18. Curiosa professione: far stare bene
- Autore: Adriana Mari
- Anno e numero: 1990/6
di Adriana Mari
Continua il dibattito sui centri diurni per l’handicap
Nove anni di lavoro nel sociale di cui gli ultimi cinque presso il centro diurno per handicappati gravi “Nelda Zanichelli” di San Lazzaro.
Questo in estrema sintesi il percorso di Adriana Mari, educatrice, che è approdata a questa professione spinta da una motivazione di fondo: “credere alla solidarietà in quanto pratica di vita, solidarietà vissuta con spirito laico e con un certo disincanto”. A partire da questo “sfondo”, ma astraendo dalla dimensione individuale, Adriana Mari cerca di rintracciare in questo articolo i contenuti comuni che condivide con i suoi colleghi, cosciente comunque della parzialità di qualsiasi interpretazione: “quali sono le motivazioni profonde che portano una persona non tanto ad iniziare quanto a continuare a fare l’educatore? A riconoscersi in una professione che coinvolge l’individuo nelle sue totalità, che non offre grosse gratificazioni né dal punto di vista economico ne da quello dell’immagine sociale?”.
Non è facile raccontare cosa significa essere un educatore in un centro per handicappati gravi, non lo è se si tenta di uscire dallo schema della professionalità e se si cerca di esprimere la scelta esistenziale che sta alla base di questo lavoro in quanto ogni persona esprime un vissuto diverso. Lavorare con degli handicappati gravi significa innanzitutto accettazione della diversità, può sembrare unoslogan ma in questo caso è pratica quotidiana. Il grave non è solo una persona “altro da te”, è anche modalità comunicativa, percezione del mondo, qualità dell’essere nel suo estrinsecarsi, profondamente distinta e non solo da te educatore, che in qualche modo rappresenti la normalità, ma anche profonda diversità tra un utente e l’altro. Può sembrare una considerazione poco “cllnica” ma la patologia offre una gamma di “risultati” molto più varia della cosiddetta normalità ed i tentativi di omologazione, se si prescinde dalle tassonomie mediche (ndr tassonomia significa un sistema di descrizione e catalogaziene), nella pratica sono alquanto difficili. Confronto quindi costante con tante diversità ognuna delle quali richiede risposte e strategie ad hoc, mentre nel contempo la struttura comunitaria impone anche la ricerca di strategie comuni. Strumento principale dell’educatore è la relazione, quindi il primo passo che egli compie verso l’utente è quello di cercare una modalità di comunicazione dove la comunicazione verbale resta fondamentale ma molto spesso viene integrata da quella gestuale, corporea, affettiva. (Parlo sempre con il “ragazzo” anche se so che quello che arriva non è tanto il senso delle parole bensì il suono delle stesse, il tono di voce; posso accompagnare le parole con un abbraccio, un segno d’affetto ma quello verbale resta il codice privilegiato. La risposta che mi arriva può essere molteplice, spesso non è verbale o, anche se lo è, richiede in ogni caso una decodifica).
L’educatore quindi a seconda dell’utente che ha di fronte deve continuamente leggere e tradurre dei “segni” i quali variano da persona a persona. Ecco quindi che gli viene richiesto di lavorare in toto, non solo con la sua intelligenza ma anche con la sua intuizione, sensibilità, non solo con la mente ma anche con il corpo: l’esposizione è totale poiché la base fondamentale per questo tipo di relazione è l’affettività.
Per lavorare correttamente bisogna far attenzione a non cadere in un rapporto di tipo fusionale ma cercare continuamente una sorta di equilibrio tra la profonda partecipazione, che permette di creare un’empatia controllare e valutare continuamente lo stesso. Può sembrare schizofrenico ma all’interno di questa relazione l’educatore deve simultaneamente essere nella relazione e contemporaneamente vedere e valutare lo svolgimento della stessa. È questa la specificità del lavoro di educatore, un lavoro che chiama in campo non solo la professionalità e le varie competenze ma la persona nella sua globalità. Certo un lavoro che espone così totalmente la persona, a volte anche alle aggressioni fisiche, può facilmente diventare fonte di frustrazione poiché spesso con i “gravi” ciò che non si riesce. Non è solo una battuta dire che si lavora con il microscopio; di fatto le acquisizioni sono, rispetto al metro della normalità, minuscole e spesso effimere e la sensazione che si prova a volte è quella di “arrampicarsi sui vetri”. Si può quindi spostare l’obiettivo e dire che le acquisizioni sono marginali e, soprattutto con gli adulti si lavora sulla qualità della vita. Ciò significa quindi vivere il centro come “tempo di vita” dove unico fine reale è il benessere che si riesce a creare e tutto il resto, attività, momenti informali, potenziamento della comunicazione/relazione, deve concorrere a questo. Curiosa professione: far star e l’educatore in quanto singolo ma il gruppo così che l’altra faccia della professionalità diventa la capacità di creare buone relazioni interpersonali con i colleghi; un buon clima, vivace ma rilassato, familiare, non si luò creare artificiosamente ma solo mantenendo gli stessi margini di disponibilità e tolleranza con le persone con le quali si lavora.
Routine e frustrazioni: frappole per l’educatore
Questi descritti sono i punti nodali, escludendo le specifiche competenze del lavoro di educatore ribadendo come questa professione implichi un’alta esposizione alle frustrazioni: il pericolo dell’appiattimento all’interno di una routine quotidiana che da inf rastruttura dell’interazione utente/educatore può rischiare di diventare il fine ultimo poiché la ripetizione di gesti, a cui ci condanna in certa misura questa utenza può, a lungo andare, svuotare gli stessi delle loro motivazioni con il rischio di cadere in un “fare per fare” meccanicistico ed alienante per tutti.
Accanto a queste “trappole” interne l’educatore si deve anche confrontare con l’immagine sociale del proprio lavoro, immagine che non è certo delle più appaganti. Molto si potrebbe dire su come, esaurita la spinta della solidarietà sociale, stiamo vivendo in un clima generale che sempre di più prende le distanze da lavori che implicano un rapporto con la sofferenza, la malattia, il corpo disabile. Si potrebbe anche azzardare che dietro a tutto ciò vi sia una sorta di esorcismo di massa della morte e quindi di tutto ciò che la richiama per associazione.
Le motiviazioni non si reggono da sole
Esiste poi quello che dovrebbe essere dovuto a chi fa questo lavoro: una maggiore gratificazione economica sia per la complessità e difficoltà di questa professione in quanto tale, sia per i titoli che richiede (scuola superiore più diploma d’educatore professionale). È infatti assurdo equipararlo a chi fa un tranquillo lavoro d’ufficio. Fondamentale poi, per il lavoro in sé, è una pratica di “formazione permanente” intesa come rivivificazione della realtà operativa attraverso l’acquisizione di nuove informazioni, ciò per sfuggire al pericolo della sclerotizzazione sempre presente. Dovrebbe essere inoltre dovuta, agli educatori per centri per gravi, la possibilità dopo un certo numero di anni, non più di cinque, di cambiare tipologia di servizio; questo non solo per sfuggire al logoramento a cui si è sottoposti lavorando con un identica utenza, ma anche per utilizzare diversamente l’insieme, sicuramente notevole, di competenze che questo lavoro permette d’acquisire. Il burn-out è la malattia professionale degli educatori ed evitarla dovrebbe essere nell’interesse di tutti. È infatti impensabile ed anche un po’ ipocrita chiedere ad un educatore di lavorare per il benessere degli altri se non gli si garantisce il suo star bene.
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