Realizzare i sogni che portiamo dentro fin da bambini
di Gualtiero Via, insegnate e “raccontastorie”
C’era una volta un ragazzo. Vivace, ma anche nervoso a volte… Andava a scuola: un ragazzino come tanti.
I suoi genitori lo sognavano laureato nelle migliori università, e magari un giorno avvocato di successo, o, o… primario in un grande ospedale, oppure addirittura… deputato!
Ma questi erano i sogni dei genitori, non del ragazzo. A lui queste cose non interessavano, per niente! Ma non che non avesse interessi, o ambizioni. Su una cosa, anzi, aveva le idee molto chiare. Una passione aveva, più forte di tutte le altre: i motori. E una cosa lui voleva fare, nella sua vita: correre. Avere una macchina tutta per sé, e gareggiare come pilota!
Da quest’orecchio, i suoi genitori non ci volevano sentire… Ma ben presto capirono che quella era la sua vera grande passione. Fu suo padre il primo a capire che doveva venirgli incontro. In casa un po’ di soldi li avevano, e il ragazzo… Ebbe la sua prima fuori serie. Non ci volle molto, che cominciarono le vittorie. E la serie delle vittorie fu lunga, e non cessò via via che le macchine si facevano più potenti, e i piloti, da dilettanti qual era ancora il ragazzo, tutti professionisti, con scuderie miliardarie!
L’abilità e il coraggio del ragazzo stavano già cominciando a diventare leggenda nel suo paese, quando ebbe la sua prima Formula Uno. Era… “Un autentico bolide!”, direte voi… Beh, non proprio. Si rompeva sempre! E il più delle volte, in prova!
Ma, a ogni buon conto, era una “Formula Uno”: a quei gran premi c’erano tutte le scuderie più famose, Lotus, Mc Laren, Williams, Ferrari! E i più grandi campioni: Fittipaldi, Lauda, Villeneuve padre…
Ci misero un poco, in quella specie di “circo” (non è così che lo chiamano?), a capire che il ragazzo, non era più solo un ragazzo. Che le sue macchine si rompevano sempre, perché non valevano niente. La scuderia che capì questo per prima fu ripagata ampiamente, perché finalmente al volante di una vettura come si deve, il campione, si rivelò – e ben presto – il più grande di tutti!
Ora, quando riusciamo nella nostra vita a realizzare un sogno che ci portavamo dentro fin da bambini, c’entrano sempre alcune cose. La prima, certo, è la nostra tenacia, la nostra fedeltà a noi stessi; ma poi, ci vuole sempre anche almeno un po’ di aiuto, di qualcuno, accanto – in questo caso, abbiamo visto, del padre. E per finire, tanta o poca, la fortuna.
Ma, quel che non sempre avviene, quel che non a tutti avviene, è che la fortuna, a un certo punto, se ne vada, totalmente e istantaneamente: e tutto, allora, avviene in una frazione di secondo.
Così avvenne allora.
Era una domenica di maggio del 1994. Proviamo a tornare un attimo, insieme, a quel pomeriggio di sole…
Snobbati da poeti e intellettuali,
sovente equivocati dai giornali,
son questi gli sportivi ai giorni nostri
che il bìsnes vuol mutare tutti in mostri.
I pugili, i piloti, i calciatori…
Gli eroi del nostro tempo, sono loro.
Al primo va la fama, insieme all’oro,
ma basta poi che sgarri, lo fan fuori.
Ma pure in ’sto sistema che ognun vede,
nessun può surrogare il guizzo, il piede,
per cui l’entrata in area ed il segnare,
la folla ti scatena ad esultare.
È vero ch’è un sistema disumano.
Perciò van sopprimendo quella mano
per cui riconoscevi alle varianti
un Lauda, dai comuni mestieranti.
Le corse da quest’anno son letali:
due morti in due gran premi – e gli scampati.
Inscatolati in bare con le ali
così son quei piloti, un po’ tarpati.
A Imola c’è un giudice che indaga
che c’è mai da scoprir? La morte, paga.
Perché del pathos il circo non sia privo
Bisogna, al sacrificio, condurre un uomo vivo.
A Senna, che ammoniva, pensò il fato.
E quanti a bara chiusa, han già scordato.
Cos’è che cambieranno? Quasi niente.
Nessun di quei signori dirà: “Sono un fetente”.
È tutto. Lo spettacol non s’arresta.
Ma chi paga il biglietto, dove pesta?
C’è un vuoto nel copione, o vado errato?
Non c’è, il protagonista… Ci ha lasciato!

