a cura di Tino Bilara
Un’esperienza di cooperazione ad Hebron, in Palestina, due centri diurni e uno residenziale rivolto ai bambini disabili. Le difficoltà dovute alla mentalità e alla situazione politica. Intervista a Monica Mazzotti, coordinatrice GVC-Palestina
In cosa consiste il progetto per cui stai lavorando in Palestina? Lo può descrivere?
È un progetto di sviluppo della durata di 3 anni a favore dei disabili psico-fisici del Distretto di Hebron. Il programma coinvolge 3 centri che appartengono a due ONG Palestinesi e il G.V.C. (Gruppo di Volontariato Civile)Bologna. La Palestinian Red Crescent Society con il Centro di Fisioterapia el’Istituto Al-Rajà. Il primo è un centro diurno che fornisce servizi di fisioterapia e di protesi a tutta la popolazione del Distretto di Hebron. Il secondo centro è un istituto che ospita 60 bambini dai 5 ai 17 anni conhandicap psichici lievi e medi. Si tratta di un centro diurno per 40 di loro e residenziale per gli altri che risiedendo in villaggi lontani tornano a casa una volta alla settimana. Il centro sviluppa attività educative e di formazione lavoro attraverso alcuni laboratori (tessile, ricamo, bamboo) e lavori agricoli.
Il terzo centro è l’Istituto Al-Ihsan della Al-Ihsan Charitable Society ed è un centro residenziale per 70 bambini dai 3 ai 12 anni con handicap psico-fisici gravi.
Il progetto prevede, nell’arco di 3 anni, attività di ristrutturazione dei centri, corsi di formazione e specializzazione per il personale locale, inserimento, attraverso borse di studio e borse-lavoro di nuove figure professionali (terapisti occupazionali e logopedisti), fornitura di materiale didattico e ricreativo, allestimento presso l’istituto Al-Rajà e Al-Ihsan di un dipartimento di terapia occupazionale e di una ludoteca, potenziamento dei laboratori e ampliamento delle attività agricole con la costruzione di una serra per le attività di formazione professionale e avviamento al lavoro, attività di sensibilizzazione a livello comunitario sui temi della disabilità per il loro inserimento sociale e nel mondo del lavoro e attività di formazione per le famiglie dei disabili.
Come è nata l’idea?
Nel febbraio del 1994 Hebron fu teatro di una terribile strage da parte di un fanatico ebreo che entrò all’interno della Tomba dei Patriarchi e ammazzò 29 persone. A seguito di questo fatto alcuni paesi europei, fra cui l’Italia decisero di essere presenti con una Forza Temporanea di Interposizione Pacifica(TIPH) con lo scopo di monitorare la situazione e individuare possibili interventi di sviluppo. Il G.V.C., che opera in Palestina dal 1990 stavarealizzando un progetto di Riabilitazione su Base Comunitaria (CBR) nel nord del paese, fu contattato dai responsabili della TIPH che sollecitarono un suo intervento a favore dei disabili psico-fisici a Hebron. Il personale in loco delGVC e la rappresentante del COCIS (federazione delle ONG italiane) individuarono i tre centri coinvolti nel progetto, realizzarono lo studio di fattibilità e presentarono il progetto all’Unione Europea per il finanziamento. Il progetto prevede anche la presenza di Enterpueblos, una ONG spagnola che interviene con attività di informazione e sensibilizzazione in Spagna.
Che tipo di intervento effettuate?
Le attività del progetto sono diverse e cambiano da centro a centro. Per quanto riguarda il Centro di Fisioterapia forniamo equipaggiamenti fisioterapici e realizziamo interventi di ristrutturazione della struttura. Inoltre, sono previste borse di studio per la specializzazione del personale e borse lavoro per giovani assistenti fisioterapisti (copriamo l’ultimo anno di studi e i primisei mesi di lavoro dopo di che vengono assunti dal centro).
Per quanto riguarda il Centro Al-Rajà interveniamo con corsi di formazione per la riqualificazione professionale del personale, interventi di potenziamento dei laboratori e delle attività agricole, attività di formazione rivolte alle famiglie e alla comunità, allestimento di un dipartimento di terapia occupazionale e di una ludoteca e inserimento, grazie a borse di studio, di logopedisti e terapisti occupazionali.
Ad Al-Ihsan per lo più il nostro intervento si concentra sulla riqualificazione professionale del personale, l’introduzione di logopedisti e terapisti occupazionali e la riorganizzazione degli spazi e della metodologia del lavoro. Inoltre, svilupperemo attività di informazione e formazione per le famiglie in modo da facilitare il reinserimento del disabile all’interno della comunità.
Qual è la vostra filosofia di lavoro nel campo di progetti come questo?
La filosofia di base é quella della Riabilitazione su Base Comunitaria (CBR) promossa dall’OMS per i Pvs (Paesi in via di sviluppo). Si tratta di un approccio che sviluppa la partecipazione comunitaria. Si promuove la nascita di comitati all’interno dei villaggi che realizzando attività di supporto e ricreative, favoriscono l’inserimento del disabile all’interno del tessuto sociale (visite domiciliari, training alle famiglie, abbattimento delle barriere architettoniche, attività ricreative, inserimento scolastico…). Visto che l’inserimento sociale è lo scopo principale del nostro intervento, abbiamo creato una rete di collaborazione con tutte le Ong, le università e i comitatidi villaggio che operano nel settore in modo di favorire, al temine del percorso formativo ed educativo del disabile, il suo reinserimento ed integrazione sociale.
Inoltre, abbiamo creato una forte collaborazione con le 3 università del distretto sud in modo da utilizzare al meglio le competenze locali e le possibilità tecniche che il territorio ci offre.
In che contesto politico e sociale operate?
La situazione politico e sociale in Palestina è molto difficile e destremamente complicata. Il popolo palestinese sta subendo da 50 anni una terribile occupazione militare da parte israeliana. In Europa si pensa che congli accordi Oslo sia nato lo Stato palestinese. In realtà non è così. L’Autorità Nazionale Palestinese a tutt’oggi, a 5 anni dalla firma degli Accordi Oslo, esercita un potere amministrativo su parte della Striscia di Gazae su sette città della Cisgiordania. In totale, il territorio sotto amministrazione civile palestinese rappresenta solo il 6% del totale dei territori Occupati. Con l’avvento del governo Nethanyau il processo di pace si è arrestato e questo ha determinato una forte crisi economica e sociale fra la popolazione araba. Hebron poi è una realtà del tutto particolare in quanto èl’unica delle sette aree autonome nella quale vi è ancora una presenza militareisraeliana in difesa dei coloni che vivono all’interno della città vecchia. Per questo motivo, la tensione è molto alta e la città è teatro di scontri violenti quasi quotidiani. Per quanto riguarda il contesto culturale, il Distretto di Hebron è sicuramente quello più tradizionale, dove le politiche di integrazione rivolte ai disabili sono meno sviluppate. Si tratta di una società molto chiusa dove i rapporti famigliari, a livelli di clan, sono quelli principali. A causa della difficile situazione economica che la Palestina sta attraversando si stanno rafforzando tradizioni e pratiche di tipo tradizionale che erano state abbandonate, come il matrimonio fra consanguinei. Questo tipo di alleanze matrimoniali sono funzionali al rafforzamento della famiglia e evitanolo spezzettamento dei patrimoni famigliari. Lavorare a Hebron è quindi molto più difficile che farlo nelle altre zone palestinesi, soprattutto quando siopera nel sociale dove ci si scontra quotidianamente con la mentalità tradizionale che rende più difficile l’affermarsi di nuovi approcci e metodologie di sviluppo.
Che cosa manca in Palestina, quali sono le maggiori difficoltà che avete incontrato?
Il maggior ostacolo è dettato sicuramente dalla situazione politica chelimita e condiziona ogni aspetto della vita delle persone. Il popolo palestinese non ha uno Stato e la PNA (Palestinian National Authority) gestisce un’autoritàlimitata a cinque aree funzionali sul 6% del territorio (educazione, cultura eturismo, sanità, tributi e servizi Sociali). Inoltre, la striscia di Gaza e le sette aree autonome della Cisgiordania non hanno nessun tipo di collegamento fra di loro (gli abitanti di Gaza non possono uscire e quelli della Cisgiordania non possono entrare) sono dei Bantusan (isole territoriali). Si sono creati dei doppi Ministeri (uno a Gaza e uno in Cisgiordania) e questa situazione rende impossibile attuare delle politiche uniformi e coordinate. Il settore sanitario è senza dubbio quello più complesso che sta attraversando un periodo di generale riorganizzazione. Le Ong sanitarie palestinesi hanno fornito l’assistenza sanitaria alla popolazione durante tutto il periodo dell’occupazione sviluppando una rete di centri di cura in tutti i territori occupati. Ora il Ministero della Sanità sta cercando di creare un sistema nazionale che presuppone, in molti casi, l’assorbimento di queste precedenti strutture. Ovviamente si tratta di un processo delicato e lungo. Per quanto riguarda il settore della riabilitazione, è l’unico che la PNA continua adelegare completamente alle Ong in quanto non ci sono fondi pubblici . Si sono create delle reti regionali e un Comitato Nazionale composte da Ong palestinesie rappresentanti dei Ministeri della PNA con lo scopo di elaborare le linee diintervento e la pianificazione del settore ma, come si può ben immaginare, è estremamente difficile che non si creino sovrapposizioni e duplicazioni di interventi.
L’occupazione militare poi limita enormemente I diritti della popolazione palestinese che non può muoversi liberamente e a causa delle frequenti chiusure dei territori occupati per motivi di sicurezza, è difficile pianificare le attività e spesso si è completamente bloccati. Questo è molto difficile dal punto di vista psicologico in quanto non si può mai sapere quello che succede e spesso lunghi periodi di lavoro e preparazione sono vanificati da questo tipo di eventi. Per quanto riguarda il progetto, la difficoltà maggiore che abbiamo è trovare centri per la formazione professionale per logopedisti. In tutta la Palestina non esistono corsi di laurea o scuole per questo e le uniche presenti sono in Giordania e in Egitto. Inoltre, come conseguenza del particolare clima politico e situazione politica che si vive, è molto difficile pianificare le attività. Bisogna imparare a convivere con l’esigenza di riorganizzare e modificare tutto continuamente.
Un’altra cosa che manca e che limita l’efficacia degli interventi in questosettore è una legge sui portatori di handicap che riconosca loro i diritti di accesso all’educazione, al lavoro e all’inserimento sociale. In questi anni sono nate molte organizzazioni di disabili con lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica e realizzare una lobby politica al fine di ottenere un buon strumento legislativo. La legge, elaborata in cooperazione con queste organizzazioni, purtroppo non è ancora pronta e questo ritardo limita molti interventi. Il Ministero dell’Educazione ha iniziato dei progetti pilota per l’inserimento di bambini disabili all’interno delle scuole che però, in mancanza di una legge, rimangano delle iniziative sporadiche.
Qual è l’atteggiamento culturale predominante in Palestina verso le persone disabili?
Qui è necessario fare una precisazione. Nella mentalità tradizionale araba la disabilità è vissuta come una stigmate, un segno del castigo divino. Per questo la presenza di un disabile in famiglia è una disgrazia per tutti i componenti: i fratelli e le sorelle faranno fatica a sposarsi e questo, in una cultura tradizionale, significa essere emarginati. Quindi in genere i disabili vivono chiusi all’interno della famiglia senza nessuna possibilità di integrazione. Questo è valido soprattutto per i portatori di handicap psichici. L’Intifada, con il suo alto numero di feriti, ha modificato in parte l’atteggiamento dei disabili fisici che si sono trasformati, in molti casi, in eroi nazionali. Questo tipo di mentalità nelle regioni del nord e del centro del paese si è parzialmente modificata a favore di un approccio a favore dell’integrazione e della partecipazione del disabile alla comunità. Un grosso lavoro a questo proposito è stato fatto dalle tante ONG palestinesi e dinternazionali che hanno lavorato a livello comunitario. La regione di Hebron,rappresenta l’area più arretrata da questo punto di vista a causa del più forte radicamento della mentalità tradizionale.
Quali altri progetti per disabili esistono in Palestina?
I progetti nel settore della riabilitazione sono tantissimi in quanto questo settore, a causa anche dell’emergenza creata dall’Intifada, è ancora una priorità per la popolazione palestinese. Inoltre non bisogna dimenticare che i disabili rappresentano il 3% della popolazione. Purtroppo, la mancanza di uno stato e la frammentazione territoriale spesso rende difficile venire a conoscenza di tutti gli interventi, scambiarsi le informazioni ed evitare inutili duplicazioni. Per evitare tutto questo le ONG palestinesi, in coordinamento con i responsabili governativi del settore, hanno creato 3 Comitati Regionali sull’Handicap che a loro volta danno vita ad un Comitato Regionale che si occupa di rilevare i bisogni ed elaborare le strategie di intervento. Per quanto riguarda le ONG internazionali, c’é da sottolineare untentativo recente molto interessante di coordinamento più organizzato epuntuale. Infatti da circa 4 mesi si é creato un Comitato delle ONG Internazionali che lavorano nel settore della riabilitazione con lo scopo di scambiarci le informazioni, le esperienze, discutere di strategie di sviluppo e quando possibile, elaborare un approccio e delle strategie comuni.
Vi ponete il problema di sensibilizzare l’opinione pubblica italiana sull’argomento? Se si in che modo?
Informare l’opinione pubblica italiana della situazione politico e sociale dei paesi in cui interveniamo è essenziale per far conoscere la realtà dei PVS e creare un legame di solidarietà e scambio. Uno strumento importante è rappresentato dalle attività di Educazione allo Sviluppo che Il GVC realizza in Italia con le scuole e con altre organizzazioni di base.
Anche per il nostro progetto si sta sviluppando un’ampia attività diinformazione e supporto. Innanzitutto all’interno del GVC si è reato un comitato scientifico di supporto al progetto composto da esperti del settore cheseguono le attività e realizzano missioni di valutazione. Le esperienzeitaliane spesso possono darci degli spunti per la soluzione di alcuni problemi ol’adozione di alcune strategie (ovviamente sempre riadattate e riformulate allarealtà specifica palestinese).
Questo gruppo, insieme al CDM (Centro di Documentazione Multimediale) del GVC darà vita ad una campagna di sensibilizzazione sul progetto attraverso la realizzazione di attività di diverso tipo (produzione di materiale informativo, cene, attività culturali, dibattiti….).
Un’altra cosa interessante é che durante il mese di agosto il GVC, in cooperazione con il Gruppo YODA di Bologna, realizzerà un intercampo per un gruppo di 20 persone che per 2 settimane verranno coinvolte attivamente nelle attività del progetto. Questo sarà un momento molto importante di solidarietà internazionale che darà la possibilità a queste persone di avere un contattodiretto con il mondo della cooperazione e con la situazione politica e sociale del paese.
Operare nel sociale in Italia e in paesi in via di sviluppo: quali nessi, quali discordanze.
Io trovo “naturale” che le strategie, le sperimentazioni, le politiche sociali dei vari paesi trovino dei punti di contatto e di scambio reciproco. È molto importante, avere la possibilità di mettere in contattoesperienze diverse che spesso hanno radici e percorsi comuni. Questo è particolarmente vero per il settore dell’handicap. Al di là delle differenze culturali di ogni paese, che bisogna sempre tenere in considerazione, il rifiuto della diversità è un elemento culturale che accomuna quasi tutte le culture. Cercare di capire quali strumenti si possono utilizzare e quali strategie adottare al fine di contribuire a modificare questo atteggiamento, penso possa essere estremamente utile. Scambiandosi le informazioni e le esperienze sipossono individuare dei punti di contatto e di forza che possono aiutarci nel lungo e difficile processo verso società che riconoscono pari dignità, dirittied opportunità ai soggetti che in genere vengono e marginati. Ovviamente le esperienze esterne devono essere rielaborate nel rispetto della cultura locale in cui si opera. Un altro aspetto importante è che gli scambi con l’esterno per la popolazione palestinese sono estremamente importanti, in quanto è uno strumento per rompere l’isolamento a cui sono sottoposti e sentire vicini altri popoli in una fase così difficile della loro esistenza. Per i miei colleghi avere contatti con l’esterno è rompere, almeno dal punto di vista psicologico, l’isolamento creato da 50 anni di occupazione militare e di negazione dell’esistenza di un popolo intero.