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15. Donne del “Tempo”

di Graziella Favaro, del Centro COME, “Percorsi di accoglienza, integrazione, educazione interculturale”, Milano,  e Laura Guagnellini, dirigente “Tempo per le Famiglie” di via Crollalanza, Milano

A Milano esiste il “Tempo per le famiglie”, un centro dove le donne immigrate possono incontrarsi e parlare di sé, aiutate da una mediatrice culturale anch’essa straniera. Un modo per uscire dall’isolamento in cui si vengono a trovare la maggior parte di loro e di poter conoscore meglio la lingua e la cultura italiana.

Uno spazio per tutti in una zona multietnica
Lo spazio di incontro per le mamme e i bambini provenienti dai paesi arabi – aperto nel marzo 1994, ogni marted mattina dalle 9,30 alle 12,30 – si colloca all’interno di un servizio multietnico e multiculturale.
Il Tempo per le famiglie di via Crollalanza si è infatti configurato fin dall’inizio come un luogo nel quale si ritrovavano adulti e bambini con storie, provenienze, lingue e culture differenti. Su 80 bambini che lo hanno frequentato insieme ai loro familiari, da gennaio a giugno 1994, 20 avevano entrambi i genitori, o un genitore, di nazionalità straniera.
Il Tempo per le famiglie si trova infatti in una delle zone di Milano maggiormente interessate dalla presenza di immigrati e, in particolare, di nuclei familiari provenienti dall’Egitto.
I servizi per l’infanzia di questa zona, le scuole materne soprattutto, hanno da tempo un inserimento consistente di bambini venuti da lontano e sono state fra le prime, nella città, ad organizzare momenti di aggiornamento sul tema delle differenze e dell’incontro con le altre culture.
Anche i servizi socio-sanitari della zona si sono posti il problema di rispondere in maniera efficace e positiva alle esigenze e ai bisogni dei nuovi utenti. E cos, il Consultorio familiare della zona 5 ha organizzato uno spazio settimanale destinato alle donne egiziane in attesa di un bambino e alle neo-madri, avvalendosi della collaborazione di una mediatrice egiziana.
La rilevante presenza di madri e bambini di altri paesi, culture e lingue ha connotato quindi il servizio da subito e in tutti i momenti di apertura, come un luogo di incontro e di confronto: uso “naturale” di lingue diverse nelle interazioni tra madri e bambini, rilevante presenza di bimbi non italofoni, abbigliamento particolare e “visibilit…” delle differenze, scambi di cibi e di ricette, riferimenti a feste, ricorrenze, tradizioni “altre”, canzoni di vari paesi imparate da tutti i bambini…

Le madri egiziane: adulte, emigrate, mogli e madri in breve tempo
Sono 8 le donne egiziane più una donna tunisina che frequentano assiduamente il Tempo per le famiglie in questo periodo. Molte di più (21) sono quelle che “sono venute in contatto” con il servizio nel corso del tempo.
Cinque donne frequentano, oltre al marted mattina, anche gli altri momenti “comuni”; altre quattro sono invece presenti solo il marted mattina. Tutte le donne egiziane sono giunte in Italia per ricongiungimento familiare subito dopo aver contratto il matrimonio in patria con un connazionale emigrato alcuni anni prima. Al momento della partenza – avvenuta per la maggioranza dei casi fra il 1990 e il 1991 – avevano dai diciotto ai ventitr‚ anni.
Sono quindi emigrate subito dopo il matrimonio e si sono trovate ad assumere in un breve arco di tempo il ruolo di immigrata, moglie, adulta e, ben presto, di madre nel paese di accoglimento, di cui ignoravano la lingua, i riferimenti e le pratiche culturali, le abitudini, i servizi.
Sono tutte casalinghe, anche se il tema del lavoro torna spesso nei loro discorsi come desiderio e nostalgia rispetto alla perdita di una condizione sociale e di una possibilità: la possibilità (svanita con la partenza) di poter svolgere una professione più o meno corrispondente al loro livello di studi.
La scolarità è infatti per tutte medio­alta: hanno frequentato corsi di scuola superiore e, in alcuni casi, anche i primi anni dell’Università. Comune a tutte è anche una condizione di vita segnata dall’isolamento e dalla solitudine: i percorsi di uso della città e di uscita dalla casa sono limitati per i primi tre/quattro anni agli acquisti al supermercato e, in un secondo tempo, alla scuola materna del primo figlio.
“Prima di venire qui, dormivo tutta la mattina, fino a mezzogiorno; tenevo le tapparelle abbassate tutto il giorno… Non sapevo cosa fare; non conoscevo nessuno…” ha raccontato Zeinab nei primi tempi di frequenza del Tempo per le famiglie. E Fatma, arrivata in Italia cinque anni fa, ha aggiunto che questa è la prima volta che si muove da sola nella città senza essere accompagnata dal marito.
A causa di questa scarsità degli scambi e delle situazioni comunicative con gli autoctoni, la conoscenza dell’italiano è piuttosto limitata anche da parte di coloro che sono arrivate quattro, cinque anni fa.
La televisione rappresenta infatti per molto tempo (fino al momento dell’inserimento del primo figlio alla scuola materna) l’unica fonte di input e di conoscenza dell’italiano, ma è una fonte passiva, non interattiva, non è graduale ed è decontestualizzata. L’acquisizione spontanea della lingua si riduce quindi a memorizzare modi di dire e frasi fatte di cui a volte non si comprende il significato.
E l’apprendimento dell’italiano è certamente uno dei bisogni più urgenti e più avvertiti dalle donne egiziane.

Come è organizzato lo spazio di incontro
Durante la prima fase di apertura dello spazio di incontro per le mamme e i bambini stranieri (da marzo a giugno del 1994) si è lasciato che le donne definissero il loro modo di stare insieme – e di stare con i loro figli – nella maniera più libera e flessibile, per fare in modo che “si sentissero a casa” e che si appropriassero sempre di più del luogo, degli angoli e degli oggetti insieme ai bambini.
Questo periodo è servito come momento di osservazione e come occasione per far venire a galla i desideri e i bisogni delle “nuove utenti” e le loro eventuali proposte.
Nell’organizzare l’iniziativa, a partire da settembre, si Š quindi tenuto conto dei suggerimenti e delle indicazioni espressi dalle donne che avevano frequentato durante i primi mesi e delle osservazioni fatte dall’‚quipe in quello stesso periodo.
Attualmente il marted mattina viene strutturato in tre momenti che non sono rigidi e che possono essere modificati se vi sono delle esigenze e proposte diverse.
Si è notato che il fatto di aver organizzato il tempo in momenti definiti risulta positivo e rassicurante soprattutto per le donne che si inseriscono nel corso del tempo. Il susseguirsi di routine/proposte che si ripetono e che si ritrovano ad ogni incontro rende il Tempo per le famiglie un “contenitore” più accessibile e “leggibile” nelle sue modalità organizzative.

Salam, l’accoglienza e il saluto
“Salam”. È il saluto arabo che significa “pace” ed è la parola che più ricorre, ripetuta varie volte al momento dell’arrivo e dell’accoglienza.
Questo primo momento dura all’incirca dalle 9,30 alle 10,30. Ci si saluta; si scambiano le notizie sui bambini, sulla famiglia, sul paese, sui parenti… Ci si abbraccia e i bambini passano con disinvoltura dalle braccia di una a quelle dell’altra. È forte, evidente, il piacere di ritrovarsi, soprattutto da parte di coloro che frequentano solo il marted mattina e che trovano in questo spazio settimanale un po’ di tempo per sé. Si notano subito le assenze: “M. non c’è perché il bambino ha la varicella.” “Z. ha telefonato che non viene perché oggi è in questura per il rinnovo del permesso di soggiorno”. Chi non può venire telefona e prega di salutare tutte, sottolinea e ribadisce l'”arrivederci” al fine di ristabilire il nuovo appuntamento a breve. Prevalgono i suoni dell’arabo, inframmezzati ai saluti in italiano e alle informazioni sui bambini e sui loro progressi date alle educatrici. I discorsi si intrecciano e si sovrappongono, si formano piccoli gruppi di madri con bambini (i sottogruppi delle amiche, di quelle che vengono dalla stessa città) che si distribuiscono qua e là, intorno ai giochi, sul divano, sul tappeto…
È il momento in cui si riallacciano i rapporti e si riprende la comunicazione interrotta; si mettono in comune le ansie e le preoccupazioni o si condividono le gioie, le attese e le scoperte.

Attorno al tavolo per una tazza di tè
I bambini si sono riambientati, qualcuno dorme dopo la poppata al seno, qualcun altro è impegnato in un gioco. Ci si può distaccare per un po’ dai figli per ritrovarsi intorno al tavolo degli adulti, oppure ci si siede al tavolo con i piccoli in braccio o nelle vicinanze.
È il rito del tè; a turno una lo prepara per tutte: lo vogliono forte, scuro, zuccherato, senza limone e senza latte. C’è sempre qualcuna che ha portato i biscotti fatti in casa e che li offre; il discorso sul cibo, sulle abitudini alimentari, sulle capacità culinarie diventa per un momento il tema di conversazione predominante.
È questo il momento dei “perché incrociati”: di volta in volta si discute di un argomento (che viene proposto dalle donne straniere o da noi). Può essere un tema legato alla cura e all’educazione dei figli:
– l’alimentazione e i tabù— alimentari della religione islamica;
– la scelta del nome e il significato dei nomi;
– le scelte educative nei confronti dei maschi e delle femmine;
– in che lingua parlare ai bambini;
– come funziona la scuola italiana;
– i riti e le tradizioni che seguono la nascita di un bambino;
– l’allattamento;
– la cura dei piccoli;
– la circoncisione.

Può essere invece un tema che riguarda le madri come donne, adulte ed emigrate:
– la loro storia d’arrivo e la loro infanzia;
– il matrimonio e la dote (in Italia e in Egitto);
– l’ideale di bellezza femminile qui e là;
– l’abbigliamento, il velo, i vestiti tradizionali, le scelte di alcune verso la “modernità”;
– i servizi per la salute;
– il lavoro, i loro desideri, le difficoltà e i vincoli.

È l’occasione in cui si mettono a confronto le immagini e gli stereotipi reciproci, dalla quale può forse cominciare un processo di “decostruzione” degli stereotipi, dall’una e dall’altra parte, poiché l’ascolto e la “presa di parola” introducono nuove informazioni, altre sfumature, propongono analogie e differenze. È anche il momento in cui può avvenire – singolarmente e in gruppo ­ una negoziazione e una ridefinizione della propria identità attraverso un gioco comunicativo di alternanza tra la “distanza” e la “vicinanza”.
I confini tra il “noi” e il “loro” sono mobili, modificabili, si spostano e si ridefiniscono di volta in volta. Ci si trova unite in un “noi” di genere e di ruolo (il “noi” delle donne, delle mogli, delle madri) riferite all’altro, cioè il mondo dell’uomo, del marito, del padre. E subito dopo, cambiato il tema del discorso, si avverte la barriera eretta attorno ad un “noi” e a un “loro” di tipo etnico, legata all’appartenenza nazionale: noi italiane e loro egiziane e straniere.
È importante il fatto che questi confini si possano rompere e ricomporre con facilità e che le identità si possano definire nella ricchezza delle appartenenze e dei ruoli, come in un caleidoscopio, nel gioco reciproco dello scambio e dell’incontro.
Attorno al tavolo degli adulti e alla tazza di tè si confrontano anche le reciproche immagini del mondo; si possono fare tutte le domande – che normalmente rimangono inespresse – su comportamenti e pratiche che altrimenti resterebbero, per le une e per le altre, indecifrabili, tutt’al più ritenute anacronistiche e prive di significato, oppure minaccianti o da biasimare.
Il ruolo della mediatrice è qui fondamentale perchè traduce, interpreta, chiarisce, permette alla comunicazione di fluire, sbloccando inevitabili momenti di incomprensione e di fraintendimento.

Le parole per dire: la “lezione” di italiano
Nell’ultima parte della mattinata le mamme straniere imparano l’italiano. Abbiamo detto in precedenza che l’apprendimento della lingua è una delle esigenze più avvertite ed espresse da tutte in maniera esplicita. Capire le parole del quotidiano, funzionali alla vita e ai compiti di tutti i giorni, ma anche acquisire le parole dei “chiaroscuri”, dell’affettività, che permettono la comunicazione con i bambini, l’espressione dei sentimenti e delle emozioni: sono queste le domande e i bisogni più forti espressi da coloro che non conoscono la nostra lingua.
Entrare anche nelle strutture della lingua per capirne le regole, la grammatica; penetrare i segreti della lettura e della scrittura: sono i desideri e i bisogni ulteriori di chi già “si arrangia” con la lingua orale.
In un tempo cos breve – segnato e scandito di continuo dalle esigenze e dai bisogni dei bambini che richiedono costanti attenzioni e cure – si può fare molto poco. Si possono solo dare alcuni stimoli, produrre curiosità e apertura, chiarire aspetti problematici partendo dalla lingua d’uso, tracciare e sostenere un percorso di apprendimento individuale. Possiamo definire la metodologia che viene seguita come “metodo autobiografico”, poiché parte dal vissuto quotidiano per riandare alla storia passata e per spingersi, poi, verso i progetti e i sogni del futuro, per sè e per i figli.
In realtà, il processo di acquisizione della nuova lingua si sviluppa giorno dopo giorno, grazie agli stimoli della vita quotidiana, alle parole colte qua e là, alle letture, ai discorsi dei bambini più grandi.
Da qualche tempo alcune donne hanno espresso anche il desiderio di scrivere, di tenere un diario e hanno cominciato a raccontare, ricordare, narrare aspetti della loro storia anche per iscritto, utilizzando la loro lingua o l’italiano.
Il momento della “lezione” di italiano si conclude sempre con la raccolta e la spiegazione, anche da parte della mediatrice egiziana, delle parole o dei modi di dire che ognuna di loro, nel corso della settimana, ha sentito e che non ha capito.
Parole intese per la strada, alla televisione, modi di dire colti o letti qua e là; parole che vengono spesso dal mondo dei bambini e dalla cultura dell’infanzia e che suscitano da parte dei figli domande e curiosità alle quali le madri non sanno dare risposta.
“Mio figlio alla materna è nella sezione ‘coccinella’. Che cosa vuol dire?”. “E Arlecchino chi è?”. “Chi è Pinocchio?”. “Che cosa vuol dire Carnevale?”.
L’incapacità di accompagnare il bambino nel viaggio alla scoperta del mondo – mondo in gran parte sconosciuto e indecifrabile per la madre immigrata e “inattiva” – provoca nelle donne straniere un senso di inadeguatezza, di vuoto, di solitudine.
E così, un luogo come il Tempo per le famiglie, può diventare l’ambito nel quale ricevere informazioni, confrontarsi con le altre, sentirsi meno “sguarnite” e sole; un luogo nel quale “esercitarsi” per assumere pienamente il ruolo di partner educativo.

Il rapporto con i bambini
Il numero piuttosto limitato delle donne egiziane presenti e l’esperienza recente del servizio ci permettono di proporre su questo tema soltanto prime osservazioni che devono essere approfondite e verificate.
– Sembra esservi minore apprensione da parte delle madri egiziane rispetto alle mamme italiane nei confronti dei loro figli, anche molto piccoli (giochi con l’acqua, piscina…).
– Fino ad oltre un anno l’allattamento viene fatto al seno e su domanda. Appena il bambino piange viene allattato (se è piccolo) e comunque, coccolato, rassicurato. Vi è grande attenzione e disponibilità nei confronti del desiderio infantile che viene soddisfatto appena possibile.
– Tutte le donne egiziane, anche quelle che non si conoscono tra loro o si conoscono poco, coccolano, prendono in braccio, accarezzano i bambini delle altre, soprattutto i più piccoli; vi è un continuo passaggio di bambini dall’una all’altra.
– Non si devono fare complimenti ai neonati e ai bambini piccoli (fino ad un anno?). Le madri hanno “sopportato” per un po’ le nostre esclamazioni (che bella! che occhi stupendi!), poi ci hanno detto in maniera gentile che ” è meglio non farlo” per proteggere il neonato, preda vulnerabile del “malocchio”. Loro non fanno mai complimenti ai bambini e raramente si rivolgono verbalmente ai figli per rassicurarli, gratificarli.
– La comunicazione con i bambini è soprattutto di tipo non verbale, fisica, basata sul contatto e sui gesti. Difficilmente la mamma si mette a parlare a lungo con il bambino o lo invita verbalmente a fare e a non fare attraverso spiegazioni e indicazioni. Sembra qui delinearsi una differenza nella comunicazione con i piccoli legata a mondi e paesi nei quali si insegna a parlare ai bambini, con abbondanza di stimoli e altri contesti nei quali i bambini “imparano” a parlare.

L’articolo è tratto da “Bambini”, febbraio



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