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autore: Autore: Sandro Stanzani

11. Terzo settore e comunicazione, ovvero: qual è il sociale della comunicazione?

di Sandro Stanzani, docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università di Verona

Premessa
Da circa un decennio a questa parte il tema della comunicazione ha conosciuto un più acceso interesse da parte delle scienze sociali e dell’opinione pubblica, tant’è che si connota la società contemporanea come società della comunicazione, mentre le scienze psicologiche, quelle economiche e quelle politiche riflettono sulle ricadute che la comunicazione ha sul benessere soggettivo, così come sul successo politico dei leader o sul risultato economico organizzativo delle imprese. In un tale panorama, anche un altro fenomeno sociale, oggetto di particolari attenzioni nel corso degli anni 80 e 90 e giudicato da scienziati, politici ed operatori depositario di importanti capacità innovative, non poteva non fare i conti con il tema “gemello” della comunicazione. Ci riferiamo al caso del terzo settore, privato-sociale, che, guadagnando consensi e interesse da parte di molti attori sociali, ha visto gli studiosi di comunicazione e di marketing interessarsi al fenomeno ed utilizzare gli strumenti concettuali elaborati dai communication studies con l’intenzione di promuovere l’emergenza del nuovo settore sociale. Agli occhi di un osservatore “esterno” una tale operazione è parsa, in alcuni casi, fuorviante perché gli schemi teorici adottati sono stati ottenuti attraverso la ricerca sui processi comunicativi ed organizzativi generati e sviluppati nell’ambito delle organizzazioni for profit e poi, in un certo senso, “appiccicati sopra” le dinamiche comunicative del terzo settore. Ritorna alla mente il titolo di un vecchio libro: “Teoria della società o tecnologia sociale?” attraverso il quale uno degli autori (Jurgen Habermas) attirava l’attenzione sul rischio che corrono le scienze sociali di applicare i risultati delle loro ricerche alla sfera sociale producendo delle tecnologie sociali che non si interrogano sulle conseguenze inerenti le relazioni umane. Con questo articolo intendo “scongiurare” il rischio di un tale isomorfismo comunicativo tra i vari settori della società (Stato, mercato, e privato sociale) e contribuire alla riflessione sulla specificità comunicativa del terzo settore.

Tra tanti tipi di comunicazione alla ricerca del “sociale” della comunicazione
Il pensiero riflesso dell’umanità ha da sempre riflettuto sul tema della comunicazione fornendo una serie notevole di prospettive d’osservazione. Certamente il risultato più eclatante del pensiero riflesso sulla comunicazione è stato l’invenzione della comunicazione mediata, realizzata principalmente con l’invenzione della scrittura e raffinata poi attraverso l’invenzione della stampa e dei mezzi di comunicazione di massa. L’effetto è stato ovviamente quello di moltiplicare le possibilità comunicative dell’umanità, cosicché oggi ci troviamo di fronte a tantissimi tipi di comunicazione, che gli stessi communication studies faticano a codificare e a interpretare.
Tuttavia pur nella molteplicità e nella complessità delle dinamiche di sviluppo della comunicazione mediata sembra di poter rintracciare una sorta di sottofondo comune che funge da motore dei processi: si tratta della autonomizzazione degli attori della comunicazione e della comunicazione stessa. Oggi quando si parla di “società in rete” o di “società della comunicazione”, di “società della mente”, di “intelligenza collettiva”, di “identità virtuali” e di “esseri digitali”, si ha in mente una società nella quale vi sono sempre più comunicazioni mediate che si autonomizzano dalle relazioni e dai legami sociali della vita quotidiana, così come dalle istituzioni sociali e culturali . Uno degli esempi più eclatanti di autonomizzazione delle comunicazioni dalle relazioni e dai legami sociali è certamente “second life”, un originale gioco in 3D nel quale, in virtù del sistema di comunicazione fortemente autonomo che è la rete, i partecipanti (al momento si parla di 6milioni di giocatori) assumono un’identità virtuale, divengono degli “esseri digitali”, con una vita propria (una seconda vita, liberata da vincoli materiali, relazionali, istituzionali, culturali, etc.) in un “meta mondo”. Ma anche forme più “normali” di comunicazione tramite internet presentano forti tratti di autonomia dai legami sociali, culturali, morali e giuridici, si pensi alle chat line, ad altri giochi interattivi, ed alle molteplici ribalte per la presentazione (e talvolta per la creazione) del self tramite testi e filmati, ad esempio attraverso i blog od altro, che consentono la realizzazione di molteplici incontri casuali nella vita quotidiana mediata. Si tratta di altrettante occasioni per favorire un aumento delle possibilità di comunicazione, per rendere queste ultime sempre più numerose, fluide, flessibili e probabili. Il grande progresso della comunicazione mediata ha reso più indipendenti emittente, ricevente e lo stesso messaggio coinvolti nel processo di comunicazione. Nella comunicazione mediata non è possibile reperire le informazioni emergenti dall’interazione faccia a faccia, il tutto avviene nel messaggio enunciato, tutte le informazioni si riassumono in esso, che acquista così una certa autosufficienza e autoreferenzialità, divenendo tuttavia il veicolo attraverso il quale sono simbolizzati e rappresentati i simulacri dell’emittente e del ricevente , per ciò stesso presenti nel processo comunicativo solo come simulacri, e non come soggetti in interazione. Un tale processo di autonomizzazione delle dinamiche della comunicazione ha consentito il moltiplicarsi delle possibilità di comunicazione, generando molte più possibilità di esperienza, di azione e di relazione sociale dalle quali tutti noi oggi traiamo vantaggio. Tuttavia ha, in un certo modo, trascurato gli aspetti di reciprocità e di legame sociale che, come sanno i sociologi dalle origini della disciplina (si vedano, ad esempio, i lavori di Weber e Simmel) sono impliciti nelle relazioni sociali. Una tale trascuratezza degli aspetti di reciprocità della relazione è talvolta foriera di problemi, di effetti negativi e perversi per la vita umana in società. Quando le scienze sociali e della comunicazione affermano che “occorre comunicare per esistere” o che “le cose non comunicate non esistono”, condannano chi comunica, e le cose che comunica, ad un sottofondo nichilista o nel migliore dei casi ad un’originaria condizione di isolamento. Estremizzando, sembra di poter dire che dal punto di vista della società oggetti e soggetti sociali si trovano privati della loro esistenza e possono essere portati alla luce solo dalla potenza creatrice della comunicazione.
Il processo di autonomizzazione della comunicazione (dai vincoli delle sfere socio-cultuali esterne al sistema dei media, così come l’autonomizzazione dei singoli attori della comunicazione: emittente, ricevente, astanti, etc.) è stato accompagnato da quello della sua differenziazione. Non si tratta solo della differenziazione tra interazione faccia a faccia, interazione mediata e comunicazione di massa, ma anche della differenziazione interna ai processi della comunicazione di massa. Ciò che è più rilevante in questa sede è il processo di differenziazione che ha portato le scienze della comunicazione a distinguere nell’ambito della comunicazione di massa la comunicazione privata, quella pubblica e la comunicazione sociale. Lo statuto di queste forme di comunicazione è tutt’altro che definito, in particolare per ciò che riguarda la comunicazione sociale. In effetti non è chiaro perché si debba qualificare come sociale una certa forma di comunicazione di massa. Ogni tipo di comunicazione, in quanto presuppone una forma (più o meno piena) d’interazione, non è di per se stesso sociale? Allora perché parlare di comunicazione sociale? Cosa c’è di sociale nella comunicazione sociale? La risposta a questa domanda è decisiva per comprendere il fenomeno. In realtà le diverse definizioni (pubblica, privata e sociale) mettono in relazione i processi della comunicazione di massa con le sfere istituzionali della società (Stato mercato, etc.). Un’incursione nei risultati prodotti dalle scienze della comunicazione può tornare utile per capire meglio il fenomeno. In genere le scienze sociali hanno utilizzato tre criteri per differenziare i tipi di comunicazione mediatica: l’emittente, il contenuto e la finalità del messaggio.
Molto spesso la distinzione tra i vari tipi di comunicazione è realizzata o a partire dal tipo d’organizzazione che opera come emittente e realizza la campagna. Si parla così di comunicazione “privata” in riferimento alla comunicazione pubblicitaria commerciale ad opera delle imprese.
Mentre si parla di comunicazione pubblica , per le campagne di comunicazione realizzate dagli enti pubblici su tematiche di interesse generale. All’interno di questa categoria gli autori hanno distinto poi altre tipologie :
-comunicazione istituzionale volta a dare visibilità e a promuovere l’immagine degli enti dell’organizzazione pubblica;
-comunicazione (o informazione) normativa che rende pubbliche le decisioni e le azioni delle organizzazioni pubbliche ;
-comunicazione di pubblico servizio avente lo scopo di diffondere la conoscenza e l’utilizzo dei servizi di interesse generale offerti al cittadino .
Ed infine si parla di comunicazione di solidarietà sociale per ciò che riguarda l’azione comunicativa degli enti nonprofit (Faccioli 2000; Grandi 2001).
Si riferisce invece al contenuto del messaggio Mancini (1999, XI-XIV) che definisce “comunicazione sociale propriamente intesa” quella comunicazione volta a promuovere “un’idea, un valore, un tema d’interesse generale relativamente controverso”, e Gadotti (2001, 24), per la quale “la comunicazione sociale è quell’insieme di attività di comunicazione, messo in atto da un soggetto pubblico o privato, volto a promuovere finalità non lucrative e avente per oggetto tematiche di interesse sociale ampiamente condivise”.
Altrove, Gadotti (2005, 48) affianca all’aspetto di contenuto lo scopo della comunicazione sociale che “riguarda temi, questioni e issues di interesse generale, il cui obiettivo prioritario è quello di sensibilizzare o educare determinati pubblici di riferimento”. Al criterio della finalità guarda più decisamente Morcellini (2004), quando parla della comunicazione sociale come di un “ambito estremamente ampio ed eterogeneo, caratterizzato da una logica chiamata a provocare un effetto onda all’interno dei rapporti sociali e da cui si propagano orientamenti condivisi”.
Vi è anche chi (Fabris 1992) utilizza il concetto di comunicazione sociale per applicarlo esclusivamente al campo della comunicazione persuasiva, cioè alla pubblicità, e distingue, nell’ambito della pubblicità senza scopo di lucro, tra:
advocacy advertising come la forma di comunicazione più simile alla pubblicità commerciale poiché orientata ad “ottenere il consenso intorno a tematiche su cui esiste una manifesta o latente divergenza di opinioni […] La sua finalità consiste essenzialmente nel fare chiarezza su aspetti controversi, sostenendo posizioni chiaramente di parte, anche se spesso si sottolinea la presunta universalità delle tesi sostenute” (Fabris 1992, 587);
pubblicità pubblica come forma di comunicazione che radica nell’attività informativa svolta degli enti pubblici moderni , ma da essa si distingue nettamente per via del suo dichiarato intento persuasivo intorno a temi di interesse collettivo volto a stimolare processi di crescita sociale o per promuovere l’immagine degli enti pubblici, renderne trasparente l’azione e facilitare al cittadino l’uso dei servizi;
pubblicità sociale come forma di comunicazione persuasiva che, indipendentemente dall’organismo che la realizza, è finalizzata alla “promozione di finalità socialmente rilevanti siano queste la prevenzione dei tumori o la campagna contro l’Aids, la dissuasione dal fumo …” (ibidem, 589).
Questi criteri, che peraltro compaiono spesso affiancati e sovrapposti nei diversi autori, presentano indubbi motivi d’interesse e utilità, ma risultano tutti in qualche modo parziali, non riuscendo a coprire la pluralità di forme comunicative della galassia estremamente diversificata delle organizzazioni di terzo settore, né in qualche modo a coglierne la specificità.
Ciò diviene possibile alla luce di un criterio più generale ed inclusivo. Si tratta di definire la comunicazione sociale utilizzando il criterio della modalità comunicativa, e considerarla come un particolare tipo di relazione caratterizzata da una specifica attenzione alla dimensione di reciprocità coinvolta in ogni relazione sociale e tradotta in codice comunicativo specifico. Quest’ultimo è caratterizzato dal riconoscimento di un legame con l’interlocutore e da forme di scambio (comunicativo e materiale) nelle quali i partner realizzano mosse di apertura reciproca nella convinzione che queste valorizzino la relazione con l’interlocutore (singolare o plurale, individuale o collettivo) e che dalla stessa relazione emerga un effetto positivo per tutti i partner.
In sintesi: la comunicazione sociale è l’insieme delle modalità comunicative basate sulla fiducia, la cooperazione e la reciprocità, cioè su un modo di interpretare le relazioni sociali e la loro dimensione di legame e riferimento reciproco come una risorsa e/o come un bene per tutti i soggetti personali coinvolti. La comunicazione sociale si fonda su e si alimenta in tali relazioni e, a sua volta, ri-produce, estende e generalizza orientamenti simbolici (in sintesi: uno “sguardo” verso il sé e l’altro) che rafforzano e valorizzano (tutte) le relazioni fiduciarie, di reciprocità e di responsabilità sociale. Potremmo anche dire, facendo riferimento ad un concetto che si è ormai affermato nel dibattito sociologico internazionale, che la comunicazione sociale è l’insieme delle relazioni comunicative che producono e riproducono “capitale sociale” .

Terzo settore e comunicazione sociale
Così intesa, la comunicazione sociale non è un processo tipico di un particolare emittente. La si può ritrovare nelle comunicazioni delle organizzazioni statali, così come di quelle imprenditoriali e nonprofit. Tuttavia le organizzazioni di privato sociale, per le loro caratteristiche specifiche si candidano ad essere il settore della società nel quale la comunicazione sociale si può realizzare con maggiore facilità e “felicità”.
Si tratta allora di comprendere quali sono i tratti specifici dell’identità del terzo settore.
L’interesse per le organizzazioni di terzo settore è maturato nel mondo contemporaneo in conseguenza della crisi del welfare state. La crisi ha avuto aspetti di natura economico finanziaria, ma sono apparsi anche motivi di insoddisfazione di tipo simbolico culturale, nel senso che ci si è resi conto dell’esistenza di bisogni psicologico relazionali che non potevano trovare la loro soddisfazione nelle strutture del welfare classico, il quale poteva “solo” garantire più diritti, più servizi e più risorse economiche, ma non relazioni interpersonali faccia a faccia, gratuite e orientate alla persona . Sono così comparse sulla scena esperienze sociali nuove, che hanno tentato di dare risposta ai bisogni psicologico relazionali dei cittadini. Su tutte, in Italia, in quegli anni, spiccavano le esperienze del volontariato. All’epoca il volontariato nostrano si auto-candidava ¬¬– nelle parole dei suoi dirigenti – a svolgere attività di compagnia e accompagnamento, senza sostituirsi ai servizi di welfare, che restavano un diritto del cittadino da garantirsi ad opera delle politiche sociali pubbliche. Dopo quella stagione le esperienze di volontariato sono cresciute, sono maturate ed hanno certamente modificato la loro struttura e la modalità d’azione. Fenomeni analoghi sono emersi anche in altri paesi occidentali. Le scienze sociali hanno interpretato l’emergere del fenomeno come conseguenza del fallimento, in alcuni settori, dei meccanismi di allocazione delle risorse tipici del mercato e dello Stato. Una tale teoria fornisce un’immagine residuale del terzo settore e lo condanna alla marginalizzazione, nel senso che, una volta messi a punto dei meccanismi per ovviare ai fallimenti dello Stato e del mercato, il terzo settore è destinato a sparire.
Una teoria più interessante è quella che ne definisce l’identità a partire da alcuni processi tipici della modernità. In particolare il processo di autonomizzazione soggettiva e delle sfere sociali operata dalla società moderna. Infatti, se lo Stato di diritto ed il mercato auto-regolato possono essere considerate le due istituzioni principali di cui si è dotata la modernità per realizzare il proprio obiettivo di promozione dell’autonomia individuale, si può ipotizzare che le organizzazioni di terzo settore siano venute affermandosi nella modernità matura come una forma istituzionale che, anziché procurare di promuovere l’autonomia, sottolinea e promuove la dimensione di legame e di reciprocità implicata in ogni relazione sociale . Dal punto di vista teorico si può ipotizzare che nella relazione sociale sia coinvolta una dimensione di libera e autonoma intenzionalità soggettiva, senza la quale non si dà relazione sociale, ma, al tempo stesso la relazione sociale è possibile se è contemplata dagli attori una dimensione di reciprocità che costituisce un più o meno forte, e più o meno positivo, legame tra gli attori in gioco. Dunque autonomia e legame sociale sono le due facce della relazione sociale. Le organizzazioni di privato sociale suppliscono ad un vuoto simbolico e istituzionale configurandosi come il luogo in cui il legame reciproco viene simbolizzato come valore in sé, come un bene comune, e istituzionalmente tradotto in modalità organizzative ed operative adeguate al contesto sociale moderno (Stanzani 1998).
È per questo motivo che dal punto di vista delle modalità d’utilizzo delle risorse (donazioni e agire volontario), dei fini (prosociali) e dei prodotti dell’azione (beni relazionali), delle regole e dei criteri di gestione (rendicontabilità sociale, coinvolgimento degli stakeholders, governance societaria) e dei valori (reciprocità, fiducia, solidarietà, altruismo, cooperazione), il terzo settore presenta caratteristiche diverse da quelle tipiche degli altri settori della società. Non è possibile soffermarsi in questa sede sugli aspetti citati , ma è chiaro che una tale prospettiva ha importanti conseguenze per ciò che riguarda i processi comunicativi del terzo settore e lo spingono a realizzare forme di comunicazione sociale sia nelle relazioni interne sia nelle relazioni esterne.
La comunicazione interna. La comunicazione è il medium fondamentale della relazione interpersonale e va dunque curata in modo particolare all’interno delle organizzazioni del terzo settore, indirizzandola alla valorizzazione del legame d’interdipendenza tra gli attori, favorendo la partecipazione e la comprensione reciproca, sia per quanto riguarda le relazioni tra i membri dell’organizzazione, sia per quanto riguarda eventuali relazioni d’aiuto e di cura, che spesso il terzo settore si è assunto il compito di realizzare.
La comunicazione esterna. Per quanto riguarda la comunicazione esterna vale il medesimo principio: è la comunicazione del valore attribuito alle relazioni sociali, alla fiducia, alla cooperazione, alla responsabilità sociale e all’aiuto nei confronti di chi si trova in situazioni di difficoltà a caratterizzare il terzo settore. Ciò che distingue la comunicazione delle realtà di privato sociale non è la promozione di temi d’interesse generale, ma la comunicazione esterna dell’intrinseca dimensione di reciprocità della relazione. In un certo senso si tratta di comunicare nella sfera pubblica un modo di intendere e praticare le relazioni che ne valorizza le dimensioni di reciprocità, di legame e di responsabilità sociale: è questo che rende effettivamente sociale e credibile la comunicazione delle organizzazioni di terzo settore. La comunicazione esterna può avere come obiettivi la raccolta fondi, la promozione di tematiche di politica sociale, di tutela dei diritti di categorie svantaggiate, etc. essa sarà efficace nella misura in cui l’organizzazione imposta la propria attività comunicativa mostrando di avere a cuore la relazione con le categorie sociali di cui si occupa .

(*) Docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’università di Verona

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Identità e ruolo delle famiglie e delle associazioni nel welfare

Il ruolo e l’identità dell’associazionismo e delle famiglie
La modernità giustamente impegnata nel processo di autonomizzazione dell’individuo pare avere perso per strada la dimensione

 

della reciprocità e del legame sociale, che al pari dell’autonomia individuale è elemento costitutivo imprescindibile delle relazioni sociali . Ciò ha contribuito a considerare marginali e residuali i contesti di azione sociale che maggiormente utilizzano i codici della reciprocità e della solidarietà, come la famiglia e il settore associativo. Ma giunta ad una fase matura del suo sviluppo, la modernità incontra una serie di fallimenti e di crisi, riconducibili alla scarsa rilevanza affidata alle dimensioni reciprocitarie e di legame delle relazioni sociali. Pertanto è auspicabile che nel loro processo di sviluppo le società occidentali moderne modifichino il tiro del loro progetto e si volgano a promuovere l’autonomia delle sfere di relazione sociale. Ciò significa che occorre riconoscere alle famiglie e alle varie forme associative private, che non agiscono per profitto o su comando, un ruolo istituzionale forte, pari a quello riconosciuto al mercato e allo stato. Ciò vuol dire pensare di elaborare un insieme di diritti delle sfere di relazione reciprocitarie, un diritto sociale non individualistico né dipendente dal sistema pubblico, ma un diritto che riconosca appunto l’autonomia delle sfere di relazione reciprocitarie. Un’autonomia che deve essere intesa in senso relazionale e non autoreferenziale. Ciò significa che il diritto deve essere in grado di riconoscere l’identità specifica delle sfere di relazione reciprocitarie, che consiste nella loro capacità di accentuazione della dimensione di legame delle relazioni sociali. In sintesi, se dovessimo individuare l’identità ed il ruolo delle associazioni sociali e delle organizzazioni di terzo settore/privato sociale, diremmo che l’identità specifica consiste appunto nell’accentuazione della dimensione della reciprocità delle relazioni sociali, ed in virtù di questo tratto specifico esse dovrebbero essere chiamate nella società dopomoderna a svolgere istituzionalmente un ruolo di diffusione, di messa in circolo all’interno del contesto societario più esteso, di una semantica ed una cultura della relazione come appartenenza, contribuendo così, assieme alle istituzioni che maggiormente sottolineano gli aspetti di autonomia delle relazioni come il mercato e lo stato, a promuovere entrambe le componenti della relazione sociale a tutto vantaggio dell’intera società, che essendo costituita di relazioni sociali necessita di un preciso riconoscimento simbolico culturale e di un sostegno istituzionale di entrambe le dimensioni della relazione stessa.

 

Indicazioni operative per un welfare di comunità orientato alla famiglia
Dall’analisi effettuata, quali istruzioni operative possiamo formulare in vista della costruzione di un nuovo sistema di welfare che sappia riconoscere il ruolo essenziale che sono chiamate a svolgere nelle società contemporanee le famiglie e le forme di privato sociale? Dalla sociologia relazionale abbiamo appreso che nelle società contemporanee assistiamo ad un fenomeno, per certi versi paradossale, di produzione e moltiplicazione delle relazioni sociali da un lato e di incapacità del sistema culturale e delle istituzioni di vedere, interpretare e produrre relazioni sociali concrete dall’altro. Le relazioni sociali sembrano farsi più astratte, sino a trasformarsi in relazioni formali . Ora, bisogna però tenere presente che le persone divengono tali solo attraverso relazioni, solo se fanno esperienza di relazioni sociali concrete. Pertanto, la prima indicazione concreta che si può dare riguarda l’importanza di produrre relazioni sociali. Nel quadro teorico offerto dalla sociologia relazionale, proposta in Italia da Donati, è formulato il principio secondo il quale nelle relazioni sociali sono sempre e comunque presenti due componenti analitiche, una dimensione di intenzionalità soggettiva ed una dimensione di legame. In ogni relazione sociale: 1- il soggetto mette qualcosa di sé, della sua intenzionalità, delle sue motivazioni, della sua volontà e affettività; 2- il soggetto si trova di fronte a legami, a vincoli che sono posti da altri, dagli interlocutori, dalla loro prospettiva, dalla loro intenzionalità, etc. Perché esista una relazione sociale occorre che vi sia un riconoscimento reciproco tra i partner; tale riconoscimento dipende dall’intenzionalità dei due ed è per entrambi un vincolo. Inoltre, ogni intenzionalità individuale è frutto di relazioni sociali precedenti quella che viene attualmente realizzata o negata. Ogni relazione è una combinazione con dosi diverse delle due componenti precedenti. Nell’ambito dei servizi sociali pubblici le relazioni sociali coinvolgono certamente le intenzionalità dei partner, ma vorremmo attirare l’attenzione sul fatto che i vincoli reciproci tra i due (cittadino-istituzione di servizio) sono prevalentemente vincoli di cittadinanza codificati giuridicamente, quindi si tratta di un vincolo e di un riconoscimento reciproco che lascia moltissimi spazi di libertà al singolo cittadino, nel senso che non lo impegna nella relazione. Ciò accade perché il diritto è impostato in base a paradigmi culturali e a codici simbolico-normativi orientati, giustamente, a salvaguardare le libertà dei singoli. Le relazioni sociali di servizio che si realizzano nel privato sociale contengono prevalentemente una forma di vincolo reciproco di natura diversa, il quale ha maggiormente a che fare con codici simbolico-normativi prevalentemente connessi al sistema culturale, che non alle istituzioni giuridiche: più precisamente, si tratta di codici come la reciprocità e la solidarietà, in grado di generare legami sociali, in un certo senso, più "stretti". Quale ruolo affidiamo dunque ai servizi pubblici e alle istituzioni di privato sociale per la costruzione di un nuovo sistema di welfare che esca dai paradossi e dalle crisi della modernità? Quello di generare relazioni sociali sensate caratterizzate da un mix equilibrato di intenzionalità soggettiva e legame intersoggettivo; perché, così facendo, contribuiscono a che l’intera società riconosca e promuova la relazione sociale della famiglia. Come è possibile promuovere relazioni sociali facendo in modo che esse contengano un mix equilibrato di libertà intenzionale e di legame? In particolare, il privato sociale dovrebbe essere attento nel consolidare relazioni, legami e scambi reciproci tra le persone che contribuiscono alla sua costituzione e tra queste e coloro che sono utenti delle iniziative di terzo settore. Esso dovrebbe cioè "generare" relazioni che sottolineano maggiormente, rispetto ad altri settori della società, la componente di vincolo reciproco contenuta nelle relazioni sociali. Questa dovrebbe essere la preoccupazione principale degli operatori del terzo settore. Se si vuole, in un certo senso il "segreto", la "tecnica arcana" che proponiamo sta proprio in questo. Ma si tratta di una tecnica astratta, che non contempla procedure precise e che si affida alla capacità di lettura e di interpretazione che ne possono dare i soggetti che la applicano. Da questo punto di vista essa è al contempo un "segreto di Pulcinella" o un "uovo di Colombo" ed un’arte sopraffina. Tuttavia, dopo queste difficili e complesse considerazioni sociologiche che costituiscono comunque il centro del messaggio che lancio come sintesi del contributo, passiamo a tentare qualche applicazione operativa dei principi. Quali proposte fare perché la famiglia sia più famiglia e perché il settore associativo ed il privato sociale nel complesso siano maggiormente capaci di "vedere" la famiglia come relazione sociale?

Orientamenti di azione e proposte concrete per il terzo settore familiare
Esiste certamente oggigiorno nella società italiana l’esigenza di una presa di coscienza da parte delle famiglie della rilevanza del loro ruolo sociale. Ed a questo scopo sarebbe opportuno che le famiglie si organizzassero per divenire "controparte" del sistema politico. Tuttavia tale ruolo di controparte non può essere svolto secondo criteri di una generica protesta o di mera pressione sul sistema pubblico perché promuova i diritti delle famiglie. È importante invece che siano le famiglie stesse a riflettere sui loro bisogni e ad elaborare nuovi diritti della famiglia, proponendoli e sostenendoli presso il sistema pubblico. L’associazionismo familiare risulta essere certamente uno strumento strategico importante in questa direzione, poiché le associazioni familiari, in quanto luoghi in cui la società eccede se stessa , possono essere un valido strumento nella linea di azione descritta. Essendo sorte a partire dalle relazioni familiari ed intervenendo su di esse, le associazioni familiari da un lato possono essere contesti attraverso i quali la società "inventa" nuove modalità di pensare se stessa e di pensare alla famiglia; dall’altro esse possono offrire l’opportunità di elaborare nuovi modi di essere famiglia, nonché nuove possibilità di tenere in considerazione, e di coinvolgere la famiglia nell’offerta e nella gestione dei servizi. Le famiglie nel contesto associativo hanno modo di parlare della loro situazione di famiglia e di prendere coscienza dei loro compiti e dei loro problemi. Dunque le associazioni (o altri soggetti di privato sociale come le cooperative sociali) divengono il luogo ove si realizza un particolare mix, tra le dimensioni privata e pubblica dell’esistenza, dagli effetti particolarmente positivi sulle famiglie. Sono contesti ove avviene la traduzione di istanze private in istanze pubbliche, ove si prende coscienza della rilevanza pubblica di istanze private. Proprio questo processo di traduzione consente alle famiglie di elaborare un nuovo e più consapevole senso del loro essere famiglia, e dei problemi che si trovano ad affrontare. Le istanze e i problemi della vita familiare, se messi a confronto con quelli delle altre famiglie e proiettati in una sfera pubblica, cambiano la loro connotazione, si trasformano. Ciò ha come conseguenza un effetto di rafforzamento della famiglia stessa. In una ricerca sull’associazionismo familiare condotta sotto la direzione del Prof. Donati alcuni membri delle associazioni sostenevano: "(…) l’esperienza associativa n.d.r. ha aiutato la famiglia ad essere più famiglia, certi l’hanno anche dichiarato esplicitamente; (…) l’esperienza associativa è (n.d.r.) come un aiuto a capire (…) un’esperienza (…) In fondo c’è un livello di comunicazioni che sicuramente aiuta direi ad andare un po’ sotto la crosta di una superficialità di vita familiare e quindi a vivere meglio…" "Il solo verificare che la crisi mia, non è mia, ma di tutte le famiglie, già mi porta alla normalità. (…)” “La famiglia sente la solidarietà, non si sente abbandonata. Parliamo molto tra di noi …" “(…) attraverso la solidarietà e l’amicizia senz’altro ci siamo aiutati tutti ad essere più famiglie, con l’esempio dell’uno e dell’altro ci siamo aiutati molto ad essere più famiglie (…)" Come si vede, l’associazionismo familiare risulta essere un importante fattore di input per la famiglia: aiuta la famiglia ad essere più famiglia, ed al tempo stesso la famiglia è una forma di input per il privato sociale. Per quanto riguarda l’associazionismo familiare, va rilevato che, nonostante il processo di sviluppo realizzatosi negli ultimi 10 anni nel paese, rimane comunque opportuno favorire la nascita e lo sviluppo di nuove agenzie di privato sociale (associazioni e cooperative sociali) che siano promosse direttamente dalle famiglie e/o si rivolgano specificamente alle famiglie: 1. Potrebbero essere associazioni di advocacy, cioè di elaborazione e di promozione dei diritti della famiglia. 2. Ma anche associazioni e/o cooperative costituite da famiglie che si propongono di affrontare e dare risposta a problemi familiari (problemi legati alle relazioni familiari, problemi educativi, handicap, tossicodipendenza, anziani etc.). L’imprenditorialità sociale della famiglia che si realizza in tali esperienze ha una duplice funzione: a) promuovere una relazionalità più adeguata tra famiglie e servizi sociali, e soprattutto b) elaborare forme di servizi più adeguate alle esigenze delle famiglie stesse. Nella ricerca sull’associazionismo familiare appena citata un dirigente rilevava che: "(…) i genitori si sentono in gran parte garantiti anche dal fatto che è un’associazione fatta da loro, (…) adesso, non so, nei servizi pubblici i genitori non hanno molto spazio, l’utente è la persona punto e basta e la famiglia viene esclusa in qualche modo, mentre la famiglia sente il bisogno di partecipare alla cosa; penso che (nell’associazione ndr) succede qualcosa del genere, trovano un loro spazio in questo…". Ma quali caratteristiche dovrebbero avere tali esperienze di terzo settore? Innanzitutto è essenziale che le associazioni (o cooperative) familiari siano effettivamente associazioni familiari. Può sembrare un gioco di parole od una tautologia, ma non lo è in quanto può capitare di incontrare associazioni (o cooperative) che abbiano smarrito la loro identità, nel senso che come rileva Donati "hanno delegato molti compiti ad altri (per esempio i politici) che non li hanno compresi e trattati adeguatamente" . Occorre dunque che le associazioni non perdano la loro autonomia e la loro identità, magari nell’obiettivo di ottenere maggiori protezioni, tutele ed aiuti dallo stato o da altri enti. Inoltre "per essere familiare un’associazione deve sorgere da problemi inerenti ai rapporti di coppia e/o a quelli fra genitori e figli, e deve, per il suo agire, essere riferita a quelli" . Infine, in quanto specificamente familiare un’associazione deve riprendere ed estendere valori e mezzi comunicativi propri delle famiglie, in particolare l’orientamento alla persona come persona , la regola della reciprocità ed il medium della solidarietà . Le realtà di privato sociale "familiare" dovrebbero affrontare i problemi familiari con il maggior grado di relazionalità possibile; dovrebbero cioè rafforzare e fare leva sulle relazioni interpersonali tra famiglie. Esperienze molto significative ma non molto frequenti sono i cosiddetti gruppi di mutuo aiuto, che raccolgono famiglie aventi uno stesso problema sociale le quali, eventualmente anche con l’aiuto di operatori, riflettono e si sostengono a vicenda per affrontare il problema al quale si trovano di fronte. Il privato sociale – anche quello non strettamente familiare –si potrebbe occupare di favorire la nascita di esperienze di mutuo aiuto. Infine, per quello che riguarda le realtà di privato sociale che non si occupano direttamente di famiglia e che offrono servizi a categorie svantaggiate, sarebbe opportuno per un adeguato approccio ai problemi sociali che si trovano ad affrontare che esse facessero quanto più possibile attenzione alle reti di relazioni in cui l’utente si trova inserito, elaborando i loro progetti secondo la filosofia dell’intervento di rete e di community care. Quale criteri di azione utilizzare per rispettare in pieno la peculiarità delle agenzie di privato sociale, in particolare di quelle familiari ? Tali agenzie dovrebbero: – nascere dalle famiglie; – operare direttamente sulle famiglie quali luoghi di mediazione tra i sessi e le generazioni; – fare uso della regola della reciprocità e del codice comunicativo della solidarietà; – avere una propria autonomia sia nell’atto della costituzione che nei processi interni; – disporre di una piena libertà d’azione in quanto correlato di responsabilità; – essere caratterizzate da uno stile relazionale capace di interazioni vitali.

Considerazioni per una corretta relazione tra privato sociale e sistema pubblico dei servizi in tema di famiglia
Venendo al rapporto tra privato sociale e sistema pubblico dei servizi, occorre tenere presente, in modo quasi speculare ai ragionamenti che siamo venuti facendo nel punto precedente, che il sistema pubblico può sostenere e promuovere la famiglia solo dall’esterno. Esso non è in grado di produrre da solo la famiglia, né di produrre più famiglia. Solo la famiglia od eventualmente le associazioni di famiglie possono produrre più famiglia. Tenuto conto di tale schema concettuale di riferimento, quali suggerimenti è possibile offrire? In buona sostanza è indispensabile che il pubblico, nel mettersi al servizio della famiglia o del terzo settore familiare, non tenti di produrre in prima persona più famiglia, non speri di fare del servizio una grande famiglia o che sia possibile far partecipare direttamente tutte le famiglie alla gestione ed alla promozione del servizio. Esiste una certa refrattarietà delle famiglie a porsi in relazione ai codici di comunicazione propri del sistema pubblico: diritto e denaro. La famiglia utilizza altri codici e attualmente già fatica a riconoscerli e ad utilizzarli, e tuttavia li può gestire ed elaborare solo autonomamente in relazione con altre famiglie. Pertanto il pubblico dovrebbe proporsi quale mero promotore esterno della famiglia e delle reti sociali primarie e secondarie di terzo settore. Queste ultime a loro volta possono essere promotrici della famiglia. In secondo luogo, ed in conseguenza di quanto detto sopra, il sistema politico locale dovrebbe sensibilizzarsi a "vedere" la famiglia, a tenerne presente la specificità e la "alterità" e tenerla presente nelle proprie attività, considerando quali riflessi diretti e soprattutto indiretti la propria azione potrebbe avere su di un sistema di relazioni così diverso. Dovrebbe poi prendere coscienza e tenere presente la sua rilevanza per l’intera società locale, sostenendo per quanto possibile processi di maturazione, nell’ambito delle famiglie stesse, di una coscienza della rilevanza del loro ruolo sociale. Quali dunque le proposte operative concrete? 1. In primo luogo un’iniziativa interessante potrebbe essere quella di organizzare un’istruttoria pubblica sulla famiglia, alla quale invitare tutte le iniziative di privato sociale a presentare valutazioni, consigli e progetti di intervento intorno al tema della famiglia negli enti locali. Il promotore più adeguato di una tale iniziativa dovrebbe essere l’amministrazione comunale locale, che convocando, ascoltando e valutando le proposte del privato sociale potrebbe decidere di accoglierne alcune e farsi essa stessa sostenitrice o promotrice di queste. Tuttavia nulla toglie che l’iniziativa possa essere promossa anche da altri soggetti sociali, come la diocesi o i consorzi delle cooperative sociali o la consulta per il volontariato. 2. Istituire organismi consultivi composti da esponenti dell’associazionismo familiare, chiamati ad esprimere parere sui provvedimenti dell’ente locale riguardanti la famiglia. 3. Sostenere e privilegiare le iniziative di privato sociale che coinvolgono la famiglia come soggetto attivo (associazioni o cooperative di famiglie) o come utente delle attività di informazione, formazione, servizio, etc. 4. Privilegiare, a parità di altre condizioni, negli appalti pubblici per l’erogazione di servizi sociali quegli organismi di terzo settore che possiedono un curriculum formativo improntato alla strategia di rete e alla community care. 5. Promuovere corsi di formazione per operatori sociali che prevedano lezioni di metodologia di intervento di rete e di community care. 6. Incentivare lo sviluppo di forme flessibili di servizio alle persone, servizi di sollievo per famiglie che hanno compiti di cura gravosi nei confronti di membri non autosufficienti, sviluppare la rete dei servizi diurni, favorire lo sviluppo di reti di cura tramite forme di affido dei minori e degli anziani.