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13. A una spanna da terra

a cura di Giovanna Di Pasquale

Un saluto scambiato da 2 persone, uno schiaffo dato da una madre al figlio non sono fatti così semplici da spiegare; una semplcie analisi linguistica o sociologica può essere fuorviante. I processi comunicativi coinvolgono contesti extra-verbali e la normale comunicazione quotidiana è in realtà molto ricca di indizi che bisogna decifrare.
Per introdurre il tema della comunicazione utilizziamo la rielaborazione che Marianella Sclavi compie nel testo “Ad una spanna da terra” del contributo teorico e metodologico dell’antropologo Gregory Bateson e del critico letterario Michail Bachtin. Il pensiero di questi autori viene proposto all’interno di una metodologia di osservazione dei comportamenti umani, metodologia che la Sclavi definisce “umoristica”. Questo atteggiamento di ricerca verso i fatti della vita quotidiana permette di mettere a fuoco alcune idee di come gli esseri umani vedono se stessi e gli altri e come re-interpretano i processi comunicativi in cui sono immersi.
Queste idee hanno a che fare con:
– l’organizzazione della comunicazione su molti livelli di astrazione;
– la possibilità e legittimità di messaggi paradossali;
– l’importanza cruciale dei piccoli indizi;
– la riflessività e circolarità dei processi di comunicazione e di comprensione;
– la normalità non come piattezza e ripetitività, ma come successione di grandi e piccoli incidenti.
Un certo giorno, verso la fine del suo soggiorno fra gli Iatmul, Bateson stava presenziando a una ennesima cerimonia in una delle principali tribù, quando gli capitò di assistere a una esibizione buffonesca di un wau il quale, vestito da donna, in mezzo all’ilarità generale andava inzaccherandosi tutto. Il travestitismo non era una novità, anzi tipicamente in queste cerimonie le donne si adornano di simboli mascolini e omicidi e gli uomini indossano dei “grembiuli” femminili. Eppure Bateson si rende improvvisamente conto di aver attribuito a questa cerimonia un significato completamente fuorviante.
In cosa aveva sbagliato? In fondo fino ad allora aveva proceduto nel modo “più normale” e coscienzioso possibile e cioé: 1) aveva descritto minutamente quello che ognuno faceva; 2) aveva chiesto ai suoi informatori di spiegargli il significato di questi comportamenti; 3) aveva cercato di dare una interpretazione plausibile di tutto questo, sulla base di assunzioni generali sul comportamento e sulla natura umana.
L’esibizione del wau che diveniva sempre più sgangherata in risposta alle sgangherate reazioni degli spettatori fa sì che egli si renda conto di aver guardato, ma non aver notato in precedenza tre aspetti essenziali della comunicazione umana:

  1. La dimensione circolare della comunicazione. Gli attori comunicano come si aspettano che gli altri reagiscano alla propria comunicazione e come si aspettano di essere visti e trattati e reagiscono a questo.
  2. La valenza cognitiva della comunicazione emotiva e sentimentale. È attraverso i toni di voce, lo sguardo, il portamento, attraverso la comunicazione analogica che gli esseri umani si suggeriscono vicendevolmente entro quali quadri di rapporto un certo messaggio deve essere interpretato.
  3. Lo spessore della comunicazione umana. Gli aspetti linguistici e quelli analogici della comunicazione non operano sullo stesso piano, non sono separabili e/o addizionabili fra loro; si costituiscono invece a palinsesto, in messaggi su messaggi, a commento reciproco.

In breve: gli esseri umani si comunicano non singoli significati isolati, ma interi quadri dialogici.
Michail Bachtin ci invita a meditare sul seguente telegrafico racconto russo: “due persone sono sedute in una stanza. Entrambe sono silenziose. A un certo punto una di loro dice: “Bene!”. L’altra non risponde”.
Per gli interlocutori questa “conversazione” può essere pienamente dotata di senso, invece noi estranei dobbiamo decifrarla. Cosa analizziamo per ricostruirne il senso, per comprenderne il significato? La parte verbale della comunicazione non ci Š di molto aiuto: anche le più raffinate analisi morfologiche, fonetiche e semantiche della parola “bene” non ci fanno fare un passo avanti.
Ma supponiamo di conoscere l’intonazione con cui questa parola è stata pronunciata: indignazione e biasimo moderati da una sottolineatura umoristica. Questo ci fa capire che l’avverbio “bene” è usato in modo ironico, in realt… significa “male, ma ridiamoci sopra” o qualcosa del genere. L’intonazione ci permette dunque di colmare in parte il vuoto semantico, ma il significato complessivo dell’enunciazione continua a sfuggirci. Cosa manca? Manca quel contesto extraverbale che ha permesso a chi ascolta di trasformare la parola “bene” in una locuzione dotata di senso. Questo contesto extraverbale della enunciazione è composto da tre fattori:

  1. a) il comune raggio visivo degli interlocutori. L’unit… del visibile;
  2. b) la loro comune conoscenza e comprensione della situazione;
  3. c) la loro comune valutazione della situazione.

Nella storia, supponiamo: entrambi gli interlocutori hanno guardato fuori della finestra e hanno visto che sta nevicando; entrambi sanno che è già maggio, tempo di primavera; entrambi sono amareggiati ed esasperati dal protrarsi dell’inverno. L’enunciazione, per essere compresa, dipende direttamente da tutto questo, anche se niente di tutto questo compare nella specificazione verbale. La neve rimane fuori della finestra, la data sul calendario, la valutazione nella psiche degli interlocutori; cionondimeno tutto questo viene assunto nella parola “bene”, nel monosillabo russo “tak”.
In ogni enunciazione – commenta Michail Bachtin – il senso è dato: 1) da un testo verbale, 2) da una intonazione che crea un ponte in direzione di un contesto, 3) da un contesto.

Il sociologo Raymond Boudon nel suo “Metodologia della ricerca sociologica” (1970) ricorre al seguente esempio: “quando io assisto alla scena di una madre che schiaffeggia il figlio, comprendo immediatamente le ragioni di questo comportamento. Il bambino non è stato buono; ed è quello che lo schiaffo gli vuol fare capire. La spiegazione di questo comportamento è dunque immediata e sarebbe certo agevole trovare altri esempi”.
L’intenzione di Boudon, con quest’esempio, sarebbe di dire: “In casi come questo, cos semplici, la conoscenza comune con la sua acriticità e immediatezza può bastare, ma non appena il problema diviene più complesso dobbiamo ricorrere alla maggiore sistematicità della conoscenza sociologica”.
Di fatto questo è un bell’esempio non di come in una situazione concreta viene interpretato uno schiaffo, ma di come un sociologo tende a interpretare una situazione concreta. Boudon, non a caso, trascura l’importante differenza fra l’interpretazione di gesti o parole (sentite o lette… ma isolate dal contesto) e l’interpretazione di “una scena”.
Può ben darsi che nel leggere “le parole” “una madre schiaffeggia il figlio” persone di un certo sesso, ceto e forse anche età nella nostra cultura pensino “il figlio è colpevole”. (A me, di sesso, età, esperienza diversa da quella di Boudon, viene in mente: “in realtà stanno giocando”.) Ma certamente non è questo il modo in cui opera il processo di comprensione dei significati in una situazione concreta. Nella situazione concreta, ciò che conta sia per la madre che per il figlio che per l’osservatore esterno è che gli attori metacomunicano: si scambiano messaggi su: “entro quale cornice relazionale” si stanno muovendo. E allora, il contesto extraverbale, la tensione dei corpi, i visi, i toni di voce, i portamenti, ecc. ci comunicano, per esempio, che quello schiaffo è parte di un gioco “alla lotta” con contorno di cuscinate, che madre e figlio inscenano ogni sera prima del bacio della buonanotte, oppure che la madre ha appena terminato una faticosa giornata di lavoro e tornando a casa non ha trovato di meglio che scaricare i nervi sul figlio che stava giocando in mezzo al corridoio. O altro. Significati che possono essere fra loro molto diversi o sfumatamente diversi (ma chi dice che una sfumatura non crei un mondo di differenza?) e che richiedono un lavoro complesso di osservazione e di interpretazione. Comunque è sicuro che fra madre e figlio non passa “uno schiaffo”, ma una “scena”, un “quadro dialogico”.
Come si può fare un errore cos madornale? Come si pu• trascurare a tal punto la complessità dell’osservazione diretta di un evento sociale e come mai la gente solitamente non reagisce immediatamente, smascherando questo errore, ridendone magari? Una prima risposta generale è che i formalisti russi, quando denunciavano che quell’insieme di abitudini chiamate “vita quotidiana” tendono a ottundere le nostre capacità di osservazione, non avevano tutti i torti e che lo studio della sociologia, invece che riparare a questa distorsione epistemologica, ha teso ad accentuarla.
Ma vi sono altre due spiegazioni più precise.
La prima è quella che Bachtin ha chiamato la sindrome da “paura della complessità dei risultati”: la quantità di fattori che intervengono nella definizione dei significati in una situazione concreta è tale (differenze di ceto e classe sociale, di sesso e di età, conversazione intima o discorso pubblico, parole dette d’impulso o ritualmente, luogo dove vengono pronunciate, l’epoca storica…) che è facile, nell’elencarle, smarrirsi e pensare che non siano riconducibili ad alcun sistema; che siano affrontabili solo tramite approcci parziali e variabili, per tentativi ed errori. La conoscenza quotidiana è stata di conseguenza vista come una forma di conoscenza “priva di metodo”, basata sul ricorso “a conoscenze implicite date per scontate”, che non si basa sulla raccolta sistematica dei dati e sul loro controllo critico.
In secondo luogo l’importanza innegabile della parola nel differenziare l’uomo da tutti gli altri animali ha facilitato una grave sottovalutazione delle modalità di comunicazione non verbali, analogiche. Quando Bateson studiava, negli anni ’50 e ’60, le modalità di comunicazione fra le lontre, le scimmie, i delfini, i sociologi ridevano prendendolo per matto. Non riuscivano a vedere alcun rapporto fra quello di cui si occupavano loro e le modalità di comunicazione di un gatto che ti si strofina contro una gamba. Sbagliavano grossolanamente.
Se un bambino di pochi mesi, che non sa ancora parlare, sta già imparando a dominare quell’elenco senza fine di fattori che influiscono sulla formazione dei significati in cui lo scienziato non riesce a vedere né un capo né una coda, c’è da assumere che la conoscenza volgare operi tramite un sincretismo di metodi ancora sconosciuti, la cui chiave sta: 1) nell’attenzione al rapporto con l’interlocutore, 2) nella comunicazione non verbale.
Le parole acquistano significato solo se sono comprese. E sono comprese solo da interlocutori particolari, in situazioni particolari… Una prima costante, nella marea di fattori variabili in cui una enunciazione viene pronunciata, è la presenza di colui che la pronuncia e di un interlocutore.
Gregory Bateson: “quando il vostro gatto tenta di dirvi di dargli da mangiare, come fa? Il gatto non ha parole per indicarvi il cibo o il latte, ma copia movimenti o emette suoni che sono quelli caratteristici di un gattino verso la mamma. Se dovessimo tradurre in parole il messaggio del gatto non sarebbe corretto affermare che esso grida “Latte!”, dovremmo piuttosto tradurre con qualcosa come “Fammi da mamma!”.
Traducendo i movimenti del gatto con “Latte!” cadremmo nel doppio errore di trattare il codice analogico come se fosse una forma impoverita di quello linguistico e di trattare una relazione come se fosse una cosa.
In realtà i due codici sono rispettivamente più adatti per compiti diversi: quello linguistico opera in modo “discreto”, “digitale” ed è più adatto per disporre le idee in modo lineare, secondo rapporti di causa ed effetto, a esprimere contenuti assertivi e denotativi valutabili in termini di vero-falso, a focalizzare il discorso su variabili isolate o isolabili, ad attribuire predicati a cose e persone. In sintesi: tende a concentrarsi sui termini della relazione lasciando sullo sfondo la relazione stessa.
Invece il codice analogico è specializzato nel cogliere nella loro totalità contesti, tipi, configurazioni e strutture complesse, nel ricostruire una totalità a partire da un dettaglio essenziale, a esprimere contenuti sfumati, valutabili in termini di sincerità o menzogna. In sintesi: tende a trascurare i termini della relazione, per mettere a fuoco la relazione stessa.



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