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autore: Autore: Giovanni Cocchi e Graziella Roda

14. Al maestro non far sapere…..

di Giovanni Cocchi e Graziella Roda

Ancora scuola, ancora insegnanti di sostegno: una testimonianza di come il “mestiere si vive”: qual è l’atteggiamento da assumere? Quali cambimaenti intervengono sulle persone che svolgono questo lavoro? È probabilmente questo il versante in cui si collocano le maggiori difficoltà e non solo in relazione alle propensioni indiviuali: un’impreparazione nel porsi rispetto all’alunno handicappato, rispetto ad un rapporto che comunque implica il mettersi in discussione. Alla fine però c’è anche chi scopre una piccola, semplicissima regola.

Prendiamo il titolo del nostro intervento, con una leggera modifica, da quello dell’incontro tenutosi al Gramsci di Bologna, il 19/1/88: “All’handicappato non far sapere…” (che è cresciuto, che ha diritto a frequentare la scuola superiore e ad avere un lavoro dignitoso, ecc.).
Lo usiamo per introdurre una seconda riflessione sulla nostra esperienza di integrazione nella scuola elementare. La precedente era condotta sul mestiere, su come esso si fa. Stavolta invece vorremmo soffermarci un momento parlando di come il mestiere si vive.
Si è parlato spesso della impreparazione degli insegnanti sulla questione dell’integrazione, e lo si è fatto intendendo sempre che essi non possiedono gli strumenti culturali, generali e specifici, e quelli operativi, per condurre in porto costruttivamente un rapporto educativo e didattico con un bambino handicappato e con la classe di cui egli fa parte. Ciò è in molti casi drammaticamente vero e fa parte di una precisa politica di abbandono della scuola di stato più volte denunciata dagli stessi insegnanti.
Vi è però un altro settore di impreparazione, a nostro parere e per la nostra esperienza, ancora più pericoloso per le ripercussioni che può avere proprio sulle persone più umanamente disposte e sensibili. Vogliamo fare un esempio. Una collega, sapendo che ci occupiamo di integrazione da diverso tempo ci ha raccontato di una sua esperienza.
Entrando in supplenza in una classe vi ha incontrato un bambino focomelico. La sua reazione, per tutto il giorno, è stata di dolore, di angoscia, di “chiusura di stomaco”. E di questo si è sentita, e si sentiva parlandone, profondamente colpevole. “Come? – diceva – io sono contro la discriminazione, a favore dell’integrazione e ritengo mio dovere impegnarmi e lavorare con questi ragazzi. Allora, perché ho reagito così?”… e si angosciava. Era il suo primo impatto con un bambino handicappato. Cominciava a temere il secondo.
Altro esempio. Un neuropsichiatra, presentandoci un bambino in situazione di handicap, ci ha detto: “Soprattutto , non fatevi coinvolgere”. Allora, crediamo che ci sia bisogno di molta riflessione collettiva su questo. Se per “farsi coinvolgere” si intende farsi inghiottire dai problemi ed annegarci dentro, è evidente che occorre evitarlo.
Rifuggire da atteggiamenti caritatevoli, missionaristici, spontaneistici, è il primo insegnamento della pedagogia conduttiva. Tuttavia chi è già passato più volte attraverso esperienze di integrazione sa che dentro di lui accadranno delle cose, sa che uscirà dall’esperienza diverso da come era entrato. Sa che ci saranno momenti di paura, di dolore, di fatica, di rabbia e di angoscia. Sa che proverà sentimenti forti. Sa che avrà voglia di fuggire. SA PERÒ ANCHE ALTRE COSE.
Sa che un rapporto educativo non può sfuggire alla regola della verità; che nessuno deve voler essere quel che non è, esattamente come non dobbiamo pretendere dai nostri ragazzi che siano altro da se stessi. Quel che agli insegnanti NON VIENE FATTO SAPERE è che solo a partire dalla propria sincerità con se stessi si può costruire un valido rapporto.
Non viene loro detto che, avanzando lungo la strada e continuando con serenità ed impegno a fare il proprio mestiere, potranno trovare le risorse di forza necessarie a superare anche le paure.
Non gli viene fatto sapere che la rabbia potrà diventare voglia di lottare, che il desiderio di fuga si farà impegno nel lavoro, che l’angoscia si scioglierà, e presto, nella bellezza di un rapporto umano basato sulla sincerità e di un mestiere che rimane importante come pochi.
È questa, crediamo, la sempre maledetta “solitudine” di chi lavora nell’integrazione, questa “negazione a sapere”.
Solitudine istituzionale e quindi colpevole per chi avrebbe il dovere di preparare gli insegnanti non solamente su specifiche “tecnologie” didattiche ma anche su come si troveranno ad essere persone davanti ad altre persone. Per chi dovrebbe e non fa, né l’una né l’altra cosa.