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autore: Autore: Silvia Presti

8. Il dono dell’artista

di Silvia Presti

Che cos’è, cosa ci spinge ad essere creativi. Nella vita quotidiana, nel luogo di lavoro, per ogni persona. Una questione di libertà e di autorelizzazione. La creatività come luogo dell’identità.
Il concetto che si intende sviluppare in queste pagine riguarda la possibilità che il processo creativo dell’arte offre all’uomo di indagare la propria identità, rendendolo consapevole della propria possibilità di espansione intesa come la manifestazione della propria presenza nel mondo. Questo tipo di processo porta alla scoperta delle capacità personali di porsi in relazione con gli oggetti circostanti e proprio attraverso questo tipo di relazione l’uomo esprime i propri sentimenti ed i propri pensieri, recando in tal modo il proprio apporto personale al mondo.
L’individuo si sente quindi “parte di un ingranaggio” piuttosto che un alienato; il processo creativo lo porta a sentirsi una persona significativa, a sentire che può “fare perché è”, a sentirsi creatore e modificatore della realtà, e per ciò che fa dimostra di esistere. Questa manifestazione delle proprie capacità accresce la valutazione di se stessi, producendo così l’autostima: chi si stima (ovviamente non solo in senso narcisistico) si considera una persona significativa. Un processo di questo tipo appare inmaniera inequivocabile in quella esperienza che chiamiamo arte. Non ritenendola una disciplina da relegare ai soli addetti ai lavori, si cercherà qui dimostrare quali benefici possa procurare l’attività artistica a tutti noi. Analizzando le caratteristiche che realizzano l’esperienza artistica possiamo individuare tre aspetti: la condizione di isolamento, la comunicazione inconscia e il piacere.
In questi tre momenti, si evidenziano le possibilità che l’esperienza artistica offre all’uomo per indagare e strutturare la propria identità. L’invito è di utilizzare la creatività, anzi scoprire la creatività che è in ognuno di noi, per sentirci sempre più persone capaci di lasciare un segno tangibile delle nostre idee nel mondo. Essere capaci di creare il mondo in cui viviamo, crearela nostra vita, anzi una vita con l’accento: creati vità!

Se non ritornerete come bambini…
Le opinioni su ciò che si intende per creatività e processo creativo sono innumerevoli. Trarremo spunto dalle teorie di alcuni psicologi che, attraverso il loro lavoro, hanno esaminato il problema della strutturazione dell’identità nel processo creativo.
Donald W. Winnicott, figura di primo piano del movimento psicoanalitico della generazione successiva a Freud, ritiene che la creatività consista nel mantenere nel corso della vita qualcosa che appartiene all’esperienza infantile, intesa come capacità di creare il mondo. Questa capacità di creare e di espandere la propria personalità attraverso ciò che si crea riguarda la relazione dell’uomo con ciò che lo circonda: proprio in questa relazione con gli oggetti l’uomo acquista la consapevolezza di esistere e di essere, nella capacità che ha di modificare e trasformare la realtà.
In questo senso Winnicott definisce la creatività come il mantenimento di alcune caratteristiche dell’attività infantile, in quanto il bambino, conoscendo per la prima volta gli oggetti e la realtà, struttura e crea una visione personale del mondo. Per vita creativa Winnicott intende “la possibilità di non essere continuamente uccisi o annientati dalla compiacenza verso, o dalla reazione a un mondo che fa violenza all’individuo”; si tratta quindi di riuscire a vedere ogni cosa sempre in maniera diversa.
Freud, invece, ritiene che l’atto creativo risponda alla necessità dell’espressione di un desiderio e tutta l’energia che viene riposta nel creare è espressione di un desiderio insoddisfatto. Anch’egli prende in considerazione il rapporto bambino-artista, intendendo l’artista come il creatore che si costruisce il proprio mondo, dando un nuovo assetto alle cose che lo circondano. Freud sostiene che l’uomo, diventando adulto, perde la capacità di fantasticare, o, quando invece la mantiene, solitamente degenera rischiando di diventare un malato mentale, in quanto degenerando perde il contatto con la realtà. La sua teoria prevede comunque un possibile equilibrio tra lo stato del bambino e quello dell’adulto nell’attività poetica ed artistica, che costituiscono, insieme alla fantasticheria, una continuazione ed una sostituzione del primo gioco infantile.

Artista normale e artista psicotico
Ernst Kris, storico d’arte e psicoanalista, pone una distinzione tra artista psicotico ed artista normale, partendo dalla concezione che nei processi creativi si verifica un processo di regressione dell’io. Tale fenomeno consiste nel portare la persona ad una maggiore libertà creativa, attraverso la liberazione delle limitazioni imposte dall’io. Nell’artista normale la regressione dell’io risulta parziale e temporanea, in quanto l’io non perde mai completamente il controllo; per quel che riguarda invece l’artista psicotico tale regressione non è né parziale né temporanea, ma soprattutto non è controllata dall’io, perché l’artista psicotico perde totalmente il contatto con la realtà. A proposito di questa distinzione tra artista psicotico e artista normale, anche un altro psicoanalista, Silvano Arieti, pone l’accento sul concetto di perdita del principio di realtà negli psicotici.
Nei processi creativi spesso accade che gli oggetti o le persone vengano riproposte in maniera metaforica. Questa intercambiabilità e questo spostamento, sono parziali per l’artista normale, mentre per lo psicotico sono completi: il contatto con la realtà che viene mantenuto dall’artista normale, non viene invece conservato dallo psicotico. In questo senso l’esperienza schizofrenica è considerata restrittiva, in quanto ad un oggetto viene legato un solo significato. L’esperienza creativa viene invece definita estensiva perché gli oggetti possono essere espressi in svariati modi.
Un altro teorico della creatività, esponente della psicoanalisi contemporanea, è M. Grotjahn. Sulla scia della distinzione tra artista normale ed artista psicotico, Grotjahn sostiene che il primo tende a riversare l’energia che gli è propria in una trasformazione in simboli o in creazioni artistiche, a differenza del secondo che invece la blocca per reprimerla. Questa tendenza alla repressione presente nello psicotico viene intesa da Grotjahn come difesa ereazione all’ansia. Anche l’artista prova ansia ma non ne ha paura, anzi si serve della sua reazione per interpretarla in maniera intelligente ed artistica. Diversamente dallo psicotico, egli non sviluppa un sintomo, ma una espressione interpretativa che può essere compresa da altre persone. Per Grotjahn il concetto di ansia creativa è centrale. Egli ritiene che tale ansia si sviluppi come reazione ad una tendenza distruttiva nata durante la prima infanzia, quando il bambino avverte di non essere più nel paradiso del grembo materno e reagisce in maniera aggressiva. Tutti passiamo attraverso questo momento, ma la persona creativa vi reagisce in un modo particolare, ricreando il mondo attraverso una sua personale interpretazione.
Vi sono poi alcuni psicologi umanistici, come Maslow e Rogers, che considerano anche l’importanza della società come luogo di sviluppo dell’uomo, e quindi come ambiente favorevole ad una realizzazione creativa della vita dell’uomo. Maslow ritiene necessario distinguere in due categorie la creatività: quella derivante da speciale talento e quella derivante dall’autorealizzazione. Quest’ultima scaturisce dalla personalità e si manifesta nella vita quotidiana.
Il secondo aspetto della creatività sarà il più indagato da Maslow, e lo porterà a definire la creatività una capacità della persona di integrare ciò che gli accade intorno con quella che è la sua condizione interna. Se l’integrazione interiore della persona è capace di sintetizzare, costruire, unificare ed interpretare, allora nella misura in cui riesce a fare tutto ciòla persona è creativa. Questo tipo di creatività chiamata “self-actualizing” mette in evidenza la personalità del creatore anziché l’oggetto creativo di per sè.
Anche Rogers punta l’attenzione sul fatto che la creatività porta sempre un contrassegno dell’individuo sul suo prodotto, e tutta la sua teoria volge a dimostrare che “il processo creativo è la manifestazione attiva di un nuovo prodotto della relazione tra l’uomo e il mondo, la cui comparsa è determinata dall’irripetibilità dell’individuo da un lato, e dai materiali, dagli avvenimenti, dagli esseri umani o dalle circostanze inclusi nella sua vita, dall’altro”.
Il suo è un invito alla fiducia negli altri ed in se stessi, e soprattutto all’essere soddisfatti per prima cosa del proprio prodotto creativo, anche quando questo non incontra l’approvazione generale. Se la persona è soddisfatta di ciò che ha creato, sente questo prodotto come la realizzazione delle potenzialità insite in lei.
Chi crea, infatti, solitamente non lo fa allo scopo di comunicare, però dopo aver creato, desidera condividere con altri questo nuovo aspetto di se stesso in rapporto con l’ambiente che lo circonda.

Identità e creatività
Confrontando le teorie di questi autori si può arrivare a conclusioni talvolta contrastanti. Tutti comunque attribuiscono molta importanza al processo creativo in quanto processo di strutturazione dell’identità. Ma cosa significa scoprire la propria identità? Marco Dallari in “Antropomorfo” la definisce come “scoprire di essere, di poter influenzare, modificare l’aspetto del mondo esterno”. Questo tipo di processo combacia con il processo che l’artista compie quando crea.
Si è parlato precedentemente della “capacità di ricreare il mondo”, attraverso la quale si acquisisce la “consapevolezza di esistere” (Winnicott). Si è parlato di “creatore” (Freud) e si è parlato di “regressione dell’io” (Kris). Si è parlato di “metafora”(Arieti), e di “ansia creativa” (Grotjahn). Si è parlato di “autorealizzazione”(Maslow), di “segno individuale” e di “realizzazione delle potenzialità insite nella persona” (Rogers).
Se proviamo ad ordinare queste categorie in una scaletta, ci risulta un processo molto simile a quello dell’artista quando opera:
1) “l’ansia creativa” dovuta secondo Grotjahn ad un’esigenza di ricostruzione del paradiso perduto al momento della nascita, porta il
2) “creatore” alla necessità di
3) “ricreare il mondo in una visione personale”. Tale capacità creativa si attua attraverso una
4) “regressione dell’io parziale e temporanea” che porta l’artista ad una comunicazione inconscia con se stesso e con i propri sensi. Questa regressione, permette all’artista di presentare una sua nuova visione del mondo attraverso delle
5) “metafore” da lui elaborate, le quali non sono altro che
6) “contrassegni individuali” che vengono lasciati nel mondo. Essendo individuali, e quindi strettamente legati alla persona che li ha prodotti, l’artista si rende conto di lasciare una traccia di sè nel mondo, ed acquisisc ecosì la
7) “consapevolezza di esistere”, in quanto è riuscito a
8) “realizzare le potenzialità insite in lui”, e così, dimostrando ase stesso di essere capace di “fare”, in questo modo si
9) “autorealizza”.
Va sottolineato il fatto che tutto ciò che è stato descritto è un processo che si ripete e che non deve mai avere fine. Anche la strutturazione dell’identità avviene attraverso un processo che, in quanto tale, non si conclude mai.
Sia il processo artistico, che quello della strutturazione dell’identità, possono essere definiti delle “condizioni di tensione verso”, delle ricerche che sono sempre in corso e che non avranno mai una fine. Per quanto è stato esposto precedentemente, e per la definizione che è appena stata formulata, mi pare si possa dire che il processo creativo dell’artista sia un processo di strutturazione dell’identità.