Italo Calvino ha scritto: “Le fiabe sono vere”. Questo concetto esprime molto bene il senso di tutto quello che costituisce il nostro interesse per questa forma d’arte. Perché in effetti bisogna subito dire che la fiaba è un’opera d’arte e analizzare la sua importanza a livello educativo non può prescindere da questo fondamentale aspetto. Da anni il Progetto Calamaio con l’aiuto della fiaba parla ai più piccoli di diversità e di handicap. Soprattutto, l’uso della fiaba ci permette di fare e creare qualcosa assieme ai bambini, di drammatizzare assieme un’avventura che si interseca con l’avventura del nostro incontro con loro. La fiaba è costituzionalmente un racconto che parla di diversità con un linguaggio comprensibile, ma con una forza che coinvolge nel profondo ognuno di noi.
La fiaba esprime una molteplicità di significati e situazioni che sono aperte all’interpretazione, e ogni bambino crea un proprio rapporto personale con la fiaba. Potrà apparire scontato ma val la pena notare che esistono fiabe belle e fiabe brutte, fiabe che coinvolgono molto e altre, invece, poco. Ogni bambino si affeziona a una fiaba in particolare, manifesta la sua predilezione per una fiaba e non per un’altra. Rodari sottolinea l’importanza di raccontare molte fiabe ai bambini perché bisogna dar loro l’opportunità di scegliere e purtroppo questo, nella pratica, non è una cosa scontata.
La fiaba esprime un mondo interiore, permette al bambino di proiettare e visualizzare le proprie contraddizioni, e se da un lato conferma la sua fantasia, guidandolo per mano nei territori dell’immaginazione, dall’altro offre alcuni strumenti per poi porre il bambino in grado di “ritornare” alla realtà per affrontarla. La fiaba permette al bambino di compiere un esperimento con le proprie emozioni, sotto la protezione e con la complicità dell’adulto, del narratore, e gli permette di familiarizzarsi con le proprie paure. E inoltre la fiaba si rivela un importante mezzo di arricchimento linguistico e concettuale.

La fiaba medicina

Ma non basta. In altre culture la funzione terapeutica della fiaba è un dato acquisito da secoli. Per esempio in India il medico prescrive al paziente la lettura di un particolare racconto che dovrebbe calmarlo e aiutarlo a fare chiarezza nel proprio intimo. Nella pratica del buddhismo zen il maestro affida alla meditazione dell’allievo un koan, un breve racconto il cui contenuto è paradossale e contraddittorio. Recentemente anche in occidente la fiaba viene usata nella psicoterapia, soprattutto con i bambini, perché è scientificamente accertato che aiuta i piccoli pazienti a risolvere i loro problemi mettendoli in grado di attingere a nuove forze e di combattere così la patologia psichica.
La fiaba è uno strumento educativo potente purché il suo essere forma d’arte originale venga rispettato ed essa non venga snaturata. Mi sembra che in ambito educativo il pericolo di trasformare la fiaba in favola sia molto presente, a scapito come ho detto della “verità” della fiaba. La favola è un racconto con un intento morale (la famosa morale della favola) ben marcato, insegnamento morale che nella fiaba o non è esplicitato o è presente ma in secondo piano rispetto alla trama e alla vita autonoma dei personaggi. Per intenderci, tutti hanno presente l’intento morale di una favola come La formica e la cicala (anche se, a ben vedere, se c’è un personaggio della letteratura che è senza pietà è proprio la buona formica, buona perché non si gode la vita e sgobba tutto il giorno, mentre la cicala invece è cattiva perchè il suo canto non è considerato un bene).

Ci sono eroi ed eroi

È importante tener presente la distinzione tra i concetti di eroe buono ed eroe attraente. Un bambino si immedesimerà in un certo eroe non tanto perché questi è buono, perché esprime più o meno un principio morale astratto, ma perché l’eroe è attraente, si fa beffe di giganti, è astuto, sfida mille pericoli, è invidiato. Per un bambino la domanda prima non è: “Voglio essere buono?” ma: “Sarò trattato con giustizia?”, oppure “Cosa è giusto, per me?”. Spesso come educatori siamo tentati di intraprendere la strada del riconoscimento, della gratificazione, del risultato visibile e concreto. Siamo contenti se il bambino ci ripete a voce alta il particolare insegnamento morale che volevamo inculcargli. Ma la vera sfida è rendere un comportamento significativo in sé e non tanto legittimato da una giustizia astratta. La sfida che il Progetto Calamaio cerca di portare avanti, e mi rendo conto con risultati che sono al di sotto della nostra ambizione, è quella di rendere la diversità attraente, di toglierla dalla stereotipia di considerarla come qualcosa connotata in modo negativo. In breve si può dire che lo scopo non è tanto quello di far sentire il bambino più buono perché “aiuta” le persone disabili, ma far in modo che il bambino senta dell’interesse verso queste persone, capisca che è possibile con esse uno scambio reciproco e una amicizia. Le tecniche e metodologie del Progetto, fra cui anche la fiaba, non garantiscono e non possono garantire il risultato, e anzi la stessa ansia del risultato è esiziale e rischia di vanificare un lavoro che si propone di essere non direttivo e soprattutto volto a porre in essere le condizioni affinché un certo comportamento nasca “spontaneo”. Bisogna del resto guardarsi dal pericolo di effettuare paradossi di pragmatica della comunicazione nei termini di espressioni quali “sii spontaneo” o “io voglio che tu voglia far questo”. Una educazione non direttiva e non violenta dovrebbe rispettare i tempi individuali e non obbligare nessuno a una risposta. Nel nostro caso le tematiche proposte dal Progetto Calamaio sono talmente basilari che nessuno dovrebbe sentirsi obbligato a una presa di posizione che, non essendo maturata e consapevole, rischierebbe di banalizzare e svuotare di significato persino le fiabe.

Fiaba, mito, sogno

Un’altra particolarità della fiaba è di essere popolata da personaggi che nonostante lo scenario fantastico sono profondamente familiari e credibili, appartengono in fondo alla vita quotidiana. In questo senso la fiaba e i miti sono profondamente diversi. Nel mito colpisce la grandiosità sia dei personaggi che dell’ambientazione e inoltre il mito si connota spesso come tragedia mentre la fiaba è di regola a lieto fine. Gli eroi della fiaba sono eroi che dietro l’umiltà delle loro origini nascondono una grandezza che poi si manifesterà durante la storia e trionferà nel finale. Ma restano personaggi con i quali il bambino trova facile immedesimarsi perché quello che li anima sono forze comprensibili e, anche da un punto di vista emotivo, trasparenti.
Una questione fondamentale è la componente magica presente nelle fiabe che il pensiero positivista ha da sempre criticato. Ciò ha portato a un atto di accusa nei confronti della fiaba stessa vista come opera d’arte degenerata, frutto di una cultura primitiva e rozza. Sfugge a questo modo di pensare la “ragionevolezza della fiaba” (Chesterton), il suo essere trasparente al pensiero animistico del bambino, pensiero che è dotato di una sua struttura interna e di una sua “razionalità”.
E la fiaba non è nemmeno un sogno sottoforma di racconto, perché mentre il sogno è espressione di desideri e tensioni, è incoerente e soprattutto non offre soluzioni, la fiaba invece ha una struttura interna e partorisce soluzioni al problema che all’inizio mette in movimento il racconto. La fiaba offre soluzioni che il pensiero magico del bambino è in grado di accettare e ha successo dove il pensiero scientifico-razionale degli adulti fallirebbe. Potrà apparire paradossale ma rispettare la logica della fiaba significa non asservirla nemmeno ai contenuti educativi che noi vogliamo vederci. Rispettare la sua verità è un modo per rispettare il bambino.
La fiaba è bella se noi educatori stessi ce ne lasciamo coinvolgere, non solo raccontandola ma vivendola in prima persona, dando voce a ciò che ci suggerisce anche se ci portasse al di là e oltre ciò che volevamo e sapevamo di dover dire. Il ruolo di chi racconta è determinante. A differenza della letteratura degli adulti, fatta per essere letta, la fiaba trova la più completa espressione nella parola parlata, nella parola che si colora dei significati e della emotività di chi la pronuncia.
L’improvvisazione e la variazione sul testo, impossibili per la parola scritta, divengono quasi necessarie per la parola parlata. Raccontare una fiaba tiene conto della personalità del narratore ma anche l’ascoltatore, il bambino, con le sue domande o semplicemente con l’espressione del viso influisce sui parametri della narrazione. Mentre la televisione abitua a un atteggiamento passivo perché non consente al bambino di influenzare il corso dello spettacolo, la fiaba raccontata dall’adulto permette un vero e proprio rapporto comunicativo, consentendo inoltre una complicità emozionale tra bambino e adulto che aiuta un processo, educativo per entrambi, di comprensione reciproca.

Diversità e handicap

La fiaba riesce a parlare ai bambini di cose difficili e dure da accettare. Parla delle loro paure e dei loro desideri più profondi: la paura di essere abbandonati e di dover affrontare il bosco da soli, la speranza di superare le prove della vita, la necessità di dover a tutti i costi emanciparsi dalle famiglie e la speranza un giorno di diventare grandi. La fiaba offre però anche delle soluzioni a questi problemi difficili non fosse altro che per la sua struttura a lieto fine e per l’ottimismo che rincuora i personaggi. Le fiabe sembrano suggerire che una vita positiva è alla portata di tutti e che con un po’ di aiuto, un po’ di fortuna e di coraggio si può forzare la vittoria. La fiaba mostra i pericoli cui ognuno di noi può andare incontro, pericoli spesso determinati da nostri errori di valutazione. La fiaba per esempio ci mette in guardia da un amore troppo egoistico, da un amore che spinge una madre a tenere in casa prigioniera la propria figlia (vedi Raperonzolo); oppure il guaio di avere un genitore troppo narcisista e geloso come in Biancaneve. E ancora: un desiderio troppo forte, non mediato dalla razionalità, rischia di fare molti guai, come nella fiaba di Pierino Porcospino, nato con il corpo di bambino e la testa di porcospino, perché il padre disse “Vorrei un figlio anche se mi nascesse un porcospino”.
In tutte le fiabe si affrontano quelli che Freud chiama principio di piacere e principio di realtà, e sta all’eroe (e al bambino nella vita) trovare una strada in equilibrio tra questi due princípi. Sappiamo che è fondamentale per il bambino, ma anche per noi, capire fino a che punto arriva un giusto e legittimo desiderio di piacere e fino a che punto invece non occorra fare i conti con la realtà, a volte dura e difficile.
La fiaba offre una soluzione e già solo questo è fondamentale, perché permette al bambino di capire e sentire che una soluzione c’è, è possibile. Nella pratica psicoterapeutica che fa uso delle fiabe e delle metafore è stata messa a punto questa tecnica: a una bambina che soffriva di dolori di fegato è stato chiesto di disegnare il proprio dolore. Successivamente la bambina doveva disegnare il “dolore che va meglio”. Ciò ha prodotto nella bambina la sensazione che il dolore diminuisse. Possiamo spiegare il fenomeno in questo modo: la sensazione del dolore dipende anche dal fatto che il dolore attira interamente la nostra attenzione e inoltre possiamo essere sfiduciati perché non riusciamo a “immaginare una soluzione”. Disegnare il dolore ha permesso alla bambina di proiettarlo fuori di lei, di visualizzarlo e in un certo senso di tenerlo sotto controllo. Disegnare “il dolore che va meglio” ha contribuito all’immaginare una soluzione che è il primo gradino verso la soluzione di un problema.
Ogni fiaba, presentando problemi e soluzioni, mostrando avventure e difficoltà superate, stimola ogni bambino ad affrontare se stesso e il mondo e gli fa sentire di non essere solo in questo arduo compito. Infatti l’apprendere di avere fantasie simili alle fantasie dei personaggi (il diventare re spodestando il vecchio re-padre, ad esempio) può aiutare a indebolire il senso di colpa togliendo il bambino dal suo solipsismo, dalla paura di essere solo lui ad avere certe fantasie.
Superare problemi e difficoltà, superare gli handicap dunque. Potremmo dire che tutti i protagonisti delle fiabe sono un po’ handicappati e partono svantaggiati e ciò che è estremamente interessante agli occhi del bambino è il vedere come questi personaggi deboli e piccoli siano poi in grado con l’astuzia, la fortuna e un aiuto di beffare anche i giganti. La fiaba trasforma la difficoltà in sfida e soddisfando la sete di curiosità e di avventure del bambino gli permette di compiere un percorso conoscitivo di sé e del mondo.

Bibliografia

Bettelheim Bruno, Il mondo incantato, Milano, Feltrinelli, 1991.
Canevaro Andrea, I bambini che si perdono nel bosco, Firenze, La Nuova Italia, 1976.
Dallari Marco, La fata intenzionale, Firenze, La Nuova Italia, 1980.   
Grimm Jacob e Wilhelm, Fiabe, Torino, Einaudi, 1992.
Mills J. C., Crowley R. J., Metafore terapeutiche per i bambini, Roma, Astrolabio, 1986.
Rodari Gianni, La grammatica della fantasia, Torino, Einaudi, 1973.

L’avventura di Joe Black
di Ermanno Morico*                    *animatore del Progetto Calamaio

In Venezuela viveva un avventuriero di nome Joe Black.
Una mattina andò in edicola e comprò un giornale, La gazzetta dei tesori nascosti. Arrivato a casa, seduto in poltrona si mise a leggere, quando vide nel necrologio che era morto un lontano parente, il Barone Oliviero De Michelis, che gli aveva lasciato quindi una grossa eredità. “Caspita!” – esclamò Joe Black – “Vado immediatamente a informarmi dal notaio se ho diritto all’eredità”. Allora prese i vestiti e i bagagli e si incamminò alla stazione del treno per Caracas. Prima comprò il biglietto e poi prese il treno numero 19 diretto a Caracas.
Arrivati alla fermata successiva salì sul treno un signore, era il controllore. Joe Black gli chiese: “Scusi signore, quanto manca per Caracas?”. Il controllore rispose: “Un giorno di viaggio”. Così tranquillizzandosi Joe si mise il pigiama, salì su una cuccetta e si addormentò. La mattina dopo appena si svegliò si ritrovò nella città di Caracas. Scese dal treno e domandò a un ragazzo dove era lo studio notarile. Il ragazzo rispose che era poco distante, vicino a una Banca. Arrivato chiese del notaio e si presentò subito un signore basso e pelato con un paio di occhiali scuri. Joe Black si presentò dicendo che era il lontano nipote del barone Oliviero e che era l’unico erede. Il notaio lo fece accomodare e discussero della pratica. Quando uscì dallo studio, Joe Black era soddisfatto ma doveva aspettare ancora un po’ prima di ricevere in dono l’eredità. Quindi visto che era lì decise di girare un po’.
Con lo zaino in spalla e una tenda si incamminò. Arrivò la sera, e stanco del viaggio si fermò, montò la tenda e dormì per la tutta la notte. La mattina dopo si svegliò, smontò la tenda e si rimise di nuovo in cammino. Dopo un paio di miglia, davanti a sé su una collina, vide un castello. Curioso com’era lo raggiunse, arrivò davanti al portone, bussò e aprì un signore. Era il maggiordomo del Barone Oliviero, e quella era proprio la sua dimora. “Caspita!” – esclamò di nuovo.  “Questa potrebbe essere in futuro la mia casa”. Chiese al maggiordomo se poteva visitare il castello: era enorme! Il maggiordomo lo condusse nella visita di tutto il castello. L’avventuriero Joe Black smise di seguire il maggiordomo dirigendosi in un’altra direzione e finì per trovarsi nella torre del castello, di fronte a un labirinto da percorrere. Improvvisamente si imbattè in una signora, era la moglie del maggiordomo, che si spaventò nel vederlo. Ma Joe Black sicuro di sé si presentò come il nipote del barone e allora gentilmente la signora gli diede le indicazioni giuste per arrivare all’uscita della torre. Uscito dalla torre, come per magia si trovò in un fitto bosco che circondava tutto il castello. Era meraviglioso!
Joe Black pensò alla sua eredità e alla vita che lo aspettava in quel magnifico castello. Lui però non si sentiva adatto a fare la vita da nababbo perché il suo spirito era libero e gli piaceva l’avventura.
A questo punto era passato ormai un mese e aveva girato tutta la zona di Caracas e dintorni. Era arrivato il momento tanto atteso! Tornò in città dal notaio, per avere notizie ma ne ebbe una brutta! Il barone aveva intestato tutta la sua eredità al maggiordomo.
Joe Black rimase allibito! Per un attimo tutti i suoi sogni svanirono… ma… in fondo al suo cuore era contento lo stesso perché avrebbe potuto continuare la sua vita da avventuriero e scoprire tante cose in giro per il mondo. Mentre pensava a questo, si accorse di un sentiero inesplorato e, incuriosito, lo imboccò… ma questa è un’altra storia… Joe Black due.