Skip to main content

autore: Autore: Marina Riviello

11. Un cambiamento evolutivo

di Marina Riviello, educatrice professionale

“I servizi che cambiano dall’interno, cambiano proprio per questa capacità che qualcuno ha di viverli, conoscerli, capirli e modificarli. E tra questi i primi “portatori di cambiamento” se hanno spazio per essere protagonisti sono proprio loro, “gli utenti”.

Dove vanno i centri per persone con handicap grave?
Dove vanno i ragazzi cresciuti nei centri per gravi?
Dove vanno gli educatori e le educatrici che hanno lavorato nei centri?
Come e perché cambiano i servizi?
Si cresce, si cambia anche quando si ha un deficit grave o più di uno. Come si è cambiati e come si è potuti crescere possono avere un forte impatto su come i servizi possono evolversi, su come si possono modificare per rispondere a nuovi bisogni.
Molto del lavoro di questi anni al centro è stato leggere i nuovi bisogni. Confrontarsi per capire il cambiamento producendo continue modifiche per aggiustare il tiro. Questo non è stato fatto solo sul quotidiano, sui singoli bisogni esistenziali, ma anche, ed è stata una delle fatiche maggiori, confrontandosi con altri, voler sapere degli altri anche se gli altri, (servizi, colleghi, famiglie, volontari ecc.) sono diversi da noi. C’è stata cura nel capire quanto stava cambiando, dentro e fuori il centro, e quali margini, progetti, interventi nuovi cominciavano ad esistere o potevano esistere se stimolati, richiesti. Rendersi visibili, esistere, rendersi “RISORSA” chiedere servizi per altri per averli più vicini per integrarsi con loro, se non sulla quotidianità, se non ogni giorno comunque nella progettualità, negli spazi possibili.

Il bisogno di essere nel cambiamento
Impresa questa che ha legato alla vita del centro educatori ed educatrici con idee e capacità professionali che altrimenti si sarebbero disperse in altri servizi, altre attività non necessariamente educative. Spesso le educatrici e gli educatori vanno via dai centri, a volte è per fatica, ma spesso, molto spesso è per mancanza di prospettive, di senso che si riesce a dare alle cose. E’ per quel bisogno di essere nel cambiamento, di viverci, di esserne attori consapevoli che ci spinge a scegliere questa strana professione e che, se manca o se non è continuamente rivissuto e rivisto, ci spinge via, lontano. Nell’andar via, ognuno porta con se qualcosa, qualcosa che non ci sarà, non sarà disponibile nell’attivare cambiamenti o percorsi. Quello che si è letto, quello che si è ipotizzato o creato con gli altri colleghi ed utenti si interrompe o scompare. Quindi andrebbe formulata un’altra domanda: “Cosa portano con se gli educatori che se ne vanno?”. Sicuramente idee, esperienze, capacità che poi dovranno essere di nuovo insegnate, apprese, vissute, elaborate.

I portatori di cambiamento
I servizi che cambiano dall’interno, cambiano proprio per questa capacitàche qualcuno ha di viverli, conoscerli, capirli e modificarli. E tra questi i primi “portatori di cambiamento” se hanno spazio per essere protagonisti sono proprio loro “gli utenti”. Alcuni hanno bisogno di andare, altri di rimanere, altri di collocarsi diversamente, altri di arrivare e modificare. Molti hanno bisogno di più di una risposta ma soprattutto di una risposta confrontata tra più pensieri, più vedute, magari quelli di più interlocutori (servizi, famiglia, volontari ecc.). Risposte che nascono da qualcosa che c’era prima per andare verso qualcosa che ci sarà poi. Risposte che familiarizzano con l’esperienza, con un sapere che ha radici nell’esistere. Tutti questi pensieri disgregati mi portano a formulare un’altra domanda: “Qual è il cambiamento ottimale per i servizi che si occupano di persone e delle gestione di parte della loro vita?
Un cambiamento evolutivo.