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1. Editoriale

di Viviana Bussadori

Inutile meravigliarsi dei toni da bar (senza offesa per i bar e i loro frequentatori) che i politici nostrani hanno ormai adottato per portare voti al proprio schieramento. Si era già capito due anni fa e puntuale arriva la conferma: il linguaggio della politica non conosce mezze misure e, allontanatosi dalle iperboliche costruzioni sintattiche dell’altro ieri, è piombato nella rissa verbale o, quando va bene, nelle frasi fatte, preferibilmente di area sportiva.
L’interpretazione buona è che essendosi accorti che il livello culturale degli italiani è ancora bassino (per i due terzi della popolazione la licenza media inferiore è il massimo livello di studio!) abbiano deciso di utilizzare unlinguaggio più vicino alla gente. (Per l’interpretazione cattiva invece ognuno è libero di sbizzarrirsi come vuole).
Ma torniamo al rapporto degli italiani con la lingua che, lo apprendiamo da una fonte autorevole quale può essere Tullio De Mauro, registra aspetti abbastanza sconcertanti. Quasi il 14% della popolazione, tanto per cominciare, utilizza il dialetto non solo all’interno delle mura domestiche ma anche al di fuori. E un italiano su 10 ha serie difficoltà a capire la lingua nazionale.
Meravigliati? Depressi? Consolatevi pensando che, fino a tempi neanche troppo remoti, l’italiano veniva utilizzato solo in Toscana e a Roma e che solo 40 anni fa sei persone su dieci non erano in grado di esprimersi e di comprendere questa nostra bistrattatissima lingua.
Cosa ha contribuito al miglioramento? Ma la televisione naturalmente alla quale, per essere onesti, occorre affiancare anche la radio, almeno fino a quando nonè stata soffocata, nelle usanze, dalla tv. Oggi però anche su questo fronte il panorama è in desolante calo qualitativo anzi, più che un calo una vera e propria picchiata. Della tv di servizio non rimangono che poche briciole e gli spazi con qualche velleità culturale sono il più delle volte relegati ad orari impossibili. E consoliamoci per la seconda volta ricordando che il calcio, almeno per i prossimi tre anni, non ce lo leverà nessuno. Così potremo arricchire ancora un po’ il nostro vocabolario di derivazione calcistica, già zeppo di “discese in campo” e “salvataggi in corner”.
Vabbè, ma allora? Allora rimane la carta stampata, i periodici, i quotidiani, i libri.
Come lettori di quotidiani, tanto per cominciare, ce la caviamo maluccio visto che in Europa (dati Fieg e Istat dell’88) l’Italia si colloca solo al 17° posto con una media nazionale di 117 copie ogni 1.000 abitanti; davanti a noi anche la Grecia. Il tutto con buona pace di Hegel che definiva la lettura del quotidiano a inizio giornata come la preghiera laica del mattino.
Dal fronte librario si levano invece le grida di dolore degli editori. Le scarse vendite lamentate trovano una immediata conferma: quasi il 60% delle famiglie italiane ha sugli scaffali di casa meno di 25 libri; il 23% poi risolve il problema ancora più drasticamente visto che non ne possiede affatto.
Che gli italiani non siano dediti alla lettura non rappresenta certo una novità. Che a questa disabitudine corrispondano veri e propri guasti nella proprietà di linguaggio invece, si pensa un po’ meno.
Alessandro Manzoni aveva ben presente il problema della lingua e non solo perquestioni legate alla sua poetica. L’obiettivo era quello di trovare “non una bella lingua” ma “un mrzzo di comunicazione d’ogni sorta di concetti tra tuttigòli italiani”. Così scrisse il suo romanzo popolare, i Promessi Sposi, utilizzando un vocabolario di 8.949 parole. Ben poche se si pensa che lo Zingarelli (e non è l’opera più completa attualmente in commercio) contiene 127 mila voci. Tantissime se si considera che i Promessi Sposi furono scritti oltre un secolo e mezzo fa. Si può dire che il tempo è passato invano visto che ancora oggi il “vocabolario di base della lingua italiana”, quello che secondo DeMauro è posseduto con certezza da chi ha fatto almeno la terza media, è composto da 6.700 parole. Ma per essere proprio certi di venire capiti da qualcosa come il 66% degli italiani, ci suggerisce il linguista, occorre scendere ancora: 2.000 parole, quelle del “vocabolario fondamentale”.
Il dubbio è inevitabile: tra queste 2.000 parole ci saranno anche gli improperiche l’attuale classe politica si lancia con sempre maggiore frequenza?
Anzi, il dubbio è atroce. Che questa politica del vituperio sia l’unica strada rimasta per farsi capire in Italia? Per vincere le elezioni?
Non scherziamo.



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