14. Dove vai, essere umano
di Humberto Mauturana
Anch’io sono un insegnante, qualifica alla quale tengo molto e quindi spero che non vi offenderete se, per affrontare la questione del rapporto fra insegnanti e studenti, la prenderà apparentemente alla larga. (A ben vedere, dato il tipo di ragionamento che ho in mente, forse sono più gli studenti che potrebbero offendersi …).
Supponiamo che camminando per strada un certo giorno voi incontriate un cane o un gatto randagio che vi è simpatico e allora decidiate di adottarlo, di portarvelo a casa. Ben presto si stabilirà fra voi due un coordinamento di comportamenti e poche ore dopo vi troverete a esclamare: “Ma guarda come è intelligente questo animale!”.
Questo animale dunque è intelligente perché ha coordinato il suo comportamento con il vostro, facilmente.
Ma anche voi avete coordinato il vostro comportamento con il suo. Entrambi vi state adattando a una situazione nuova: voi, che non avete mai avuto un animale in casa prima, avete dovuto decidere dove collocare la ciotola per il cibo, rassicurarlo, trovargli un posto dove pu• fare i suoi bisogni ecc… e il gatto ha dovuto esplorare la casa e scegliersi i suoi posti preferiti. Nel fare questo vi guardavate l’un l’altro per controllare il reciproco consenso: “Va bene così Un po’ più in là?”.
È questa consensualità che crescendo e trovando conferma vi ha portato a esclamare: “Ma guarda come è intelligente questo animale!”. (Da parte sua è probabile che il gatto, a modo suo, pensi di voi esattamente la stessa cosa…).
Il punto a cui voglio arrivare è che l’intelligenza non ha niente a che fare con la soluzione dei problemi; l’intelligenza è prima di tutto una questione di consensualità. La soluzione dei problemi è del tutto secondaria rispetto alla dimensione centrale dell’intelligenza, che è la consensualità.
Succede qui una cosa di grandissimo interesse perché se voi vi portate a casa un cane senza esserne proprio convinti (in realtà non vi piace per davvero) quel che succederà sarà che voi cercherete di imporgli certi comportamenti e lui non vi ubbidirà e allora quell’animale vi sembrerà veramente stupido, completamente stupido. Ma se lo volete per davvero, se vi è simpatico, allora si cormporterà in modo molto intelligente.
Se il cane vi piace è intelligente, se non vi piace è stupido.
Questo vale in generale anche nei rapporti fra esseri umani. E anche nei rapporti fra insegnanti e studenti.
L’intelligenza è una questione di reciproca accettazione e di reciproca intensità.
Se stai esaminando un’altra persona e ti piace, ti darai da fare per creargli uno spazio ricettivo, per creare un rapporto di reciproca accettazione, e allora quello studente risulterà brillante. Se invece ti è antipatico, non ti piace, allora sarà facile dimostrare che è un ignorante: non saprà rispondere alle tue domande e il suo comportamento non sarà all’altezza delle tue pretese.
In altre parole: io credo che sia scientificamente dimostrabile, guardando indietro alle origini della vita e a come funziona un sistema vivente, che l’amore è il migliore nutrimento per l’intelligenza e che ha dei solidi fondamenti la metafora che dice: se vuoi che un altro sia intelligente, amalo di più.
“Amore” è accettare l’altro in modo da permettergli di entrare nel tuo sistema di vita.
Non appena avanzi una pretesa, un’imposizione, l’amore è finito. Questo è molto evidente nell’amicizia. L’amicizia è così piacevole perchè è priva di imposizioni. Appena si procede a suon di imposizioni, l’amicizia finisce.
Proviamo a guardare sotto questa luce cosa vuol dire imparare e cosa vuol dire insegnare. Immaginatevi la seguente scena: un asilo infantile e una coppia di genitori che arrivano per portare per la prima volta il loro bambino o bambina. Il bambino scoppia a piangere, non vuole staccarsi dai genitori, non vuole rimanere in quel posto estraneo. È terrorizzato, trema tutto. La madre dice: “Vedi come è bello, quanti bambini con i quali giocare!”. E gli altri bambini gli dicono: “Perché piangi e urli “mamma non mi lasciare!”, perché non vuoi rimanere con noi?”. E l’insegnante: “Vieni, andiamo a vedere cosa fanno gli altri bambini” e gli tende la mano.
Nel momento in cui il bambino accetta quella mano, tutto si trasforma. Il dramma svanisce. Non è formidabile? Tu gli tendi la mano e lui “No, no, no!”. Gliela tendi di nuovo e lui la afferra e tutto improvvisamente cambia. Un intero mondo incomincia a svilupparsi a partire da questa mutua accettazione.
Quel che tendiamo a trascurare è che anche a livello di scuola superiore e di università è esattamente la stessa cosa. Anche lì funziona così. Anche nell’università se il professore non riesce a prendere metaforicamente per mano lo studente non succede niente, non c’è reale apprendimento perché lo studente sarà infelice, sentirà che non c’è spazio per lui, si sentirà non accolto. Invece se le mani si afferrano ecco aprirsi un intero mondo di cambiamenti nella coesistenza.
Apprendere è trasformarsi in un contesto di coesistenza; insegnare è trasformarsi in un contesto di coesistenza.
Nel momento in cui tale trasformazione ha luogo lo studente farà tutto ciò che gli viene richiesto in quella data situazione di apprendimento e l’insegnante non avrà più bisogno di controllarlo.
Un altro esempio. È un piccolo esperimento che abbiamo fatto. Un insegnante porta in classe una scatola piena di pulcini appena nati e con un atteggiamento arrogante sfida gli studenti: cosa fate per distinguerli a seconda del sesso. Gli studenti si guardano l’un l’altro, qualcuno timidamente prende in mano un pulcino, lo ripone. “Non c’è modo di distinguere il sesso di un pulcino appena nato”, rispondono. “Non sappiamo, come si fa”, rispondono. Un altro insegnante invece si rivolge agli studenti con fiducia e cordialità: “È difficile, ma vogliamo provarci?”. Ed ecco che gli studenti si mettono tutti all’opera, prendono in mano i pulcini, ridono, si consultano tra loro e dopo una mezz’oretta i pulcini sono divisi in due scatole diverse a seconda del sesso. L’insegnante non è dovuto intervenire una sola volta; alla fine va a vedere il risultato: “Ah, ma siete stati bravissimi! Come avete fatto?”.
È una trasformazione anche dell’insegnante, del significato di essere un insegnante. Ogni volta che come insegnanti diventiamo dei controllori del comportamento altrui, non stiamo davvero insegnando; viene a mancare una dimensione fondamentale dell’insegnamento: l’integrazione sociale.
Cos’è l’integrazione sociale? Secondo me nella vita quotidiana l’integrazione sociale è assumere un modo di interazione che è quello dell’insegnante e dello studente quando operano in una dimensione di mutua accettazione avendo come compito comune quello di costruire insieme un mondo.
Il dominio principale nel quale l’insegnante e lo studente operano non è quello definito da un particolare campo di attività (pratica o teoretica, non ha importanza), è quello molto più ampio e aperto delle dinamiche sociali. Quel che conta per l’apprendimento, per la soluzione dei problemi, è il dominio del vivere assieme, sono le dinamiche sociali del vivere assieme.
Se l’insegnante per rapportarsi allo studente si affida a un codice di comportamento standardizzato, stabilito dai regolamenti scolastici o dalla tradizione e tratta gli studenti come se fossero uguali, se non accetta e valorizza la loro unicità e personalità, fallisce nel suo compito. Questo sostengo.
Vi siete mai chiesti come mai il mondo dei rapporti di lavoro è così pieno di regolamenti e di regolamenti sui regolamenti? Perché le relazioni di lavoro il più delle volte non sono delle vere relazioni sociali, non sono fondate sulla mutua accettazione. Sono relazioni fra persone che non si ascoltano e quindi non si considerano reciprocamente come esseri umani, come esseri sociali.
Quando l’insegnante restituisce la qualità umana alla partecipazione a un’impresa comune l’apprendimento non è più un lavoro gravoso, viene di conseguenza. Tutto ruota attorno a quella emozione basilare che abbiamo esemplificato con la metafora della mano tesa.
Quindi, per tirare le fila: non tutti i rapporti umani sono rapporti sociali e neppure tutti i rapporti fra animali sono rapporti sociali. Il linguaggio è sempre sociale, ma i rapporti possono non esserlo.
Tutto questo ha implicazioni profonde riguardo il posto che hanno nella conoscenza la saggezza e le emozioni.
Noi spesso affermiamo che gli esseri umani sono degli animali razionali e che il problema è coltivare di più la ragione. Se gli esseri umani si affidassero di più alla ragione – si sente dire – tanti episodi di odio e di cecità sarebbero evitati. Ciò che io vi sto dicendo è l’esatto contrario. La razionalità serve in tanti casi, ma è una facoltà minore; la vita non dipende dalla ragione, è la ragione che dipende dalla vita.
Vediamo di approfondire questo punto. Le situazioni di contrasto, di disaccordo, possono essere di due tipi: i contrasti puramente logici, del tipo 2 x 2 = 5, e allora qualcuno dice: “Se come credo intendi fare quella particolare operazione che è la moltiplicazione, allora guarda che sbagli: 2 x 2 fa 4 e non 5.” E l’altro ci ragiona sopra e dice: “Hai ragione, ho fatto un errore.”
Un contrasto di questo tipo (a meno che non sia riferito alla specifica situazione di un bambino che sta facendo i primi passi verso la matematica di cui ha parlato von Glasersfeld) è triviale. Al massimo può procurare un leggero rossore, ma non c’è motivo perchè l’interazione ne sia veramente disturbata.
C’è però un secondo tipo di contrasto, che spesso tendiamo a trattare come se fossero delle questioni di logica, mentre non lo sono affatto. Ve ne accorgete perchè in questi casi la gente diventa ansiosa, difensiva e si accusa a vicenda: “Non sei logico, bla bla bla”, “Non sei oggettivo”, “Non sei realistico”, “Sei fazioso” ecc…
Conflitti di questo tipo vanno avanti in eterno; diventano delle distorsioni sistematiche della comunicazione proprio perché vengono trattati come se fossero logici e invece riguardano la differenza nelle premesse implicite che stanno alla base dei modi di vedere, dei mondi vitali dei due contendenti.
Noi esseri umani diventiamo veramente illogici quando pretendiamo di trattare come se fossero logici dei contrasti, delle differenze che non hanno niente a che fare con la logica; sono di un ordine diverso.
Quello che dobbiamo fare in questi casi, che sono i più frequenti, è accettare l’idea che l’altro esprime un punto di vista perfettamente coerente, perfettamente logico a partire dalle sue premesse implicite. Lui è perfettamente logico nel contesto del suo particolare dominio di razionalità e anche voi siete perfettamente logici nel vostro dominio di razionalità.
Quando ci mettiamo in questo atteggiamento, di stabilire un rapporto di consistenza, di mutua collaborazione fra due diversi domini di razionalità e incominciamo ad agire di conseguenza, mettiamo in atto una trasformazione che diviene conoscenza. Le premesse implicite nostre e dell’altro, che davamo per scontate, diventano trasformabili, la nostra ottica cambia; impariamo.
Invece quel che succede spesso è che uno parla italiano e l’altro ascolta in inglese e allora dice: “Queste parole non hanno alcun senso!”; “Questo è matto!”; “Non è logico!”. È evidente che se io vi parlo in inglese e voi ascoltate in italiano non capirete niente. Possiamo discutere all’infinito se quel che dico ha senso o no, possiamo dare in escandescenze, ma non impareremo niente a meno che entrambi non scopriamo che stiamo parlando lingue diverse, che stiamo costruendo delle argomentazioni sulla base di premesse fondamentalmente diverse.
Per giungere a questa scoperta dobbiamo darci reciprocamente credito, dobbiamo riconoscere la leadership di entrambi. Dobbiamo diffidare di una pur naturale pulsione alla certezza, a sentirci sul predellino, a sentire che noi siamo nel vero e quindi l’altro non può esserlo. Se pensiamo di possedere la verità, non ascolteremo mai l’altro, non gli riconosceremo mai la leadership.
L’atto di ascoltare è un comportamento attivo che riguarda il dominio emotivo, riguarda il campo delle emozioni ed è l’atteggiamento fondamentale del processo di conoscenza, dell’imparare e dell’insegnare.
L’amore è questa capacità di mutua comprensione, questa facoltà che ci permette di fare un passo fuori dalla nostra cornice mentale, e di esclamare: “Ah, abbiamo delle premesse implicite differenti!”.
Le premesse che stanno sullo sfondo di ogni argomentazione razionale vengono accettate a priori, ci sembrano talmente ovvie che quasi sempre non ne siamo neppure coscienti e al tempo stesso siamo loro affezionati. Le abbiamo profondamente interiorizzate e ci appaiono una parte ineludibile di noi stessi. Ma quando ci sono contrasti di premesse l’arte di dimostrare che abbiamo ragione, di dimostrare ‘razionalmente’ all’altro che esiste una realtà oggettiva là fuori e noi ne siamo gli unici veri interpreti, è l’arte della cecità.
Von Glaserfeld prima ha sollevato la domanda: “Che cos’è la realtà?” La realtà è un principio esplicativo. Noi usiamo ‘la realtà come un argomento di sostegno a una spiegazione. Ma poi ecco aggiungersi l’altra rivendicazione: quella che la tua spiegazione è più vera dell’altra e questo lo facciamo non solo quando si tratta di una questione minore, logica, ma anche quando il contrasto Š una questione di premesse. Cerchiamo sempre l’argomento più convincente.
Nei contrasti fra credenze religiose questo possiamo forse vederlo meglio; non appena uno avanza la pretesa di possedere l’unica verità, l’unica cosa che si ottiene non è la riduzione del contrasto iniziale, ma la creazione di un altro contrasto ancora più ampio e molto più pericoloso.
L’intelligenza è prima di tutto una capacità di conciliazione, una questione di sensibilità.
Potreste chiedermi: cos’hanno a che vedere queste affermazioni con le tue specifiche competenze di scienziato nel campo della biologia? Hanno moltissimo a che vedere. In fondo tutti i problemi e tutte le risposte su che cosa è la conoscenza, l’intelligenza, l’apprendimento e l’insegnamento, l’integrazione sociale, il rapporto fra teoria e pratica, tutti questi grandi temi e problemi dipendono dalla risposta a questa domanda più basilare: “Che cos’Š un essere vivente?”

