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Sospettosi, naturalmente riciclati

di Cesare Padovani 

Per meglio comprendere i problemi dell’emarginazione diventa sempre più indispensabile guardarci attorno con occhio critico per individuare alcune linee di tendenza della nostra “cultura sociale media”.
Linee che possono guidarci ad analizzare meglio (con meno passionalità e più ragione) fenomeni di intolleranza, assai diversi da quelli di razzismo, da quelli di aggressività contagiosa, di violenza, di guerra… Questo per ventagli di cause altrettanto differenti, anche se incrociate e spesso confuse, che possono trarre origine da fattori assai sotterranei: ora da fallimenti della pratica politica, ora da “furti” predeterminati di ideali, ora da accelerazione dei tempi di consumo di qualsiasi messaggio con la conseguente perdita del gusto dei dialoghi; ora infine da quel confondere benessere con spreco, qualità della vita con montagne di rifiuti, identificazione indotta dall’attuale viva e vigorosa cultura dei consumi.

Scart
Simbolicamente (ma non solo) persino una certa tendenza artistica, quella degli anni venti ancor prima di Andi Wahrol, ha mostrato quante cose possono essere fatte con i rifiuti e con gli scarti della società del benessere: dai collages alle bidon-villes, dai parchi Robinson alla pop art, all’arte funk, alla trash (arte povera e arte del rifiuto, dello scarto)… Questa controcultura del recupero quindi sta in posizione provocatoria o ironica – ma non più di tanto – nei confronti di una crescente (anarchia?) società dei consumi, con risultati però sconcertanti: quelli di provocare alla fine ben poco, anzi a volte di diventare spettacolo essa stessa e pertanto ulteriore motivo di consumo. Ed ecco il crescente! paradosso: anche la denuncia estetica (e culturale) al consumismo più bieco rischia di essere assorbita nel vortice di un consumismo ad alto livello.
Noi, allora, che desideriamo andare oltre le scene di questi spettacoli, che viviamo la cultura come processo di modificazione dei nostri comportamenti, non come puro esercizio intellettuale, ma come presa di coscienza dei fenomeni, noi potremmo prender atto di queste differenze: da una parte un “progresso” che produce montagne di rifiuti e milioni di emarginati, e dall’altra una qualità della vita che non considera “negativo” il non efficiente. Ed ancora: da una parte un “riciclaggio” di prodotti e di persone considerati scarti di un benessere, e dall’altra una pratica più intelligente e più umana (e certo più economica) di integrazione secondo cui persona, prodotto o messaggio, emergono nella loro autenticità per essere ascoltati, impiegati, assaporati per quel che sono, fino in fondo e senza sospetti.

Sospetti
Dal giorno in cui è scoppiato il caso Gladio ho ritagliato, con cura scrupolosa da più di un quotidiano, frammenti di testi, titoli, dichiarazioni di personaggi politici noti e meno noti, e persino aforismi da pagine sportive, in cui poter ravvisare apertamente il sospetto. Ognuno di noi, almeno una volta (dico una) nella vita, ha guardato sotto il proprio letto prima di andarsene a dormire. Il sospetto in effetti si riduce a questa irresistibile tentazione di “guardar sotto”, appunto quel sub-spicio che ti fa scoperchiare pentole, ti fa tirar via coperte, tetti, sigilli, segreti, matrioske, tovaglie, e ti fa sfogliare carte, per rassicurarti che quel che sospettavi era appunto vero.
Non occorre scomodare la psicopatologia, e neppure la sociopsicologia, per affermare che la cultura del sospetto si sviluppa e si dilata in periodi della storia in cui l’intrigo, il sotterfugio, la tensione fa sì che, anche facendo un concorso per sottousciere alle Poste o camminando in pieno centro storico, induce a guardarti “di traverso”, invita a guardarsi alle spalle come nei racconti di Lovecraftdove i mostri stanno sempre lì agli angoli delle strade. E’ patrimonio significativo di questo passato decennio, infatti, la tesi ripescata da Umberto Eco sulle dietrologie, tesi su “che cosa sta dietro a cosa”, con i suoi due stessi romanzi a giro di posta (prima Il nome della Rosa poi Il pendolo di Focault); sullo sfondo, tutte quelle particolari specie di gialli televisivi (dallo spot alla telenovela) che sembrano fatti apporta per introdurci sospettosamente alle vicende ben più drammatiche della vita italiana: mafia, camorra, rapimenti, corruzioni, P2, Gladio, appalti, sequestri, stragi e concorsi pubblici. Con due effetti concomitanti, però, e assai contradditori tra di loro: l’uno che fa vivere i drammi reali e gli scandali politici come puntate di racconti televisivi prolungatisi spettacolarmente oltre lo schermo di ventun pollici, per cui lì per lì ci si scandalizza di fronte ad un Andreotti ma tutto sommato si aspetta il giorno dopo per sapere il seguito della storia; e l’altro (contraddizione forse compensatrice!) che fa vivere in ansia continua il nostro quotidiano, con quel perfido ronzio del non mi fido nelle orecchie per cui se tua moglie si allunga verso di te anche per darti un bacio, subito ti scosti, la sogguardi e provi un brivido: “Eh no, cara mia, tu mi nascondi qualcosa!”.

Beatiful
Cosicché le lettere di Moro, che chissà che cosa dicono, che cosa potrebbero rivelare, che sono state trovate ma subito sequestrate e poi fotocopiate e poi spedite, e poi l’inchiesta, la Commissione che dovrà verificare i contenuti ma che non potrà subito rivelare; e allora si dovrà far luce su chi le ha messe lì e su chi le ha sottratte… queste lettere appunto ripropongono gli identici meccanismi del racconto di Edgar Allan Poe, La lettera rubata, trasmesso qualche settimana fa su Rete 4, dove la Regina affida ad un messo una lettera segreta (forse d’un amante?) all’insaputa del Re, e questa lettera viene più volte “rubata”, ora dal Ministro ora dal poliziotto Doupin, ora arriva tra le mani dello stesso Re; ogni volta chi la possiede riacquista potere, e per quel giorno – tra mille sospetti – quel detentore si trova nell’occhio del ciclone. Poi c’è stato Gladio, con alti e bassi senza tregua, con sospetti anche nei confronti di chi sospetta, di chi tuona che “occorre far luce”; e da un giorno all’altro si è comprato il giornale per vedere se il grande padre, Francesco Cossiga, abbia finalmente diseredato (o la tira ancora per le lunghe) quel figlio scapestrato, il giudice Casson, che non mollava l’osso del sospetto e non chiedeva perdono… tale e quale il rapporto padre/figlio nella telenovela Sentieri.
E Beautiful? Beautiful praticamente rappresenta un po’ tutto e un po’ tutti, è quello che i linguisti definiscono un “metaracconto”; qui ci trovi tutte quelle varietà di piagnucolamenti, di oh di meraviglia, di chi l’avrebbe mai detto!, o i c’era da aspettarsela… che si è soliti dire di fronte a “quattromila miliardi di deficit”, di fronte a “447 uomini d’onore assolti”, oppure alla catastrofe compiuta dall’aereo militare a Casalecchio di Reno.

Bush e Saddam come a Dallas
Invece il rapporto sadomasochista tra Bush e Saddam, ovviamente coi rispettivi sospetti, con le occhiate di traverso, ripropongono, con il ritardo di un paio d’anni, l’interminabile Dallas con un Jr nella parte di Bush, incazzato duro perché Saddam, nella parte del rivale in affari Jeff, dopo un tiramolla a puntate con colpi di scena facilmente prevedibili, ha liberato d’un botto un sacco di ostaggi ed era lì lì per venire a patti. Non sarà mai, questa non dovevi farmela, tu agli occhi del mondo devi essere carogna fino in fondo: ebbene, “la liberazione (in massa, n.d.r.) degli ostaggi rende più liberi gli USA di attaccare (finalmente, n.d.r.) guerra all’Iraq”, dichiara il 9 dicembre il Presidente americano, perché è giusto così e basta. E difatti…

Io lo so, ma non lo posso dimostrare 
In casi del genere, sospetti o no, si tira diritto verso il proprio tornaconto senza neanche voltarsi, anzi il sospetto diventa una scusa: tu puoi dire quel che vuoi, a me non interessa che tu sia più in basso di me, tanto sei tu che mi sporchi l’acqua, e poi di te non mi fido. In casi più “familiari”, di politica interna, invece, il Sospetto funziona come la catena di Sant’Antonio: qualcosa sta sempre sotto a qualche altra cosa fino a provocare una lunga catena di sospetti, come un gioco di società; ed è appunto come tale che lo si vive. Il gioco del sospetto è una specie di paranoia ludica dove l’interlocutore scopre sempre il velo di cipolla sotto quello che tu hai tolto: eh sì, caro mio, dietro Gladio c’è la Destra, e dietro c’è la P2, ma dietro c’è la Mafia, e più sotto ancora quelli che hanno fatto fuori Moro, magari Andreotti, ma dietro Andreotti chissà chi manovra… E via via di supposizione in supposizione senza mai pigliare per il collo il responsabile; poi un bel giorno la fortuna vuole che finalmente, finalmente, anche l’umile cittadino senza “e” maiuscola, un telefruitore qualsiasi, abbia la soddisfazione di sapere il contenuto di quella lettera segretissima, e scopre che il messaggio press’a poco dice le stesse cose che stavan scritte nella lettera rubata alla Regina nel racconto di Poe: “Un dessein si funeste, S’il n’est digne d’Atrée est digne de Thyeste”. (Un piano così funesto, se non è degno d’Atreo è ben degno di Tieste). All’indomani dell’uscita del Pendolo, Umberto Eco, in una intervista su “l’Espresso”, differenziava appunto questo tipo paranoico del Sospetto, per cui tutto sta sotto a tutto, da quello “più sano”, quello del fiuto dell’intellettuale: quel fiuto se vuoi impotente ma che sa senza avere le prove in mano (perché se le avesse certo non sarebbe da quella parte, e se per caso lo fosse, verrebbe in qualche modo fatto tacere). Su questo tema ancora Eco riempe la pagina culturale de “la Repubblica” di sabato 8 dicembre in un’intervista, Caccia al cammello, dove spazia dalla prima Opera aperta fino al suo ultimo recente testo su I limiti dell’interpretazione, lavoro per lo più centrato sui complicati meccanismi con cui dietro ad un messaggio si cerca sempre qualcos’altro, sicché alla fine non poteva non rievocare l’intuito profetico di Pier Paolo Pasolini. Io so che… io lo so… io lo so… io lo so ma non lo posso dimostrare. Lo so perché sono un intellettuale che vede ciò che gli succede intorno.
Diventa, questa sconcertante affermazione, una prova tremenda di impotenza sociale da parte di tutti coloro che, esclusi o emarginati o socialmente deboli, rivendicano un diritto o entrano in un conflitto oppure tentano autonomamente di far valere un loro punto di vista. Anche in un banale incidente stradale dove uno ti viene addosso perché non rispetta lo stop, parti senz’altro dalla parte del torto de non scatti fuori dalla vettura, col petto gonfio, afferri per la giacca il tuo investitore e gli urli: primati spacco il muso e poi chiamo la polizia. Perché, se non ce la fai a far così, se non ce la fai culturalmente oltre che fisicamente, avrai sempre torto… perché è meglio che tu stia a casa invece di andare in giro, perché quelli come te devono essere badati, e perché tutto sommato è colpa tua, sta zitto, hai torto e prova a dimostrare il contrario…



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