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8. Maestra, immaginami…

a cura del Progetto Calamaio

Storie di bambini e storie di insegnanti, eroi e anti-eroi, narratori onniscienti e narratori immersi negli eventi: una “rilettura” del momento educativo come se fosse un racconto, alla ricerca di nuove prospettive e punti di vista dai quali osservare e osservarci.

Ognuno di noi vive una storia che è anche il risultato dell’intrecciarsi dialtre storie. In particolare il nostro lavoro di educatori, di insegnanti, ciporta a conoscere le storie dei nostri alunni, ad entrare in esse con un ruolo molto importante, così come esse incominciano a far parte della nostra vita.
Varie volte nei corsi di formazione condotti dalla nostra équipe abbiamo proposto alle insegnanti di scrivere una storia, di immaginare un racconto che abbia come protagonista un bambino disabile, un loro alunno, oppure il più difficile, quello che più ha messo alla prova la loro professionalità, la lorocapacità di educare ed insegnare. Abbiamo chiesto loro di fare uno sforzo di immaginazione e di provare a collocare il loro alunno in una avventura, creando una ambientazione, creando se necessario altri personaggi e così via. Uno dei procedimenti creativi più utili è il cercare di prendere un oggetto e proiettarlo in uno sfondo assolutamente nuovo. E’ la procedura dello straneamento (così chiamata da alcuni poeti russi del primo novecento) cioè dello sradicamento di un oggetto da tutto quello che in modo stereotipato richiama necessariamente. Per esempio quando Marcel Duchamp per la prima volta ha allestito una mostra con oggetti assolutamente comuni, i cosiddetti “readymade”, cioè i “già fatti”, esponendoli come opere d’arte ha creato una nuova attenzione su questi oggetti. Esporre in un museo un orinatoio, ad esempio, o uno scola bottiglie, ha dato un nuovo significato a quell’oggetto, liberandolo dal suo utilizzo, che impediva di guardarlo per quello che era, che impediva si soffermarsi sulla sua bellezza. E’ un po’ la stessa sensazione di quando andiamo all’estero, perché tutte le cose nuove che sperimentiamo cio bbligano a guardare noi stessi con occhi diversi. Quando poi si torna a casa sinotano cose di cui non ci si era mai accorti, perché nonostante le vediamo ogni giorno magari non le abbiamo mai guardate, osservate. Cambiare posizione a noi stessi o agli oggetti che osserviamo getta una nuova luce, ci offre la possibilità di capire meglio sia l’oggetto che i nostri stessi meccanismi di osservazione dell’oggetto.

Breve analisi strutturale
L’esperimento che proponiamo alle insegnanti, l’invito a creare una storiache abbia come protagonista un loro alunno, ha proprio questo intento. L’obiettivo seguente non è di interpretare questo racconto con categorie psicologiche ma di analizzare le nostre scelte stilistiche e formali. La griglia di interpretazione sulla quale successivamente discutere propone quattro chiavi di lettura (se ne potrebbero aggiungere molte altre ma, avendo generalmente non molto tempo disponibile, è meglio non complicare troppo):
1- rapporto narratore-personaggi
2- rapporto tra l’eroe principale e gli altri personaggi e rispetto all’ambiente
3- rapporto del personaggio con la storia considerata nel suo complesso e nella sua articolazione
4- coinvolgimento dello scrittore nella storia
Proviamo ad analizzarle una per una.
1) Ci sono tre principali modalità di rapporto tra narratore e personaggi:
a) il narratore ne sa più dei personaggi. Il narratore è come l’occhio di Dioche conosce perfettamente il passato, presente e futuro dell’intera storia. Pensiamo a I promessi sposi di Manzoni. Il narratore sa tutto dei personaggi, conosce i loro sentimenti più segreti, prevede già in anticipo ogni loro possibile mossa. Non esiste una focalizzazione ben precisa nel senso che la storia, lo svolgimento degli eventi, viene raccontata da un punto di vista che è quello di una persona che conosce già tutto.
b) Il narratore ne sa quanto i personaggi. Ciò determina una narrazione in prima persona e il punto di vista è interno alla storia. La forma è quella del diario, del monologo interiore, ma anche i romanzi di Kafka, che pur sono narrati in terza persona, si connotano secondo questa modalità perché il narratore sembra non conoscere qualcosa in più rispetto ai propri personaggi.
c) Il narratore ne sa meno dei personaggi. Ciò determina una focalizzazione esterna ed è il punto di vista verista. Il narratore cerca di fotografare la realtà per quella che è, cerca di ridurre al minimo la propria presenza, cerca di far vivere i personaggi autonomamente, dà loro il massimo spazio.
2) L’eroe è uguale, inferiore o superiore agli altri personaggi? Ci possono essere eroi disabili? Quali sono le loro caratteristiche? Quali sono i parametriche indicano il grado di integrazione del personaggio con gli altri personaggi e con l’ambiente?
3) Il protagonista disabile è un personaggio statico o dinamico? La storia evolve verso un finale positivo o negativo? Quali difficoltà ci sono, se ci sono, ad immaginare una storia con questo protagonista?
4) Fino a che punto ci siamo lasciati coinvolgere dalla storia che raccontiamo? Vedere nel nostro alunno handicappato un personaggio che cosa ci ha suggerito?

Analogie e universi paralleli
Qualche volta, non sempre, questo esperimento è sembrato utile alle insegnanti, ha suggerito loro qualcosa. Ad esempio nella discussione del primo punto, relativo alla modalità di narrazione, il confronto con lo stile dell’insegnante è venuto in modo spontaneo. Più volte è saltata fuori l’importanza per l’educatore di scegliere di volta in volta lo “stile narrativo”: bisogna partire dal programma e dalla programmazione, dai saperi delle insegnanti sui bambini (il narratore sa più dei personaggi, non esiste una focalizzazione ben precisa), per poi passare al momento di mettersi in gioco (il narratore ne sa quanto i personaggi, punto di vista interno) e di volta in volta osservare distaccati, dal di fuori, l’accadere degli avvenimenti (il narratore ne sa meno dei personaggi, punto di vista esterno, verista).
Molte suggestioni-suggerimenti li hanno dati anche i successivi punti. Ad esempio sul quanto le insegnanti sono state coinvolte dalla storia che hanno scritto e su quanto sono coinvolte nella quotidianità scolastica, è stato un punto molto discusso. Ci sono in effetti grandi analogie tra la capacità dello scrittore di controllare la materia, l’emozione, attraverso la forma e l’empatia dell’insegnante nei confronti del bambino, che permette sì di sperimentare le sue emozioni ma anche di mantenere la distanza, senza perdere di vista l’armonia educativa.
Quello che secondo noi è molto importante è sottolineare l’operazione che sta dietro a questo esperimento-gioco: cioè l’utilità ogni tanto di cambiare linguaggio, cambiare termini, mutuandoli da altri “universi paralleli”a quello educativo. Se proviamo ad interpretare quello che avviene in classe utilizzando anche altre griglie interpretative forse questo può aiutarci a vedere la scuola non come un mondo a sé stante, può aiutare a trovare sempre maggiori collegamenti tra ciò che proponiamo ai bambini e la realtà.



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