Diversamente dalle altre uscite, per questo numero di HP-Accaparlante sento la necessità di fare una piccola premessa alla rubrica. Entrambe le e-mail riportate, infatti, fanno riferimento a un mio recente articolo intitolato E se i bambini non fanno “OH!”?  In poche battute ho tentato di dare nuovo senso alla H, lettera muta che troppo spesso rappresenta solo handicap e sofferenza. Al solito, per quanto mi è possibile, ho usato quell’ironia che contraddistingue spesso il mio lavoro. Magari utilizzando uno sguardo di un bambino.

Caro Claudio,
ho letto con molto interesse l’articolo che mi hai inviato, condividendo pienamente il tuo punto di vista e restando sempre ammirato di come tu viva la tua condizione come una splendida occasione d’incontro con altre persone e degli altri alla tua presenza tra loro.
Il modo come tu parlavi dell’autoironia mi rimanda alla memoria il ricordo della mia professoressa di italiano al liceo, secondo la quale il grado di intelligenza di una persona e la sua capacità relazionale nella vita adulta si misurano non dal bagaglio di nozioni apprese ed esibite, ma dal grado di autoironia. E da questo punto di vista tu sei senz’altro nella “top ten” dei genialoidi tra quanti abbia conosciuto nella mia vita.
Continuo a parlare della gioia del nostro incontro ad altri amici, qui a Catania come al mio paesello, dai quali ti arrivano molti saluti e un intenso incoraggiamento (insieme al mio, se vale qualcosa) a proseguire sulla strada intrapresa. A uno poi dal sito web ho fatto sentire la tua canzone e gli è molto piaciuta.
Ora ti lascio: devo andare a dare una ripetizione di latino e tra un quarto d’ora devo essere a casa del ragazzino che assisto.
Ti lascio con un fortissimo abbraccio dalla lontana Sicilia.
Angelo

Una canzone di Max Gazzè dice “L’intelligenza sta […] dove c’è il bisogno reale di mettersi a fare un po’ di autoironia” (Autoironia, da La Favola di Adamo ed Eva). Frase che calca la scia della professoressa di Italiano di Angelo.
Sull’autoironia mi sono espresso a più riprese. Sono un suo fan sfegatato, il primo tifoso. Ma mai, nella mia umile vita, avrei creduto di poter rientrare nella “top ten” dell’autoironia. Non mi reggo in piedi dall’emozione, mi tremano le ruote e i ruotini… Cibo per il mio ego.
L’idea che nell’autoironia sia riscontrabile il livello di intelligenza di una persona mi trova, quindi, pienamente d’accordo. Ma bisogna secondo me chiarire le sue modalità di utilizzo, perché l’autoironia non è un semplice punto di vista sulla vita, ma uno strumento con cui affrontare le sfide/sfighe della vita. C’è chi spesso, allora, ricorre all’autoironia (o anche solo all’ironia) per nascondersi un po’, usandola come schermo protettivo per sfuggire dalle proprie responsabilità. Una facile via di fuga per scappare dalle scelte. Un utilizzo spesso diffuso, magari anche comprensibile, ma che va evitato. L’autoironia è e deve essere lo strumento principe per ribaltare le situazioni difficili, per mettere in crisi il sistema scardinandone meccanismi e mal funzionamenti, scoprendone i limiti e le pecche. Anche se Angelo dice che servo da esempio, il discorso vale per tutti, non solo per chi si trova come me in condizioni “particolari”.

Carissimo Claudio, al di là del fatto che il tuo articolo sia il Reportage di un accaduto o il frutto maturo di una brillante fantasia, in effetti, nei bambini (facciano o non facciano “Oh” poco importa) non esistono tutte quelle remore che, invece, grazie alla loro duttilità – che però è anche fragilità – di pensiero, imparano anche fin troppo presto da noi adulti.
Ritengo, per altro, che oggi molte persone affette da disfunzione che creano svantaggi (come vedi continuo accuratamente a non parlare di “diversabilità”) sono più aperte e in grado di mettere più a proprio agio gli interlocutori cui si rivolgono.
Credo fermamente, dunque, che le nostre Realtà associative, che hanno soltanto la pretesa di acquisire e far acquisire dignità e cittadinanza, abbiano contribuito e possano continuare a contribuire non poco all’affermarsi di una più consolidata ed effettiva integrazione sociale.
Silvano Pasquini

Il punto di vista dei bambini, quello disincantato, quello libero dalle scorze della nostra società. Uno sguardo divertito, magari col broncio, oppure vitale. Uno sguardo sempre alla scoperta di tutto, che vede tutto grande e meraviglioso. Solo un bimbo dal suo “paese delle meraviglie” poteva farmi notare le bellezze di una lettera come la H, associandola non a un ospedale, non all’handicap, ma a un elicottero. Proprio quell’elicottero che un bimbo indica con stupore al padre guardandolo attraversare il cielo mentre disegna con un volo basso la cresta delle onde del mare.
Come dice Silvano giustamente, la loro duttilità arriva là dove non arriva il nostro pensiero ormai fin troppo codificato. Non so se lo stesso discorso possa essere valido effettivamente per “persone affette da disfunzione che creano svantaggi”. O meglio, non so se la nostra società sia pronta ad ammetterlo. Io promuovo da tempo l’idea che la diversità di uno svantaggio può ribaltarsi in risorsa per tutti. Magari allora sarebbe ancora meglio con uno sguardo stupito ed entusiasta di un bambino, senza paure e senza remore.