2. Sarajevo per voce sola
- Autore: a cura di Nicola Rabbi
- Anno e numero: 1996/49 (monografia sulla comunicazione sociale)
a cura di Nicola Rabbi
Miljenko Jergovic è nato a Sarajevo nel 1966 e qui ha vissuto fino al 1994. Ora vive a Zagabria lavorando come giornalista.
Nel 1995 la casa editrice Quodlibet ha pubblicato una sua raccolta di racconti, Le Marlboro di Sarajevo. Lo abbiamo intervistato per capire come si vive in una società dove l’accettazione del diverso e la tolleranza sono franate rovinosamente.
Per quale motivo hai scritto Le Marlboro di Sarajevo?
Credo che la scrittura letteraria possa trovare le proprie ragioni solo all’interno di se stessa. Un romanzo, un racconto o una poesia non possono migliorare, né peggiorare il mondo. Allo stesso modo, a una città assediata non giova se qualcuno scrive da o su di essa. Ho scritto Le Marlboro di Sarajevo perchè il tema della città e del paese assediato mi sembrava interessante. Sentivo di poterlo elaborare in termini a me congeniali. Se avessi provato questo impulso verso l’estinzione delle balene o dei pinguini avrei fatto lo stesso.
Quanto c’è di realmente vissuto o conosciuto e quanto è finzione nei tuoi racconti?
Non è facile rispondere a questa domanda. Spesso un dettaglio reale, per quanto all’apparenza insignificante, puà essere utile alla scrittura di pura finzione. Ne Le Marlboro di Sarajevo ci sono dettagli e persino interi racconti “trascritti” dalla realtà. Ma molto, nel libro, è puramente immaginario. Penso che nei romanzi, nei racconti come pure nei film ispirati a fatti realmente accaduti, l’importante è che la storia risulti verosimile, vale a dire che il lettore (o lo spettatore) non sappia, ma sia portato a credere che sia accaduta. D’altronde, molto spesso la realtà di guerra (come ogni situazione estrema della vita) sembra più improbabile ed eccessiva di qualsiasi panzana. A volte, in un racconto, un fatto di guerra realmente accaduto sembra finto, costruito. Ne Le Marlboro di Sarajevo ho tentato di suggerire l’atmosfera dell’assedio, per cui ci tengo molto che questo libro venga recepito come autentico. Ma in esso i fatti e i personaggi sono per lo più fittizi.
Il groviglio etnico bosniaco non è poi un caso unico in Europa: anche in Italia in alcune zone convivono due o tre gruppi differenti per lingua e tradizioni. In astratto, cioè al di là del caso specifico bosniaco, quali fattori fanno crollare l’impalcatura della convivenza pacifica e scatenano la violenza verso il diverso? Cerchi queste cause nei tuoi racconti?
In Europa la Bosnia non era l’unico paese in cui convivessero differenti etnie. Era però l’unico paese in cui tre popoli di base (musulmano-bosniaco, serbo e croato) rivendicavano il proprio diritto alla patria ove si erano determinati in senso nazionale, culturale e religioso. E questa patria era la Bosnia. Ogni spanna del territorio bosniaco era sostanzialmente musulmana, serba e croata. Voglio dire che in Bosnia non esisteva un popolo di base e molte minoranze (come si è visto in Europa a seguito della formazione degli stati-nazione). La Bosnia era uno stato con tre popoli di base e molte minoranze (albanesi, ebrei, Rom, ecc.). È importante sottolinearlo per capire la situazione bosniaca, che non è pienamente assimilabile, ad esempio, al fatto che nell’Italia settentrionale viva una minoranza tedesca. Si provi a immaginare l’Italia come un paese sul cui territorio viva un numero più o meno uguale di italiani, tedeschi e, poniamo il caso, di sloveni, e che nessuno di questi popoli sia per cultura o autenticità culturale più antico dell’altro. Se si è in grado di concepire una cosa del genere, anche il caso bosniaco potrà apparire più chiaro.
La guerra che ha travolto la Bosnia-Erzegovina nel 1992 non nasce come insurrezione di un popolo nei confronti di altri due: nasce dall’aggressione intentata dalla Serbia, ovvero da un altro stato, con una differente identità nazional-culturale. Tutto ciò che è accaduto in seguito è una diretta conseguenza dell’azione del “primo iniziatore”. Un gran numero di serbi della Bosnia si è schierato con l’aggressore, e in questo, disgraziatamente, non c’Š nulla di strano. Gli uomini non sono angeli e neanche i popoli sono schiere di angeli. In simili condizioni anche altri popoli, per quanto fieri della propria civilt… e democrazia, agirebbero in modo analogo. Perché accadano cose come questa è sufficiente un Hitler, o un Milosevic. L’alleanza tra i serbo-bosniaci e i carri armati di Milosevic ha segnato l’inizio della disintegrazione della Bosnia come patria di tre popoli, tre culture e tre religioni costituenti un’unica identit… bosniaca. Segue la guerra tra i croati e i musulmani, l’accettazione croata della spartizione della Bosnia-Erzegovina, poi la rinuncia alla spartizione e l’accettazione della federazione con i musulmani, l’accordo di Dayton e ciò che ne consegue. Nel frattempo il paese ha subito una profonda pulizia etnica. I musulmani sono stati scacciati dalle città in cui costituivano la maggioranza per due terzi (Zvornik, Bratunac, Visegrad, Rogatica…), città che nel rispetto degli accordi di Dayton sono state assegnate ai serbi.
Lo stesso vale per i croati. In alcune zone della Bosnia è andata male anche ai serbi. Ma la cosa peggiore è che è stata negata e tradita l’idea della possibile esistenza di un paese in cui convivano più nazionalità, di un paese non monocromo e omogeneo.
Le Marlboro di Sarajevo non parlano del destino della Bosnia, ma dei suoi echi sugli uomini che vivono o hanno vissuto in questo paese. In effetti Le Marlboro di Sarajevo parlano di come ho personalmente vissuto il tracollo della coesistenza e della multiculturalità. In nessuna parte del libro c’è scritto ciò che dirò ora, ma in un certo senso esso Š nato proprio da questa idea: è più semplice nascere e vivere in un ambiente omogeneo, monistico ed etnicamente pulito, dove le minoranze nazionali rappresentano una specie di addobbo. Ma se dovessi rinascere, non vorrei che ci• accadesse in un posto simile, a prezzo di dover rivivere la tragedia bosniaca.
La percezione della diversità, della differenza, non solo tra etnie ma anche tra gli uomini appartenenti ad uno stesso gruppo come si modifica in uno stato di guerra? Possono nascere nuove forme di solidarietà o, viceversa nuove forme di prepotenza? Come emergono queste cose dai tuoi racconti?
L’esperienza di guerra più significativa, vale a dire che io reputo in qualche modo determinante per la mia vita, Š la constatazione del fatto che in situazioni estreme gli uomini buoni diventano pi— buoni e quelli cattivi incommensurabilmente pi— cattivi. In questo senso nemmeno Radovan Karadzic Š diverso dalle migliaia di persone che in questo istante passeggiano per le vie di Roma, Pechino, Mosca o Washington. Lui non Š un demone, e neanche un pazzo. E’ solo un uomo cattivo cui hanno dato l’opportunit… di esserlo fino in fondo. Lo stesso vale anche per tutti gli altri. Buoni e cattivi.
In guerra si determinano nuove forme di violenza e nuove forme di solidarietà, a tutti i livelli e fra tutti i gruppi umani. E questo sì, che è un buon soggetto letterario; ciò nondimeno è totalmente privo di interesse per qualsiasi politica. Sarà per questo che non mi occupo di politica.
Alcuni personaggi del libro sono persone già segnate dal destino (pazzi, malati, persone “disagiate”) che vivono questo loro svantaggio in uno stato di guerra. Perché questo interesse per loro?
All’inizio della guerra i militari di Karadzic occuparono un ospedale psichiatrico alla periferia di Sarajevo scacciando i suoi degenti oltre la linea del fronte cittadino, forse per esercitare una qualche pressione psicologica sulla popolazione. Questi infelici si sono sparpagliati per tutta Sarajevo. Sulle prime la gente li temeva un poco, poi la situazione ha cominciato a cambiare in modo a dir poco strano. Probabilmente perché in una città assediata il normale e il deviato condividono una stessa condizione esistenziale. Parlavo volentieri con questi malati sfollati. Il loro punto di vista era fuori della realtà oggettiva, ma non lo ritenevo marginale. Oggi sono profondamente convinto che non ha senso isolare i malati psichiatrici dall’ambiente “normale” (naturalmente se non sono pericolosi, e la maggior parte non lo è). Sia per loro stessi, sia perché ogni autocritica è impossibile senza un riconoscimento della diversità.
Nelle Le Marlboro di Sarajevo alcuni personaggi sono in effetti un po’ “svitati”. Li ho usati nel libro perché in un certo senso grazie a loro potevo stabilire un equilibrio nella narrazione. Per cui non sembrano da meno rispetto all’ambiente che li circonda.
La guerra porta alla ribalta parole e situazioni che prima erano in ombra. Penso alla parola “scheggia”, che spesso ritorna nei tuoi racconti, o a situazioni come il rifornimento dell’acqua, il problema causato dalla mancanza di luce. Quali altre parole e situazioni la guerra ha fatto emergere?
L’espressione “aiuti umanitari”, tanto per fare un esempio. Oggi per me possiede un significato del tutto diverso da quello che aveva prima. Una volta gli “aiuti umanitari” si davano ai poveri, ai senzatetto e ai pazzi della città (ecco, ancora loro), ma nel 1992 li ricevette per la prima volta anche mio padre, che è un medico ematoncologo, mia madre, che è un’economista, e io, che sono cresciuto in condizioni di benessere materiale più che accettabili. Ecco che all’improvviso ci ritroviamo in fila davanti al distretto comunale, proprio come i senzatetto, o i clochard dei film americani, o i poveri di Miracolo a Milano, aspettando sotto un freddo cane mezzo chilo di farina e un litro di olio mandati da coloro che in Occidente, ecco, si preoccupavano per noi. L’abbiamo conosciuto molti vicini di casa di cui nemmeno sospettavamo l’esistenza. Conversavamo di cose banalissime e ci sentivamo perfettamente a nostro agio. Poi tutt’a un tratto da dietro le nuvole è spuntato il sole e ha illuminato un pezzetto di terra. Mio padre, insieme ad altri due nuovi conoscenti, si è spostato per scaldarsi un po’ sotto quel sole avaro. Questa immagine mi aveva entusiasmato: era una pura e semplice citazione di Miracolo a Milano di De Sica. Era la vita che citava i film. Allora chiesi al mio padre se avesse visto Miracolo a Milano. “Può darsi – rispose – non me lo ricordo”. Oggi, nel mio lessico personale, l’espressione “aiuti umanitari” ha in sè una carica emotiva ben diversa da quella che aveva un tempo. Come del resto “Snaiper”, ad esempio, o “Nazioni Unite”, “Comunità Internazionale”, ma l’elenco potrebbe continuare.
Assieme alla guerra del Golfo, la tragedia jugoslava è stata la guerra più raccontata dai giornalisti che la storia ricordi. Questi “occhi esterni” (del giornalista televisivo, dell’inviato…) sono presenti anche nei tuoi racconti. Che significato hanno per te?
Non lo so. È come se mi chiedesse che significato hanno per me gli spazzini o gli astronauti. Dei giornalisti stranieri che venivano in Bosnia, alcuni erano degli sprovveduti, altri erano dichiaratamente razzisti e sciovinisti, altri avevano paura, altri hanno rischiato la vita per salvare quella di qualche bambino di Gorazde, altri non avevano talento, altri erano brutti, altri hanno scoperto i campi di concentramento a Manjaca e a Omarska salvando le vite di migliaia di uomini, altri ancora pensavano che i bosniaci non sanno cos’è un forno a microonde…
Nel complesso si può dire che l’informazione sulla guerra in Bosnia è stata superficiale e tendenziosamente riluttante a qualsiasi intervento da parte dell’Occidente. Anche se in certi casi è possibile affermare il contrario.
Molti libri delle biblioteche di Sarajevo sono bruciati sotto i bombardamenti. La memoria di quel che è successo, come i libri possono diventare polvere? E ancora, qual è il senso dello scrivere?
Durante i più terribili bombardamenti di Sarajevo, quando i campi di concentramento di Omarska e di Manjaca funzionavano ancora a pieno ritmo, mi capitò di sentire per radio un servizio commemorativo di un lager nazista. Tutti gli oratori continuavano a ripetere che il mondo non può permettere che il crimine dei lager si ripeta, benché con ogni probabilità sapessero cosa stava accadendo in Bosnia. La biblioteca di Sarajevo è bruciata, e questo è orribile. Di più orribile c’è solo che dopo di lei altre bruceranno ancora. “Memoria”, quando parliamo di crimini e di guerre, non è che un modo più elegante di chiamare l’oblio.
Sul significato della scrittura, oggi la pensa esattamente come prima della guerra. Scrivere non ha senso. L’unico senso sta nel fatto di scrivere. Ed entrambi gli assunti si possono avvalorare con gli stessi argomenti.
Qual è il titolo e di cosa parli nel tuo prossimo libro?
Si chiama I Karivan ed è il mio quinto libro in ordine di pubblicazione. Prima avevo scritto e pubblicato tre raccolte di poesie. I Karivan è un libro di racconti brevi. Ricostruisce la storia immaginaria di una famiglia bosniaca dal tempo dei turchi fino ai giorni nostri.
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