Il 2008 è un anno particolare: ricorre il sessantesimo anniversario della nostra Carta costituzionale, ma compiono sessant’anni anche la Legge sulla stampa (8 febbraio 1948) e la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo della Nazioni Unite (10 dicembre 1948). Nel numero 71 di marzo 2008, “Giornalisti”, la rivista trimestrale dell’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia Romagna, ha dedicato un ampio approfondimento per capire quanto la libertà di informare, informarsi, essere informati sia un diritto reale o piuttosto un principio impeccabile nella forma, che però molte volte rischia di essere disatteso. Proponiamo su “HP-Accaparlante” un pezzo di questo approfondimento, dato che l’informazione sociale, sempre più spesso, sta percorrendo proprio la strada della satira.

La Costituzione della Repubblica Italiana compie sessant’anni e uno spot ricorda alla gente che “leggerla è il modo migliore per festeggiarla”. Giustissimo. Ma per fare una grande festa forse bisognerebbe pure vederla applicata con rigore. La libertà di stampa, sancita dall’articolo 21, è un diritto sacrosanto. Dopo sessant’anni però i giornalisti ancora si chiedono quanto sono liberi di fare il loro mestiere. “La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure” recita il secondo comma dell’articolo, e il primo dice che “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. Ma la preziosa teoria della nostra Carta costituzionale non sempre accompagna la pratica della professione giornalistica. Il bavaglio è sempre pronto per chi esprime con troppa forza la propria opinione, per chi non sta in linea, per chi è di statura troppo bassa o troppo alta per fare il Corazziere dell’informazione.
Anche volendo prescindere da quel sentenzioso comma 2 dell’articolo 21, che sarebbe il fondamento dell’autonomia della stampa, sembra che i giornalisti oggi siano i meno autorizzati a “manifestare liberamente il proprio pensiero”. Certo, non tutti sono impeccabili, obiettivi, slegati da logiche di potere, ma chi cerca con onestà di raccontare i fatti – e soprattutto di garantire il diritto all’informazione dei cittadini – si trova immerso in un caos mediatico dove tutti possono dire tutto, con qualunque mezzo, senza alcuna remora deontologica. Molto di più passa per altri canali comunicativi, attraverso forme espressive parenti della comicità, della satira, dello sberleffo e tramite figure acute, intelligenti, coraggiose che però difficilmente hanno il profilo del giornalista. Il fenomeno è interessante ma deve far riflettere.
Se la libertà di stampa in Italia fatica a essere garantita, la libertà di satira invece sembra conoscere pochi ostacoli. Programmi televisivi come Striscia la notizia o Le Iene rompono i confini del loro specifico e conducono vere e proprie inchieste, riescono a raccontare con comico clamore fatti e misfatti dell’Italia corrotta. Gli inviati in nero del le Iene Show sono sempre in prima linea, pronti a muoversi in bilico fra satira, goliardia, servizi di denuncia e costume. I chiassosi mezzibusti di Striscia la notizia realizzano con leggerezza e ironia performativa scoop al vetriolo che difficilmente troverebbero spazio nei normali TG. Ogni tanto qualcuno si lamenta, prova a fermarli, ma poi si arrende: in fondo sono solo burloni, innocui intrattenitori, salaci mattacchioni.
Forse, bisognerebbe invece pensare che dietro la maschera del comico agisce una nuova figura di “cronista”, un moderno giullare mediatico che può denunciare le debolezze del Re senza che questo gli faccia saltare la testa. Le Iene e Striscia sono solo due esempi, fra i più alti e graditi al pubblico, ma sul confine ormai labile che separa l’informazione dall’intrattenimento si muovono schiere di comici, predicatori disinvolti, uomini e donne di spettacolo che intervengono in libertà su qualsiasi questione.
Viene dunque il sospetto che la libertà di satira stia sovrapponendosi alla libertà di stampa, anzi che sempre più spesso ne faccia le veci. Ma se comici e affini possono entrare così facilmente tra le maglie dell’informazione e della critica al potere, a cosa servono i professionisti della comunicazione? Per esprimere le proprie opinioni devono forse appellarsi alla libertà di satira?
Basterebbe che i giornalisti potessero fare semplicemente il proprio mestiere, ma in questo momento storico c’è una grande confusione tra mezzi e contenuti, modalità, strumenti e obiettivi mediatici. E la libertà di stampa diventa “un bene che deve essere non solo costantemente difeso, ma perennemente riconquistato”. Non bisogna mai abbassare la guardia perché questa verità – pronunciata lo scorso ottobre durante la cerimonia per il primo anniversario del monumento alla Libertà di Stampa di Conselice (Ravenna) – non si trasformi in un epitaffio, magari con un glorioso Monumento all’opinionista ignoto.
 

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