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Il Calamaio di strada

di Roberto Parmeggiani

Domenica 3 agosto 2008
Ore 6:30
Aeroporto di Bologna.
Destinazione San Paolo, Brasile.

Da qui iniziano le mie vacanze estive, vacanze davvero speciali perché mi porteranno di nuovo in terra brasiliana (di nuovo perché ho già vissuto un anno e mezzo a San Paolo… ma questa è un’altra!). Questa volta comunque sto andando in vacanza.
Riposo, cultura, mare, natura… ma non solo.
Da quasi 3 anni sono entrato a far parte del Centro Documentazione Handicap di Bologna e in particolare del Progetto Calamaio che ormai condiziona in modo assoluto la mia vita.
È proprio per questo che la mia vacanza brasiliana sarà anche l’occasione per indossare gli “occhiali da calamaio” e indagare un po’ la situazione delle persone con disabilità in quel meraviglioso Paese.
Qual è il termine corretto per tradurre in portoghese la parola disabilità?
Questa è la prima domanda che mi sono posto perché volevo capire, a partire dai termini stessi, come si era evoluta la percezione della disabilità.
Fino a qualche hanno fa in Brasile, per definire una persona con disabilità, si usava solamente la parola deficiênte (si pronuncia diversamente ma ha lo stesso significato che in italiano). Parola corretta ma nel tempo caricata di un significato negativo, offensivo. Come da noi, lo sviluppo culturale ha fornito un bell’involucro a questa realtà che mette in crisi il comune modo di vedere. Ecco quindi che le persone con disabilità guadagnano il titolo di pessoas portadoras de deficiência (persona portatrici di deficit) e successivamente di pessoas com necesidades especiais (persone con necessità speciali) ormai contratto in pessoas especiais (persone speciali).
Guai a te a chiedere cos’hanno di tanto speciale, la maggior parte ti risponderebbe che in fin dei conti ognuno di noi ha delle necessità speciali, quindi ognuno di noi è speciale.
Ma proprio per questo mi vien da pensare: che bisogno c’è di usare questa definizione, che è valida per tutti, in modo specifico solo per color che hanno un deficit, quasi a sottolineare la necessità più che la specialità?
Come dice Claudio Imprudente, il problema non sta nel contenitore ma nel contenuto, per cui non nel termine che usiamo ma nel significato che gli diamo.
Certo è, però, che accontentarsi di seguire la strada delle “belle parole” raramente porta a riempire di contenuto una definizione politicamente corretta.
Capito questo, ho indossato i miei “occhiali calamai” e mi sono guardato intorno.
Ho visitato alcune scuole speciali e un paio di centri per minori disabili abbandonati, ho fatto mille domande agli operatori, ai genitori ma anche a persone comuni. Insomma l’obiettivo, raccogliere dati per poter confrontare la realtà brasiliana con quella italiana, è stato raggiunto.
Solo in parte.
In parte perché, alla fin fine, ciò che più mi ha colpito passeggiando per le strade di San Paolo o per quelle di Salvador, sono state le tantissime persone disabili che vivono in strada.
Direte voi che è normale, in un paese nel quale i moradores de rua (persone senza fissa dimora) sono milioni, la percentuale dei disabili sarà comunque alta.
Non posso che darvi ragione ma la cosa che più salta all’occhio e che è diventata quindi oggetto del mio interesse, è la creatività che queste persone, moltissimi i giovani, mettono in azione per superare le difficoltà provocate dal mix tra la loro disabilità e la vita in strada.
Eccomi allora partire per soddisfare la mia curiosità incontrando alcune “persone speciali”.
Edson, 32 anni ha subito un trauma nel parto, per cui ha una gamba più corta e il piede girato all’indietro.
Luciano, 27 anni, invece le gambe non le usa assolutamente, è paraplegico a causa di un incidente. Per muoversi nelle strade di San Paolo si siede su uno skateboard e si spinge con le mani.
Flavio ha12 anni e non ha le mani, perse in un incidente, ma riesce comunque a far roteare in aria delle bacchette di legno colpendole con l’avambraccio.
Questi sono solo alcuni dei ragazzi che ho conosciuto sulle strade paulistane mentre ero impegnato in una delle mie attività preferite: passeggiare per le vie di una città più o meno sconosciuta perdendomi senza mèta, godendo con sorpresa di ciò e di chi casualmente incontro.
Lo stesso è successo con questi ragazzi, anche se devo precisare che non li ho proprio incontrati da solo ma in compagnia di un educatore che con i senza tetto ci lavora quotidianamente. Questo perché la loro situazione di vita è davvero complicata, vivono per strada e sono obbligati a tenere alta la guardia, a sviluppare la diffidenza e ad arrangiarsi in un qualche modo, spesso a spesa dei turisti. Un deficit culturale da aggiungere al deficit fisico.
Se però dimostrano di riuscire a superare il deficit fisico con stratagemmi creativi, il deficit culturale sembra rimanere una barriera insormontabile.
Il Progetto Fenix invece viene realizzato presso l’OAF di Salvador di Bahia ed è realizzato in collaborazione con l’Università di Torino. Il progetto è finalizzato ad aiutare i bambini con grandi difficoltà di apprendimento, dovute alle più svariate ragioni: povertà del contesto familiare e culturale, alimentazione insufficiente, complicazioni accusate dalla madre durante la gravidanza, carenze affettive…
Gli strumenti principali, messi a disposizione dei bambini per poter superare ritardi e difficoltà, sono videogiochi educativi, soprattutto matematici che hanno il pregio di non porre problemi di lingua.
In questo modo si offre ai bambini la possibilità di recuperare ritardi o imparare strategie appropriate per poter superare le difficoltà di apprendimento. Gli operatori sono consapevoli che tutto ciò non è sufficiente senza un supporto anche a livello più generale, sanitario e culturale. È per questo infatti che i bambini sono inseriti in un progetto ampio che li vede coinvolti in un percorso pedagogico che utilizza il tempo scolastico in modo creativo, offrendo così azioni di sostegno diversificate, dall’ambito della nutrizione a quello del supporto psicologico, dall’espressività artistica all’acquisizione di competenze tecniche.
Questi incontri mi hanno permesso di scoprire una realtà molto stimolante, ma sopra ogni altra cosa hanno dato il via a un viaggio creativo, un sogno a occhi aperti, un desiderio che non potevo tenere chiuso dentro di me, e che ho già condiviso con chi potrà trasformarlo in realtà.
Mi sono immaginato un Progetto Calamaio di strada, itinerante, che invece di entrare nelle classi si sparge lungo i marciapiedi trasformando le arterie urbane da scuole di rifiuto a scuole di cittadinanza, utilizzando i contenuti e le dinamiche proprie del Progetto più classico.
In fondo c’è un file rouge che accomuna l’esperienza dei disabili in strada con quelli appartenenti al Progetto Calamaio: è il desiderio/necessità di superare le difficoltà (più o meno culturali) proponendo un’immagine di disabile vincente, che metta in luce le abilità e non i deficit, che si confronti con i propri limiti ma non ne rimanga schiacciato, che possa così affermare e praticare il proprio diritto a una cittadinanza piena, responsabile dello sviluppo culturale, sociale e anche materiale di tutti.
Canalizzare tanta creatività necessita di strutture, impegno e denaro ovviamente, e necessita anche di un radicale cambiamento di stile di vita… è forse impossibile? Ricordo che vi sto raccontando un sogno, ciò non toglie però che i sogni si possono anche realizzare, magari un pezzo alla volta.
Si potrebbe cominciare, per esempio, rendendo le persone con disabilità non solo oggetto di assistenza ma anche soggetti attivi di cittadinanza perché questo significa garantire un coinvolgimento attivo nella definizione e nella costruzione del proprio futuro e quindi di quello di tutta la società. Per la maggior parte delle persone questo coinvolgimento è intrinseco al proprio essere cittadini, mentre per chi ha una disabilità (di qualsiasi tipo) è necessario che questa priorità venga esplicitata, in modo che diventi oltre che diritto anche dovere.

Mercoledì 27 agosto 2008
Ore 23:45
Aeroporto di Bologna.
Di ritorno da San Paolo, Brasile.
La mia vacanza è finita e, come tutte le belle vacanze, rimarrà come un bel ricordo, un sogno da realizzare nuovamente.
Oltre alle spiagge bahiane, al buonissimo cibo, alla musica, al Pelourinho di Salvador e all’Avenida Paulista di San Paolo, nella valigia mi porterò anche il Calamaio di strada… prima o poi diventerà realtà, in fondo volere è potere!



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