Skip to main content

3. Il Gospar

Riportiamo, qui di seguito, due racconti tratti da Le Marlboro di Sarajevo di Miljenko Jergovic, Quodlibet, Macerata, 1994

Un tempo lungo il Sepetarovac salivano, ricurvi sotto ceste di vimini, i facchini diretti alle magaze di Bjelava e ai negozi su a Podhrastovi. Da secoli si arrampicavano lungo quel sentiero interminabilmente ripido, mentre in cima li aspettava la fontana pubblica. Là, sotto i suoi zampilli, riuscivano a trovare un po’ di refrigerio e la speranza che un bel giorno la montagna avrebbe ceduto sotto il peso della loro fatica. La fontana l’aveva costruita, in tempi remoti e oscuri, un certo beg, a beneficio del popolo e a chè si posteri ricordassero di lui. Non si è mai prosciugata, neanche quando i camion sostituirono i facchini e delle loro ceste non rimase traccia se non nel nome della strada.
Ivo visse sul Sepetarovac gran parte della vita, ma per se stesso e per la gente rimase sempre il gospar, il signore di Dubrovnik, “il Cittadino”. Le rose del suo giardino erano le più grosse, il suo sentiero di pietra sempre ben pulito e il suo saluto cordiale quanto basta, né troppo alla mano com’・presso il popolino, né troppo scostante com’è presso l’urbana borghesia del nuovi ricchi.
All’inizio dell’autunno ’91, dopo la calata del cetnici Dubrovnik, gospar Ivo comprò un gallo e cinque galline, estirpò le rose, zappò il terreno e nell’orto scovò un vecchio pozzo interrato. Lo ripulì, gli aggiunse del pietrisco e lo arginò con della fine pietra bianca. I vicini avevano intuito chiaramente i suoi propositi: ciò che invece non riuscivano a capire, era come uno potesse vederci così nero e come un “signore” potesse diventare un operaio fangoso e un contadino avvezzo al puzzo del pollame.
– Vada come vada… Dovesse succedere qualcosa, Dio ce ne scampi, io sono pronto. Diversamente, il sottoscritto si sarà comunque divertito per benino. Sono trent’anni che vivo tra le rose, mica vorrà morire senza sapere cosa le rende diverse dalle galline!
L’inizio della guerra lo accolse con un eccellente raccolto di pomodori; i primi blocchi dell’erogazione idrica li accolse con l’acqua fresca di pozzo. Passavano i giorni, e il gaio coccodè del vicinato sembrava sempre più il canto degli uccelli del paradiso, il suono che ti strappa al mondo delle tenebre per consegnarti alla luminosità del giorno.
– Un gentiluomo è sempre un gentiluomo, e un mentecatto è sempre un mentecatto, qualunque cosa fa. Ieri stava tra le rose, oggi eccolo nella merda di gallina, ma resta pur sempre il signore che era…
Una volta l’acqua mancò per dieci giorni e la fontana sul Sepetarovac si prosciugò Fu allora che i vicini, secchi alla mano, bussarono per la prima volta alla sua finestra. Ivo tirò su l’acqua per loro e loro, naturalmente, dissero un gran bene di lui in giro per il mahala. L’indomani, sotto la casa di Ivo erano già in cinquanta, lui li accontentò tutti, ma poi ne arrivarono altri cinquanta. E nessuno doveva servirsi da solo per non intorbidare il pozzo.
Qualche giorno dopo gospar Ivo piazzò un avviso sulla porta d’ingresso: “Egregi vicini, l’orario del pozzo è 10-12 e 16-18. Diversamente non sono in grado di servirvi”. Davanti casa si formò una fila lunga e insospettabilmente composta; Ivo faceva passare tre clienti per volta, nessuno aveva niente da ridire e tutti parlavano a voce moderata. Le regole della buona condotta andavano rispettate come in chiesa o dentro a una moschea. Ai meno attenti glielo diceva Ivo, o se no la gente in fila: lì si veniva a prendere l’acqua, quella non era un’osteria, quindi il contegno doveva essere appropriato.
Nel giorni fitti di pioggia di granate o anche quando soffiava lo scirocco, gospar Ivo sembrava un po’ nervoso. Allora la gente, a forza di occhiate languide, parole dolci e piccoli segni di attenzione, cercava di restituirgli il buonumore. A volte la cosa riusciva, a volte invece Ivo si comportava come un nobile altero: fiaccavano le battutine ironiche, le paternali gratuite e anche qualche insulto. L’acqua, però non la negava mai a nessuno.
E quando i venti del sud, o anche i cetnici, si calmavano, gospar Ivo tornava quello di sempre: un gran signore, sia quando stava ricurvo sul pozzo col sudore che gli gocciolava dal viso, sia quando era un poco stanco e si metteva seduto qualche istante.
Quando poi l’acquedotto comunale riprendeva a funzionare, Ivo poteva rinfrancarsi lo spirito. In quei giorni nessuno lo nominava, né bussava alla sua porta. Il gospar doveva riprendersi un poco dalla gente. E poi da lui si doveva tornare ancora, felici d’esser nati sotto una buona stella e di non dover raggiungere a piedi la fontana vicino alla Birreria, dove piovevano le granate dei cetnici.
Alla vigilia di Natale gospar Ivo comunic・che l’indomani avrebbe fatto festa, ma che per il corrente giorno il pozzo lavorava a orario continuato. Il giorno dopo i portatori d’acqua arrivarono coi doni. Pite, baklave, bricchi di latte acido fatto col latte condensato, sacchetti di caffè macinato, qualcuno era riuscito a procurarsi perfino un pacchetto di Croatia filter, Ivo ne fu davvero commosso.
S. Stefano fu un giorno come gli altri. Di qua una lunga fila di uomini, donne e bambini coi secchi, di là Ivo con gli occhi fissi sul fondo del pozzo, nella cui limpidezza un intero mahala di Sarajevo scorgeva tutta la bontà di questo mondo. C’era gospar Ivo a riempire i secchi, non ci si doveva più arrampicare lungo la via…
– Ogni giorno prendo su l’acqua e penso a Gesù Cristo e al Calvario. Mi chiedo: chissà se il Calvario è sempre in salita, o magari è un po’ in salita e un po’ in discesa… ­ diceva mia madre a una donna musulmana, caricandole le spalle anche di questo peso.

La diagnosi
In nessun luogo al mondo esistono bestemmie e imprecazioni come quelle bosniache. Le escogitano da tempi remoti, ma non per minacciare o offendere qualcuno, quanto piuttosto per dare a vedere che la loro inventiva batte quella del vicino. Le più belle sono quelle al passo col progresso civile e culturale. Così, ad esempio con l’avvento della meccanizzazione agricola è apparso il malaugurio: “Che ti motoseghino tuo figlio e lo schiaffino in cantina per l’inverno!”.
E fu proprio con una motosega che i cetnici segarono la moglie e le due figlie di Salih F., sotto i suoi occhi. Quanto a lui, lo sbatterono a Manjaca, che crepasse, ma Salih F. non crepò, anzi, tenne duro fino al fatidico momento dello scambio. Lo trasportarono a Gradiska, poi a Karlovac e infine in Boemia. Qui fin in un campo profughi, in mezzo a gente estranea, tutta o quasi proveniente dalla Bosnia.
Analfabeta e lento di comprendonio, presto divenne il bersaglio prediletto del generale sfott•. Per giorni Salih F. si sforzò di escogitare qualcosa che ponesse fine alle provocazioni, una battuta a effetto, un’uscita originale… Ma ogni volta, e sempre peggio, ci faceva la parte dell’idiota. Era finito in uno di quei congegni tritanervi dai quali esci solo in due modi: se ci ficchi un altro al posto tuo, o se sistemi il tutto a forza di cazzotti.
Quel giorno Salih F. fece a cazzotti con metà del campo. Le prese di santa ragione, prima dai bosniaci, poi dal cordone della polizia ceca. E per finire, a lui, legato e sanguinante, comunicarono il provvedimento che lo vedeva espulso da tutti i campi profughi del territorio nazionale. Salih F. mise in valigia le sue cose (che non possedeva), stramaledisse i cechi, i bosniaci e chi li aveva fatti, e a piedi diresse verso Praga. Dopo una cinquantina di chilometri fece il suo ingresso trionfale in città, dove fu prontamente arrestato. In tasca non aveva documenti, fatta eccezione per il foglio di via.
La polizia lo tenne in gattabuia una nottata, ma dopo non sapeva più che farsene. Bisognava scacciarlo altrove, ma quale paese avrebbe accolto un bosniaco cos attaccabrighe? Sarebbe stato più semplice rispedirlo a Manjaca, ma tecnicamente non era fattibile e poi implicava la violazione dei diritti umani.
Il caso lo risolse un drittone dell’ufficio immigrazione bosniaca di Praga. Sugger alla polizia di accompagnare Salih al presidio psichiatrico dove lo avrebbero dichiarato pazzo, e in quanto tale nessuno avrebbe potuto espellerlo. Sempre per la solita faccenda dei diritti umani. E, sentita la storia di Salih F., i poliziotti decisero che l’idea non era niente male.
All’ospedale lo accolsero come un re. Gli assegnarono una stanza singola con televisione, magnetofono e poltrona. Ai medici non pareva vero, avevano per le mani un esemplare umano che aveva visto coi suoi occhi come ai familiari segavano le gambe, poi le braccia, poi le teste. Ogni tanto lo scrutavano dallo spioncino. Beatamente seduto in poltrona, Salih F. guardava la tv, cambiava canale e pigramente mangiava uva. Sembrava un qualsiasi cristo di questo mondo che segue con aria indifferente le notizie fresche dalla Bosnia.
Per i medici Salih era chiaramente sotto choc. Al caso dedicavano lunghi e dettagliati rapporti, lo adoperavano come spunto per i loro articoli sulle riviste specialistiche, ipotizzavano possibili sviluppi, sempre in attesa che il suo animo ferito e malconcio sbollisse. Ma la situazione era stazionaria già da mesi. Salih F. viveva istintivamente la sua vita, alle domande rispondeva come al solito, non chiedeva niente e non voleva niente.
Cos i medici, per cavarlo dallo choc, tentarono la strada dell’hobby. Canto, disegno o fotografia. A scelta. Lui disse grazie e aggiunse che niente di quella roba gli serviva e che niente di quella roba gli piaceva. Ma poi, di fronte all’insistenza dei dottori, si risolse per il disegno. Perché cantare non sapeva e la fotografia lo spaventava.
Disegnava diligente alle ore stabilite, poi tornava alla sua televisione e alla sua uva. I medici analizzavano quei disegni fino a notte fonda. Con la matita marrone aveva fatto una baracca, con quella verde l’erba e con la gialla il sole. Al sole aveva messo occhi e bocca. Salih F. aveva visto da qualche parte che il sole si fa così. Capitava che, finito il disegno, dovesse spiegarlo al dottori. E quelli ridacchiavano e gli facevano domande che a volte l’interprete era incapace di tradurre.
Finalmente venne il giorno di decidere la sua sorte. I medici avevano preparato soltanto una domanda: “Se un giorno ti capitassero tra le mani gli assassini di tua moglie e delle tue figliole, tu cosa faresti?”. Salih F. rispose che la cosa era impossibile perché quelli stavano altrove, lontano, oltreconfine, oltre il filo spinato e i carri armati. Ma i medici insistevano, cercando di convincerlo che tutto era possibile, anche ciò che a prima vista poteva sembrare impossibile. Quando cap che erano come dei bambini, che a loro bastava immaginare qualcosa per crederla subito vera, Salih F. rispose: “Li ammazzerei anch’io a quelli l..à Anzi, gli darei carta e matita e gli direi, come voi a me, disegna!”.
Allora quelli si illuminarono in volto e, presa carta e penna, dichiararono Salih F. anormale.



Categorie:

naviga: