Skip to main content

autore: Autore: Progetto Calamaio

8. Pensieri di animatori: i protagonisti del Progetto Calamaio

“Le mie prime impressioni sono state ottime, mi hanno subito accolto e mi sono sentita utile e parte del gruppo. La prima difficoltà superata è stata cercare di fare capire il mio linguaggio, ero pronta a ripetere più e più volte le cose per arrivare a questo obiettivo e, alla fine, ho raggiunto la meta prefissata. Invece, la prima consapevolezza è stata che nelle scuole bisogna essere pronti a rispondere a qualsiasi domanda, anche a quelle più personali, ad esempio Come fai ad andare in bagno?. Questa è stata la prima domanda che mi hanno fatto i bambini e io ho risposto senza paura, perché è così che bisognerebbe fare. Parlando di incontri nelle scuole, il mio primo incontro è stato in una scuola elementare, dove ho interpretato la parte della Signora Locomotiva, mi sono sentita attiva e coinvolta. Mi sono molto divertita, soprattutto quando tenevo i bambini in braccio, con i quali sono passata dall’essere portata al portare. Ho sentito il contatto diretto con il bambino e questo mi ha fatto davvero un gran piacere”.
Tatiana Vitali

“All’inizio non mi piaceva molto l’ambiente del CDH, non riuscivo ad ambientarmi. Ricordo che all’inizio ci hanno fatto fare una cosa carina: ci hanno fatto dipingere i termosifoni; Manuela mi ha aiutato a dipingere insieme ai ragazzi del Servizio Civile. Sono stato contento del lavoro che ho fatto: è da allora che mi sono integrato, poi ho cominciato a scrivere le mie prime storie (Le avventure di Joe Black)”.
Ermanno Morico

“Ero abituata a stare in piccoli gruppi, invece, arrivata qui, mi sono trovata all’interno di un grande gruppo e avevo difficoltà a inserirmi. Piano piano, ho iniziato a superare le mie paure, a scoprire le mie vere capacità. Ricordo che il gruppo mi faceva parlare molto. Mi ha colpito il fatto che mi facevano ripetere fin quando non venivo capita!”.
Stefania Mimmi

“La cosa che amo di più del Progetto Calamaio è il fatto di lavorare a scuola tra i bambini! Il mio modo di fare animazione è più personale: quando vado a scuola, porto quello che ho imparato in questi anni facendo animazione e lo miglioro sempre di più”.
Tiziana Ronchetti

“Dopo anni passati in casa, venire in contatto con altre persone mi ha destabilizzata, ero molto imbarazzata. Poi ci ho messo poco tempo a instaurare un buon feeling con tutti, persone con disabilità e non, mi sono sentita accolta. Io non avevo mai fatto niente di tutto quello che si faceva al CDH, cioè non sapevo cosa volesse dire fare l’animatrice nelle scuole. Dopo tanto tempo di formazione interna, sono andata per la prima volta nella scuola materna o elementare (non ricordo con precisione) ed è stato traumatico. Poi gli educatori mi hanno aiutata nel prendere consapevolezza dei miei limiti e capacità, e così ho ripreso ad andare nelle scuole. Sono stati anni veramente felici, spero ce ne saranno tanti altri”.
Lorella Picconi

“Ho cominciato qui al Centro Documentazione Handicap a chiedere aiuto, con la consapevolezza che è necessario saper chiedere. In più ho preso consapevolezza delle mie capacità e ho capito di poter portare avanti i miei desideri come andare in vacanza da solo”.
Diego Centinaro

1. Sostenere il cielo

Come racconta Renato Kizito Sesana, in Occhi per l’Africa (Editrice Emi, 1999) c’è un guerriero masai nel pieno del suo vigore giovanile, armato di lancia e scudo e il corpo pitturato con una cera rossa: mentre passeggia vede per terra un passerotto con le zampe rivolte al cielo. Lo crede morto ma poi osservandolo s’accorge che non lo è. “Perché stai in quella posizione?” – gli domanda e il passerotto risponde – “Ho sentito dire che il cielo sta per cadere e io mi sto preparando per sostenerlo!”. Quando sente queste parole il guerriero masai si butta per terra a ridere, si rotola addirittura preso da un’ilarità incontenibile. “Come puoi sperare di sostenerlo tu con quelle zampette che sembrano degli stecchetti di paglia?… Sostenere il cielo!”. Il passerotto non cambia posizione ma risponde: “Io faccio del mio meglio, e tu cosa fai?”.
Questa storia africana descrive perfettamente il senso di un lavoro lungo trent’anni. Il Progetto Calamaio è come quel piccolo passerotto che, senza pensarci due volte, di fronte alla sfida dell’inclusione, della valorizzazione delle diversità, della partecipazione attiva delle persone con disabilità alla vita sociale e culturale, oggi come trent’anni fa, si mette in gioco facendo del suo meglio.
Non recriminando, non lamentandosi, non chiedendo a qualcuno di fare, bensì sporcandosi le mani e mostrando un cammino, una possibile direzione.
Per questo oggi festeggiamo, non solo per ricordare il tempo passato ma soprattutto per rinnovare la sfida, l’entusiasmo, il valore di un progetto che ha ancora il compito di affermare che la diversità è un valore se è messa al centro dell’organizzazione dei nostri contesti.

Io sono uno scandalo!

Così Claudio Imprudente scriveva nella lezione dottorale,  in occasione del ricevimento della Laurea Honoris Causa:
La parola “scandalo” deriva dal greco skàndalon ed etimologicamente significa “trappola, inciampo”; in senso figurato, “molestia”. Vorrei che il conferimento di questa laurea funzionasse in questo senso, ovvero come elemento generatore di molestia, fastidio nei confronti, in primo luogo, di tutti gli educatori che non credono che “un vegetale” sia in grado di modificare, far progredire i contesti nei quali si trova a vivere e operare; in secondo luogo, nei confronti di coloro che ricoprono incarichi politici e non prestano la dovuta attenzione alla realtà, all’attualità (ché di questo si tratta) delle abilità diverse; e, infine, nei confronti di quei genitori che non riescono, per le ragioni più varie e comprensibili, a creare quella complicità, quella condivisione che può garantire con più certezza ed efficacia un’educazione non monca (e non troppo “speciale”) ai loro figli.

Questa affermazione è diventata lo spunto, per gli animatori del Progetto Calamaio, per riflettere sul come e il perché ognuno di noi può essere uno scandalo. Ci siamo chiesti cosa significa esserlo in generale ma anche su come, ognuno di noi, realizza ciò concretamente, nella propria quotidianità.
Abbiamo concluso che “io sono uno scandalo” quando sovverto l’immagine preconcetta della diversità come triste e perdente, quando metto al centro le abilità, la relazione e il superamento del pregiudizio, quando con creatività supero le difficoltà. Io sono uno scandalo, sia che abbia disabilità o meno, quando dimostro che le mie abilità valgono molto di più delle mie disabilità.
Proponiamo in questo spazio alcuni stralci delle riflessioni sul tema realizzate dagli animatori.

Per me è uno scandalo fare qualcosa di diverso rispetto alle cose normali. Io acquisto il citypass e nonostante abbia la carrozzina riesco a raggiungere con l’autobus anche Borgo Panigale, un quartiere dalla parte opposta rispetto a casa mia.
Sono uno scandalo perché quando prendo l’autobus, il mio operatore avvisa l’autista dicendogli che deve salire una persona con disabilità. Io riesco a salire sul mezzo con una pedana.
Vado anche al multisala, sempre con il mio operatore, o in pizzeria o in Sala Borsa. Quando fa caldo facciamo un giretto per le strade di Bologna!
Ermanno

Io sono uno scandalo perché lavoro come animatrice disabile nelle scuole materne ed elementari.
Andando in giro per le scuole d’Italia voglio dimostrare che una persona con disabilità può avere un lavoro e una vita sociale. Voglio far capire ai ragazzi che nonostante io barcolli e parli lentamente possono stabilire una relazione con me al di là dell’apparenza…
Il prossimo anno vorrei riuscire ad andare in vacanza senza i miei parenti, diventando ancora più autonoma di come sono adesso.
Lorella

Sono uno scandalo perché amo la vita e mi piace gustarne ogni piccolo aspetto. Infatti penso che la vita mi appartenga, non è altro da me di ostile e distante, ma sento invece di esserne parte integrante in un gioco di scambio reciproco di stimoli e reazioni. Questo presupposto mi ha permesso di affrontare e vivere la malattia (sclerosi multipla) e la disabilità che ne è conseguita come eventi naturali… Il mio intento più grande e principale è quello di trasformare la vita e tutta la realtà che mi circonda in una sorta di “villaggio turistico” ricco di distrazioni e di relax. Cerco, in altre parole, di farmi piacere la mia vita, ricercando innanzitutto nel mio piccolo “io” motivi e spunti di felicità…. Il lavoro che svolgo al CDH mi permette di incontrare e aprirmi alla società, recandomi nelle scuole o in convegni con i miei colleghi per dialogare e scambiare pareri, emozioni e pensieri con la collettività. Una cultura sulla disabilità, che possa essere il più possibile comprensiva di tutti i molteplici aspetti di tale realtà, non può prescindere da uno scambio conoscitivo diretto e reciproco tra la società e i diretti interessati, i disabili. In questo trovo una piena coincidenza tra lo spirito che muove l’intero mio gruppo di lavoro e la mia filosofia di vita che mi sprona ad aprirmi verso la realtà che mi circonda a trecentosessanta gradi, comprendendo così ogni aspetto del vivere quotidiano.
Mario

Io dò scandalo:
–  portando nuove idee e promuovendo le mie. Questo a mio avviso è un gran bel risultato in quanto scavalca l’idea comune secondo cui la persona avente deficit è passiva, avente solo bisogno di mera assistenza e non in grado di portare né un contributo né alcuna ricchezza alla società;
– creando le occasioni per attuare le mie iniziative. Trovo importante evidenziare quanto io sia diverso dall’idea comune che s’è creata la gente nella testa delle persone aventi deficit, infatti sono in grado di prendermi i miei tempi e spazi.
Mattias

Io voto perché ritengo importante e fondamentale far valere le mie opinioni e per essere ascoltata con uno scopo ben preciso: mantenere e difendere dei diritti che, per i disabili ma non solo per loro, potrebbero andare perduti.
Voto anche nell’ottica di conquistare e ottenere nuovi diritti, per dare voce a quei diritti che non sono stati totalmente ancora messi in pratica. Di quali diritti sto parlando? Diritto per i disabili alla scuola e all’istruzione con la presenza di insegnanti di sostegno nelle classi, diritto al lavoro, diritto allo sport per tutti… tanto per citarne alcuni.
Strettamente collegato a questi diritti c’è poi la possibilità stessa di votare, di poter cioè entrare fisicamente nelle scuole e nei seggi elettorali.
A volte, per questioni di barriere architettoniche inadeguate, anche io mi sono ritrovata ad avere delle difficoltà di accesso e ogni volta che questo succede e mi trovo davanti al seggio, mi arrabbio molto.
Mi sento molto fortunata di avere la possibilità di votare in prima persona, nella consapevolezza che molti non lo possono fare. Per questo quando vado a votare lo faccio anche per mantenere i diritti di quelli che per le più diverse e svariate ragioni non votano all’esterno ma in casa.
Stefania B.

Io sono uno scandalo perché vivo in una comunità, senza i miei genitori, per una scelta personale.
Da tre anni vivo in una casa famiglia. Una casa famiglia, per chi non lo sapesse, è un vero e proprio condominio, dove più persone, disabili e operatori, condividono lo stesso spazio, gli stessi tempi e le stesse attività. Tutto questo ha i suoi pro e i suoi contro, tanto per incominciare il dover sottostare a delle regole precise. È una condizione, bisogna dirlo, di semi autonomia in cui spesso non mancano le discussioni. Ma anche questo, poter discutere cioè, in fondo, è uno scandalo! Un disabile infatti, al contrario di quello che pensa la maggior delle persone, ha il diritto di arrabbiarsi e difendere le proprie opinioni. C’è da dire però che questa è una libertà che si conquista e per fare il primo passo, per riuscire cioè ad esprimersi con convinzione, può essere quello di uscire dal nucleo familiare.
Stefania M.

Io sono uno scandalo perché sono laureata in Scienze della Formazione.
A me capita, quando vado in giro per strada, di incontrare persone che non mi conoscono e che mi trattano da “poverina” ma che, appena mi presento e dico quello che faccio, cambiano totalmente atteggiamento. Rimangono stupite e a bocca aperta. Di solito infatti, la gente pensa che una persona disabile come me non si possa laureare e, più in generale, che non abbia delle potenzialità, e invece!
È paradossale perché quando si rendono conto di tutto il mio percorso cominciano, oltre che a guardarmi, anche a parlarmi in modo diverso, come se fossi una persona “normale”.
Tatiana

Sono disabile e lavoro come animatrice nelle scuole. Sono uno scandalo perché sono un’animatrice del Progetto Calamaio. Lavoro nelle scuole, e con le favole e il gioco metto in relazione me stessa e la mia disabilità con i bambini. Giocando con la mia disabilità dimostro che sono uno scandalo non solo con le persone che mi conoscono ma anche con chi non mi conosce. Sono una ragazza disabile e ho un lavoro.
Tiziana

10. Cucinare storie

a cura del Progetto Calamaio

Costruire storie in classe o in una comunità partendo semplicemente da foglietti disegnati e da una pentola; rispettare la logica della fiaba e non piegarla ad un intento educativo. Uno spazio dedicato al gioco, da sempre luogo creativo per eccellenza.
L’équipe del Progetto Calamaio, composta anche da animatori disabili, da vari anni lavora nelle scuole di ogni ordine e grado per affrontare il tema della diversità e dell’handicap a partire dall’incontro diretto con i bambini, gli insegnanti e i genitori. Una delle dimensioni del Calamaio è lo spettacolo, il fascino, la persuasione. E proprio per questo le fiabe acquistano nel nostro lavoro una importanza fondamentale. L’atteggiamento giusto per noi è rispettare la logica della fiaba, non asservirla ai contenuti educativi che pure in essa sono presenti (la favola invece è un racconto con una sua morale -la morale della favola, appunto- costruito tutto intorno e in funzione di un insegnamento ben preciso). Rispettare la sua verità è un modo per rispettare il bambino e noi stessi. Italo Calvino diceva: “Le fiabe sono vere”. E quindi in qualche modo basta saperle far parlare, lasciarsene coinvolgere vivendole in prima persona. Bisogna dare voce a ciò che suggeriscono anche se ci portassero al di là, oltre ciò che volevamo e sapevamo di dover dire. Certo le storie che raccontiamo e che drammatizziamo con i bambini contengono delle indicazioni morali del tipo: “Attenzione! Solo se si è diversi ed amici ci si può aiutare!”. Ma la nostra vera vocazione è il raccontare fiabe, vivere insieme ai bambini il fascino di avventure magiche ed appassionanti.

Il gioco del pentolone
Se sai già dove ti porta un’avventura, che gusto c’è? Per questo abbiamo inventato il gioco del pentolone che utilizziamo molto nelle scuole materne ed elementari (ma a ben vedere ci si potrebbe giocare anche con ragazzi e adulti oppure in famiglia). Da questo pentolone in cui i bambini hanno riposto (sotto forma di disegni) tanti vissuti, tante gioie e tante paure , scaturirà una storia. Nessuno può sapere come andrà a finire e nemmeno come va ad incominciare. Si sa solo che Carletto, che si è perso, deve tornare alla fattoria e che vivrà una serie di avventure che emergeranno ad una ad una dal pentolone e si concateneranno via via in sequenza. Il gioco funziona così:

  • ogni bambino fa due disegni: in uno disegna una cosa bella, che gli piace, una situazione in cui sta bene; nell’altro disegna una cosa che gli fa paura, che ritiene brutta;
  • questi due disegni vengono messi nel pentolone assieme a tutti gli altri disegni dei suoi compagni;
  • si individuano uno o più personaggi che sono i protagonisti della storia. Soprattutto nelle materne c’è sempre un personaggio (il ragnetto, lo gnomo, ecc…) che i bambini conoscono bene e che li accompagna in molte attività. Noi proponiamo Carletto che è il protagonista di una fiaba che già raccontiamo ai bambini;
  • mentre lasciamo “cuocere” i disegni nel pentolone (ogni tanto aggiungere un po’ di sale di fantasia) spieghiamo ai bambini il gioco;
  • con una formula magica apriamo il coperchio e a turno ogni bambino estrae un disegno a caso, che, ad esempio, raffigura un cavallo. Carletto incontra un cavallo: cosa succede? Il bambino che ha disegnato il cavallo (ma potrebbe anche essere qualsiasi altro bambino) decide che Carletto dà al cavallo una carota e poi se ne va. Nuovamente si torna ad aprire il pentolone e ne esce un mostro. Cosa succede? E così via. Assieme ai bambini inventiamo la fiaba superando in mille modi difficoltà d’ogni genere e incontrando ogni tanto però amici che ci danno una mano.

Voilà: la fiaba è servita!
Una delle tante possibili suggestioni del gioco-fiaba del pentolone è il constatare come ad esempio molti di noi hanno le stesse paure o odiano le stesse cose brutte. Oppure che nei confronti di queste cose spaventose possiamo agire in molti modi. Se Carletto incontra un fantasma, un bambino suggerisce di scappare. Va benissimo. Un altro invece ha visto che bastava entrare dentro il fantasma e lui si dissolveva. Anche questa è una buona soluzione. Un educatore è venuto a sapere che il fantasma ha un debole per le barzellette e a chi lo fa ridere regala un oggetto magico. E così via. Tutte le fiabe ci presentano difficoltà e soluzioni ed è molto importante capire che nei confronti di una paura, di una difficoltà, bisogna tentare strade diverse finchè si trova la propria, quella che si è in grado di percorrere. Le soluzioni alle difficoltà possono essere suggerite dai singoli ma si può anche scegliere la soluzione decisa dal gruppo intero.Occorre una certa dose di coraggio e di arguzia, o l’aiuto di un Alleato (nel pentolone la maestra può aggiungere ad insaputa dei bambini qualche oggetto magico), e anche le difficoltà e le paure (almeno quelle che è bene superare) si possono superare.
La maestra prenderà nota dello svolgersi degli avvenimenti e alla fine (il gioco può durare delle ore ma può essere fatto a più riprese) risulterà una storia che contiene in sè qualcosa delle storie, delle esperienze di tutti i bambini e delle maestre. Per finire si chiede al bambino di disegnare un avvenimento della storia, ad esempio ciò che avviene quando Carletto incontra il fantasma che lui stesso ha disegnato. E voilà, la fiaba è servita, a questo punto tutta la storia è stata disegnata e può essere disposta in bella mostra su un pannello.
Il pentolone “cucina” tutti i disegni, gli elementi della storia ma è importante far capire ai bambini che dagli stessi elementi possono nascere storie diversissime (magari ripetendo più volte il gioco). Se Carletto avesse incontrato il fantasma subito, all’inizio piuttosto che alla fine, cosa sarebbe successo? E’ altrettanto chiaro che gli elementi sono sì importanti ma più importante è la reazione dei bambini, le soluzioni suggerite, che sono sempre diverse.
Una ultima notazione: si può scoprire come alcune cose ritenute brutte dal bambino in realtà non lo siano o non lo siano sempre, oppure siano molto utili come motore della storia, perchè in genere producono molti avvenimenti, molti sviluppi (se Carletto incontrasse solo situazioni belle sarebbe una noia!). D’altra parte si scopre come, ad esempio, l’elemento “gelati”, elemento positivo, se salta fuori spesso (come è realmente successo in una scuola) può far venire il mal di pancia e bloccare al bagno (per una giornata intera!) i protagonisti.

8. Maestra, immaginami…

a cura del Progetto Calamaio

Storie di bambini e storie di insegnanti, eroi e anti-eroi, narratori onniscienti e narratori immersi negli eventi: una “rilettura” del momento educativo come se fosse un racconto, alla ricerca di nuove prospettive e punti di vista dai quali osservare e osservarci.

Ognuno di noi vive una storia che è anche il risultato dell’intrecciarsi dialtre storie. In particolare il nostro lavoro di educatori, di insegnanti, ciporta a conoscere le storie dei nostri alunni, ad entrare in esse con un ruolo molto importante, così come esse incominciano a far parte della nostra vita.
Varie volte nei corsi di formazione condotti dalla nostra équipe abbiamo proposto alle insegnanti di scrivere una storia, di immaginare un racconto che abbia come protagonista un bambino disabile, un loro alunno, oppure il più difficile, quello che più ha messo alla prova la loro professionalità, la lorocapacità di educare ed insegnare. Abbiamo chiesto loro di fare uno sforzo di immaginazione e di provare a collocare il loro alunno in una avventura, creando una ambientazione, creando se necessario altri personaggi e così via. Uno dei procedimenti creativi più utili è il cercare di prendere un oggetto e proiettarlo in uno sfondo assolutamente nuovo. E’ la procedura dello straneamento (così chiamata da alcuni poeti russi del primo novecento) cioè dello sradicamento di un oggetto da tutto quello che in modo stereotipato richiama necessariamente. Per esempio quando Marcel Duchamp per la prima volta ha allestito una mostra con oggetti assolutamente comuni, i cosiddetti “readymade”, cioè i “già fatti”, esponendoli come opere d’arte ha creato una nuova attenzione su questi oggetti. Esporre in un museo un orinatoio, ad esempio, o uno scola bottiglie, ha dato un nuovo significato a quell’oggetto, liberandolo dal suo utilizzo, che impediva di guardarlo per quello che era, che impediva si soffermarsi sulla sua bellezza. E’ un po’ la stessa sensazione di quando andiamo all’estero, perché tutte le cose nuove che sperimentiamo cio bbligano a guardare noi stessi con occhi diversi. Quando poi si torna a casa sinotano cose di cui non ci si era mai accorti, perché nonostante le vediamo ogni giorno magari non le abbiamo mai guardate, osservate. Cambiare posizione a noi stessi o agli oggetti che osserviamo getta una nuova luce, ci offre la possibilità di capire meglio sia l’oggetto che i nostri stessi meccanismi di osservazione dell’oggetto.

Breve analisi strutturale
L’esperimento che proponiamo alle insegnanti, l’invito a creare una storiache abbia come protagonista un loro alunno, ha proprio questo intento. L’obiettivo seguente non è di interpretare questo racconto con categorie psicologiche ma di analizzare le nostre scelte stilistiche e formali. La griglia di interpretazione sulla quale successivamente discutere propone quattro chiavi di lettura (se ne potrebbero aggiungere molte altre ma, avendo generalmente non molto tempo disponibile, è meglio non complicare troppo):
1- rapporto narratore-personaggi
2- rapporto tra l’eroe principale e gli altri personaggi e rispetto all’ambiente
3- rapporto del personaggio con la storia considerata nel suo complesso e nella sua articolazione
4- coinvolgimento dello scrittore nella storia
Proviamo ad analizzarle una per una.
1) Ci sono tre principali modalità di rapporto tra narratore e personaggi:
a) il narratore ne sa più dei personaggi. Il narratore è come l’occhio di Dioche conosce perfettamente il passato, presente e futuro dell’intera storia. Pensiamo a I promessi sposi di Manzoni. Il narratore sa tutto dei personaggi, conosce i loro sentimenti più segreti, prevede già in anticipo ogni loro possibile mossa. Non esiste una focalizzazione ben precisa nel senso che la storia, lo svolgimento degli eventi, viene raccontata da un punto di vista che è quello di una persona che conosce già tutto.
b) Il narratore ne sa quanto i personaggi. Ciò determina una narrazione in prima persona e il punto di vista è interno alla storia. La forma è quella del diario, del monologo interiore, ma anche i romanzi di Kafka, che pur sono narrati in terza persona, si connotano secondo questa modalità perché il narratore sembra non conoscere qualcosa in più rispetto ai propri personaggi.
c) Il narratore ne sa meno dei personaggi. Ciò determina una focalizzazione esterna ed è il punto di vista verista. Il narratore cerca di fotografare la realtà per quella che è, cerca di ridurre al minimo la propria presenza, cerca di far vivere i personaggi autonomamente, dà loro il massimo spazio.
2) L’eroe è uguale, inferiore o superiore agli altri personaggi? Ci possono essere eroi disabili? Quali sono le loro caratteristiche? Quali sono i parametriche indicano il grado di integrazione del personaggio con gli altri personaggi e con l’ambiente?
3) Il protagonista disabile è un personaggio statico o dinamico? La storia evolve verso un finale positivo o negativo? Quali difficoltà ci sono, se ci sono, ad immaginare una storia con questo protagonista?
4) Fino a che punto ci siamo lasciati coinvolgere dalla storia che raccontiamo? Vedere nel nostro alunno handicappato un personaggio che cosa ci ha suggerito?

Analogie e universi paralleli
Qualche volta, non sempre, questo esperimento è sembrato utile alle insegnanti, ha suggerito loro qualcosa. Ad esempio nella discussione del primo punto, relativo alla modalità di narrazione, il confronto con lo stile dell’insegnante è venuto in modo spontaneo. Più volte è saltata fuori l’importanza per l’educatore di scegliere di volta in volta lo “stile narrativo”: bisogna partire dal programma e dalla programmazione, dai saperi delle insegnanti sui bambini (il narratore sa più dei personaggi, non esiste una focalizzazione ben precisa), per poi passare al momento di mettersi in gioco (il narratore ne sa quanto i personaggi, punto di vista interno) e di volta in volta osservare distaccati, dal di fuori, l’accadere degli avvenimenti (il narratore ne sa meno dei personaggi, punto di vista esterno, verista).
Molte suggestioni-suggerimenti li hanno dati anche i successivi punti. Ad esempio sul quanto le insegnanti sono state coinvolte dalla storia che hanno scritto e su quanto sono coinvolte nella quotidianità scolastica, è stato un punto molto discusso. Ci sono in effetti grandi analogie tra la capacità dello scrittore di controllare la materia, l’emozione, attraverso la forma e l’empatia dell’insegnante nei confronti del bambino, che permette sì di sperimentare le sue emozioni ma anche di mantenere la distanza, senza perdere di vista l’armonia educativa.
Quello che secondo noi è molto importante è sottolineare l’operazione che sta dietro a questo esperimento-gioco: cioè l’utilità ogni tanto di cambiare linguaggio, cambiare termini, mutuandoli da altri “universi paralleli”a quello educativo. Se proviamo ad interpretare quello che avviene in classe utilizzando anche altre griglie interpretative forse questo può aiutarci a vedere la scuola non come un mondo a sé stante, può aiutare a trovare sempre maggiori collegamenti tra ciò che proponiamo ai bambini e la realtà.

Spazio Calamaio

Abbiamo pensato di inaugurare questa sezione dedicata al Progetto Calamaio intervistando il principale ideatore, Claudio Imprudente, presidente del Centro documentazione Handicap di Bologna

Caro Claudio, permettimi almeno all’inizio una domanda alla Marzullo, che cosa è per te il Progetto Calamaio?
 Non è facile rispondere a domande banali, è più facile dare risposte banali a domande profonde. Comunque proviamo: vedi, Elisabetta, tu mi conosci perché abbiamo anche lavorato insieme in questi anni e sai come sono fatto. Se non fossi nato con qualche “piccola problematica”, se non fossi handicappato grave  (come dicono quelli che non mi conoscono bene – ma già di per sé grave non vuol dire nulla!), se non fossi diversabile, chissà, magari avrei fatto l’uomo d’affari, mi sarei buttato nel commercio, sarei stato uno dei tanti della new economy. Ma, al di là di tutto c’è un fatto: mi piace proprio prendere su il telefono e organizzare delle cose, incontrare delle persone, mettere in piedi dei progetti. Se poi tutto questo si coniuga alla visibilità, ai media, dentro di me c’è qualcosa che fa: Bingo! Chissà, magari avrei lavorato nella pubblicità. Forse ti stupirai se ti dico questo perché nel Calamaio si fa educazione, animazione, e il Cdh è tutto rivolto in un senso ampio al “fare cultura”. Ti chiederai come si coniugano queste due cose.
Andiamo alle origini: per me il Calamaio è nato dalla voglia di mettermi in gioco e di sentirmi protagonista. In realtà è nato un po’ per caso, perché una scuola di Finale Emilia mi aveva invitato a parlare ad un centinaio di ragazzi. Insomma l’incontro è piaciuto a tutti e tantissimo a me, e ho voluto rifare altre volte l’esperienza, finché non ho intravisto la possibilità di un qualcosa di più continuativo e di qualità. Non mi vergogno a dirlo ma mi piace essere al centro degli avvenimenti quando questi accadono e ho sempre pensato in grande, anche contro la prospettiva di qualcuno che mi stava vicino. Il Calamaio è nato come una sfida, apparentemente impossibile: tornare nella scuola che ad un certo punto, come tu sai, mi aveva cacciato (non ho infatti finito le superiori) e tornarci finalmente in un ruolo forte come quello dell’animatore-educatore. Mi sono preso questa rivincita, ma ci tengo a dirlo non contro gli studenti o i professori. In fin dei conti se ho incontrato delle difficoltà di integrazione dipende dalla mancanza di cultura, di una nuova cultura, e non tanto, o comunque solo in parte, dalla bontà o dalla tristezza di una singola persona. Non ce l’ho con le persone ma ce l’ho con la struttura, qualsiasi struttura che dovrebbe accogliere il cosiddetto diverso e che invece non è abbastanza flessibile per farlo.

Sfida, visibilità, nuova cultura: sono temi che ti ho sentito ripetere abbastanza spesso, anzi è proprio un tormentone!
Sì, è vero. Chi lavora con me spesso non ne può più di sentirmi ripetere queste cose. Ma io sono testardo: è un mio pregio e difetto insieme. Non sono contento finché non riesco a raggiungere quello che voglio ottenere e in effetti stresso un pochettino i miei collaboratori. Ma del resto se non li stressi un po’ non si riesce a mantenere efficiente la macchina organizzativa. A pensarci bene non è che sono contento solo quando ottengo le cose, perché tutto sommato mi sento sereno sempre: ma  quando mi distendo a letto la sera il mio sorriso è più largo se durante il giorno ho dato, mi sono stancato su qualcosa.

Ti stanca molto il Calamaio?
Come ti dico mi stresso di più se sto in casa a non fare niente, e molte volte succede per mancanza di risorse, di operatori, di volontari. Dipendesse da me sarei più attivo. Ma non mi lamento: ho fatto molte cose in questi anni e cambiato varie macchine per i tanti chilometri di viaggio. Il Calamaio è proprio bello e per molti motivi: innanzitutto incontri i ragazzi e gli insegnanti e ti assicuro che ci sono molte persone in gamba. Ogni incontro, ogni gruppo è diverso e per quanto non ci schiodiamo molto dai percorsi abituali, non ci si annoia mai, o quasi mai. E’ un lavoro vario, il nostro territorio di azione è per adesso l’Italia ma abbiamo avuto anche la possibilità di farci conoscere all’estero. Il Calamaio è proprio una grande opportunità di lavoro per un diversabile che sia interessato al mondo dell’educazione e che voglia darsi da fare per cambiare le cose. Sì, penso che sia un lavoro molto bello anche perché ci credo e ho fiducia che un mondo più a misura d’uomo (non solo di diversabile) sia possibile costruirlo. 

Il Calamaio come modello, come modalità di lavoro per quelli che tu chiami diversabili è realmente possibile? Non credi che sia irripetibile quello che tu assieme al gruppo fate?
 Sì e no, allo stesso tempo. Sì, perché ogni incontro è diverso ma è anche unico, il nostro modo di lavorare è molto imperniato su chi siamo, i nostri interessi, i nostri caratteri, per cui non ci può essere un altro gruppo Calamaio uguale al nostro. No, perché abbiamo esportato questo modello, a Parma ad esempio, dove abbiamo formato un gruppo che attualmente opera in un modo simile al nostro e che utilizza solo in parte le nostre idee.
Per noi questo è molto importante: sapere che ci sono altre persone che condividono la nostra strada e che inventano percorsi, sperimentano incontri diversi dai nostri ma con le stesse finalità. Ci rincuora e ci stimola a continuare: essere contagiosi è un buon segno perché vediamo negli altri il nostro stesso entusiasmo. Ultimamente poi abbiamo avuto in particolare una soddisfazione. Devi sapere che molti anni fa abbiamo fatto a Roma un corso di formazione dedicato a spiegare le tecniche del Calamaio ad un gruppo costituito anche da diversabili già particolarmente attivi e propositivi. In pratica questo gruppo ha fondato il Progetto Girotondo che ha girato l’Italia, soprattutto nel sud, riscuotendo consensi e successi. Proprio pochi giorni fa abbiamo fatto un incontro a Bologna con questo gruppo e ci siamo confrontati sul nostro modo di lavorare. Vedi, noi lavoriamo per la nuova cultura dell’handicap: sapere che con un piccolo nostro input questo gruppo ha lavorato per molto tempo, senza che noi ne sapessimo molto, ci ha dato come una sensazione di sollievo, sì di sollievo. Pensa se tutti gli incontri che hanno fatto li avessimo dovuti fare noi! Ogni tanto ci viene l’angoscia perché la mole di lavoro qualche volta supera le nostre energie. Il nostro motto infatti è – “se tutto va bene siamo rovinati!”  – cioè se tutte le scuole che ci chiamano e alle quali mandiamo il progetto ci richiamassero, vivremmo perennemente fuori casa! Per fortuna che costiamo, così ci pensano due volte prima di chiamarci!

Vedi che la visibilità ti si ritorce contro!
Sì, per certi versi è vero, ma ne vale la pena. Io dico sempre questa cosa: puoi fare una cosa bellissima, un bellissimo convegno, una bellissima festa, ma se non riesci farlo sapere in giro è come se questa cosa non fosse mai esistita (oltre al fatto che vengono meno persone). Io invece ci tengo a far sapere in giro quello che facciamo e so per esperienza che è bene contattare i mass-media, muoversi bene con gli assessori, eccetera. Lo so, a molti questi discorsi non piacciono: eppure credo che la sfida del terzo settore sia quello di essere più organizzato, più manageriale. Il Cdh e il Calamaio non competono con gli altri, sennò saremmo degli enti profit: il nostro scopo è aumentare il livello di integrazione di tutte le persone svantaggiate e di farlo in un ambito culturale. Erroneamente si crede che questi obiettivi si devono raggiungere solo con molta buona volontà, e si storce il naso di fronte a tecniche ritenute tipiche del mondo profit. Io credo invece che una maggiore organizzazione, che maggiori risorse non possano che fare bene al nostro lavoro. Ogni giorno, quasi, salta fuori un’idea bella, ma non abbiamo le risorse anche economiche per affrontarla. Una maggiore visibilità, il sapersi muovere nell’ambito tecnico (ad esempio nella presentazione di un progetto alla comunità europea) è una sfida che il Cdh deve affrontare in questo periodo, altrimenti rimarremo sempre una realtà di qualità ma poco incisiva. Il Calamaio è nato per incidere, per incontrare, per cambiare. Immagina in un disegno delle frecce e una carrozzina: purtroppo per molti aspetti nella nostra cultura la carrozzina sta al centro come bersaglio di molte frecce, e raramente questa carrozzina diventa invece veicolo di energia, raramente si inverte il senso selle frecce verso l’esterno.

Mi ricordo che la prima volta che ci siamo incontrati mi hai spiegato che tutto nasceva dalla voglia di essere soggetti di cultura e non solo oggetto di assistenza, di cure, di aiuto o peggio di carità. Secondo te in questi anni la situazione è migliorata?
Enormemente, ma non quanto vorremmo. Come dicevo, le cose belle sono anche contagiose e sono perfettamente convinto che si tratta di lavorare ed aspettare che le cose maturino. Andando in questi anni nelle scuole ho visto tutto e il contrario di tutto: insegnanti bravissimi, creativi, “umani”, e insegnanti sbadiglianti o addormentati del tutto; insegnanti con una gran voglia di fare e insegnanti inchiodati da una gran paura di sbagliare; bambini integrati, bambini disintegrati, classi allegre nonostante gli handicap, classi che vivono in stato di ibernazione creativa. La sensazione che ne traggo è comunque di movimento: qualcosa si muove, qualcosa inizia a maturare una esperienza ormai ventennale, qualcos’altro inaridisce e qualcos’altro si trasforma. Tutto ciò è difficile da fotografare, perché è cultura: al limite abbiamo dei segni, ci sono degli avvenimenti, ci sono esperienze che si consolidano che danno per un attimo una espressione al tutto. Ma bisogna stare attenti a non generalizzare: molte volte proprio di ritorno magari da una situazione positiva mi sono trovato a confrontarmi con una persona che mi testimoniava tutto il suo dolore perché le cose non vanno come dovrebbero andare. Sicuramente il trend è positivo: io paragono molto spesso il cammino verso la nuova cultura dell’handicap a quello del femminismo. In fin dei conti solo pochi decenni fa le donne non potevano votare, e pochissimi anni fa non era loro riconosciuta una pari dignità rispetto al modello maschile. Adesso la situazione è sostanzialmente diversa, certo con sacche di arretratezza, ma c’è in corso una trasformazione delle coscienze in senso positivo. E così avviene anche per l’immagine delle persone con deficit, sempre meno malate, diverse, sempre meno aliene, e sempre più, ad esempio, sportive, lavoratrici o, che ne so…sposate.  

Il tema della diversità è uno dei temi forti del Calamaio. Non pensi che ci sia una specie di contraddizione nell’essere i cosiddetti diversi che parlano della diversità? Non rischiate cioè, sottolineando la vostra diversità in quanto animatori-educatori con deficit, di farvi autogol?
Capisco quello che vuoi dire e in parte sono d’accordo. Noi infatti siamo in primo luogo animatori-educatori che sfruttano il loro deficit per poter arrivare al cuore di alcuni temi quali la diversità, l’handicap, l’accettazione di se stessi, eccetera. E’ una differenza molto importante, questa, rispetto a chi fa il disabile, fa la parte del disabile, veste quella maschera e se ne serve. Ce ne siamo resi conto con l’andare del tempo e abbiamo raccolto alcuni segnali che ci hanno fatto pensare. Innanzitutto ad un certo punto ci siamo chiesti se limitarsi ad affrontare il tema handicap fosse giusto, avevamo cioè voglia di spaziare, di portare fino in fondo le conseguenze dei nostri ragionamenti che ci portano a dire che avere un deficit non significa avere un handicap e che spesso anche le persone senza deficit hanno degli handicap, degli svantaggi o ostacoli mentali, causati o meno da un deficit. Siamo perfettamente convinti che il nostro andare nelle scuole serva a tutti e non solo ai cosiddetti disabili, perché aiutiamo i bambini e le insegnanti a prendere consapevolezza che tutti dobbiamo fare i conti con le nostre paure, i nostri pregiudizi, di cui spesso l’handicappato è solo una specie di cartina tornasole. Ecco che allora la nostra attenzione si è rivolta a percorsi all’educazione alla multiculturalità, per affrontare il tema della diversità come valore dal punto di vista privilegiato di un incontro diretto con una persona con deficit. Ultimamente stiamo incontrando il tema dei diritti dell’uomo, partendo da una considerazione che ha fatto un nostro collega, Fabio Garavini, rispetto al fatto che a ben vedere nel mondo i cosiddetti handicappati non sono una minoranza ma una maggioranza, perché moltissime persone sono svantaggiate a causa di deficit, determinati a loro volta da violazione dei diritti umani. Pensa solo ad alcuni paesi, come la Cambogia, disseminati di mine, nei quali in ogni famiglia c’è un menomato…

Mentre parli mi veniva in mente che nella stanza del Calamaio c’è una cartina geografica dell’Italia con sopra un cartello: Oggi l’Italia, domani il mondo!
Esatto, ricordo che era una battuta e nulla più e invece…il domani è già arrivato, perché anche il altri paesi, ad esempio il Brasile (Roberto è stato invitato a tenere delle conferenze nelle università di Porto Alegre e di Santa Maria, nello stato del Rio Grande do Sul), abbiamo trovato persone molto interessate al nostro progetto, proprio nel momento in cui anche la nostra testa si apriva ad una dimensione più globale del nostro fare educazione. Noi siamo ancorati al nostro territorio, da un lato (ad esempio adesso abbiamo anche impiantato una ludoteca per il quartiere Borgo-Panigale dove c’è la sede del Cdh); dall’altro pensiamo in grande e sentiamo la necessità di globalizzare l’integrazione, le pari opportunità, eccetera. Comunque, tornando alla tua precedente domanda, credo che non facciamo autogol nella misura in cui nell’espressione animatore-diversabile, sottolineiamo la prima parola, che è fatta di professionalità, di esperienza, di anni di lavoro. Non bisogna dimenticare che noi siamo l’espressione di un clima culturale e di un gruppo di persone. 

Scommetto che vuoi tornare al discorso della fiducia…
Come hai fatto a capirlo? Sì, credo che la parolina magica sia proprio fiducia. Su questa parola ho incentrato la lettera aperta pubblicata da La Stampa il passato dicembre ’99 al Presidente della Repubblica Ciampi. Credo che senza la fiducia nessuno può aprirsi al mondo e dare al mondo qualcosa di importante. Io come Claudio mi sento molto di ringraziare la mia famiglia, i miei amici e i miei compagni di viaggio che hanno creduto in me. Sono ormai venti anni che è nato il Cdh e se questo centro è cresciuto, partorendo il Calamaio, la rivista Accaparlante eccetera, lo si deve alla collaborazione continua con altre persone ed enti che ci hanno dato la loro fiducia. Certo siamo stati bravi anche noi a meritarcela questa fiducia: è come una specie di osmosi, purché non si stia nella riserva. Ti cito una persona per tutte che ci ha aiutato in modo particolare ed è Andrea Canevaro. Noi lo citiamo sempre come il santo protettore del Calamaio, come – ma questo non glielo dire – il Sig. French del telefilm “Tre nipoti e un maggiordomo”, per via della somiglianza: noi siamo i tre nipoti… A parte gli scherzi, nel corso degli anni siamo migliorati in qualità e aumentati in numero, attualmente siamo dodici persone nel gruppo. 

Toglimi un’ultima curiosità. Perché Calamaio?
Perché ci piaceva l’idea di essere rappresentati da quello che in passato è stato uno strumento per scrivere, per raccontare storie, uno strumento dei nostri padri. Era come stare nella tradizione innovandola. Eppoi il calamaio contiene un liquido prezioso, l’inchiostro, con cui, se non lo si sa usare bene, ci si può sporcare, ma se lo si sa utilizzare si possono incantare i bambini con le fiabe. Tempo fa ho trovato per caso una filastrocca di Rodari intitolata, guarda un po’, Il calamaio, ed è diventata parte integrante della mia personale grammatica della fantasia.

Il calamaio (di Gianni Rodari)
Che belle parole
Se si potesse scrivere
Con un raggio di sole.
Che parole d’argento
se si potesse scrivere
con un filo di vento.
Ma in fondo al calamaio
c’è un tesoro nascosto
e chi lo pesca
scriverà parole d’oro
col più nero inchiostro.