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12. Storie sommerse

di Sandro Bastia

Scrittura come testimonianza. Raccontare la vita di un altro. A volte per esigenze professionali, altre come piacere o come esigenza interiore. Spesso gli educatori sono depositari di storie che altrimenti andrebbero smarrite, che non uscirebbero mai dai muri delle strutture e dei servizi; le storie delle persone per cui lavorano.
Osservare, raccontare, scrivere, documentare sono momenti comuni nel lavoro di un educatore o di una educatrice. Si scrive per raccontare ai colleghi, ai tecnici, alle famiglie; si compilano diari, griglie, strumenti di osservazione. Spesso questo lavoro viene richiesto, è un compito e come compito rischia di essere assolto con trascuratezza, poco rispetto.
Le storie che le educatrici e gli educatori incontrano hanno uno spessore che fatica a stare racchiuso in quegli strumenti, vengono banalizzate. Certe vicende tragiche, cariche di sofferenze nelle schede diventano piatte, ridicole. Si vuotano di contenuto, diventano come la trama, raccontata sul giornale di un film, diventano una serie di episodi snocciolati in sequenza, che non lasciano il tempo di capire, che non lasciano spazio a nessuna ipotesi o speranza che non sia infausta.
In realtà si ha a che fare con quelle che sono le storie di vita dei nostri utenti. Le storie di persone che hanno difficoltà a comunicare, che sono impedite nel racconto o nella comprensione della propria storia, persone che sono considerate inaffidabili, anche quando parlano. Chi crederebbe al racconto, magari fatto al bar, da una persona malata di mente?
Un problema di non credibilità di chi parla: il malato, l’handicappato, il diverso non viene ascoltato perché‚ le cose che dice non sono credute. Si fa fatica a capirle perché‚ magari parla male o addirittura non parla o racconta giocando, come fanno i bambini.
Ma a chi non si dà ascolto non si dà nemmeno parola e nemmeno a lui si parla. Perché‚ perdere tempo con chi non ha la dignità di una storia personale, di un racconto proprio? Chi sono costoro? Cosa vogliono?
Eppure educatori ed educatrici conoscono queste storie, ne conoscono il valore, la dignità, l’importanza. Sanno che spesso sono storie che valgono la pena di essere raccontate, cariche come sono s, a volte, di sofferenza, ma anche di gioia, di forza, di volontà. La nostra professione ci mette a contatto con vicende che varrebbe la pena venissero raccontate anche fuori dai muri delle strutture e dei servizi in cui circolano di solito; avrebbero un valore morale, etico profondo, per tutti.

Quale scrittura?
L’uso della scrittura in educazione evoca una immagine ben precisa: il giornaliero quarto d’ora di stacco dall’utenza con la consegna di scrivere il diario personale. Un momento di riposo nella quotidianità del centro, magari con il caffè accanto, il pensiero rivolto alla imminente uscita. In quel momento le voci e le impressioni della giornata si trasformano in poche parole, per ritrovare domani i segni del tempo trascorso, della fatica come delle soddisfazioni. Per chi li scrive, quei segni, e per i colleghi.
Poi c’è‚ anche il piacere, l’abitudine a quel momento per ritrovare se stesss, il silenzio, la giornata, i ragazzi. Il passaggio dal mondo e dai rumori del centro a quelli dell’esterno, dell’universo fuori; il lusso di un attimo di tempo, poter pensare a se stessi ritrovando e rivivendo le soddisfazioni della giornata, separandosi dalla fatica del lavoro raccontandola, separandola da sè senza gettarla, ma trasformandola in esperienza. Non solo per sé ma anche per gli altri.
Questo uso della scrittura è professionale, serve per le esigenze del servizio. Ma è anche un’abitudine che aiuta, che allena a ripensare le storie di chi si incontra, aiuta a rappresentarsele, a raccontarle ad altri.
Aiuta a non banalizzare il racconto, a non prendere scorciatoie nella comprensione degli altri, aiuta a scoprire, ogni giorno, la dimensione del lavoro.

Testimoniare: come
Diversi sono stati gli autori che hanno scritto storie di vita. Nuto Revelli ha insegnato che scrivere la storia di un altro richiede tempi lunghi. Il tempo di lasciare sedimentare le cose, per capire le cose. Scrivere di un’altra persona, esserne testimoni, è un lavoro di ricerca.
In questo la scrittura professionale pu• venire in aiuto, getta le basi, fornisce materiale “grezzo” che va selezionato, alla ricerca di senso, un senso che deve essere il più possibile fedele alla persona che Š testimoniata da quelle parole. Un senso che a volte può essere rintracciato, è sempre Revelli che lo racconta, anche in poche righe, a patto che queste sappiano legarsi alla vita che raccontano.
Un esempio in questo senso: Primo Levi racconta di “Hurbinek, che aveva tre anni e forse era nato in Auschwitz e non aveva mai visto un albero; Hurbinek, che aveva combattuto come un uomo, fino all’ultimo respiro, per conquistarsi l’entrata nel mondo degli uomini, da cui una potenza bestiale lo aveva bandito; Hurbinek, il senza nome, il cui minuscolo avambraccio era pure stato segnato col tatuaggio di Auschwitz; Hurbinek morì ai primi giorni del marzo 1945, libero ma non redento. Nulla resta di lui: egli testimonia attraverso queste mie parole”.
A volte educatori ed educatrici si trovano nei panni di Primo Levi, unici testimoni di una storia che altrimenti si perderebbe nei meandri delle schede personali o nell’oblio direttamente; storie conosciute, magari perché‚ i genitori non esistono più o sono perduti chissà dove, meglio di chiunque altro. Testimoniare significa ricordarle, evitare che i deboli segni di queste vite vengano persi del tutto.
Testimoniare le storie di vita dei nostri utenti è un compito importante, di quelli che non sono scritti in nessun progetto educativo. Anche quando si parla di finalità ci si riferisce ad altri elementi, la testimonianza sembra un compito alto, inespresso eppure presente, rintracciabile. Testimoniare è possibile a più piani ed è utile tentare di definirne alcuni: attraverso uno stile, di linguaggio, di racconto, che tenga sempre presente, quando si parla di lui o di lei, che ne siamo portavoci ed in quanto tali è utile essere portavoci fedeli, rispettosi. Uno stile quindi nei gesti che gli si rivolgono, nelle parole che si usano nel parlare di lui o lei, nel non esibire cose private, dire o mostrare cose che se fossero dette di noi ci infastidirebbero. Parlare a Carlo e di Carlo come si parla ad una persona amica ma che ha 20 anni più di noi, vestirla in modo adeguato, farle proposte che siano adeguate alla sua storia, anche se vive in un gruppo appartamento per ex utenti psichiatrici.
Uno stile di scrittura che mantenga queste attenzioni, anche se utilizza degli strumenti di scrittura professionali, quali le schede, il quaderno delle consegne, le griglie, che diventa prezioso quando si fanno delle scelte o si progetta per lui o per lei.
Anche documentare, in modo costante e rispettoso è un modo di essere fedeli testimoni della vita dei propri utenti. Documentare significa andare a ricercare committenti oltre a quelli espliciti, significa cercare altre persone che potrebbero essere interessate a quella storia, conoscerla, amarla, proteggerla, aiutarla.



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