“Conosci te stesso” c’era scritto sul tempio dell’Oracolo di Delfi. E forse è proprio questo il nostro compito più difficile: conoscersi, accettarsi, prendere coscienza dei propri limiti, comprendere che, senza di essi, non saremmo ciò che siamo.
Quando poi questi limiti sono fisici, oggettivi, sotto ai propri occhi e a quelli di tutti, questa infinita ricerca si fa ancora più faticosa e il cammino da percorrere più tortuoso.
Quelle che ho voluto riportare in questa sede sono proprio alcune riflessioni che tracciano uno di questi percorsi. Il cammino di Laura: una donna, una persona con disabilità. Ma anche la storia di ognuno di noi, della nostra ricerca interiore, del progressivo costruirsi delle nostre identità.

Il destino
Esistono colori che si possono vedere solo con il cuore e ci sono rumori che è impossibile sentire solamente con le orecchie.
Avere una malattia genetica degenerativa di tipo sensoriale significa avere un limite fisico oggettivo. È quello che in gergo tecnico si definisce un handicap.
Ma in che cosa consiste esattamente?
Nel mio caso si tratta di una sindrome chiamata Usher che colpisce l’apparato uditivo e quello legato alla vista. In altre parole sono sorda fin dalla nascita e ipovedente dall’età di 19 anni.
Eppure eccomi qui.
In una società in cui non esistono più confini: geografici, morali, mentali, dove tutto è acquistabile e raggiungibile, la malattia è considerata da tutti la peggior esperienza che una persona possa incontrare nella propria vita.
Io invece sono giunta alla conclusione che sia una grande opportunità. La malattia rappresenta una possibilità per divenire consapevoli circa se stessi e la reale importanza di tutte le cose che ci circondano. Dobbiamo solo avere la forza di accoglierla come tale. E crederci.
Il rovescio della medaglia, insomma, il rischio, è cadere nell’egocentrismo. Ogni malato vede e sente (ironia della sorte) soltanto se stesso. La sua realtà è la Realtà. Per questa ragione dovremmo tutti noi uscire dal nostro problema, abbandonare il nostro ego, ed entrare nel mondo.
Io mi ritengo una persona molto fortunata, nonostante tutto. O proprio in virtù di questo “tutto” che mi rende unica.

La solitudine
Milano. Notte. Fine luglio.
Valentina, un’amica, mi confessa la sua incapacità di vivere la solitudine. Sempre fidanzata, sempre in compagnia, incapace di rimanere sola con se stessa per più di qualche ora. Prigioniera di un agire che si rivela, in realtà, una vera e propria fuga per evitare di pensare.
In quel momento mi sono sentita di raccontarle una delle mie più grandi fortune: la sordità. La possibilità che io ho, più di altri, di isolarmi fisicamente, in modo reale e totale, mi ha permesso di entrare in me stessa e di conoscermi. Anch’io, come tutti, ho avuto paura degli abissi della mia anima, perché sono come paesaggi bellissimi che stordiscono, perché abbagliano come i riflessi dei raggi di sole in piena estate. Diceva Kahlil Gibran (Aforismi. Sabbia e Schiuma, Milano, Mondadori, 1999): “Sono un viaggiatore e un navigatore e ogni giorno scopro qualche nuova regione dentro la mia anima”. E in questo compito la solitudine e il silenzio sono ottimi compagni: capaci di creare atmosfere e luoghi per ascoltarsi.
Quando, in solitudine, sentiamo di riuscire a rimanere noi stessi, in quel momento, troviamo la forza di andare per il mondo e sorridere.

La famiglia
Sono nata unica da una coppia d’amore. I miei genitori, Giorgio e Giovanna, hanno affrontato, grazie a me e a tutti i miei “problemi”, il loro destino.
La malattia, specialmente se di natura genetica, scatena l’infinito vortice del senso di colpa:
nei genitori, per non aver saputo donare ai propri figli il bene più prezioso, la salute, e
nel figlio malato, per non essere perfetto.
Soltanto grazie a un cambiamento di prospettiva possiamo andare oltre questa sensazione di impotenza: se si ribalta il concetto di malattia, arrivando a intenderlo come destino, possibilità e unicità, scompare il peso del senso di colpa.
Noi siamo pieni di bellezza, in quanto legati al vero, unici, autentici. Bisogna riconoscere che spesso chi ci sta attorno soffre enormemente più di noi. I miei genitori non comprendono la pienezza della mia vita e vivono la mia malattia come una mancanza che loro stessi hanno causato.
C’è un film bellissimo [“La meglio gioventù”, ndr] che si chiude in modo sublime: un padre chiede alla propria figlia se è felice. “Sì”, risponde lei. “E allora è giunto il momento di essere generosi”.
Ecco, noi “malati”dobbiamo imparare a essere generosi.

La libertà
Lungo quasi tutto il corso della mia vita, a momenti alterni, ho desiderato follemente di essere da qualche altra parte, con qualcun altro a fare qualcos’altro. Ero fermamente convinta che, lasciando questa piccola città di provincia, avrei avuto l’occasione e i mezzi per trovare me stessa e il mio posto nel mondo. Credevo davvero, sinceramente, con tutte le mie forze, che in un altro posto sarei stata finalmente felice. Percepivo il mio io in uno spazio sempre sbagliato e vedevo la mia strada in un “altrove” non ben definito.
Poi ho preso coscienza e, con consapevolezza, ho compreso che la vera domanda da porsi è: “Cosa voglio essere?”.
La mia, la nostra realizzazione è in questo momento, è tutto ciò che ci permette di apprezzare e godere di questo momento. Tutta la mia vita e il mio essere si realizzano ed esprimono qui e ora: esiste solo questo attimo che tutto racchiude e in cui tutto si compie.
Quando ci sentiamo depressi, sconfitti e svuotati c’è una cosa che possiamo fare: fermarci e respirare profondamente, lentamente, cercando di entrare nel nostro respiro, nel nostro dolore, in noi stessi. A quel punto siamo pronti per abbandonare il nostro io ed entrare nel mondo.
La vita ci sta aspettando.

L’amore
Devo ammettere però che non è sempre stato così: ho passato anni a inseguire delle emozioni senza penetrarle e viverle. La malattia, scoperta alla soglia dell’età adulta, mi ha permesso, in quanto espediente e scusante, di erigere un muro tra me e l’altro sesso. Ammetto: avevo paura. Paura di amare, di essere amata, di abbandonarmi a un altro che può tradire, ferire, come in qualche modo ha fatto il mio corpo, il mio destino. Avevo paura di essere rifiutata perché, in fondo, io stessa per prima mi rifiutavo.
Così per molto tempo ho escluso l’amore dalla mia vita. Era più facile vivere lamentandomi di essere incompresa, soffrendo, crogiolandomi nelle mie disgrazie, scusandomi di cose di cui non ho colpa. Era più facile appiccicarmi addosso un handicap e usarlo come scusa per non vivere.
Non accettavo l’amore dell’altro perché non amavo me stessa.
L’amore invece è energia pura, che non risponde a nessuna legge fisica o razionale. Non resta che imparare ad accettarlo e abbandonarsi.
Oggi ho scoperto, anche grazie ad Alessandro, con cui da due anni condivido tutta la mia vita, che il “problema” era solo mio e che, anche questo mio atteggiamento, era una forma di egocentrismo. Non possiamo vivere in eterna attesa perché è già questo il migliore dei mondi possibili e siamo solo noi, con tutto il nostro essere, che lo alimentiamo.