2. Più leggero non basta
- Autore: Federico Starnone
Riportiamo di seguito un brano tratto da Più leggero non basta – Educazione alla diversità di Federico Starnone, Feltrinelli, Milano, 1995
Elena – ormai credo che si sia capito – è una che gira molto, sicuramente più di me. I percorsi in furgone li passiamo a cantare a squarciagola Jovanotti oppure a fare discorsi e confessioni, lanciate tra il posto di guida e il vano di carico dove lei è semisepolta, quasi invisibile. Cosicché‚, quando ci fermiamo ai semafori, gli altri automobilisti vedono un pazzo che parla da solo e mi fissano preoccupati, in attesa del verde.
Solo che spesso non fanno in tempo, perché‚ da dietro mi arriva la voce di Elena che mi dice: vai, vai. Allora io guardo il semaforo, ancora rosso, e mi angoscio. Nello specchietto, però, c’è lo sguardo fermo di Elena che mi fa segno: vai. Mi arrendo e innesto la prima con l’ansia di chi come me ha imparato a guidare in Veneto, una terra dura dove la grappa è grappa e i semafori sono semafori. Alla fine guardo a destra e a sinistra, incrocio le dita e passo.
Ce la siamo sempre cavata. Ma ogni volta che arrivo dall’altro lato mi dico: esisterà un limite.
Qualche volta i semafori li saltiamo per andare in associazione, dove lei scrive i suoi articoli per “Camera con vista”. Ci sediamo vicini davanti al computer e oriento lo schermo in modo che vediamo tutti e due. Lei pensa per un po’ e poi comincia a dettare l’articolo lentamente, perplessa, frase dietro frase. Io qualche volta scrivo, qualche volta esito e poi scrivo cambiando una parola, qualche volta non scrivo proprio. Allora Elena mi guarda e mi fa: non ti piace, eh? No, le rispondo, mentre scrivo la frase a modo mio, riformulata, diversa. Lei mi guarda con aria rasserenata e mi detta la frase successiva.
Così facendo, piano piano arriviamo alla fine. Dopo che abbiamo stampato il testo, Elena mi propone sempre: adesso lo firmiamo tutti e due. Io le dico: ma no!, e ne discutiamo un po’. Qualche volta firmo anch’io, qualche volta no. Però, mentre metto l’articolo appena scritto nella cartellina, penso sempre che forse ho ecceduto e mi dico: esisterà un limite.
Più— tardi, a casa, ripercorro quello che è successo e scopro che il problema Š che in due facciamo le azioni di uno: abbiamo due teste e un solo paio di mani funzionanti a disposizione, e quando capita che le due teste ragionino in modo diverso partono i guai.
La posizione ovvia in merito – quella formalmente giusta – è che le mie mani diventino le sue. Io sto l per questo e questo è lo scopo del servizio civile: mi dovrei alienare, staccare il cervello e diventare una protesi ubbidiente annullando me stesso come persona. Ma quando mi risolvo a questo atteggiamento, sento che c’è qualcosa che non va. Non è giusto chiedere a qualcuno di rinunciare a se stesso, di rinunciare a usare la propria testa, neanche per lavoro. È come se finissi io sulla carrozzina, immobile e solo, ed Elena in piedi, in giro, a fare quello che le pare. E poi, se passando con il rosso ci facciamo male, di chi è la colpa? Domanda troppo difficile, troppo vicina a essere senza senso perch‚ la posizione che la genera ne abbia uno.
Allo stesso modo, forse ancora di più, non ha senso che le mie mani restino mie. Chi accompagna non solo deve fare le cose che gli si chiedono: le deve fare come vengono richieste, altrimenti la persona accompagnata non potrò mai esprimere se stessa nella scelta del modo di agire.
Per diverse settimane mi sono dibattuto in questa rete: pareva che stando insieme, Elena e io, uno dei due non potesse esprimersi; che per forza uno di noi dovesse restare “mentalmente” seduto sulla carrozzina. La soluzione è arrivata con il tempo, fuori dalla linee di comportamento preordinate: lentamente, le uniche mani di cui disponevamo sono diventate nostre. Nè mie nè sue: nostre. A furia di frequentarci, in quest’anno che lentamente sta passando, si è instaurata piano piano una sintonia: un’affinità che si esplica nella ricerca quotidiana di una forma di armonia nel modo di fare le cose, di gestire insieme queste nostre due mani. È un equilibrio che varia con i nostri umori, con l’amicizia, con le giornate, eppure consente a entrambi di esprimerci come persone. Noi non lo possediamo, questo equilibrio, nè forse è possibile possederlo. Ma abbiamo deciso di cercarlo assiduamente, e questa ricerca in qualche modo è una soluzione al problema: è il faticoso atteggiamento che abbiamo scelto di tenere.
Perciò, dopo mesi, sono ormai sicuro che un limite esiste davvero. È un limite mobile, ambiguo, inaffidabile; e riesco a rispettarlo solo cercandolo insieme a Elena, ogni giorno.
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