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6. Anni ’70, comincia l’integrazione

di Luca Pieri 
Breve storia dell’assistenza in Italia dall’unità ad oggi. È degli anni ’70 la normativa che permette alle regioni di riordinare il sistema sanitario locale. L’Emilia Romagna attua una politica sanitaria di tipo preventivo verso l’handicappato. E si comincia a pensare anche al loro futuro lavorativo.

Per comprendere l’attuale situazìone dei cittadini disabili rispetto al mercato dei lavoro bisogna riferirsi allo sviluppo storico degli interventi che la società italiana ha via vìa messo in atto nei loro confronti.
La società italiana sconta il notevole ritardo nella realizzazione di uno stato nazionale unitario, anche sul piano della “assistenza” e pù in generale dei controllo sociale dei diversi. Di fatto si assiste al tentativo di imitare i modelli organizzativi già consolidati nei Paesi con maggior maturità politica, con una differenza strutturale che impedìrà sempre la piena attuazione di tali modelli: l’influenza storica e sociale delle inizìative assistenziali della Chiesa cattolica, questo anche nei momenti di massimo laicismo rappresentati dai governi di De Pretis e Crispi.
L’influenza della Chiesa ha dato luogo, attraverso alterne vicende, ad un compromesso utile  ad entrambe le parti che costituisce ancora oggi un tratto saliente dell’organizzazione Italia: il riconoscimento pubblico delle iniziative private. È interessante notare come l’assistenza sia posta alle dirette dipendenze del prefetto (rappresentante locale dello Stato) ed in stretta collaborazione istituziolizzata con l’autorità di Polizia.
Qualche tentativo di aumentare il potere dello Stato in questo campo fu fatto 30 anni dopo la costituzione del Regno d’Italia. È importante rilevare, che, con la legge del 1890, il termine “soccorso” viene sostituito con quello di “beneficienza pubblica”; l’assetto istituzionale dell’assistenza, fissato da questa legge, rimarrà immutato fino all’avvento del fascismo e fino agli anni ’70 di questo secolo. Lo sviluppo dell’associazionismo e delle varie forme di mutualismi operaio ha portato ad una graduale differenziazione fra sistema previdenziale e sistema assistenziale: questo si occupa di quella fascia di popolazione non attivo; minori, invalidi, orfani, poveri. L’istituzione fondamentale attorno a cui si è organizzato l’apparato assistenziale italiano si è strutturato come previsto dall’art. 1 della legge 17 dei 1890: “Sono istituzioni di beneficienza” quelle che abbiano per fine: a) di prestare assistenza ai poveri, tanto in stato di sanità, quanto di malattia; b) di procurare l’educazione, l’istruzione, l’avviamento a qualche professione.

La situazione attuale in Italia
Durante gli anni ’30, il regime fascista diventerà sempre più interventista in economia (in quegli anni nasce l’I.R.I., 1933) e, attraverso la costituzione di numerosi enti autonomi e legati allo Stato (Enti Pubblici Autonomi, O.M.N.I., E.C.A.), tenderà a costituire un primo sistema di stato sociale.
Questo tipo di organizzazione si protrae in Italia fino agli anni ’60 ed è caratterizzata da una politica economica tendenzialmente liberista, tesa a favorire al massimo la ripresa economica post-bellica. Per quel che ci interessa, in questi anni abbiamo, attraverso la costituzione di numerose associazioni (l’A.I.A.S. nasce nel 1953 l’A.N.F.F.A.S. nel 1958), i primi e sporadici interventi pubblici (convenzioni) in favore di quel? le categorie di disabili che il progresso della medicina comincia a prendere in considerazione e che la diminuzione della mortalità infantile contribuisce ad aumentare. Tali interventi, inquadrati nella tradizionale logica riabilitativa ed emarginante (istituti, scuole speciali, reparti ospedalieri, … , avevano come obiettivo primario la custodia e la tutela di quei soggetti considerati come anormali” e perciò da normalizzare secondo i tradizionali percorsi etico-scientifici.
Gli anni che vanno dal ’70 al ’75 sono caratterizzati da un momento nel quale si ricomincia a dare attuazione ai principi costituzionali. Va segnalata, in proposito, la legge n. 482 dei 2 aprile 1968, che istituisce il collocamento al lavoro obbligatorio degli invalidi. È di questa epoca l’attuazione della scuola media dell’obbligo.
Inoltre in questi anni si assiste ad una richiesta sempre maggiore di partecipazione diretta dei cittadini. Infatti dal ’70 al ’75 verranno gettate le basi normative per l’attuazione della costituzione in campo sociosanitario ed il più generale riassetto della pubblica amministrazione.

E in Emilia Romagna?
È degli anni ’70 la normativa relativa al trasferimento alle Regioni in materia socio-sanitaria col superamento degli enti autonomi OMNI, che permette alla regione Emilia-Romagna con le leggi n. 405 e 22, l’istituarizzazione del servizio materno-infantile, mediante l’avvio dei Consultori famigliari e l’attuazione di una politica di prevenzione degli handicap legandoli con i servizi in favore dei cittadini in età evolutiva.  I servizi in favore dei cittadini handicappatti, previsti dalla Regione Emilia Romagna hannno una impostazione di tipo preventivo, che sicuramente, almeno per quel che riguarda alcuni handicap (poliomelite e paralisi cerebrale infantile ed in genere patologie legate alla gravidanza e/o al parto) ha dato qualche buon risultato risultato. Tale politica, anche per manancanza di una normativa nazionale sull’assistenza, ha lasciato fino al 1985 senza servizi di riferimento gli handicappati in età superioriore a quella evolutiva. Ne poteva conseguire il rischio di riemarginazione dei soggetti che, al termine della scuola dell’obbligo (fascia protetta), non potevano, per le caratteristiche specifiche dei loro handicap, entrare nei normali canali di socializzazione (scuola, lavoro), con il conseguente rischio di ricaduta dell’handicappato adulto a totale carico della famiglia, vanificando spesso gli sforzi fatti durante gli anni di permanenza nella scuola dell’obbligo.
In questi anni si sviluppano, soprattutto in sede locale, strategie più complesse volte ad una sempre maggiore integrazione degli handicappati; infatti è dei 1985 la legge regionale n. 2 che detta le norme sul riordino dell’assistenza sociale e la legge istitutiva dei “poli di accoglienza per l’handicap adulto” e, da parte della Provincia di Bologna, dei “servizio inserimento lavorativo” degli handicappati.
Con riferimento alla legge regionale Emilia Romagna n. 2/ 1985 si può notare un importante cambiamento istituzionale che formalizza il rapporto fra apparato pubblico (LISL, Comune, Regione) ed il mondo dei volontariato privato sociale che negli anni ’70-’80 aveva sviluppato proprie risposte alla domanda di integrazione sociale portata avanti da gruppi marginali. Tale legge prevede la regolamentazione dei rapporto fra apparato pubblico e volontariato configurando, in forma di iscrizione in appositi elenchi e convenzioni, un sottosistema misto che tenta di realizzare una risposta univoca e complessa alla domanda vista in precedenza.
La legge regionale n. 2/85 sul riordino dell’assistenza e della sicurezza sociale, prevede numerosi interventi di mediazione fra le difficoltà dei disabili e le istanze dei mondo della produzione che possono essere viste come esempio di attivazione di un sotto sistema ad hoc per la soluzione di una contingenza particolare e cioè rendere il cittadino disabile il più compatibile possibile con il mondo dei lavoro attraverso mediazioni economico-tecniche e politiche.

Posizione lavorativa dei disabili presi in carico dal servizio inserimento lavoativo al 30/12/90

POSIZIONE ATTUALE N. GIOVANI %
tempo indeterminato 165 50%
tempo determinato 4 1,20%
contratti formazione lavoro 46 13,90%
borse lavoro 53 16%
occupazione familiare 15 4,60%
occupazione sconosciuta 16 4,90%
avventizi 15 4,60%
in proprio 2 0,60%
avviati UPLMO 9 2,70%
apprendisti 5 1,50%
TOTALE OCCUPATI 330 100%

Fonte: SIL, provincia di Bologna



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