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14. Libera professione

di Nicola Rabbi

Un corso per mediatori culturali oreganizzato dal Cospe e rivolto a immigrati. L’inserimento lavorativo avvenuto con fatica e in ruoli differenti da quelli previsti. “Un mediatore non si dovrebbe confiugrare come lavoratore dipendete, ma come libero professionista indipendente”. Intevista a Pietro Pinto, uno degli organizzatori del corso.
Il Cospe (Cooperazione per lo sviluppo dei paesi emergenti) una organizzazione non governativa impegnata nella cooperazione con i paesi in via di sviluppo, ha organizzato con il Centro di Formazione Galileo del comune di Bologna nel 1995 un corso per mediatori culturali.

Come è nata l’idea di un corso di formazione di questo tipo?
Il Cospe si occupa di solito dei paesi in via di sviluppo, nel corso degli anni ’80 quando i cittadini di alcuni paesi in cui operavamo hanno cominciato giungere in Italia, è venuto naturale pensare al fenomeno dell’immigrazione e ai problemi che questo comporta soprattutto in termini di integrazione. Ci siamo accorti che uno dei numerosi ostacoli all’integrazione è rappresentato dalle difficoltà di comunicazione che gli immigrati hanno con gli uffici pubblici, difficoltà dovuta sia a problemi linguistici che a problemi culturali.
Abbiamo così cercato degli strumenti adeguati per superarli.
Nel ’94 organizzammo un primo corso trimestrale per mediatrici culturali a cui presero parte donne provenienti, tra gli altri, dai paesi arabi e dalla Cina; queste persone furono poi impiegate da un quartiere per l’inserimento scolastico di alunni stranieri e anche dal consultorio per donne immigrate.
Forti di questa esperienza decidemmo di organizzarne un’altra più ampia.

Cosa intendete con l’espressione mediatori culturali?
Il mediatore è un professionista formato per facilitare la comunicazione e la comprensione, sia linguistica che culturale, tra l’utente di un’etnia minoritaria e l’operatore di un servizio pubblico.

Come è stato strutturato il corso e a chi era rivolto?
Il corso è durato un anno per un totale di 620 ore, le materie insegnate riguardavano le tecniche di mediazione culturale, le tecniche comunicative e relazionali, i codici comunicativi italiani, il diritto e l’informatica.
Una parte delle ore, 210, sono state dedicate a stage presso alcuni servizi a Bologna e provincia; questi luoghi sono stati scelti dopo aver effettuato un’indagine che rilevava dove queste figure di mediatore potessero essere utili (uffici immigrati, consultorio donne straniere, altri servizi sanitari, comuni della provincia…).
Siamo riusciti a coinvolgere 12 persone provenienti dall’Africa e dall’America latina.

Quali sono stati i risultati raggiunti e i limiti di questa iniziativa?
I risultati possono riguardare la formazione soddisfacente raggiunta dai corsisti e il fatto che alcuni sono stati inseriti nel mondo del lavoro.
Per quanto riguarda i problemi abbiamo avuto delle difficoltà innanzitutto a trovare dei corsisti, anche se poi alla fine ce l’abbiamo fatta.
I veri problemi sono venuti a galla a fine corso, quando si è posto il problema dell’inserimento lavorativo che è avvenuto per diversi, ma non con la mansione del mediatore culturale. I motivi di queste difficoltà sono diversi. Innanzitutto molti enti pensavano al mediatore come ad un normale operatore che non cercasse cioè di mediare tra ente ed utenti, ma si limitasse a gestire le normali pratiche e a fare da semplice interprete linguistico. Ma un mediatore non si dovrebbe configurare come operatore dipendente, bensì come un libero professionista il più indipendente possibile dall’ente di riferimento, altrimenti la sua funzione viene a meno e si rischia di perdere la fiducia dell’utente.
Inoltre la figura di un mediatore diventa utile in una struttura dove è già stato fatto un lavoro di base tra i dipendenti sulle problematiche relative agli immigrati; là dove questo lavoro di base di sensibilizzazione non è stato fatto, gli operatori non sentono nemmeno l’esigenza della figura di un mediatore; anzi in contesti come questi un eventuale mediatore rischia di diventare una figura su cui scaricare istanze molto diverse; gli si richiede di fare il traduttore, il consulente legale, il consulente commerciale, cose che non sono di sua competenza. Occorre perciò  fare un lavoro preliminare sulla struttura.
Infine tra i problemi bisogna ricordarsi anche quello relativo alla scarsità di risorse; in un momento in cui vengono messi in discussione o non ci sono addirittura le risorse per i servizi di base il discorso del mediatore può essere visto, a torto, come qualcosa di più, un lusso.



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