Che stress essere piccoli!
di Rosa Masciopinto, attrice, insegna improvvisazione teatrale all’Accademia nazionale d’arte drammatica “S. D’Amico” di Roma
C’era una volta un povero contadino, che una sera stava seduto presso il focolare e attizzava il fuoco, mentre sua moglie filava. Disse: come è triste non aver bambini! È così silenziosa casa nostra! È dagli altri c’è tanto baccano e tanta allegria.
Sì, rispose la donna sospirando, anche se fosse uno solo, sia pur piccolissimo, non più grosso di un pollice sarei già contenta; e gli vorremmo un gran bene. Ora avvenne che la donna cominciò a star male, e dopo sette mesi diede alla luce un bambino, perfettamente formato ma non più alto di un pollice.
Dissero: È tale quale ce lo siamo augurato e sarà il nostro caro figlioletto;e, dalla statura, lo chiamarono Pollicino. Non gli lesinarono il cibo, ma il bimbo non crebbe, rimase quel che era stato fin dal primo momento; ma aveva uno sguardo intelligente e ben presto si dimostrò un cosino svelto e giudizioso, che riusciva in tutto quel che intraprendeva.
(Brano tratto da: Jacob e Wilhelm Grimm, Pollicino)
Quando è passata la legge che obbliga all’uso delle cinture durante la guida per me è stato un giorno triste: sono alta un metro e mezzo e, se sono al volante, la cintura diventa uno strumento di tortura. Stringe esattamente sotto la giugulare e, soprattutto d’estate, quando il collo è più libero dai vestiti, finisce per arrossarsi e farmi male. Sono di carnagione delicata e quel segno rosso rimane a lungo e c’è sempre qualcuno che mi chiede se mi sono fatta male, quando non fa battute che alludono a gusti sessuali un po’ particolari.
Inoltre, appartenendo al genere femminile, sono dotata di seni, zona sensibile, soprattutto in alcuni periodi, quelli decisi dalla natura e dai suoi cicli ormonali: se fossi più alta forse quella stringa nera riuscirebbe a passarci in mezzo. E invece no: la cintura schiaccia inesorabilmente il mio seno destro, procurandomi disagio, fastidio, insofferenza, dolore. Ultima cosa da sottolineare è che abito in una metropoli, sono una libera professionista e mi muovo molto, con i tempi serratissimi di una grande città che non offre una gran comodità di mezzi pubblici. Mi trovo a passare molto tempo nella mia auto: la cintura schiaccia, stringe, tira e io sbuffo, mi agito e, in alcuni periodi, soprattutto in quelli decisi dalla natura e dai suoi cicli ormonali, la mia volontà, intelligenza e capacità di tolleranza non bastano a mantenermi civile cittadina del mondo.
La cintura è uno strumento meccanico, basato su un principio di scivolamento intorno a una sorta di carrucola di plastica: una volta agganciato il suo gancio dovrebbe rimanere lì, lunga quanto la distanza tra i suoi due attacchi. E invece no: lei è viva, si assesta piano piano e piano piano, impercettibilmente, tira indietro, sempre di più, fino a soffocarmi. D’altronde non fa altro che rispondere alla sua funzione: quella di proteggere il busto di un essere umano dai contraccolpi violenti dovuti alle frenate brusche, evitando di spaccare il parabrezza con la fronte. La cintura è programmata per proteggere e lo fa sempre, anche quando non ce n’è bisogno: sembra che ti abbracci, invece ti stringe, ti opprime come una mamma ansiosa o un amante geloso, categorie umane alquanto pericolose!
Ho provato a comprare un aggeggio di plastica che, applicato alla carrucola di scorrimento, dovrebbe allentare un po’ quell’abbraccio morboso, ma non solo il maledetto nastro non scorreva più bene, ma, quando lo sganciavo, rifiutava di riarrotolarsi: con aria patetica rimaneva abbandonato sul sedile. Nel periodo del suddetto esperimento, spesso, quando tornavo alla mia auto, lo vedevo ciondolare per terra, fuori dall’auto, schiacciato dallo sportello chiuso, con un’aria come per dire: “Guarda cosa mi hai fatto, crudele!”. Io? Sei tu che mi costringi, in tutti i sensi, tu e la legge, quella che mi obbliga a usarti!
Lo so, potrei chiedere l’esonero, pare che possano ricorrervi tutti quelli alti meno di un metro e mezzo e tutti quelli più alti di un metro e ottanta, pare che abbiano pensato anche a noi! E non sto qui a fingere di aver sprecato del tempo nel cercare l’ufficio dove si fa una cosa del genere, né a descrivere la fila davanti a uno sportello dei vigili urbani e i lunghi moduli da riempire, no. Non l’ho ancora fatto, non ci ho ancora provato, quindi non so nemmeno se si può fare veramente o se questo esonero è solo una leggenda metropolitana. Potrei elencare una serie di motivi che mi hanno impedito un ennesimo viaggio nella burocrazia, ma mi rendo conto che l’ostacolo più grosso alla mia ricerca di libertà è che non mi va di darmi da fare per dimostrare che non rientro nei parametri decisi dalla legge, che non rientro nella norma, insomma…
Ho passato tutta la vita a cercare di sentirmi normale: non sono bassa, sono piccola! Non sono sotto la media, sono minuta e “in picciol vaso prezioso unguento”! Mi vesto nei negozi per bambini perché gli stilisti per bambini hanno gusti eccellenti e mi piace uno stile sportivo! E le scarpe basse non le scelgo perché non trovo il trentaquattro con i tacchi, ma perché adoro questo tipo di calzature, sono comode! E non è vero che, a tavola, mi siedo sempre allo stesso posto perché ho segato le gambe della sedia, potendo così finalmente appoggiare i piedi comodamente per terra, ma perché sono semplicemente un’abitudinaria! E ho studiato per anni arti orientali e training autogeno per trovare un equilibrio nel mondo, non per evitare crisi di claustrofobia quando mi trovo nella folla attorniata da gente altissima!
Insomma non ho mai preteso che le norme si adattassero a me, ho cercato sempre un modo creativo per sentirmi normale.
Lo decisi a 11 anni di sentirmi normale, in prima media.
Prima di quell’età si è tutti piccoli e io mi sentivo come gli altri.
Poi ci fu lo sciopero!
Le scuole medie erano nello stesso edificio del liceo classico e gli studenti avevano deciso di aderire a una protesta nazionale, ma io non ne sapevo nulla, né dell’iniziativa, né delle motivazioni di quella decisione.
Non è che avessi una coscienza politica a quei tempi, sapevo solo che quel giorno c’era compito in classe e io avevo studiato molto.
Quella mattina, davanti alla scuola, c’era un cordone di studenti che urlavano e che impedivano a chiunque di passare.
Cercai di attirare l’attenzione di qualcuno, ma gli sguardi degli altri mi passavano sopra la testa, provai a rivolgermi a un ragazzone dall’aria arrabbiata, ma c’era troppo rumore e non mi sentiva.
La campanella doveva essere suonata da un pezzo: decisi di passare lo stesso e cercai di farmi largo tra le anche di quel ragazzone e quelle del suo vicino e, solo a quel punto, lui mi notò: mi acchiappò per la collottola sollevandomi da terra come uno straccetto.
– Dove hai intenzione di andare ?
– A scuola, ho compito in classe.
– Vai via, nana!
E mi scaraventò lontano.
Se mi avesse spiegato qualcosa, se avesse cercato di convincermi che quello sciopero era per difendere anche i miei diritti, forse, mi dico, sarei rimasta lì con loro. Ma non lo fece, non ci provò nemmeno.
Ricordo il pizzicore delle lacrime negli occhi anche se non sapevo ancora che quello che stavo provando si chiamasse umiliazione, sapevo solo che quello che sentivo nel petto era come un dolore e che quel dolore stava bussando a una porta di un sentimento nuovo che, col tempo, avrei definito “orgoglio”. So solo che, quando quella porta si è aperta, ne è uscita la rabbia: ma cosa se ne fa una bambina della rabbia? Soprattutto quando la persona che l’ha provocata è enorme, cattiva e indifferente?
Quella botta di adrenalina aveva richiamato più ossigeno al mio cervello e il mio obiettivo ora non era più un semplice compito in classe: ora io avevo bisogno di esistere.
Sto raccontando di tempi in cui i ragazzini ancora potevano giocare per strada e, anche se il paese era piccolo, io lo conoscevo bene: se la strada principale era bloccata, c’erano i vicoli! Feci un giro larghissimo, lunghissimo, ma alla fine raggiunsi il portone della scuola e, prima di attraversarlo, mi girai a guardare quelle schiene urlanti e prepotenti e mi sentii felice: solo che quella sensazione durò poco.
La scuola era deserta, quando entrai nella classe vuota mi resi conto di quanto era grande. Ce l’avevo fatta, ero riuscita a raggiungere il mio scopo, ma a cosa serviva, adesso? Ero lì, sola, svuotata. Col mio inutile vocabolario sul banco. Ma evidentemente quello era il giorno in cui la vita aveva deciso di farmi alcune rivelazioni e così mi spinse a superare l’annichilimento suggerendomi di aprire quel libro che da allora preferisco a qualsiasi altro: cercai sul dizionario quella parola sconosciuta che urlavano tutti, che era scritta su tanti cartelli.
Sciopero: cessazione del lavoro di operai, collettivamente, allo scopo di imporre ai padroni patti diversi da quelli stabiliti… astensione… per protesta… fatto per ragioni politiche… incrociando le braccia… per appoggiare nella lotta altre categorie di lavoratori…ostruzionismo… crumiro! Chi è il crumiro? Crumiro: di popolazioni berbere… operaio che lavora durante uno sciopero. Io ero una crumira!
La mia azione individuale di protesta a una protesta che forse era giusta non era servita a niente e a nessuno se non a farmi sentire inutile: per non sentirmi diversa, avevo finito per esserlo davvero. La cosa positiva era che cominciavo a esserne consapevole: tutto sarebbe stato meglio di quella solitudine, di quell’amarezza, di quello sperdimento provati in quell’aula vuota. Stavo diventando grande insomma, e avevo voglia finalmente di far parte del mondo, di non esserne buttata fuori e di non tagliarmene fuori.
Certo l’intelligenza e la fantasia si possono allenare, si può tener viva la curiosità, nutrire la voglia di esserci e di andare avanti, oggi come oggi si può addirittura essere anche più belli, ma quando ti siedi al posto di guida della tua auto e il tuo corpo non rientra nei parametri standard, quella maledetta cintura continuerà a strozzarti.
E allora? Allora forse è tempo di chiedere quel benedetto esonero, senza viverlo come un’umiliazione, ma anzi considerandolo un’opportunità: mi costerà del tempo e sicuramente non sarà facile, ma vuoi mettere guidare senza quello strumento di tortura?
Certo, se la polizia mi fermerà, dovrò ogni volta dimostrare di essere esonerata e ogni volta penserò: che stress essere piccoli!

