10 . Educatori e linguaggi
- Autore: Marco Grana
di Marco Grana
Il linguaggio usato dagli educatori è legato alla loro prassi quotidiana, e si torva all’incorcio di linguaggi diversiu: quello dei tecnici (psicologi, pedagogisti, medici..) delle istituzioni e delle famiglie. Il loro “modo di esprimersi” diventa così un insieme eterogeneo e disarticolato di altri linguaggi. Interrogarsi sull’esistenza di un linguaggio specifico degli educatori significa interrogarsi sulla specificità dell’oggetto del loro lavoro.
Il linguaggio degli educatori: un codice tra i codici
Ogni professione, notoriamente, ha un suo linguaggio definito da un vocabolario specifico, una certa grammatica, un contesto al quale è legato dai significati e nel quale è riconosciuto valido dagli attori che lo utilizzano. All’interno di un linguaggio professionale generale possono esistere dei linguaggi più ristretti parlati all’interno di un gruppo particolare di professionisti.
Questo vale, in linea di principio, anche per gli educatori professionali, ma non appena ci si avvicina all’argomento ci si accorge che il tentativo di identificarne vocabolario e grammatica è votato ad alcune difficoltà specifiche.
Difficoltà storico culturali
Anche se non è corretto dire che il lavoro educativo sia qualcosa di nuovo, è vero che allo stato attuale è ancora qualcosa di non sufficientemente definito, basti pensare al fatto che nel 1996 non è ancora previsto un inquadramento legislativo della figura e delle mansioni dell’educatore professionale. D’altra parte la storia di questa professione è la storia del passaggio della funzione di cura e di aiuto dalla famiglia o dalle istituzioni caritatevoli a soggetti e istituzioni dalla natura completamente diversa (Usl, cooperative, agenzie, associazioni) che operano in ambito diverso (da quello familiare o comunque dell’appartenenza a quello lavorativo) con stili e fini completamente diversi, e quindi con una stratificazione di riferimenti culturali estremamente eterogenea. L’esempio più notevole è fornito dalla compresenzadegli educatori provenienti dal volontariato cattolico o dall’impegno politico di sinistra e quelli che semplicemente ad un certo punto della ricerca di un lavoro si sono imbattuti in una opportunità occupazionale.
Difficoltà legate al contesto
Qui il problema è ancora più complicato. L’indefinitezza legislativa e culturale sopra esposta provoca (almeno in parte) una situazione di subalternità dell’educatore rispetto alle altre figure professionali da cui normalmente è circondato: lo psichiatra, lo psicologo, il pedagogista, l’assistente sociale. Queste figure dispongono di un loro linguaggio e lo parlano; l’educatore, che da una parte si trova in mezzo (tra tecnici e utenti,tra famiglie e istituzione), dall’altra si trova al di sotto (dei tecnici), si trova facilmente ad assumere in modo piuttosto acritico frammenti, parti, segmenti dei loro linguaggi. Così, per esempio, si ritrovano educatori che piuttosto che descrivere un comportamento emettono una diagnosi, o ancora di più che faticano a formulare una certa domanda perché‚ non riconoscono dignità alle parole (e quindi mancano dei concetti corrispondenti) che servono a identificare un problema all’interno di una situazione quotidiana.
Difficoltà strutturali
Si tratta di un problema di carattere epistemologico: il linguaggio che glieducatori impiegano per dire deve avere un riscontro e nascere nella prassi quotidiana. Questa prassi è definibile in primo luogo come vicinanza e contatto (o contenimento e cura se si preferisce) con il cambiamento, con la sofferenza, con la diversità, con il bisogno. Ciò significa che il contenuto principale che il linguaggio degli educatori veicola è una fluttuazione di emozioni, sentimenti, ansie, paure e desideri, da un soggetto a un altro. Quando un educatore dice il suo lavoro non parla di oggetti separati da sé‚ ma parla di qualcosa che si dà tra sé‚ e un altro, dice anche di sé.
Per avvicinarsi al linguaggio degli educatori occorre quindi in primo luogopartire dai soggetti che ruotano intorno agli educatori, perché‚ è a questi che l’educatore dice, e sono questi che all’educatore dicono; in secondo luogo occorre interrogarsi sulle implicazioni della specificità della situazione educativa.
Il linguaggio dei tecnici
Il linguaggio dei tecnici è per definizione tecnico/scientifico. È cioè sufficientemente astratto e denotativo perché‚ lo si possa utilizzare in contesti differenti e indipendentemente da un individuo particolare. Per semplificare la comprensione, si può opporre il tecnico all’artigiano: il tecnico può trasmettere il suo sapere attraverso il linguaggio perché‚ tutto quello che sa o fa è definibile a parole e concetti, l’artigiano no, l’artigiano può trasmettere il suo saper fare solo attraverso l’esempio, l’imitazione e l’osservazione prolungata dell’allievo. L’artigiano non esaurisce quello che lui sa fare nel linguaggio verbale. Questo succede perché‚ nellavoro dell’artigiano è presente una componente di corporeità e di esperienza specifica che non è trasmissibile a parole.
Il linguaggio tecnico/scientifico ha anche altre caratteristiche: è preciso, è coerente, consente di identificare chiaramente e quindi distinguere il soggetto dal suo oggetto, consente di formulare ipotesi e di verificarle, porta adanalizzare la realtà in modo operativo, cioè in modo da poter intervenire su di essa per modificarla intenzionalmente.
I tecnici dei servizi educativi in genere sono psichiatri, pedagogisti, psicologi. Dire che i rispettivi linguaggi corrispondano esattamente a quanto detto sopra sarebbe una forzatura, tanto più che in alcune di queste discipline esiste una seria riflessione a carattere epistemologico che investe anche i problemi a cui si fa riferimento. Rimane comunque vero che, almeno formalmente, i tecnici dei servizi educativi dispongano di linguaggi codificati e riconosciuti, fatti di teorie, ipotesi e dizionari.
Il linguaggio dell’istituzione
Per istituzione si intende qui l’istituzione pedagogica o terapeutica. Il suo linguaggio è per definizione quello dei progetti, degli obiettivi e delle strategie e di norma è un linguaggio scritto. È quindi un linguaggio rigido, contestualizzato, specifico e per quanto possibile, operativo.
Il linguaggio dell’istituzione ha due implicazioni fondamentali: consente diverificare costantemente ciò che si sta realizzando confrontandolo con ciò che si aveva intenzione di realizzare e quindi dà la possibilità di correggere l’azione nel suo corso.
Crea una doppia illusione sul tempo: da una parte la scrittura, la definizione di procedure, di passi successivi, di obiettivi, producono un oggetto (il lavorare e l’oggetto del proprio lavoro) che si blocca all’immagine che ne vienedata ad un certo momento (cioè al momento della stesura del progetto). Dall’altra la logica progettuale porta a ragionare come se fosse possibile una gradualità, mentre i processi di apprendimento e di cambiamento (a cui fanno riferimento gli educatori) non sono quasi mai graduali, né‚ seguono una logica riconoscibile; al contrario sono spesso improvvisi, contengono una certa dose di violenza e sono spesso difficilmente comprensibili.
Per il lavoro degli educatori il senso della presenza di un progetto non è semplicemente di carattere produttivo: il fatto di avere cioè un riferimento in qualche modo oggettivato con cui confrontarsi non dovrebbe rispondere solo ad una logica di razionalizzazione della produttività, come potrebbe essere in una fabbrica di automobili, ma dovrebbe rispondere alla necessità di mantenere un riferimento terzo rispetto a tutte le soggettività coinvolte nel processo educativo. Dovrebbe avere cioè una funzione molto simile (ma ad un altro livello) a quella del quadro normativo esplicito che definisce il setting o il contesto nel quale si lavora. In questo preciso senso il progetto, o la semplice definizione degli obiettivi e delle strategie, sono strumenti utili ed essenziali, ma a condizione che oltre ad essere punti di riferimento, siano anche oggetti criticabili, così come devono poterlo essere le varie istanze soggettive. Il limite e la difficoltà del linguaggio dei progetti sta nella sua forma e nella sua storia: è scritto, è per forza di cose unidimensionale rispetto alla realtà da cogliere (tutto è descritto in termini di bisogni/risorse, problemi/soluzioni, obiettivi/strategie) e quindi la semplifica indebitamente. Per queste sue caratteristiche è difficile da criticare.
Il linguaggio delle famiglie
Vi è un altro soggetto importante che, essendo coinvolto nella realtà dellavoro degli educatori, li attornia. È il soggetto che delega le sue naturali funzioni di cura, di educazione, di aiuto, di vicinanza. In genere questosoggetto è la famiglia. Essa però è anche il luogo sociale di sintesi di un soggetto più grande o almeno di altri soggetti che si incrociano con essa: il quartiere, il paese, la scuola, il gruppo di amici, i vicini di casa, il luogo di lavoro. In altre parole è il sociale. È quella parte specifica di sociale acui appartiene l’utente, ed è quello stesso sociale a cui più genericamente appartiene l’educatore, e ancora lo stesso che più genericamente produce elegittima l’istituzione.
La famiglia che delega in realtà non è solo la famiglia, ma è la famiglia, più il vicinato, più il datore di lavoro, più il gruppo di amici; essi non si limitano a chiedere qualcosa per la persona handicappata, tossico dipendente,folle, chiedono qualcosa anche per se stessi. Chiedono per la precisione che cessi o diminuisca la fatica di una vita con un figlio completamente dipendente, che cessino i furti in casa o il terrore-desiderio di una morte improvvisa, che cessi di essere visibile lo scandalo della follia, cioè della negazione effettiva e attuata della normalità. La dimensione sociale di questo soggetto, il suo potere legittimante sia indirettamente nei confronti del ruolo dell’educatore, sia direttamente nei confronti dell’istituzione, fa si che questa seconda domanda sia in realtà un mandato, ed in particolare un mandato che è interiorizzato anche dall’educatore dal momento che egli stesso appartiene a questo sociale.
Il mandato e la delega sono due atti sociali e comunicativi che, nello specifico, implicano posizioni relazionali differenti. La delega si conferisce dal basso: una famiglia chiede ad una istituzione di occuparsi di un suo membroe, qualche volta, ha un piccolo margine di contrattazione; ma maggiore è il suo bisogno e maggiormente dovrà accettare le condizioni poste dall’istituzione. D’altra parte se è vero che è il sociale a legittimare l’istituzione, allora le richieste che questo fa per sé‚ (che sono fondamentalmente di ripristino della normalità) assumono il valore di un mandato, mandato per il quale l’istituzione era nata, mandato che l’educatore ha già interiorizzato, mandato che pone la famiglia in una posizione di superiorità rispetto all’istituzione.
Di qui due ipotesi: questo trovarsi contemporaneamente up e down sia da parte della famiglia, sia da parte dell’istituzione è all’origine di una serie di problemi di rapporto tra questi due soggetti. L’interiorizzazione da parte dell’educatore di un mandato contemporanea alla assunzione di una delega all’interno del suo ruolo provoca anch’essa una serie di atteggiamenti contraddittori, se si è in assenza di una consapevolezza critica del proprio linguaggio e del proprio ruolo.
Il linguaggio degli educatori
Il linguaggio degli educatori, quello cioè che gli educatori usano per dire, è dunque un insieme eterogeneo e tendenzialmente disarticolato di altri linguaggi.
Il linguaggio ordinario che potremmo definire una “riserva di buonsenso” che a volte è necessaria e utile e altre volte è di impedimento alla comprensione e all’azione.
Il linguaggio dell’istituzione che emerge con evidenza quando si comincia a parlare di verifica degli obiettivi o di protocolli di osservazione.
I linguaggi tecnici della pedagogia, della psicologia (in particolare quella sistemica), della medicina, del diritto, qualche volta della sociologia e della psicanalisi.
Ma insieme a questi linguaggi esiste almeno in stato embrionale un linguaggio specifico degli educatori?
Interrogarsi sull’esistenza di un linguaggio specifico degli educatori significa interrogarsi sulla specificità dell’oggetto del loro lavoro. Il lavoro degli educatori è in primo luogo un lavoro di relazione che risponde al bisogno-desiderio di relazione nel presente di una persona.
Il linguaggio degli educatori è quello capace di comunicare ed esprimere qualcosa che si dà nel presente, dove il presente è il presente di una relazione tra persone o gruppi, dentro un contesto che è allo stesso tempo istituzionalità e quotidianità.
In questo linguaggio la descrizione precede la spiegazione, la connotazione precede la denotazione, la memoria è più utilizzata dell’astrazione, la spiegazione è più una ricerca di significati che di cause, la denotazione serve più a rendere possibili dei confronti che a emettere delle diagnosi o incasellare i fenomeni in categorie.
Il linguaggio degli educatori, diversamente da quello dei tecnici, non tende a categorizzare ma a descrivere, non identifica con precisione un oggetto ma aderisce alle fluttuazioni della relazione tra sé‚ e un altro; non spiega un episodio ma lo racconta; l’educatore, per dire, sforza la memoria, il tecnico sforza la sua competenza a collegare informazioni che stanno su differenti piani di astrazione; ma la cosa enormemente più importante è che il soggetto educatore che dice, dice di sé, anche se di sé‚ in un altro momento.
Un esempio: per il tecnico la parola “contenimento” indica una serie di azioni che hanno un determinato scopo: una interpretazione ben data ad un utente molto ansioso può avere una certa capacità di contenimento, così come può averla una benzodiazepina o il comportamento rassicurante di un educatore.
Per un educatore “contenimento” è un fatto più o meno quotidiano che si dà tra sé‚ e un altro e che è prodotto da, comporta, e rinforza un clima di vicinanza e di reciproca comprensione. Quando un tecnico parla dicontenimento parla o di un concetto o di uno strumento; quando ne parla un educatore, questi parla di sé, o, per essere più precisi, parla di unaqualità o di uno stato della sua relazione con l’utente.
La comunicazione tra educatori e famiglie
Un secondo esempio nel settore della tossicodipendenza è una tipica e semplicissima domanda che i familiari rivolgono agli educatori e che mette gli educatori in estremo imbarazzo: “come sta mio figlio?”. L’idea di star bene per un familiare deve corrispondere più o meno ad una condizione di una certa serenità d’animo, di ragionevole rispetto delle condizioni richieste per la permanenza e di un buono stato di salute. Nei servizi residenziali per la tossicodipendenza non solo è piuttosto rara la compresenza di queste tre condizioni, ma è certo che ove queste fossero la norma, i servizi stessi non avrebbero ragione di esistere.
Inoltre, nella visione dell’educatore, la famiglia del tossicodipendente è quasi sempre una parte importante del sistema patologico ed è parzialmente e implicitamente utenza presa in carico.
Per l’educatore la domanda che potrebbe corrispondere a “come sta mio figlio” è “questo utente si sta impegnando?”. Un utente che si impegna o che si sforza all’interno di un centro residenziale per tossicodipendenti è una persona che non sta affatto bene, che probabilmente è nervosa e non dorme la notte, ma che impiega le sue energie per costringere sè stesso a rimanere all’interno di una situazione normativa e relazionale per lui difficilmente tollerabile.
Bisogna rilevare che gli educatori in genere si rivolgono alle famiglie utilizzando il linguaggio in termini professionali per comunicare delle informazioni; invece le famiglie si rivolgono agli educatori in termini affettivi per ottenere una attenzione particolare e personalizzata per i loro figli, per rinforzare una immaginaria o reale collusione che di volta in volta ha come “nemico” o l’utente-figlio stesso, o l’istituzione vista come cattiva, o un certo psichiatra incapace, o un altro educatore. Qui non si trattatanto di sottolineare gli scopi di questi linguaggi, quanto piuttosto di sottolineare la differenza e l’incomunicabilità dei registri che vengono utilizzati: professionali e distaccati gli educatori, affettivi e personalistici i familiari.
Il rapporto con gli utenti
Un’altra direzione del dialogare degli educatori è quella che conduce agli utenti. Il loro linguaggio è apparentemente identico a quello dei familiari; si tratta di una semplificazione dovuta al fatto che non si dispone delle categorie capaci di leggere e schematizzare il linguaggio della sofferenza, o della debolezza. Occorre prendere in considerazione un’idea presente in questo linguaggio e confrontarla con quella (non) corrispondente degli educatori: l’idea di cambiamento.
Per gli educatori l’idea di cambiamento si articola fondamentalmente su due poli: uno è la “devianza”, l’altro è la “normalità”. In mezzo ai due poli c’è un iter terapeutico, un progetto pedagogico, una stradadi cambiamento.
La devianza può essere uno stato di sofferenza, di insufficienza di competenze, di insufficienza di risorse. La normalità è un idea di salute in genere non meglio precisata, ma affidata appunto ai significati intuitivi e non criticati già presenti nel linguaggio. Gli educatori in genere sanno per esperienza che il processo di cambiamento è doloroso, ansiogeno, ha poco di romantico e molto di antipatico.
Per l’utente l’idea di cambiamento è a due livelli, uno superficiale e uno profondo. A livello superficiale il cambiamento è il passaggio da uno stato di malessere/insufficienza ad uno stato di benessere/sufficienza. In questa idea è molto presente la percezione della sofferenza in atto mentre in genere è assente la consapevolezza della sofferenza o della fatica insita nel processo di cambiamento, sofferenza-fatica che è di tipo nuovo e quindi spaventa anche di più. A livello profondo il cambiamento è un cambiamento di identità, e un cambiamento di identità equivale ad un suicidio dell’anima.
A partire da questa differenza di significati, tra educatori e utenti, in assenza di una riflessione critica e di una elaborazione comune, si danno tutta una serie di difficoltà; il fenomeno più evidente e comune è che l’utente comincia ad incolpare l’educatore del fatto che sta male come prima o peggio di prima, mentre l’educatore comincia a dire o pensare: “ma allora sei tu che non vuoi cambiare!”.
Ecco un esempio di cosa si intende per disarticolazione ed eterogeneità del linguaggio degli educatori.
Tra gli effetti più visibili di questo stato di cose si possono ricordare l’insoddisfazione, ovvero la difficoltà a esprimere e comunicare che è difficoltà a cogliere la sostanza della sua fatica quotidiana, quella per la quale è pagato; la subalternità rispetto a chi è visto (con maggiore o minore precisione) essere proprietario di un linguaggio, può produrre a volte anche invidia nei suoi confronti e quindi ulteriore difficoltà ad apprendere e a comunicare.
A questo vanno aggiunte le limitazioni nello svolgimento dei propri compiti, quando questi sono osservazione e comprensione di ciò che accade.
Queste difficoltà, questo sforzo supplementare richiesto all’educatore, producono però anche effetti positivi come una acquisita capacità a comunicare in linguaggi completamente diversi e conseguentemente a collegare tra loro domande e risposte, problemi e risorse, sofferenze e cure che rimarrebbero altrimenti distanti tra loro.
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