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4. A scuola di diversità

a cura di Luca Baldassarre

Intervista a Claudio Imprudente, ideatore del Progetto Calamaio e coautore del libro omonimo.

Raccontami quando e dove è nato il Progetto Calamaio.
Se dovessi spiegare in, una parola la nascita del Progetto Calamaio direi: “fiducia”.

Perché proprio fiducia?
Beh, perché sono cresciuto in un contesto che aveva fiducia nelle mie possibilità, mi offriva cioè una chance. È proprio, questo il punto, offrire una chance. Per un disabile questa opportunità non è scontata, anzi talvolta l’ambiente che lo circonda non solo non gliela offre, ma spesso contribuisce a creare di lui una immagine distorta, per non dire sbagliata. Dimostrare che sia sbagliata non è, almeno secondo il mio punto di vista, difficile. Provate a pensare ai termini che vengono associati ad una persona in situazione di handicap; sfiducia, sfortuna, sofferenza, … e mi fermo qui per non annoiarvi. Ci si sente cioè etichettati e vi assicuro che non è nient’affatto facile tirarsi via questa specie di francobollo. Toglierselo vuol dire riconoscere di essere diversi, accettare quegli: “sguardi”, quei “poveretto”, quei “come va, tutto bene?”. Non sempre se ne ha voglia, e poi perché se ne dovrebbe avere voglia? Sa qual è il paradosso? Prima che nascesse il Calamaio venivo trattato come un inabile-incapace. Ora sono diventato un personaggio, eppure sono sempre lo stesso: leggevo prima e leggo adesso, adoravo il Milan quando c’era Rocco, figuriamoci adesso con Capello e Tabarez. Curioso no?

Si hai ragione …È curioso. Tornando alla nascita del Calamaio….
Mi ricordo che nel 1981 insieme ad alcuni amici disabili e non decidemmo di fondare nella nostra città Bologna, un Centro di Documentazione sull’Handicap, che poi risultò essere il primo in Italia…

Secondo te perché un’idea cosi è nata proprio a Bologna?
Senza voler azzardare delle analisi sociologiche, direi che probabilmente dipende dal fatto che Bologna è sempre stata attenta alle fasce di emarginazione, quindi c’erano tutte le condizioni affinché un progetto come questo avesse successo.

Torniamo alla domanda precedente…
Si, allora, come dicevo poc’anzi, l’intenzione era quella di creare un posto dove potersi incontrare e discutere, non necessariamente solo di handicap, ma anche di politica, di sport, insomma un luogo di “cultura” nel senso nobile del termine. Oggi il CDH, come lo chiamiamo noi, è un’associazione autonoma, mentre per molti anni abbiamo fatto parte dell’Aias (Associazione italiana per l’assistenza agli spastici) di Bologna. Ha diversi dipendenti, possiede diecimila volumi sull’handicap, archivia più di trecento riviste del sociale, pubblica una rivista bimestrale a diffusione nazionale (HP.Accaparlante), che proprio l’anno scorso (nel ’95) ha vinto il premio della FIVOL (Federazione italiana del volontariato) come migliore rivista del settore; un bollettino provinciale (Metropoli) che è una sorta di osservatorio sulle fasce di emarginazione cittadine. Inoltre gestisce corsi di formazione per insegnanti, educatori, e operatori sociali, sui temi: sessualità ed handicap, la relazione d’aiuto, l’adolescenza, rapporto operatore-famiglia e la prima informazione (l’informazione che viene data ai genitori quando nasce un bambino con deficit). Tutto questo avvalendosi della collaborazione di uno staff di giornalisti, psicologi e pedagogisti. Offre la possibilità di documentarsi su molti argomenti come: AIDS, alcoolismo, anziani, extracomunitari (solo per fare alcuni esempi), per mezzo della raccolta e dell’archiviazione di articoli tratti da riviste e quotidiani nazionali. E infine promuove attività di animazione e sensibilizzazione con il Calamaio.

Che cos’è il Progetto Calamaio e perché si chiama così?
Grazie per questa domanda; come tutti sanno il calamaio è un contenitore per l’inchiostro. A noi piaceva l’idea di poter disporre di una riserva d’inchiostro che ci consentisse di esprimerci per molti anni a venire. Ad ogni modo il Calamaio è come le dicevo nella risposta precedente, un progetto di sensibilizzazione all’handicap e alla diversità attraverso attività di animazione e corsi di formazione.

Quali sono gli obiettivi che intendete perseguire?
Favorire l’integrazione delle persone disabili valorizzando la propria e quindi altrui diversità, cercando cioè di coglierne gli aspetti positivi. La finalità è quella di creare una “cultura” basata sull’accettazione della diversità, che io ho ribattezzato “Nuova Cultura dell’Handicap” che si antepone ad una “vecchia” fondata invece sul rifiuto o anche sulla negazione di tali diversità, accrescendo l’indifferenza e fomentando il sospetto e gli stereotipi. Sono convinto che questa operazione passi innanzitutto da una informazione corretta, che ha il pregio di smascherare i luoghi comuni ed incoraggiare la conoscenza. In una parola contribuisce a ridurre le distanze. Anche perché, molto spesso, queste barriere pregiudiziali si erigono per difendersi; in particolare nei rapporti sociali. Per spiegarmi meglio voglio farti un esempio, raccontandoti un episodio della mia vita che potremmo definire ” esemplare”. L’altro giorno sono entrato in un bar, sapete quei bar con centinaia tra sacchetti di patatine e pacchetti di caramelle accatastati sugli espositori… Accompagnato da un mia collega mi siedo ad un tavolino. Dopo qualche minuto arriva il barista, un signore di mezza età con camicia bianca e gilet a fiori d’ordinanza, si avvicina e chiede cordialmente: “Che cosa prende?”. Rivolgendosi al mio accompagnatore. Dopo aver riportato sul suo taccuino l’ordinazione aggiunge: “E il suo amico?”. A scanso di equivoci voglio subito dire che questo banale episodio di vita quotidiana non vuole  e non deve essere letto con significati polemici, vuole invece soffermarsi sulla relazione intercorsa tra me ed il barista, anzi per meglio dire la non-relazione. Nella. normale vita sociale il disabile è spesso “protagonista” di questo genere di relazione. Mi sembra inutile sottolineare che da questo tipo di rapporti si possa trarre ben poco, pur riconoscendo loro una logica ed una funzione nelle relazioni interpersonali. Ad ogni modo è da queste semplici considerazioni che si può intuire l’utilità e anche la controtendenza di un progetto come il Calamaio, che di fatto “costringe” a rapportarsi con la diversità. Vedi, se tu vuoi comunicare con me è necessario che prendi in mano la tavoletta trasparente e che mi guardi negli occhi. È a questo punto che l’handicap, la diversità acquista valore, diventando occasione di crescita attraverso il confronto. Questo mi pare possa essere definito un obiettivo specifico.

Me ne indichi alcuni generali?
Sicuramente educare alle diversità vuol dire educare al rispetto dell’altro, non necessariamente disabile, ma anche di diversa cultura, o appartenenza politica o religiosa. Si arriva così a parlare di educazione alla tolleranza e alla multietnicità. Altro importante obiettivo del Progetto Calamaio è legato alla. formazione di gruppi come il nostro, che possano portare, avanti i nostri stessi obiettivi, magari con metodologie diverse. E’ proprio quello che è successo a Parma grazie soprattutto al Comune che ha incoraggiato e appoggiato la nostra iniziativa. Se mi concedi due righe mi piacerebbe citare una frase di Martin Luther King che mi ha sempre colpito. In un famoso discorso lui ha detto: “I have a dream”. Io credo che ciascuno di noi dovrebbe recuperare questa capacità di sognare, non so se l’ho esercitata più di altri, però io un sogno ce l’ho: vorrei che nascessero, in tutte le città del mondo progetti come il Calamaio.

A chi vi rivolgete?
Con il tempo la, nostra area d’intervento si è allargata molto. Quando siamo partiti lavoravamo soltanto nelle scuole, oggi invece pur avendo scelto di riservare alla scuola un posto privilegiato, abbiamo una vasta utenza che ci contatta: gruppi di volontariato, gruppi di genitori, operatori del settore, scuole per terapisti, infermieri ed altro. A queste vanno aggiunte le richieste di collaborazioni sul territorio, gli inviti ai convegni nazionali ed internazionali, che per noi rappresentano un importante occasione di interscambio. Vorrei aggiungere due parole sulla scelta della scuola come settore privilegiato d’intervento. Tu sai che la. scuola è, dopo la famiglia, l’agenzia educativa più importante. Va da sé che un progetto che fa cultura in senso ampio, possa e debba intervenire in quest’ambito. Quindi se vogliamo la scelta è stata obbligata.

Come lavorate alla preparazione degli incontri?
Nel nostro caso l’esperienza del lavoro di gruppo è stata ed è fondamentale. Il Progetto Calamaio si articola in due distinti gruppi di lavoro: uno si occupa delle materne ed elementari, l’altro delle medie inferiori e superiori.
Il percorso per ogni ordine scolastico prevede, oltre alle attività di animazione con gli alunni, incontri di programmazione e verifica con gli insegnanti, indispensabili per calarsi nella realtà della classe che incontreremo. Prima di andare oltre, mi pare sia importante farti un esempio sulle diverse modalità delle relazioni che intercorrono tra noi e gli studenti nei vari ordini scolastici. Nel corso di dieci anni di attività abbiamo potuto elaborare una vera e propria casistica sul loro comportamento. Nelle scuole superiori solitamente c’è molto più imbarazzo e diffidenza che nelle elementari o nelle materne. Risulta infatti chiaro che in un bambino il pregiudizio è meno radicato che in un adolescente. Di conseguenza è più facile che domande come: “Ma tu perché sei così?” ci siano rivolte da un bambino di quattro anni che da un ragazzo di quindici. Comunque questo non vuol dire che con gli studenti più adulti non si ottengano risultati, ma semplicemente che occorre, un po’ più tempo per rompere il ghiaccio. Per farti capire meglio: quando entriamo in queste classi di solito c’è quel brusio classico delle aule studentesche. Nel momento in cui varchiamo la soglia dell’aula subentra un silenzio assoluto, quasi irreale. Noi l’abbiamo ribattezzato “effetto Calamaio”.

Prima parlavi di formazione di altri gruppi come il vostro. Siete a conoscenza dell’esistenza sul territorio nazionale di gruppi come il Calamaio? Se esistono c’è collaborazione tra di voi?
Attualmente esistono solo due esperienze in Italia simili al Calamaio e si tratta comunque di esperienze che hanno preso spunto dalla nostra. L’uno è un progetto attivato a Roma, con il quale però abbiamo avuto contatti soltanto all’epoca della sua nascita. L’altro è naturalmente quello di Parma che fa capo al Consorzio delle Cooperative con il quale abbiamo collaborato in modo proficuo per diversi anni come testimonia questa pubblicazione. Oltre a queste, abbiamo creato una rete di relazioni e collaborazioni esterne al fine di evitare il rischio di autoconfinarsi in una realtà importante ma pur sempre parziale come quella dell’handicap. In quest’ottica vanno lette le collaborazioni con il gruppo Exodus e Libera. Come saprai Exodus, il cui ideatore è Don Antonio Mazzi, è un progetto per il recupero dei tossicodipendenti attraverso il soggiorno in comunità terapeutiche. Siamo stati invitati presso una delle comunità per tenere alcune lezioni ad ex-tossicodipendenti divenuti poi operatori sociali. E’ stata l’occasione per confrontarci sui temi della difficoltà e dell’accettazione di sé partendo dalle nostre esperienze che, seppur diverse, presentano interessanti analogie.



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