Viaggiando in autostrada. Una giornata con Leslie
- Autore: Annalisa Bolognesi
- Anno e numero: 2008/4 (monografia sugli sportelli sociali)
di Annalisa Bolognesi
Parlare di maternità in una rubrica sulle donne. Beh, forse ai più potrà apparire un paradigma scontato e banale, seppure – lo sappiamo bene – nessuna donna, nemmeno quelle che hanno scelto di non aver figli o che non si sentono ancora pronte per averli, possa eludere del tutto il pensiero della maternità. Allo stesso modo potrà sembrare banale la scelta di parlare di madri di bambini con disabilità: un tema trattato e ritrattato sia in Italia che all’estero da tantissimi punti di vista e sul quale, onestamente, anche se molto spesso sia portata per il mio lavoro a conoscere mamme e familiari di bambini disabili, non mi sentirei di poter aggiungere nulla.
Ma quella che voglio raccontare è soprattutto una storia. È la storia del mio incontro con una persona normale e straordinaria. Una di quelle persone che, in un certo senso, ti cambiano la vita. E non perché facciano qualcosa che influisca sulla tua vita direttamente, ma perché capaci di aprirti nuovi mondi, trasmetterti la loro forza, fare scaturire nuove riflessioni.
È la storia del mio incontro con la fotografa inglese Leslie Mc Intyre.
Devo dire – anche con un po’ di imbarazzo – che la fotografia è un universo che non mi ha mai attratta più di tanto. Non sono mai stata capace di catturare in un’immagine le emozioni e i ricordi, mi è sempre sembrato riduttivo. Mi riconosco di più nella narrazione, ho sempre creduto fosse uno strumento più diretto per comunicare con se stessi e con gli altri.
Davanti al libro fotografico della Mc Intyre, però, mi sono dovuta ricredere. The time of her life (Roma, Ed. Contrasto Due, 2004) non è solo una raccolta di belle fotografie: è un racconto, il racconto per immagini di un’intera vita, quella di Molly, una bambina affetta da una grave disabilità muscolare, morta a soli quattordici anni. “È la storia di Molly e di sua madre Leslie, che di mestiere fa la fotografa e che con le sue foto l’ha raccontata in silenzio a tutto il mondo”, scrive Concita De Gregorio nel suo libro Una madre lo sa (Milano, Ed. Mondadori, 2006).
Ma non è stato sfogliando il libro che ho desiderato conoscere Leslie; il libro l’ho letto solo dopo. L’incontro con Leslie, come spesso avviene in questi casi, è stato quasi casuale, frutto di alcune coincidenze più o meno fortuite.
Eh già, credo che più o meno a tutti sia capitato di stare per settimane senza impegni particolari e poi, in un solo giorno, trovarsi con tantissime cose da fare. E così in quella stessa giornata dovevo andare a Prato per la presentazione di un progetto a cui lavoravo da due anni, mentre, alla sera, sarei dovuta rientrare a Bologna, per sentire Leslie, ospite in una conferenza nel vicino comune di San Lazzaro.
Allora perché non chiamarla anche a Prato? In fondo sarebbe stato bello avere un’ospite di tale importanza!
Detto, fatto. La fotografa di fama internazionale sulla quale è stato fatto anche un documentario (Benedetto Parisi, The time of her life, 2007), come fosse niente, risponde “Sì” al mio invito.
Ed eccoci al momento dell’incontro.
Io e Nadia, che mi accompagna e mi aiuta con la lingua, incontriamo Leslie alla stazione di Castiglione del Lago, dove ha trascorso qualche giorno di vacanza da alcuni amici. Indossa un paio di orecchini a forma di tappo di bottiglia con dipinta l’immagine di Frida Kahlo: gli stessi che portava anche nel documentario sulla sua vita e che Concita De Gregorio descrive nel suo libro.
È alta, magra, bionda, la tipica fisionomia inglese.
Si presenta.
Sorride.
In quel giorno dobbiamo percorrere molti chilometri e la mia non è certo una macchina da grande rappresentanza, “ma non ti preoccupare, la mia auto è molto peggio!” – mi dice scherzosamente Leslie.
E allora via che si va: da Castiglione a Prato, dove ci sarà spazio solo per un suo breve intervento, e poi di nuovo a Bologna, a San Lazzaro, per il convegno della sera, dove invece sarà protagonista insieme a Benedetto Parisi, il regista del suo documentario. Oltre duecento chilometri di Autostrada del Sole per conoscersi, chiacchierare in libertà, in modo completamente informale.
Si parla davvero di tutto, con Leslie. Lei e Nadia chiacchierano di cooperazione internazionale. Poi mi chiede di parlarle dell’ordinamento scolastico italiano, di come siano le normative scolastiche in materia di disabilità. Mi racconta che, a suo tempo, ha dovuto lottare, ricorrere al Tribunale diverse volte per permettere a sua figlia Molly di poter andare a scuola insieme ai bambini normodotati, per consentirle di essere integrata in una classe normale, andando contro così alla normativa scolastica inglese, che prevede che i bambini disabili vengano collocati in classi speciali.
È una persona che ha lottato tanto, Leslie. È una fotografa famosa, ma è anche soprattutto una donna, una mamma, un’amica.
E quando la sera, a San Lazzaro, parla per più di un’ora della sua storia davanti a un pubblico in lacrime, mi sembra già di conoscere tutto, da sempre, anche se in macchina si era parlato di tutt’altro. Risponde a domande emotivamente difficilissime: la sua vita con Molly, il rapporto tra la sua arte e la disabilità di sua figlia, la scelta di pubblicare foto così personali, la morte di Molly a soli quattordici anni. Lo fa con una forza innata, che mai sarei capace di spiegare. So solo che la magia di un incontro che ti cambia la vita spesso sta proprio nel fatto di non riuscire bene a capire in che modo te l’abbia cambiata.
Quando Leslie arriva a descrivere l’ultima notte di Molly, prima di morire, persino l’interprete non ce la fa più e comincia a piangere. Leslie l’abbraccia e la consola.
Il convegno finisce, è stata una bellissima serata, un grande successo anche in termini di pubblico e partecipazione. Leslie mi vede ancora in sala e mi viene incontro: “Ciao, che bello vederti! Poverina, hai dovuto guidare tanto oggi!”.
Già, quel giorno ho guidato tanto. E non solo.
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