4. La cultura dell’handicap
- Autore: Riziero Zucchi
- Anno e numero: 1998/65 (monografia su estetica e disabilità)
di Riziero Zucchi
Il testo che pubblichiamo è la sbobinatura pressochè integrale della relazione presentata al convegno sul Progetto Calamaio tenutosi a Bologna il 21 maggio scorso.
Quando c’è una festa di beneficenza ci sono dei momenti di animazione, la gente viene, si sente buona, paga, fa un minimo di offerte. Poi se ne va. Quello che è rimasto è l’offerta in denaro, ma non c’è stata la partecipazione.Voglio partire da questa provocazione: il progetto Calamaio è un momento di animazione, di beneficenza, in cui si sono manifestate una serie di abilità e di simpatie da parte dell’handicap, si è data un’adesione e poi è finito lì? Noi per quello che ci riguarda, parlo di Torino, abbiamo potuto esaminare fino in fondo il discorso del progetto Calamaio, perché l’abbiamo vissuto; Claudio Imprudente è stato chiamato più volte dal Provveditorato a tenere dei corsi di aggiornamento, l’abbiamo avuto nelle scuole superiori, abbiamo potuto passarlo un pochino in filigrana. Siamo nel 1998, in una scuola che stenta a riconoscere se stessa, in una scuola che molte volte nasconde i propri problemi dietro l’animazione, una scuola che rinuncia a quelli che sono i suoi compitiche non sono solo formativi ma anche di istruzione. Allora il problema è questo: l’intervento del Progetto Calamaio non rischia di distruggere la scuola italiana? Di fare in modo che la scuola sia una mascherata? Sia solo unaproposta di animazione? Voglio essere molto forte in questo. Non credo, però,che occorra mettere dei paletti. La risposta a questa domanda sta nell’invito a considerare l’anima del Progetto Calamaio, che non è solo un’anima di animazione ma che è un’anima profonda di conoscenza.
Cultura e storia
Nuova cultura dell’handicap vuol dire una cultura di comportamento, antropologica, di conoscenza. Proviamo ad approfondire come cultura la storia dell’handicap. Io ho approfondito quello che mi compete, cioè la storia della comunità dei sordi, che è fondamentale, perché da un punto di vista culturale rivela momenti talmente importanti che sono in filigrana quella che è la storia culturale europea. Nel 1880 in Italia abbiamo il Congresso di Milano che fa in modo che la lingua dei segni venga proibita dal punto di vista educativo; ed è il momento in cui vengono rifiutate le culture indigene, rifiutato un rispetto per la cultura a livello mondiale e sostenuta unicamente la cultura europea.
Avere un handicappato in classe, un handicappato sordo, del quale si riproponela storia, vuol dire riproporre la storia culturale di tutta la classe.
Un esempio: abbiamo, per quello che riguarda i sordi, la lingua dei segni; questa lingua dei segni, che è stata proibita nel 1880, nel 1960 è stata accettata come una lingua a tutti gli effetti. Ebbene, i problemi linguistici che pone la lingua dei segni, sono il ponte che sta tra una logica simbolica e una linguistica concreta. Cioè se noi prendiamo la sfida della cultura dei sordi della loro lingua, siamo costretti noi delle superiori, ma anche delle medie, e delle elementari, a proporre in termini semiologici la comunicazione. Ci rendiamo conto che prendere sul serio la sfida anche cognitiva dell’handicap vuol dire ampliare quella che è il dato conoscitivo di fondo (c’è un libro molto bello di Salinger intitolato ” Alzate l’architrave carpentieri” che può essere riferito a questa situazione). Allora io credo che la nuova sfida sia non solo la conoscenza diretta di quello che è il rapporto con la persona Claudio Imprudente, ma vuol dire anche il rapporto che sta tra la suaforma di rapporto umano, tra il fatto che lui si esprima ad esempio attraversola “tavola di plexiglass” e la nostra forma di conoscenza. Vuol dire che noi ampliamo quella che è la conoscenza dal momento linguistico al momento comunicativo. E allora non è solo una cultura di tipo antropologico che è preziosissima, ma è anche invece una cultura di tipo conoscitivo che è fondamentale.
“Parlare tridimensionale”
La comunicazione in lingua dei segni propone la comunicazione in un mondo cablato a livello visivo. Io adesso vi parlo e vi parlo attraverso uno schema comunicativo che è quello della lingua sonora, che vi arriva in modo lineare. Io non posso sovrapporre le parole. Quando voi invece vedete la traduzione in lingua dei segni, attraverso la finestrella della televisione, vi rendete contoche quando uno ha finito di parlare, il traduttore l’ha anticipato. Questo cosa vuol dire? Vuol dire che questa forma comunicativa altissima, che è stata lasciata da parte dal punto di vista conoscitivo dalla cultura, dalla scuola, ma anche da tutta la società, ha un valore incredibile. La comunicazione in lingua dei segni è una comunicazione di tipo tridimensionale; io mi esprimo attraverso il volto, mi esprimo attraverso il segno, le spalle, il corpo. E ha una pregnanza tale che l’ipotesi è di farla diventare la comunicazione del futuro.Noi sappiamo che se prendiamo dei sordi, un sordo americano e un sordo russo, la comunicazione fra loro avviene nel giro di una settimana. Perché? Perché è una comunicazione che è parzialmente iconica. Mentre invece se un russo e un americano comunicano solo da un punto di vista sonoro, prima di capirsi ci mettono un bel po’ di tempo. Allora, accettare la sfida cognitiva dell’handicap vuol dire proporre tutta una serie di conoscenze verso la modernità che rispondano alle sfide del futuro. Vi faccio un esempio: la cultura di Claudio è una cultura di chi non misura lo spazio con la camminata, la falcata, un movimento dopo l’altro. La geometrizzazione dello spazio di Claudio è completamente diversa dalla geometrizzazione dello spazio che faccio io, abituato a camminare. Il dividere a metri, il dividere a braccia, o a cubiti il mondo, fa parte di una cultura. Il continuum è la matematica del futuro, il movimento della ruota della carrozzina, questo ritmo continuo che va indefinitamente verso l’infinito, propone una matematica estremamente interessante che si applica a quelle che sono le proposte future.
Cooperazione, abilità e conoscenza
Freinet è un pedagogista che ha elaborato le proprie conoscenze negli anni trenta, parallelamente al lavoro di un pedagogista-neurologo, Vygotskij, morto nel ’34. Apparentemente sembra il passato. Invece io credo che una delle cose più importanti nel nostro lavoro sia “il guardare indietro per andare avanti” oppure “il guardare continuamente avanti e indietro”. Questo mix, questo collegamento tra Freinet e Vygotskij, credo che sia la sfida del futuro. Al di là del fatto che il cognitivismo è già superato, quando Bruner negli anni ’80 pubblicava ” Acts of meaning”, cioè processi di significato. La cultura del significato fa in modo che si superi il momento cognitivo, con un momento umano conoscitivo più alto. Ora quando Freinet propone la cooperazione che può essere sposata con l’indicazione di Vygotskij, della zona di sviluppo prossimale, non fa altro che presentare la teoria della conoscenza del futuro. Sembrava che la cooperazione che Freinet propone fosse legata ad un paleo-sindacalismo, ad una forma del collettivismo di una volta; invece va collegata alle scoperte neurologiche. Sappiamo che dalla pedagogia di Vygotskij è nata non solo la nuova pedagogia di Bruner ma è derivata la scuola neurologica di Lurija e l’ipotesi di una medicina romantica praticata da Sax. Per Vygotskij la conoscenza non viene proposta come trasmissione di contenuti, ma come abilità, come funzione. Nella zona di sviluppo prossimale, Vygotskijdice che la cooperazione è l’anima della conoscenza. Nel momento in cui io imparo, non imparo delle materie, imparo delle abilità; e guarda caso la scuola, soprattutto la superiore, ha dovuto imparare dalle elementari, dalle medie, dalle materne e ammettere che ci sono delle abilità da apprendere; non solo: quando noi proponevamo per i nostri ragazzi handicappati i livelli minimi, adesso con il discorso dei saggi, il livello minimo è diventato un modello da generalizzare, e quindi quello che va bene per l’handicappato è diventato”alzare l’architrave” per tutti i così detti normali. Nella zona di sviluppo prossimale, Vygotskij dice: “L’apprendimento è sempre un rapporto tra due persone”, e qua bisognerebbe ricordare Bentin quando dice che “una frase è sempre strappata ad un dialogo”. Questo vuol dire allora che la conoscenza è un processo che avviene tra una persona che ha un determinato livello di sviluppo e una persona che è ad un livello inferiore. Le cose devono essere fatte assieme, e, a forza di fare assieme, quella zona, che si sviluppa con la cooperazione, diventa una zona di cui si appropria la persona che è ad un livello inferiore. Questo vuol dire che la cooperazione vecchia di Freinet è invece un momento altissimo di apprendimento, fondato su basi neurologiche. Nella cultura dell’handicap ci sono dei momenti alti come il discorso della compensazione. Io leggevo le indicazioni di Claudio Imprudente nel suo libro”E se gli indiani fossero normali?” e le paragonavo con il libro di Vygotskij che ha un brutto titolo: “Elementi di difettologia”, (chi compra un libro con un titolo simile? Al di là del fatto che “Elementi di difettologia” è un libro tradotto male che andrebbe rivisto; per fortuna adesso Vygotskij è stato tradotto in inglese e possiamo confrontarlo). Ebbene, io ricordo quando leggevo le indicazioni di Claudio, che lui dice: “ogni handicappato ha un sacchettino; un sacchettino di pietre preziose, che non può tenere per sé ma deve dare anche agli altri, ha delle cose da dare”, e paragonavo la visione del laico Vygotskij, con la proposta di Claudio che ha fede. Quando Vygotskij parla di compensazione non intende la compensazione materialistica del cieco che ha una maggiore percezione uditiva o del sordo che ha una maggiore percezione visiva. Sta parlando di una cosa completamente diversa, di una rielaborazione a livello neuronale. La persona con handicap nonè una persona a cui manca qualcosa, è una persona diversa, è una persona ch e ha delle competenze in più che può mettere a servizio.
L’handicap è l’erba cattiva
In fondo è una visione evolutiva. Io mi ricordo che in modo molto provocatorio quando ci siamo incontrati a Maranathà, la comunità di accoglienza dove vive Claudio, dicevo “Voi siete l’erba cattiva, no?”. Le multinazionali dell’alimentazione, adesso mettono in cassaforte le erbe cattive, perché si rendono conto che quelle che fino ad oggi hanno bruciato, preferendo le graminacee, sono risposte diverse a problemi diversi. Noi adesso, uomini anziani, abbiamo problemi di prostata: hanno scoperto un estratto da una erbaccia del Mato Grosso che ha dato una molecola in grado di risolvere questo problema. Allora, anche se sembra un paragone sciocco, l’handicap in un certo senso è l’erba cattiva; è la proposta futura a problemi futuri. Perché, dice Vygotskij: ” se l’handicappato raggiunge gli stessi livelli di una persona normale, li raggiunge attraverso strade laterali, diverse”, e sono strade che forse, dal punto di vista evolutivo, serviranno alle persone così dette normali, in futuro. Quello che noi purtroppo facciamo invece è negare il problema della diversità. Noi non siamo la marchiani quindi non pensiamo che la giraffa abbia allungato il collo a forza di arrivare in alto. C’è stata una giraffa handicappata, che è riuscita a isolare una nicchia ecologica, le foglie delle acacie africane, ed è stata la salvezza di una specie. La stessa cosa può produrre l’handicap. L’handicap ha in sé, come bio-diversità, la salvezza della specie, se noi sappiamo capire.
Stephen Hawking, il famoso astrofisico, è in carrozzella, ed è nelle stesse condizioni di Claudio. Hawking all’età di 18 anni, ha cominciato per una malattia degenerativa a perdere l’uso delle mani e lentamente ad accartocciarsi su una sedia a rotelle. A 18 anni era solo all’inizio della sua carriera. Le sue ricerche sul Big Bang, sui buchi neri, le ha fatte mentre era handicappato; noi sappiamo che le ricerche di Hawking dal punto di vista conoscitivo sono preziosissime perché consistono in calcoli stechiometrici ai quali corrispondono immagini visive. Hawking parla con una sintesi vocale, ha molti problemi, ma credo che sia una persona estremamente simpatica, perché al di là di essersi sposato e avere fatto tre figli, è anche scappato con l’infermiera, questo fa parte dei pettegolezzi, ma fa vedere la vivacità della persona. Però questo grillo, che è riuscito a scappare con l’infermiera, in modo affascinante dice: ” quando io proponevo i miei calcoli, e li applicavo alle immagini tridimensionali, le ricerche erano limitate dalla carta perché non potevo avere una immagine tridimensionale immediata”. Lo strumento lo limitava.”Quando ho perso l’uso delle mani” dice Hawking, “e ho potutousare solo il pollice, mi sono rifatto al blotter, alla possibilità di proporre delle immagini tridimensionali all’interno dello schermo di un computer, e ho guadagnato la possibilità di produrre immagini corrispondenti ai calcoli. “Poi ha perso anche l’uso delle mani. “E allora”, dice Hawking in questa intervista, ” ho dovuto interiorizzare nella mia mente, non solo i calcoli, ma anche i disegni. Allora io ho acquistato capacità in più rispetto agli altri”. Dice un suo collaboratore: ” Quando uno ha degli strumenti diversi, può risolvere problemi diversi”. Lui dice: ” io ho avuto la possibilità di avere una crescita, e quindi di risolvere attraverso la mia mente, attraverso la mia fantasia scientifica, una serie di problemi incredibili.” Ed è affascinante il fatto che Hawking lo dica concretamente, e ultimamente le sue ricerche vanno avanti. Il problema è questo: allora, ogni handicappato è un genio? Io credo che questo ci faccia riflettere sulla importanza della rete di rapporti.
Dietro Hawking c’è tutta la comunità scientifica di Cambridge che ha fatto delle richieste concrete e che ha avuto fiducia in lui; c’è tutta la comunità teorica, scientifica che ha prodotto ipotesi e le ha sottoposte alla sua intelligenza e credo che occorrerà studiare le strategie della fiducia, cioè la pedagogia dei genitori. L’altro elemento, è che lui ha avuto anche dalla sua la tecnologia di Cambridge che gli ha procurato una serie di strumenti tali percui la sua intelligenza, così sollecitata e appoggiata da questa fiducia, potesse esprimere le sue capacità. Ai miei tempi gli handicappati li mettevano nei pollai; ai miei tempi neanche trent’anni fa, venivano fatti morire lentamente.
Adesso ci sarà il problema degli handicappati anziani. Degli studi molto bellici dicono che i ragazzi Down, che da un punto di vista scientifico dovrebbero morire giovani, adesso scolarizzati e sollecitati vivono più a lungo.
Piero Angela proponeva proprio in una sua conferenza “l’apprendimento come farmaco di giovinezza ” ma noi possiamo anche dire ” conoscenza come farmaco di integrazione “. Cioè se noi non sollecitiamo, se noi non teniamo in classe, se noi non facciamo dei programmi, se noi non seguiamo la 104, se noi non seguiamo una serie di indicazioni, anche di tipo contenutistico, l’integrazione non avviene, è una truffa. E’ uno spettacolo, è un’animazione benevolente, mentre io credo che l’indicazione proposta dal progetto Calamaio va molto al di là. Vi fa vedere le capacità dialogiche, le capacità di rapporto, le capacità maieutiche dell’handicap. Al punto tale che qualcuno che mi era vicino diceva: perché non facciamo un ” Calamaio News ” ? Proponendo all’interno del Calamaio News, tutti i prodotti creativi, e la creatività è dell’handicap, che l’handicap creativo propone alle persone. Il ministro Berlinguer si sta stillando il cervello per proporre delle alternative allo scritto di italiano, io credo che quanto proposto dal Progetto Calamaio sia una alternativa creativa, perché l’handicap è creatività per eccellenza. E questo concetto di compensazione, non è nato oggi: è nato tanto tempo fa. Se noi leggiamo il ” De Magistro” di Sant’Agostino troviamo che fin d’allora veniva data dignità alla lingua dei segni.
Leonardo Da Vinci ha fatto la Gioconda, no, speriamo che non la rubino di nuovo, come hanno fatto con Van Gogh; la Gioconda è un capolavoro di espressione perché esprime l’ambiguità. E l’ambiguità ti dice tutto. Ora noi diciamo: ma com’è che Leonardo Da Vinci ha prodotto la Gioconda? L’altro esempio bellissimo che adesso possiamo vedere poco è invece L’Ultima cena, L’Ultima cena è bellissima, è l’espressione della parola di Gesù che dice: “Qualcuno di voi mi tradirà”, e questa parola si rifrange sugli atteggiamenti di tutti e dodici gli Apostoli che hanno un atteggiamento consono a questa parola a seconda del comportamento. Domanda: chi è che ha insegnato a Leonardo Da Vinci a esprimere le espressioni dei volti e dei gesti? La risposta è dello stesso Leonardo; lui ha scritto un libro molto bello che adesso esce in edizione critica, intitolato ” Libro di pittura” in cui dà i segreti della sua bottega. Per cinque volte in questo libro lui dice: ” i miei maestri sono stati i sordi “. Cioè per imparare a dare espressività al volto, per esprimere con gli atti esterni le sensazioni interne i maestri dei pittori sono i sordi. Cosa vuol dire allora? Vuol dire che una comunità culturale, quella dei sordi, si è affiancata ad un genio e ha proposto una rivoluzione nella cultura del 500 artistico; se voi vedete per esempio le opere di Piero della Francesca o di Botticelli, non hanno espressione. Ecco allora io dico, l’accettare questa sfida ci propone uno scenario amplissimo che segue e credo corra dietro al Progetto Calamaio.
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