Skip to main content

9. Umano è …..

di Daniele Barbieri, autore, con Riccardo Mancini, di due antologie per usare la fantascienza a scuola, pubblicate dalla Nuova Italia.

La diversità nella fantascienza
L’incontro con il diverso, l’alieno, l’incomprensibile o ciò che turba consolidati stereotipi (fra i tanti, l’e­stetica) è uno dei temi portanti della fantascienza. Esiste ovviamente una “science fiction” – d’ora in poi “sfi” – superficiale e reazionaria che affronta il “marziano” (ovvero qual­siasi straniero) in termini militare­schi: prima sparare e poi chiedere chi è. Esistono tonnellate di esempi a conferma che, lassù nelle galas­sie, ci comportiamo proprio come sulla Terra: stupidi, espansionisti, razzisti. Prima di andare a caccia di “et” abbiamo avuto un lungo tiroci­nio con  gli alieni di casa: pellerossa, streghe, gli albini e persino manci­ni, handicappati, pazzi, gay, zingari, ebrei, infedeli, musi gialli, sporchi negri… Diverso, cioè nemico, dunque mostro: deduzioni rapide e conclusive. La “sfi” più banale nell’affrontare l’ignoto si limita a sosti­tuire il laser all’antiquata spada o sassata, lo xenocidio stellare ai vec­chi roghi.
La dice lunga sulla povertà del nostro immaginario collettivo che in una letteratura nata all’incrocio fra desiderio e paura sia (quasi) sem­pre la seconda a prevalere. Se i nemici sulla Terra sono pochi, lo scontro si sposta un po’ più in là: gli eroici “Wasp” (bianchi, anglosasso­ni, protestanti e ovviamente perlo­più maschi) se la vedranno con disgustosi e perfidi “Bem” (Bug-Eyed Monster), “mostri dagli occhi d’insetto”.
Occorrono decenni perché nella letteratura avveniristica cresca, cir­coli, germogli l’idea di un diverso non ostile e dunque una concezione del mondo – per meglio dire: degli universi possibili – non bipedo­centrica, non a misura di Wasp.
Per fare un solo esempio, in “Luomo invisibile” H. G. Wells, uno dei supposti padri fondatori del genere, per instillarci subito antipatia verso il cattivo di turno lo descrive albino. Nulla di nuovo sotto il sole purtroppo. La stragrande maggioranza della letteratura (anche quella che pretende la L maiuscola) adotta stereotipi razzisti, è insomma piena di guerci e storpi che proprio a partire da quelle stimmate mostrano la loro anima nera. E anche le fiabe non si discostano dallo schema: è meglio guardarsi dalle vecchie, dai nani da chi ha la gobba. È insomma “naturale” che Peter Pan sia bello, giovane e vincente mentre chi ha un occhio e una mano in meno (Capitan Uncino) debba finire in pasto ai coccodrilli.

Tutti i nostri alieni
Lentamente alcuni scrittori di “sfi” introducono il dubbio: se sotto quella pelle verde o azzurra battesse un nobile cuore? O addirittura – dirà Theodore Sturgeon -se gli stranieri, se la nuova razza di super-uomini non fossero venuti per minacciarci con super-armi ma a offrirci la loro super-scienza, a raccontarci una super-solitudine, a stupirci con la loro super-gentilezza, a insegnarci una maniera superiore di amare?
All’inizio di questa presa di coscienza che attraversa la “sfi” vengono accettati alcuni “Hilf” (Humanoid Intelligent Life Forms), talmente simili a noi da suggerire che lo sforzo d’accettazione sia misurabile in decine di millimetri. Poi, negli anni ’50, arriva Frederic Brown con lo squassante racconto “Sentinella” solo una paginetta, con un rovesciamento di prospettiva che arriva imprevisto nelle ultime due righe dove esplode l’orrore di un alieno alla nostra vista: “orrore” giustificato non dalla bruttezza ma dall’essere  noi i mostri sanguinari la vera razza dannata dell’universo, quelli che hanno provocato guerre crude interminabili perché “avevano cominciato a sparare senza nemmeno tentare un accordo, una soluzione pacifica”.
La strada indicata da Brown è stata esplorata. Dunque, dagli anni ’60 in poi, molti – sempre realisticamente parlando – autori e autrici di fantascienza hanno affrontato in modo straordinario e sovversivo il tema dell’incontro con gli alieni, scoprendo (quasi) tutto ciò che era celato su loro e noi, i pretesi normali. Se in Italia sono poco noti e apprezzati è per colpa di un antico e radicato, quanto ingiustificato, pregiudizio verso la “sfi” considerata letteratura di serie B (ma questo è un lungo discorso che ci porterebbe fuori strada).
Esistono ovviamente molti tipi di differenze, ma, osserva Ursula Le Gum “il problema sollevato è quello dell’Altro, dell’es­sere che è diverso da te stesso. Può differire nel sesso; o nel suo reddito annuale; o nel modo di par­lare, di vestire o di agire; o nel colore della pelle, o nella quantità di gambe e di teste che ha”. Chi legge di frequente la buona fanta­scienza sa probabilmente indi­care all’istante alcuni titoti-chiave sull’Alieno sessuale o razziale; con qualche riflessione in più potrebbe individuare anche alcuni Alieni cultu­rali e sociali. Ma c’è un tipo di  alienità che, direttamente o in modo metaforico, rimanda all’handicap, alla disabitità. È difficile però che anche l’appassionato di “sfi” ricordi autori e titoli. Opera qui, con ogni evidenza, una doppia censura o rimozione: la prima è che esistono ancor meno autori/autrici che sanno confrontarsi (senza pregiudi­zi) con questo particolarissimo Alieno; la seconda è nella testa di chi legge, che spesso è turbato/a ma di solito preferisce allontanare da sé in modo più o meno inconscio l’oggetto del turbamento. Questo articolo mira a costruire uno specifico percorso di lettura per individuare come la fantascienza abbia affrontato i veri problemi posti da Handicap City o da “Handicap Haven” come si chiama appunto il “ghetto spaziale” di un romanzo­simbolo che racconteremo in det­taglio. Ad avviso di chi scrive, il modo “giusto” di scriverne non è certo nel nascondere (in nome magari di qualche retorica “buoni­sta”) che esistano i problemi e/o che le differenze fisiche suscitino insieme curiosità (sentimento di per sé prevalentemente positivo) e paura… e che naturalmente pre­varrà la curiosità o la paura a seconda dei contesti (storici, sociali, culturali) e delle storie/esperienze individuali.
Come sempre, c’interessa il punto d’arrivo ma soprattutto quei viaggi – faticosi e/o istruttivi – che cambiano in profondità i viaggiatori, il loro sguar­do e la meta stessa.

È difficile fare le/cose difficili:
parlare al sordo
mostrare la rosa al cieco.
Bambini, imparate
a fare le cose difficili:
regalare una rosa al cieco,
cantare per il sordo,
liberare gli schiavi
che si credono liberi.
Gianni Rodari

“I piloti erano completamente sordi per necessità (…) Una persona dotata di un udito normale non poteva pilotare un’astronave in mezzo ai punti di sfasamento e uscirne con la mente intatta”: il pro­tagonista de “I giorni delle chimere” per volare nello spazio rinuncia ai suoni, anche alla musica che tanto amava. Sentire, non sentire, ascoltare “cose diverse” è uno dei temi dominanti, pur se sotterranei, di questo bel romanzo. E la dedica è divisa fra “a Joje, che sente la musica” e “ai miei amici sordi che mi hanno insegnato tante cose sulla vita e l’amore. La loro è una musica diversa, scritta nell’aria. Sono persone speciali. Grazie”. Non stupisce dunque apprendere che Jack Caroll Haldeman secondo (fratello del più famoso scrittore “sfi” Joe) è sordo dalla nascita.
Solo a pagina 40 di “Una rete fra te stelle”, romanzo d’esordio di Loren J. MacGregor, il lettore sco­pre da una frase apparentemente gettata lì, per inciso, che una delle protagoniste è senza gambe: non è un espediente letterario ma è un messaggio forte, di rottura degli stereotipi anti-disabili.
“Non ci resta che buttarlo lì, che si rompa quel suo piccolo collo spastico”’: sono cattivi i ragazzi che seviziano e poi deci­dono di uccidere Carpenter, il loro insegnante, solo “colpevole” di essere severo ma in realtà odiato per­ché su una sedia a rotelle. Siamo in un dopo-bomba, un classico scenario della “sfi” ma pochi come Orson Scott Card hanno saputo mostrarci quanti colle­gamenti vi siano fra quelle desolazioni e queste. Per 20 pagine spietate, Carpenter cerca prima di comunicare con i ragazzi attraverso la tastiersa di un com­puter (l’unico modo per lui possibile di parlare), poi di difendersi da loro e dal suo corpo che s’attorciglia nel dolore, e infine semplicemente di sopravvivere: sem­pre chiedendosi se anche lui sia colpevole verso quei suoi crudeli, piccoli nemici. Ce la farà a salvarsi e la sua vendetta – o il suo perdono? – sarà terribile: non denuncerà gli aggressori così loro “si sarebbero ricordati per sempre che un giorno avevano lasciato che uno storpio morisse; non sapeva che significato avesse per loro, ma avrebbero ricordato”. Se per loro vi sarà espiazione e/o redenzione non sappiamo, perché questa parte del romanzo termina nel modo più imprevedibile e “aperto”. Carpenter intuisce che Pope, uno dei suoi studenti-killer vorrebbe partargli, lo aspetta ma Pope non ce la fa. Esce. Agli occhi di Carpenter sembra che il vento lo sollevi come un aquilone. Non è vero: si tratta solo di una forte cor­rente che trascina tutti. E la frase-messaggio finale è: «Tutti i corpi del mondo vengono afferrati dalla stessa corrente, dallo stesse vento, si gettano nello stesso fiume, nelle stesse strade, per finire impigliati in qualche ostacolo, in qualche cimitero, sa  Dio dove o perché».
Se il Carpenter di Scott Card rovescia sugli altri il suo tormento di “capro espiatorio”, in altri romanzi” sfi” possiamo scorgere nei mutanti l’ombra lunga dei diversi perseguitati. Il telepatico, il longevo, la bambi­na con sei dita su un piede, «i negri verdi» sono “anche” la riproposizione di inquisizioni e roghi a noi già noti. Nel racconto (inedito in italiano) “The Wheels of Good” Paul Darcy Boles ci mostra le mille facce dell’intolleranza, partendo dal paradossale spunto di rendere “handicappati” tutti. Un giorno, senza un per­ché, negli Usa ogni persona si sveglia senza piedi e con rotelle sotto le gambe. È comprensibile lo scon­certo generale ma poi tutto sembra andare per il meglio: non solo l’umanità si riorganizza ma anzi i più magnificano questa splendida evoluzione. Quando però un tal Ronald Starr nasce con i piedi si accorge di come sia difficile campare da “diverso”.
Un paradosso per certi versi simile venne proposto, in epoca di “samizdat”, dal cecoslovacco Egon Bondy con lo splendido “Fratelli invalidi”, che qui si iscrive d’ufficio alla fantascienza anche se appartiene forse a un ter­ritorio di mezzo fra satira e surreali­smo. Scrivendo nel 1974, Bondy immagina che, dopo 5/600 anni di stalin-brezneviano “socialismo reale”, la residua umanità sia divisa fra invalidi – metafora dei non-pro­duttivi e ribelli? – e “minorati”, cioè burocrati, poliziotti e militari che (pur se hanno poco da reprimere) godono della possibilità di persegui­tare gli altri. Solo gli “invalidi” soprav­viveranno alla catastrofe finale, però non aspettatevi da Bondy un “happy-end”: quel poco  di mondo che si salva appare assai invalido e/o “insano” di mente.

Tutti belli, senza eccezione
Facciamo un salto indietro, al 1955 quando F. L. Wallace scrisse “Destinazione Centauro”, un intero romanzo costruite sulla possibilità/impossibilità di convivere fra normodotati e disabili.
La Terra ha confinato sul pianetino Handicap Haven un migliaio di «accidentali» ovvero – secondo il crudo linguaggio di Cameron, un medico – «umani patetici e rappez­zati, uomini e donne per metà o un quarto, organismi frazionari camuf­fati da persone». Il vero problema non sarebbe curarli o assicurare loro mobilità e lavoro, perché medi­cina e tecnologia hanno conseguito enormi risultati. La questione di fondo, che molti da entrambe le parti rimuovono, sta nel totale rifiuto dei “normali” cittadini d’una società ormai maniacalmente edonista ad accettare quei corpi portatori di “bruttezza”. Gli esclusi si organizza­no, si ribellano. Cercano solidarietà sulla Terra e non la trovano. Decidono allora di partire, da soli, verso il finora irraggiungibile sistema di Alpha Proxima Centauri: per dimostrare che proprie loro, che “solo loro” (armati di intelligenza e di sicure “mutazioni” che hanno scoperto dentro/oltre l’handicap) possono affrontare il lungo viaggio verso le stelle. I bei terrestri sarebbero disposti a ingoiare tutto, pur di libe­rarsi degli «accidentali». Ma c’è qualcosa che i “normali” non pos­sono tollerare: che il primo contatto con gli “et” sia stabilito proprio dai “peggiori”) rappresentanti della razza umana. Il colpo di scena finale è forse prevedibile ma – conside­rando anche l’epoca – del tutto contro corrente (12). Proprio per­ché gli “et” risultano essere vera­mente alieni (grosse farfalle pen­santi) la cosa migliore per la Terra sarà che a rappresentarla siano proprio colore che la condizione di alienità la conoscono bene, sulla loro pelle. Forse nel lettore (come nell’autore?) rimane un dubbio: per gli «accidentali» è un vero successo o l’ennesima, infame strumentaliz­zazione? Del resto è l’interrogativo che accompagna ogni tappa dello scontro fra potere ed esclusi.

Vedere oltre gli occhi
E ora, come da tradizione fanta­scientifica, facciamo un altro salto nel tempo, al 1978 quando l’allora trentenne John Varley decise di ri­scrivere “il paese dei ciechi”, dove H. G. Wells aveva immaginato (tanto per cambiare!) un fosco fina­le al solo scopo di illustrare la perfi­dia dei ciechi. Il racconto, in realtà un romanzo breve, di Vartey si chia­ma “La persistenza della visione” ed è scritto in prima persona.
Siamo nell’epoca della quarta non­depressione e il protagonista nei suoi vagabondaggi incentra un muro. Lì c’è Keller, la città utopica fondata da un gruppo di sordo-ciechi, da quella fetta di «genii, artisti, sognatori, agitatori… magnifici pazzi» presente fra le 5000 persone prive di vista e di udito che erano nate 30 anni prima, tutte nel giro di pochi mesi, per le conseguenze di sicure epidemie. L’uomo incuriosito decide di entrare. Incontra una ragazza e si affanna a parlarle in Braille per scoprire poi che lei non è sorda e cieca. «Qui lo sono solo genitori, io sono uno dei figli». Sarà proprio Pink, que­sto il nome della ragazzina, a condurre io protagonista in quella città aliena, a raccontarne la storia. «Non era mai esistita una comunità autosufficiente di ciechi­-sordi (…). Partivano da una lavagna vergine, senza modelli da seguire». Gli abitanti di Keller girano e lavorano nudi. Parlano il linguaggio – anzi i linguaggi – del corpo. E hanno sviluppato idee nuove in quasi ogni campo del sapere. Affascinato, l’uomo decide di restare per capire, di collaborare. Ci sono regole da seguire ovviamente, per esempio non lasciare nulla che possa ostacolare i punti di passaggio. II tempo passa e lui s’inserisce, anzi si sente «in comunione» con loro. Ma un giorno dimentica un inaffiatoio sul sentiero e una donna si ferisce. Errore grave perché «il loro sistema poteva funzionare solo sulla fiducia». Si riunisce «una specie di commissione, chiamiamola una giuria (…). Tutti avevano l’aria molto triste». Si parla perlopiù nel linguaggio delle mani, salvo qualche frase detta da Pink. Gli viene formalmente chiesto se accetta la condanna o se preferisce lasciare la città. Sceglie di essere punito, secondo le regole (che ancora non conosce) di Keller. Allora, con grande solennità, la donna ferita lo sculaccia. «Più tardi ci pen­sai sopra parecchio. Sculacciare gli adulti è una cosa inaudita, sapete, anche se non mi venne in mente che dopo molto tempo (…). Avevano una punizione più severa, riservata alle colpe ripetute o intenzionali. Non dovevano usarla spesso.
Consisteva nell’emarginarti. Nessuno ti toccava per un dato periodo di tempo». Varley descrive questa immaginaria città con grandissima partecipazione, senza abbandonarsi all’illusione che tutto sia facile-felice per chi l’ha fondata o ci è nato. Però, «ciò che avevano creato si avvicinava, per quanto era possibi­le in questo mondo imperfetto, a un modo sano e razionale di esistere senza guerre e con la politica ridotta al minimo. (…) Non la sto  proponendo come soluzione ai problemi del mondo. È possibile che possa funzionare solo per un gruppo con un interes­se comune vincolante e raro come la sordità e la cecità. Non mi viene in mente nessun altro gruppo con necessità tanto interdipendenti». Quanto al protagonista, lì è felice: “l’unico visitatore in sette anni che si fosse fermato più di qualche gior­no”. Eppure sente forte la spinta ad andarsene ogni volta che sorge un problema di incomunicabilità o di affettività/gelosia con Pink. Non si sente come loro. E anche se «quelli erano i migliori amici mai avuti», un giorno decide di andarsene. Passano 6 anni e là fuori tutto va bene per lui. In apparenza. Ma un giorno d’improvviso decide di tor­nare a Keller. «Mi trovai a correre nel deserto del Nevada, sudando, aggrappato al volante. Piangevo, ma in silenzio, come avevo impara­to a fare a Keller. Si può tornare indietro?».
Quasi tutto è cambiato a Keller e lui ha paura di aver perso la sua occa­sione, «il suo incantesimo».
Pink lo ha aspettato e dice che gli farà un dono.
«Alzò le mani e mi toccò legger­mente gli orecchi con le dita fredde. Il suono del vento cessò e quando le sue mani si staccarono non tornò più. Mi toccò gli occhi, escluse la luce, e non vidi più. Ora viviamo nell’incanto del silenzio e della tenebra».

Un cyborg per amico
Su una qualsiasi spiaggia in un qua­lunque agosto. Sentite il vostro sconosciuto vicino d’ombrellone (un ragazzo che ha giocato e corso sino a pochi minuti prima) dire agli amici: «Vado a fare il bagno». Con comprensibile sorpresa, lo vedete “svitarsi” una gamba prima di immergersi in acqua.
Cresce intorno a noi il numero di coloro che si avvalgono di corpi biomeccanici, che si muovono (o vivono) grazie a supporti artificiali, che usa protesi e ortesi pressoché perfette in sostituzione degli arti mancanti.
Aspettando che un più giusto sistema sociale metta questi prodotti della tec­nologia a disposizione di tutti coloro che ne necessi­tano, possiamo riprendere da qui il nostro discorso sull’immaginario. Infatti questi corpi supportati da alte tecnologie sono considerati da qualcuno creature inquietanti, alieni appunto. È solo questione di novità e poi ci si abituerà, come accadde secoli fa per gli occhiali… prolungamento tecnologico (banale oggi, sconvolgente un tempo) del nostri occhi? Per chi ama la fantascienza, la prossima generazione potrebbe essere quella dei “metalli urlanti” e degli “umanoidi associati”. Come stupirsi allora se fra noi già inizia a circolare qualche cyborg?
La parola, un po’ pomposa, non è ancora entrata nell’uso comune nonostante alcuni (per lo più) pessimi film e telefilm, uno dei quali pessimamente interpretato dal pessimo Schwarzenegger. In realtà il termine nasce dal mix delle prime tre lettere di “cybernetic” con quelle di “organism”: dunque un organismo cibernetico, o – per estensione – qualsiasi ibrido fra uomo (o animale) e macchina, una macedonia di parti naturali e meccaniche (15). In questo senso avete forse già qualche cyborg per amico, anche se magari non ci avete fatto caso. Infatti c’è in giro relati­vamente molta gente con protesi e ortesi, con lo sterno tenuto insieme da punti metallici, con sostituti artificiali articolazione coxofemorale… Volendo anche chi ha un pacemaker o una dentiera rientra nella definizione. Ed è curioso che l’immaginario collettivo (che non vuol dire però quello di ogni singolo) oggi “accetti” facilmente chi dispone di un cuore arti­ficiale mentre per secoli un diffuso ostracismo sociale ha accompagnato chi usava la più povera delle “pro­tesi”,la stampella.
La definizione cyborg non nasce nell’ambito della fantascienza ma nel 1960 a opera di 2 medici statuni­tensi (che riprendono alcune intuizioni di Norbert Wiener, “papà” della cibernetica) impegnati a un pro­getto della Nasa. La “sfi” però ne aveva gia racconta­to, con quasi infinite sfaccettature.
Il cyborg può essere di tre generi: medico, funziona­le, adattato. Per ora solo quello del primo tipo esiste nella realtà. Il cyborg funzionale è, sulla carta, un essere umano modificato in mode da essere adatto a lavori particolari, o per “pensare più velocemente” o per ricevere informazioni in “tempo reale”. Quello adattato è invece, in teoria, un essere umano interamente modificato (ri-fabbricato) per consentir­gli di vivere in ambienti non terrestri o – siamo pericolosamente vicini alla cronaca – in una Terra super­inquinata.

La carne e i circuiti
Come osservano due studiosi sta­tunitensi «I cyborg hanno sem­pre la funzione di porre, in termini narrativi, il problema dell’essenza umana e di ciò che la costituisce». Ma qual è – se c’è; e nel caso come/chi lo stabilisce? – il limite oltre cui un cyborg non è più un essere umano? Se oltre a mani, gambe, denti, fegato vengono sostituiti anche lo scheletro, le vene e la maggior parte della pelle, cosa rimane? Il limite estremo è un cer­vello umano in una scatola “di metallo” (come già immaginava la fantascienza di inizio secolo) oppu­re trapiantato in un corpo intera­mente nuovo che potrebbe anche non essere organico. Ne avremmo paura o ammirazione? E ci sarà chi (in nome di un’ideologia?) si met­terà a misurare, con la bilancia del macellaio, la quantità di carne e di circuiti nei nostri corpi per poi rilasciare – o meno – una patente di “umanità”? Potrebbe essere un’altra maniera perversa di cercare l’a­nima, riprendendo quelle teorie “scientifiche” che nell’evoluto 1800 D.C. sostenevano: dato che l’anima è bianca (?) è evidente (?) che gialli e neri ne sono privi. «Tu non sapevi di avere una coscienza al fosforo, piantata fra l’aorta e l’intenzione» ironizza Fabrizio De Andrè.
Quanti circuiti ci vogliono per “fulmi­nare” l’anima? O, se preferite la domanda in termini seri, cosa fa di noi un essere umano? Dato che il nostro argomento principe è la fan­tascienza, è interessante seguire il ragionamento di un guru della “sfi”, Isaac Asimov e accennare at suo bellissimo “L’uomo del bicentena­rio”.
Andrew Martin si appresta a un’operazione chirurgica «indubbia­mente pericolosa». Il medico-robot esita: nei suoil circuiti è inserita una “legge” che gli impedisce di arrecare danno a un essere umano. «Ma io sono un robot» gli dice Martin. Dopo questo veloce colpo di scena, Asimov ci rac­conta in un lungo flash-back la storia di questo insolito robot. Preso per fare il maggiordomo e giocare con la bambina della famiglia Martin, per caso Andrew rivela insolite doti artistiche. Alla fabbrica (la Us Robot) lo spiegano come “un difetto di fabbricazio­ne”. Gli oggetti scolpiti da Andrew vengono venduti e il suo “padrone” gli apre un conto in banca: servirà per “le riparazioni”. Dopo molti anni, Andrew (forte dei suoi 600 mila dollari guadagnati da artista) chiede al suo padrone di accettarli, «in cambia di qualcosa che solo voi potete darmi… La mia libertà». Si apre una complessa questione giuridica e simbolica (anche perché fra gli umani è forte l’ostilità verso i robot). In tribunale il giudice chiede ad Andrew che differenza farebbe per lui essere libero. «Forse niente, vostro onore, ma farei tutto con maggiore gioia. In quest’aula ho sentito dire che solo un umano può essere libero. A me pare invece che chiunque lo desideri dovrebbe poter essere libero». E fu questo a convin­cere il giudice che nella sentenza scrive: «Non abbiamo il diritto di negare la libertà a un “oggetto” dotato di una mentalità così progredita da comprendere il concetto e desiderarne la condizione».
C’è una palese contraddizione fra quella definizione («oggetto») e la condizione di libertà. Il racconto di Asimov si snoda attraverso molti interessanti sentieri narrativi e filosofici. Ma l’essenza della vicenda – e quello che più ci interessa qui – è che Andrew riesce a far sostituire il suo corpo di metallo con quello di un androide sperimentale, ovvero «di apparenza umana, anche nella composizione della pelle».
Passano molti anni: Andrew studia da robo-biologo e disegna «un sistema che consenta agli androidi (cioè a me) di trarre energia dai carboidrati invece che da una batteria atomica». Se lo fa impiantare e l’esperimento riesce. È sempre più umano ma continua a escogitare «congegni capaci di trattare cibo indigesto e di espellerlo» e perfino organi genitali. La domanda che gli viene posta è sempre la stessa: perché desi­dera “peggiorare” il sue corpo così efficiente? Immutabile la risposta: voglio diventare un essere umano. E infine Andrew chiede di essere riconosciuto come tale. Questa nuova battaglia giuridica è molto più difficile della precedente… il lungo flashback è concluso. Andrew è sul tavolo del chirurgo e gli ordina di eseguire l’intervento. L’operazione riesce e rende mortali le sue cellule cerebrali, l’unica parte del corpo che non può essere sostituita. Ora Andrew è umano.
«Quella sua ultima azione accese la fantasia dell’opinione pubblica. Tutto quello che aveva fatto prima non aveva commosso nessuno ma quando decise di morire pur di essere dichiarato umano, il suo sacrificio fu troppo sublime per essere ignorato».

Cyborgizzazione a rovescio?
Asimov dunque ha inventato la vicenda di un cyborg al contrario: una creatura artificiale (e potenzial­mente immortale) che sostituisce man mano i suoi circuiti indistruttibili con “carne” destinata a marcire. “Possiamo avere due classi di cyborg completi: un cervello roboti­co in un corpo umano oppure un cervello umano in corpo robotico” commentò Asimov in un articolo. Seconde lui, un cyborg del primo tipo verrà accettato dalla maggior parte della gente come umano, mentre il secondo sarà classificato dai più come robot. Perché questo paradosso? «Dopotutto noi siamo, per la maggior parte della gente, quello che sembriamo» suggerisce lo scrittore-scienziato. Poi, vista la “piacevole” caratteristica della nostra razza di temere e persegui­tare i diversi, Asimov conclude: «Guardiamo in faccia la realtà. I cyborg avranno i loro guai in ogni caso». Col pessimismo di Asimov concordano molti scrittori di “sfi”. Più ottimista Varley, sopra citato, convinto che il futuro sia del cyborg: «Si trapianterà o innesterà tutto: arti e organi, gambe, reni, occhi» scrive nel bellissimo “Millennium”. Il vero rischio potrebbe essere che in una società orrendamente classista (come l’attuale) solo i ricchi possano dotarsi di “un magazzino dei corpi”, utilizzando a bassi costi gli organi dei poveri fatti appositamente a pezzi. C’è chi nega che ciò sia accaduto e parla di “leg­gende metropolitane” (ma ci sono villaggi in India dove chiunque può incontrare centinaia di persone che vivono con un solo rene: l’altro è “volato” per pochi soldi in Germania o Usa). In ogni caso si tratta di uno scenario che non si colloca nel futuro lontano ma sul confine tra il presente e un domani molto pros­simo.
Corpi inquietanti, mutati. Sempre più nel futuro. Dalla chirurgia, dalla bio-genetica, magari dal “piercing”. Del resto il sogno di un super-corpo (o di separare la mente dalla carne putrescente) è vecchio quanto il mondo. Io problema vero resta la definizione di umanità. Ecco come lo pose – nel suo stile paradossale eppure profetico – Philip Dick in una conferenza. «II più grande cambia­mento al quale assistiamo nel nostro mondo è probabilmente la quantità di moto del vivente verso la reificazione e allo stesso tempo del meccanico nell’animazione (…) Un giorno forse vedremo un uomo sparare a un androide (cioè a un robot con perfette fattezze umane) appena uscito dalla fabbrica. L’androide, con grande sorpresa dell’uomo, pren­derà a sanguinare. Ma l’androide sparerà di rimando e, con sua grande sorpresa, vedrà una voluta di fumo levarsi dalla pompa elettrica che si trova al posto del cuore dell’uomo. Sarà un grande momento di verità per entrambi”.
Non c’è conclusione possibile. Definire il confine tra umano e non significa spostare sempre più avanti (o altrove?) lo scontro fra desideri/possibilità e paure/ limiti. Un grande passo avanti è nello sconfig­gere le definizioni di umanità basate sull’estetica, sull’esteriorità, su una pretesa di indefinibile “normalità”. Dove molti impauriti scorgono qualcosa di orribile spesso non c’è alcun pericolo ma sotto le spoglie dei bravi, belli e obbedienti cittadini – questa è la lezione del nostro secolo (e non va riferita al solo nazismo) – stanno spesso i veri “mostri”, capaci di uccidere chiunque solo perché gli è stato ordinato, o perché “tutti” lo fanno. Un messaggio che spesso si ritrova nelle pagine del fumetto “Dylan Dog”. In particolare nelle storie scritte da Tiziano Sclavi anziché dai suoi (più banali e spesso inutilmente “splatter”) coadiutori. Ancora Philip Dick ce lo chiarisce nel racconto, non per caso, intitolato “Umano è”. Quando il marito – violento e odioso – torna da una missione spaziale, la protagonista lo “scopre” dolce e capace di sentimenti veri. Ma arrivano i servizi segreti per dire alla donna che “lì dentro” c’è qualcun’altro: un alieno che per sopravvivere (ma lo sapremo solo alla fine) si è impadronito di quel corpo (morente, ma anche questo si saprà poi). I servizi segreti chiedono alla donna di aiutarli a cacciare l’invasore. Lei rifiuta e “tra­disce la sua razza”: perché quest’alieno è infinitamen­te migliore dell’arrogante maschio terrestre che fino a poco prima aveva posseduto quel corpo.
Sì tradire. Perché il concetto d’umanità è vago, non trova tutti concordi. Perché spesso «il nemico marcia alla tua testa» come ci disse Bertolt Brecht. Perché per qualche nazi-ariano “tradisce” anche chi conside­ra umano un handicappato o chi sorride a un turco. Eppure neppure i nazi-ariani sono mostri. O perlome­no non più mostri di quelli che ognuno porta con sé, in qualche parte buia del suo cuore: mostri che crescono e si ingigantiscono ogni volta che uccidiamo qualche alieno – le diversità – dentro di noi.



Categorie:

naviga: