindi è tanto più seduttiva e capace, apparentemente, di aprire degli orizzonti.
La miscela esplosiva di una situazione che ha avuto uno sviluppo tragico è fatta anche di questi elementi: una grande costruzione di tragedia che nello stesso momento rivela una totale incapacità di assumere il ruolo che la relazione d’aiuto vorrebbe.
Questo permette di comprendere che, anche oltre la tragedia che si è sviluppata, c’è una tragica contraddizione che gran parte della popolazione vive: questa può essere riassunta in termini forse, anzi certamente schematici,  come ritenere che l’unico modello di sviluppo possibile sia quello martellante, ossessivo, dello sviluppo di mercato e nello stesso tempo di chiedere azioni di freno e di argine a coloro che di questo mercato sentono l’attrattiva e vorrebbero entrarvi, in una logica tale da non portare solo la loro presenza di produttori acquirenti, ma anche i loro bisogni. E allora nascono i risentimenti nei confronti di una collettività che dovrebbe nello stesso tempo rinforzare il modello di mercato e proteggere coloro che del mercato sarebbero gli unici protagonisti legittimi da coloro che ne diventano gli intrusi e quindi inevitabili disturbatori.
In questa situazione, chi opera nel rapporto di aiuto rischia molto di essere nello stesso tempo colui che improvvisa e colui che viene utilizzato o anche strumentalizzato, con consapevolezza o no, da coloro che ritengono necessario creare il freno o la barriera. Bisogna aiutare qualcuno perché sia tenuto lontano e perché non diventi l’ospite indesiderato.
La confusione che si può creare attorno ad un tragico incidente permette di non avere più le energie o lo spazio per fare quello che è necessario fare, ossia una riflessione operativa che permetta di avere una maggiore preparazione alla relazione da aiuto. Ma c’è da domandarsi se vogliamo veramente fare questo passo necessario affinché, nella prossima occasione, non ci ritrovi nella stessa situazione.

La necessità di confermare il proprio benessere
Volendolo fare realmente, bisogna mettere in seria discussione un modo di vivere e cercare di capire se è possibile mantenere tutto ciò che già si ha, pur entrando in rapporto con chi presenta dei bisogni immensi, ai quali è necessario dedicare energie e risorse. Sembra che questa sia l’ultima richiesta che molte persone fanno e sia anche un motivo di preoccupazione per quei governiche mostrano un minimo di attitudine a ripensare, in termini di solidarietà, lo sviluppo economico e sociale.
Immediatamente nasce una voce di protesta nei confronti di quei governi: perché su certi standard non si deve mettere le mani, si chiamino organizzazione del mercato e del lavoro, si chiamino anche organizzazioni del proprio benessere sociale, quindi anche relativamente a strutture di servizi che devono essere disponibili unicamente ad accogliere e ad aiutare i cittadini di un certo paese e non sono disponibili a riequilibrarsi in funzione dei bisogni di altri. Ospiti o lontani. La condivisione sembra uno dei problemi più complicati da affrontare perché trova immediatamente una seria opposizione nei confronti di coloro che hanno necessità, apparentemente è proprio questa, di difendere livelli occupazionali, organizzazione sociale, benessere. Anzi, di solito, anche incoloro che sembrano più ragionevoli, il modo di pensare si sviluppa attraversola necessità, prima di tutto, di confermare il proprio benessere perché solo così sembra, che ci sia la possibilità di sviluppare una relazione d’aiuto. Ma questo può essere un modo di pensare molto contraddittorio.
E’ necessario riflettere per prepararsi-preparare le professioni sociali chevanno dai medici agli educatori, uomini e donne, e preparare una riflessione che tocchi anche gli argomenti importanti quali sono le strutture economiche, le organizzazioni del lavoro, le rappresentanze delle istanze sindacali e organizzativi.
Micro-realtà e macro-realtà hanno una connessione che non può essere elusa: se ad esempio parliamo di formazioni professionali non possiamo pensarle come casi individuali ed eccezionali, ma dobbiamo rivolgere l’attenzione alle strutture di formazione; già con questo entriamo in una connessione tra micro-realtà e macro sistemi. E le connessioni non si fermano, quindi bisogna fare uno sforzo perché questa continua necessità di collegare non diventi anche uno smarrimento, un modo elusivo di affrontare la realtà.
Crediamo necessario non rivolgerci ad un criterio univoco, ma pensare sempre in termini di pluralità, anche di pluralità concettuale.

Come un viandante
È un’immagine forse retorica che può aiutare il senso di una procedura normativa e di riflessione, è l’immagine di chi cammina, del viandante, che deve poter capire, nello stesso tempo, com’è il terreno su cui posa i piedi e come è la prospettiva. Non deve guardare solo la linea dell’orizzonte, ma deve ogni tanto guardare dove mette i piedi.
Il suo sguardo si sposta in relazione alle difficoltà del terreno. Questo è in parte ciò che si deve fare, o pensiamo si debba fare, in un percorso di formazione quale è quello che impegna la relazione d’aiuto. Vi sono momenti in cui è necessario concentrare tutte le proprie energie sul terreno in cui si è e vi sono altri tempi in cui è altrettanto necessario guardare in che orizzonte siamo collocati, in che direzione stiamo camminando e se stiamo camminando. Questo modo di operare è anche necessario quando vi sono tragedie che sembrano mobilitare tutti, senza lasciare spazio ad una riflessione più ampia e capace anche di ricostruire un minimo di storia. E questo porta a considerare alcuni punti problematici non facili da risolvere.



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