Sono tre anni che il Progetto Calamaio conduce dei percorsi a Correggio (RE) con classi delle elementari grazie al sostegno del Trocia Beach, un evento nato in ricordo della morte di un ragazzo soprannominato “Trocia”. Quest’anno ne sono stati realizzati quattro, e alcune maestre che hanno partecipato agli incontri hanno spedito delle considerazioni. Pubblichiamo quelle di Roberta Zini, insegnante di sostegno della classe 5° A della scuola primaria “San Francesco d’Assisi” di Correggio.

Correggio, mercoledì 6 marzo 2013

Eccoci, ecco il fatidico mercoledì 6 marzo che tanto ho aspettato.

Non esageriamo! Si aspetta con apprensione un evento tanto importante, si aspetta qualcosa che ti cambia la vita, non l’arrivo di esperti a scuola.

Eppure è così, perché arrivare a questo 6 marzo ne ho passate delle belle: intervenire più volte al Collegio docenti per essere sicura che il progetto passasse… per tutti i dati degli esperti da inviare in segreteria…, e la segreteria che ti chiama e ti dice che qualcosa non va, l’applicata che mette fretta, la mail che non funziona, io che tengo il cellulare spento… Perché riesco a complicare sempre tutto?

Inizia la lezione e non guardo l’orologio: non c’è l’ho.

Squilla il telefono in aula e ci avvertono che Loro sono arrivati.                                                                                                                                           

Smarrimento: ci dobbiamo preparare, ma a differenza di altri incontri, gli alunni non sanno tanto per cui si aspettano il solito approccio. Pensano sia solo necessario chiudere il quaderno e vedere un po’ chi entrerà da quella porta, invece l’insegnante Elena dice che bisogna preparare l’aula.

Io non sento le sue parole, se non dal corridoio, perché ormai sono sgusciata fuori ad accogliere i nostri ospiti. E loro sono lì nello stesso corridoio con un sorriso da invidiare.

Avete presente quando nell’arco di una frazione di secondo ti vengono in mente mille cose? È proprio così anche per me.

Al primo passo iniziano i pensieri di paura: speriamo tutto vada bene, che il progetto parta col piede giusto, perché altrimenti la colpa ricadrà su di me (Beh tanto la colpa è sempre mia; l’abbiamo deciso tacitamente con tutta la classe); e se hai ragazzi non dovesse piacere? Ma peggio ancora, questi tre, chi sono? Se sono degli psicologi, siamo fregati, sai quanti aspetti noteranno? Ci diranno che non abbiamo saputo fare questo, valorizzare quest’altro, indirizzare quest’altro ancora… e aggiungeranno che ormai è troppo tardi perché ormai siamo alla fine della classe 5°… Robby, ma perché ti sei infilata in questa situazione!

Al secondo passo prendono il sopravvento i pensieri compensativi positivi e sfodero un vero sorriso smagliante. Penso: evviva siamo nelle vostre mani e adesso concediamoci un momento di crescita alternativa. Robby vivila al meglio!

Entriamo in aula dove regna il caos di voci e il rumore dei banchi, sedie che si spostano. Dalla mia posizione ho modo di notare le espressioni degli alunni e non posso non notare gli occhi che cadono su Stefania e la sua carrozzina. Il rumore si attenua, ma per alcuni non c’è miglior occasione per due chiacchiere, approfittando anche del fatto che la sistemazione dei banchi non è terminata.

Tristano, Stefania e Susetta entrano e ti aspetteresti un saluto invece come prima frase Tristano se ne esce con queste parole: “Che puzza! Ma vi siete lavati? Alzi la mano chi ieri sera si è lavato”.

Vergogna! Rossa in viso, mi affretto a spalancare la porta finestra, e, nonostante il mio mal di gola, accetto di patire un po’ di freddo per non deludere i nostri ospiti. Che figuraccia! Partiamo bene! Ma perché non ci ho pensato prima?

Nel frattempo tutti hanno la mano alzata e sostengono di non essere la fonte della puzza. Sudo al pensiero che adesso ci verranno ad annusare tutti uno per uno e io sarò la peggiore. 

Tutti confermano di essersi lavati, più o meno convinti e Tristano ancora più sprezzante commenta: “Che bala!” e per essere ancora più incisivo lo scrive alla lavagna in grande.

L’attenzione è catturata. Gli sguardi dei nostri alunni non sono più per Stefania, ma adesso sono per questo strano personaggio con l’erre moscia che articola bene i suoni. Parla come se ogni parola fosse tonda e lui la volesse ammorbidire tutta. Non so spiegarmi, ma ogni suo vocabolo è pieno. Sarà un altro modo di catturare l’attenzione, ma a me, come esperto è piaciuto subito, fin dalla prima volta che ci siamo parlati al telefono: è rassicurante.

Mi avvicino a Susetta, dolcissima, due occhi che parlano da soli e le chiedo di passarmi la sua giacca e quella di Stefania.
Poi inizia un momento scherzoso tra Tristano e gli alunni e infine ci accomodiamo sulle sedie disposte a circolo, ognuno dove si trova in quel momento; no, io solo mi siedo dove mi trovo perché gli altri sono andati a cercare gli amici.

Mi manca il branco, quella barriera che mi dà un poco di sicurezza. Di me si vede tutto. Non so come, ma lo sguardo scende sui miei piedi e… accidenti! Ma che razza di calze ho infilato questa mattina? Al buio ho frugato nel cassetto e ho preso le più morbide, ma… sono giallo limone! 

Quelle da casa. Wow sono il massimo! Un vero pugno in un occhio con questo mio modo di vestire scuro, serio, vecchio. Pazienza, mi inventerò una scusa, dirò che volevo essere un po’ divertente. Però intanto tengo i piedi ben sotto la sedia, così almeno non si dovrebbero vedere le calze.

Della prima parte introduttiva ricordo ben poco, preoccupata dal fatto che devo fare le foto. Mi alzo per prendere la macchina fotografica, ma Elena mi ferma e mi suggerisce di lasciar perdere: distoglierei l’attenzione. È vero perché io sono già distratta.

Mi risiedo, sono tra Bano e Letizia, un particolare interessante.

Tristano, Susetta e Stefania non si presentano e io mi chiedo se dobbiamo farlo noi, ma poi Tristano chiama bimbi i nostri alunni e io noto gli sguardi accigliati di alcuni, perciò apro la bocca per dire che questi non sono più bambini, ma ragazzi. Tristano non sorvola su questo particolare, ma prende spunto per capire meglio i criteri di categorizzazione degli alunni e da una breve discussione ne esce che io rientro negli adulti, ma Elena è già negli anziani. Lei si ribella, ma il suo intervento con protesta ha risultati scarsi: le toccherà far parte della terza età.

Tristano apre il suo zaino da montagna e ci passa dei foglietti che simulano una carta di identità. Ci chiede di compilare il foglietto in modo segreto e di consegnarlo a Stefania.

Ok, cosa ci vuole per dare le mie generalità. E invece no, non è così scontato, perché oltre al nome mi viene chiesto qualcosa che non è un dato oggettivo (altezza, età, colore dei capelli o professione); devo scegliere e dire agli altri qualcosa di mio che forse nessuno mi ha mai chiesto, il soprannome è ovvio, mi chiamano tutti così, ma le mie preferenze no. Che cosa faccio? Compilo più o meno senza essere troppo sincera o mi lascio andare? Ma io che trasmissione preferisco? Boh, guardo solo il telegiornale e quella faccia di… Mentana! Ci metto il tg? No, non è il mio preferito.

Un gioco? E chi gioca? A cosa mi piacerebbe giocare? E poi la musica. Sì adesso sto riassaporando il piacere della musica con i miei figli, ma anche se qualche brano mi piace, mi prende, non ho la più pallida idea di chi mai lo stia cantando con tutti questi nomi stranieri. Ma a me quali cantanti hanno lasciato qualcosa? Mi tocca andare a vent’anni fa; e andiamoci!

Cosa vorrei fare da grande? Beh, visto che è permesso sognare: la fornaia mi andrebbe  a genio.

Nel frattempo siamo disturbati da qualcuno che entra (durante queste attività non dovrebbe esserci nulla che arrivi dall’esterno a rompere la magia). Elena esce e al suo rientro la dobbiamo aspettare, perché lei non ha avuto il tempo di compilare. Potrebbe essere un’attesa un po’ noiosa e invece comincio a notare qualcosa di strano: tutti sorridono un poco imbarazzati, come se il mio disagio l’avessero vissuto anche loro.

Bano mi chiede consiglio su alcune risposte che non riesce a verbalizzare, Ugo è lì intorno a me, in piedi, ma non è venuto da me. O meglio, era venuto, ma io l’ho ignorato e lui si è rivolto a Letizia, chiedendole un aiuto. Gulp, non me ne sono neanche accorta! 

Cosa succede Robby, ti lasci prendere così tanto dall’attività che non fai neppure il tuo lavoro? Già il mio lavoro. Sono qui per aiutare Ugo a integrarsi e poi non lo aiuto? O forse sì? Ugo si rivolge a una compagna e lei l’aiuta con naturalezza. Questa è l’integrazione. Sì, stando al mio posto ho aiutato Ugo. Che considerazione strana!

Intanto Tristano sparge i nostri bigliettini sul pavimento e ci invita a fare un gioco di conoscenza.

Elena legge le caratteristiche scritte sul primo bigliettino, ovviamente tralasciando nome e soprannome e lascia a noi il compito di scoprire di chi si tratta. Per alcuni alunni è semplice, per altri è quasi impossibile riconoscerli. Li osservo: Gabriele non si smentisce mai, si agita sulla sedia, si alza, non riesce a stare fermo e interviene con battute che, a mio parere, lasciano trasparire troppa confidenza; Davide è agitatissimo, più in movimento di Gabriele, ma fin da subito, tanto che Tristano appena seduti si era dovuto mettere vicino a lui. Scivola sulla sedia, diventa un tutt’uno con la sedia stessa, poi ride, urla, cade dalla sedia o vi si sdraia. Ha sempre qualcosa in mano da farsi scivolare sulle labbra, tiene la bocca aperta e si accarezza le labbra con le mani o degli oggetti; almeno sorride; Ivan, che temevamo potesse catalizzare l’attenzione su di sé, traffica con oggetti tra le mani, sta scomposto e fa qualche battuta di troppo, parla, si muove, ma in fondo in fondo è attirato e incuriosito da questi tre adulti che escono dai normali schemi degli altri adulti. Sembra pensare: “Questi non li sfido, li osservo e me li studio, perché hanno quel non so che di interessante”.

Vittorio, Ugo e Umer si dondolano sulla sedia, sempre a rischio di caduta. Li richiamo, eseguono, poi subito dopo riprendono; Alex sembra un po’ sulle sue, come se giocare fosse da piccoli, ma ci sta; Alice è felice (c’è venuta anche la rima); Mattia è un po’ agitato; le quattro ragazze alla mia sinistra ci sono, partecipano, ma stanno un po’ a guardare, sembrano più grandi dei compagni. Sono grandi o hanno timore di mostrarsi? Camilla e Letizia no, anzi, Letizia si dimostra adulta per qualche considerazione che fa solo con me, quasi fossimo complici in segreto. Camilla interviene cercando di dare il suo massimo, di non essere banale. Ginevra e Alessandra, più taciturne ascoltano; Kaynaat ascolta e presta attenzione con il desiderio di partecipare, non di giudicare, come le è solito: questo non è un confronto, una gara, non c’è giudizio; oggi ci divertiamo; Rebecca si sente a suo agio, ma scruta questi tre personaggi e il loro modo un po’ bizzarro di lavorare; Abdullah si diverte, ma si agita e strofina spesso le mani, mostrando così involontariamente il suo arto rigido; poi c’è Antonio che, forse perché è seduto vicino a Tristano o forse perché viene coinvolto nel gioco, è più sorridente e sciolto del solito, tenta anche qualche battuta; Bano sorride ma resta timida.

Il gioco prosegue e man mano che si legge ogni foglietto, è semplice riconoscerne l’autore anche solo dall’espressione imbarazzata che fa.

Arriva il turno di Sara; alla lettura della sua carta d’identità si copre il volto, diventa rossa e si vergogna terribilmente, sfoderando una risata che mette a disagio tutti noi. A ogni indizio Sara si agita, alza persino le ginocchia, come se potesse richiudersi a riccio, poi inizia a piangere e a ridere insieme. Indoviniamo subito il suo nome e lo diciamo in coro, ma per lei è un’ulteriore invasione della sua intimità. Ora deve andare lei a scegliere e leggere un nuovo foglietto. Rossa, paonazza, con gli occhi bagnati e tanto disagio, se lo mette davanti al volto e si rifugia accanto alla carrozzina di Stefania per leggerlo; lo tiene sul volto a pochi centimetri dagli occhi, giusto la distanza per riuscire a vedere le scritte, ma tenta di coprirsi mentre legge velocemente per far sì che il suo protagonismo finisca il presto possibile.

Al foglietto di Davide scopriamo che lui non è riuscito ad aprirsi e ha compilato solo una voce.

Il gioco termina. Tristano se ne esce con una nuova attività: ora presenteremo una storiella. 

Gli alunni vengono coinvolti. Ma guarda che bel modo di entrare nell’argomento; la prendono da lontano, così quasi non ci accorgiamo di affrontare un argomento importante. E poi come è importante il teatro, come può aiutare una persona ad aprirsi! 

Kaynatt deve ora aiutare Re 33 a cercare i bottoni (le nostre unghie) e io spero proprio che non capiti da me. Sicuro che non verrà, in queste occasioni si guardano i compagni, non le maestre. Poi lei, sempre così sicura, così pungente verso tutti, andrà dalle sue amiche o cercherà di accontentare chi dice “Io io!”.

E invece no, si avvicina a me, viene a guardare le mie unghie, le deve mostrare a Tristano. Le mie martoriate unghie di cui sa che mi vergogno: la prima fonte di sfogo di tutte le mie insicurezze. Vorrei rifiutarmi vorrei dirle che mi ferisce, anche perché le insegnanti (chiaramente chi le unghie non se le mangia) ripetono spesso che mangiarsi le unghie è una cosa terribile, che non è igienico per chi lo fa e per le persone che accanto. È vero, ma io non ce la faccio e ogni volta vorrei scomparire. Tristano commenta e conferma che le mie unghie sono uno schifo. Ok, è un gioco e voglio giocare. Va bene concordo è uno schifo. So bene che ha ragione e che ha detto la verità. So bene che anche lui ne è convinto, ma non mi fa così terribilmente male. Tristano ha sottolineato una mia debolezza, un limite, una diversità e io detta così in questo contesto, pur di fronte a una cruda verità, penso di averla accettata serenamente. Il gioco prosegue, osservo gli alunni e apprezzo la partecipazione di chi, con fatica, è riuscito a mettersi in gioco, come Alessandra che, tutta rossa e abbastanza a disagio, ha saputo fare il pacco regalo a meraviglia, con un pizzico di fantasia. La mia testa però, lo ammetto, è sempre alle mie unghie. Ci avviciniamo a Stefania, la Sovrana dei Sovrani e i bambini (ops!), ragazzi, restano meravigliati per le sue unghie (capirai). Ugo mi si avvicina e mi dice: “Hai visto che belle, non come le tue”. Ok Stefy, grazie. Sono una permalosona, ma questa volta l’hanno spuntata loro. Hanno ragione sono brutte, ma pace, finisce qui, avrò anch’io qualcos’altro di buono. 

La rappresentazione finisce e qui inizia il nostro momento di riflessione che parte dalla ricerca di una soluzione a un problema di Re 33.

Escono frasi bellissime, non sono tanto retoriche; escono i nostri problemi quotidiani di convivenza in classe. I nostri tre amici ci assegnano un compito per mercoledì e la nostra abbondante ora e mezza è volata via.

Grazie ragazzi. Grazie adulti.